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di Tonino Cantelmi per SIR Servizio Informazione Religiosa

 Tiziana Cantone, 31 anni, si è tolta la vita. Sì, è stata imprudente. Ha registrato per gioco o per vanità un video hard. I suoi amici, a cui era destinato, l’hanno tradita. Il video è divenuto virale e si è diffuso in rete. A nulla è valso cambiare lavoro, trasferirsi o cercare di cambiare il cognome. La maledizione del web non l’ha mollata. Una vicenda, che insieme con quella della diciassettenne ubriaca, violentata nei bagni di una discoteca, filmata e diffusa su Whatsapp dalle amiche-iene, pone con urgenza la necessità di pretendere la protezione del diritto di ciascuno alla gestione della reputazione digitale.

Il web è crudele. Se ti penti non puoi tornare indietro. Tiziana Cantone, 31 anni, si è tolta la vita. Sì, è stata imprudente. Ha registrato per gioco o per vanità un video hard. I suoi amici, a cui era destinato, l’hanno tradita. Il video è divenuto virale e si è diffuso in rete. A nulla è valso cambiare lavoro, trasferirsi o cercare di cambiare il cognome. La maledizione del web non l’ha mollata.  Nessuno può fermare la macchina infernale del web crudele.

Tiziana Cantone non ce l’ha fatta. Quel video rilanciato dai siti porno sarà sempre lì. Tiziana Cantone si uccide.
Nelle stesse ore o quasi irrompe nella cronaca un’altra storia di web crudele e di amiche traditrici. Eccola: diciassettenne ubriaca, violentata nei bagni di una discoteca. Le amiche, già le amiche!, filmano il fattaccio e lo diffondono su Whatsapp. E in sottofondo si distinguono le risate sguaiate delle amiche-iene.
Crudeltà telematiche di queste ore, capaci di spezzare la vita o di rovinarla. Non le prime, neanche le ultime. Gravissime, ma che si aggiungono ad altre, più o meno gravi: insulti, calunnie, gogne, offese.

Si, il web è un mondo affascinante, ma anche terribile. In gioco c’è una nuova ed inesplorata dimensione dell’identità: la reputazione digitale. Ognuno di noi ha una reputazione digitale, che pesa enormemente nella vita reale.

Ancor prima di un incontro, sia galante che di lavoro, andiamo a spulciare la reputazione digitale della persona che stiamo per incontrare. Cerchiamo su google le notizie, spiamo i suoi profili social, guardiamo le immagini e i video. E non c’è nulla di più fragile della reputazione digitale: chiunque può calunniare, maledire, attaccare, insultare o tradire, come gli amici di Tiziana Cantone. E questo riguarda in modo massiccio gli adolescenti, per il quali la popolarità digitale sembra essere una componente ineludibile della loro autostima. La logica perversa del cyberbullismo è proprio questa: la vittima non può difendersi. L’attacco è inarrestabile. Il disprezzo on line è virale. E soprattutto è per sempre. La sopraffazione è pari all’impotenza della vittima.

Ecco la questione che voglio porre è questa: il diritto alla gestione della propria reputazione digitale.

Qualcuno dovrà pure dire stop alla dittatura di Google, di Facebook e dei vari social ai quali consegniamo la nostra immagine e la nostra reputazione on line. Lo so, la questione investirebbe norme, diritti, giurisprudenza e tanti azzeccagarbugli cavillosi sarebbero lì, pronti a difendere la sovrana libertà del web di disporre di noi. Ma il dato è questo: vogliamo avere il diritto di gestire la nostra reputazione digitale. Vogliamo avere il diritto di ripensamento sui contenuti che diffondiamo. Vogliamo che faceboock non sia l’arrogante proprietario dei nostri post. Vogliamo che google rispetti il diritto all’oblio. Vogliamo una rete più umana. In definitiva vogliamo che l’umano abbia ancora il dominio sulla tecnologia.