Il farisaismo del pubblicano

di Andreas Hofer

berlicche

(liberamente ispirato a Le lettere di Berlicche di C. S. Lewis)

Mio caro Malacoda,
torno a ripeterti che a parer mio t’affanni troppo e in maniera sconsiderata. Innescare irrefrenabili esplosioni d’ira nel paziente, come ti prefiggi di fare, è sì uno stratagemma collaudato e di pronto successo. Ma che rassomiglia paurosamente alla vena smorzata di quei comici bolliti incapaci di far ridere il pubblico se non con battute grezze e volgari.

Non consideri a sufficienza, temo, che mai come in questo caso la battaglia vittoriosa di oggi può tramutarsi nella guerra persa di domani. Un giovane tentatore come te fatica a ricordare quanto la memoria viva degli eccessi, predisponendo gli animi al pentimento, possa arrecare danno ai nostri propositi. È dura ammetterlo, ma talora presso gli umani per arrivare a scoprire il valore sacro di certe realtà supreme occorre aver cercato prima di annientarle. Coloro che troppo velocemente avanzano fino al fondo estremo del loro peccato non di rado sono lesti ad invocare l’abbraccio salvavita (eterna) del Nemico, con gli esiti infausti che ben conosciamo.

Non dovrei essere io a ricordati – mi risulta, o voglio sperarlo, che lo studio della storia faccia ancora parte del programma di studi del Percorso Abilitante Infernale – che nel Medioevo le file dei pellegrini partiti per la Terra Santa erano ingrossate da nobiluomini e cavalieri rei di brutalità terrificanti (razzie, devastazioni, uccisioni, stupri). Quei miserabili di medievali… Uomini accesi da passioni debordanti, quasi sempre violente, tanto nel male quanto nel bene, capaci dei più orrendi peccati ma anche di strazianti pentimenti. Di conseguenza un bisogno cronico di espiazione li spingeva a richiedere grazie sovrabbondanti là dove abbondava il peccato – l’Unitrino ha una bizzarra propensione ad aumentare sempre la posta, certo per via del suo gusto malato per il gioco di rilancio – accollandosi il peso di pesanti penitenze.

copertinaPer nostra fortuna una mentalità così retrograda oggi è guardata con orrore dai cristiani moderni («non siamo più nel Medioevo», quanto ci aggrada questo slogan!) per i quali il proprio peccato personale è tutt’al più un cattivo influsso della famiglia, dei costumi o dell’economia. In compenso c’è in loro una notevole inclinazione a scattare quando si tratta di enfatizzare il peccato altrui.

Una tale attitudine è tanto diffusa che anche la mai abbastanza esecrata conversione del paziente, se approcciata nella dovuta maniera, non sarà affatto d’intralcio. Egli è diventato un cultore della parola nemica, mi dici, tanto che non manca mai di coricarsi senza aver prima meditato qualche brano della Scrittura. Naturalmente la tua scarsa deformazione infernale ti suggerisce di allontanarlo da simili letture moltiplicando le distrazioni. Ma credi davvero di poter proseguire all’infinito con giochini tanto puerili? Così non fai altro che procrastinare il problema, mio ingenuo nipote…

Vengo allora a proporti un differente metodo tentatorio. Ti chiedo dunque: hai mai pensato di tentare attraverso le Scritture? La reputi, sono pronto a scommettere, una impossibile tattica, se non una follia. Se è così, dovrai presto ricrederti…

Prendi ad esempio quel raccontino universalmente noto come la parabola del fariseo e del pubblicano. Non si tratta di tenere banalmente lontani dalla parabola gli occhi del paziente il quale, anzi, dovrà leggerla avidamente. Ben più importante per i nostri scopi è lo spirito col quale la leggerà. E qui entra in gioco la tua abilità. Dovrai adoperarti affinché il tuo assistito adotti una lettura partigiana della parabola.

Che intendo dire? Ti sarà presto chiaro.

Ecco, vedi, tra il fariseo e il pubblicano, come canta De Gregori, «la differenza salta agli occhi»: il primo, tronfio e superbo, appare immediatamente come irricevibile e impresentabile. Chi sarebbe tanto dissennato da non prendere le distanze dal fariseo? Impossibile, tra i due, non prendere le parti dell’umile pubblicano. È fin troppo facile identificarsi con lui.

C’è però un passaggio, assente nella parabola, che è di capitale importanza per noi. A intraprenderlo dev’essere il paziente. Bisogna che in lui il pubblicano, esaltato dallo zelo, si spinga fino al giudizio sprezzante del fariseo: «O Dio, ti ringrazio che non sono come questo fariseo!». Così e così soltanto l’istante in cui il paziente avrà operato la sua scelta, iscrivendosi al partito pubblicano, segnerà il trionfo del partito farisaico.

Devi sapere, mio sgraziato nipote, che ogni partito umano tende a inculcare nei suoi militanti uno spirito di divisione: il mondo diventa così un enorme campo di battaglia tra i «nostri» e i «loro», ciascuno, come diceva Valéry, col suo programma di indignazione, segno di grande miseria spirituale.

Conviene pertanto, mio inetto discepolo, che il destinatario delle tue attenzioni ignori la differenza tra il fariseo e il pubblicano, che non risiede tanto nel fatto (puramente materiale) che il primo sentenzia e il secondo si batte il petto, perché può esserci anche una maniera farisaica di battersi il petto. Nulla è più facile che professarsi pubblicamente peccatori solo per avere un salvacondotto, un alibi per poter perpetuare il proprio errore («che ci posso fare se agisco così? sono un peccatore!»). E niente è più abituale che vedere pubblicani ostentatamente tali puntare il dito – con pieno animo farisaico – sui farisei, senza accorgersi che così facendo non ne sono altro che l’ennesima riproduzione. Il farisaismo del pubblicano è solo l’ultima astuzia del fariseo che si annida in ciascun umano: fasciarsi con la veste del pubblicano per urlare «io!» «io!» «io!».

La reale differenza tra il fariseo e il pubblicano sta nel fatto che hanno due unità di misura diverse. Il fariseo pesa se stesso secondo una misura pur sempre umana, sociale, secondo l’ordine di grandezza del proprio «io». Per questo ha bisogno di comparare il proprio ego a quello altrui. Il pubblicano invece pesa se stesso confrontandosi non con altri uomini, tutti in varia misura peccatori, ma con l’infinita misura divina. Da qui il sentimento della distanza infinita che separa ciascuna creatura dal suo Creatore. «Signore, allontanati da me che sono un peccatore!».

Il paziente, fintanto che leggerà la parola nemica intendendola secondo la propria unità di misura, rimarrà sempre alla portata del tiro di Nostro Padre Laggiù. È vitale perciò che tu provveda ad attizzare il fuoco della polemica tra i due «partiti» nemici: farisei contro pubblicani. La polemica ha il vantaggio di ampliare a dismisura il fossato tra gli umani rendendoli al tempo stesso sinistramente simili. Facendoli rivaleggiare in malignità, bada bene, si realizza la sintesi dell’uguaglianza e della separazione.
Tuo affezionatissimo zio

Berlicche

Stasera alle 21:00 presso la Sala rosa dell’Oratorio Mattarello di Arzignano (Vicenza) avrà luogo una presentazione del libro Le nuove Lettere di Berlicche. Presente l’autore, modera Mirko Ruffoni. Siete tutti cordialmente invitati!

5 commenti to “Il farisaismo del pubblicano”

  1. Un Cristiano sa che solo il presente conta ed e’ il tempo favorevole per la sua vita eterna.

    Il passato o il futuro non entra nell’opera di nostra salvezza.

    Dal vangelo abbiamo piu’ che sufficiente dottrina per far nostro questo istante di tempo nella forma unica e precisa di come regolare la nostra vita senza tante pantomime o infinite parole di aiuto morale e catechetico: “Vigilate e pregate per non cadere in tentazione”.

    Al di fuori di questa nostra personalita’ spirituale e di comportamento: costi quell che costi, non c’e’ salvezza e lo dimostrarono gli Apostoli con un fallimento sprituale di massa con l’eccezione di Giovanni per l’aiuto straordinario di sua “madre” la Vergine Santissima.

    Cordiali saluti, Paul

  2. 1. Un Cristiano sa che solo il presente conta ed e’ il tempo favorevole per la sua vita eterna.

    Il passato o il futuro non entra nell’opera di nostra salvezza.

    Dal vangelo abbiamo piu’ che sufficiente dottrina per far nostro questo istante di tempo nella forma unica e precisa di come regolare la nostra vita senza tante pantomime o infinite parole di aiuto morale e catechetico: “Vigilate e pregate per non cadere in tentazione”.

    Al di fuori di questa nostra personalita’ spirituale e di comportamento: costi quell che costi, non c’e’ salvezza e lo dimostrarono gli Apostoli con un fallimento sprituale di massa con l’eccezione di Giovanni per l’aiuto straordinario di sua “madre” la Vergine Santissima.

    Cordiali saluti, Paul

  3. Non credo che il problema per i cristiani di oggi sia l’essere pubblicano o fariseo; penso piuttosto che il problema per noi cristiani sia come difendersi dalla dittatura del relativismo che tenta di cancellare il senso del peccato col : fai quello che vuoi, tutto è lecito, non esiste vita eterna da guadagnarsi tantomeno comandamenti da rispettare, goditi la vita fin che puoi.
    D’altronde, una volta cancellato il peccato , la confessione come anche l’eucaristia perderebbero di significato e così l’esistenza stessa della Chiesa.
    Penso che occorra ristabilire la verità, e la verità la ristabiliamo avendo il coraggio di riconoscere con umiltà il nostro peccato, la nostra misera condizione umana come ha fatto appunto il figliol prodigo

  4. Devi sapere, mio sgraziato nipote, che ogni partito umano tende a inculcare nei suoi militanti uno spirito di divisione: il mondo diventa così un enorme campo di battaglia tra i «nostri» e i «loro»…

    Grazie per questa scelta, quanto mai appropriata in questi giorni dove siamo tutti pronti a schierarci con “letture affrettate” invece di “approfondimenti pazienti” “cercando quello di cui avremo bisogno in ogni circostanza concreta.” (AL 7)

  5. Il problema per i cristiani di oggi si chiama apostasia. Certo non siamo più avezzi a chiamare con le parole giuste i fatti e le cose, ma il problema vero è che abbiamo perso la Fede.

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