«Abortisci». E la surrogata si ribella

di autori vari

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di Valentina Fizzotti   per Avvenire

Brittneyrose Torres ha 26 anni e vive in California con il marito e il figlio. La sua pancia è stata affittata a pagamento (per 25 mila dollari, più 5mila per eventuali fratelli) e ora dentro, da 17 settimane, ci sono tre bambini, una femmina e due gemelli maschi. I genitori biologici dei due ovociti impiantati, però, dopo l’iniziale entusiasmo sono stati chiari: la femmina va abortita, nel timore di «potenziali rischi per gli altri due». Secondo i medici, rischi non ce ne sono, e Brittneyrose aveva chiarito sin dall’inizio che non avrebbe mai preso in considerazione l’aborto, salvo in caso di pericolo di vita. Si è offerta di adottare la bimba («per me abortire equivale a ucciderla»), ma la coppia non vuole concederglielo.
La donna ha deciso di raccontare la sua storia dopo aver letto quella di Melissa Cook, 47enne californiana madre di quattro bambini che per 33mila dollari sta portando in grembo i tre figli di un uomo della Georgia e di una donatrice ventenne di ovociti: lui le ha chiesto di abortire uno dei tre figli, lei ha detto che non ci pensa nemmeno («Sono legata a quei bambini, sono esseri umani»), lui ha minacciato di rovinarla. Non potendosi pagare un avvocato – la coppia ha bloccato i pagamenti –, per avere un aiuto legale Brittneyrose si è rivolta al Center for Bioethics and Culture (Cbc), un’organizzazione guidata dall’attivista e film-maker Jennifer Lahl, che si occupa di sbugiardare le ipocrisie di un’industria della fertilità capace di macinare milioni di dollari sulla pelle delle donne più povere e ignoranti a favore di ricchi aspiranti genitori.

Lì ha scoperto, nella scontata logica della mercificazione di un corpo prestato per professione, che nei contratti di maternità surrogata l’aborto è una clausola fissa, perché la donna è una dipendente alla mercé dei suoi datori di lavoro. Lei, che si è convinta a fare da surrogata leggendo su Facebook il triste racconto della sorella dell’aspirante madre biologica, oggi parla e manda foto del suo pancione ai giornali americani perché non vuole «che altre donne debbano passare la stessa cosa».

Secondo l’American Society for Reproductive Medicine, le nascite da madri surrogate negli Usa sono aumentate del 160% dal 2004 al 2013. L’utero in affitto è legale in otto Stati, in quattro è proibito affittarlo per lucro e a Washington Dc è fuorilegge: in tutti gli altri vige una zona grigia in cui è permesso, ma con alcuni limiti. Diane Hinson, fondatrice dell’agenzia specializzata Creative Family Connections, ha spiegato alla stampa che però «molti Stati sono propensi a modificare la normativa come risultato della sentenza della Corte Suprema che ha legalizzato il matrimonio gay in tutto il Paese».

8 commenti to “«Abortisci». E la surrogata si ribella”

  1. Monica Ricci Sargentini è stata a Los Angeles e ha raccontato il viaggio nella clinica dove si affittano gli uteri

    http://27esimaora.corriere.it/articolo/il-mio-viaggio-nella-clinicadove-si-affittano-gli-uteri/

  2. Storie vecchie: solo per aizzare i cani e creare interesse superficiale fra la folla e vendere tempo telematico. Paul

  3. Gentile signora Costanza e’ la verita’ in pensione si ha tempo di dedicare a chi come lei scrive sempre cose interessanti. Paul

    P.S.: Nella mia ignoranza di questi giocattoli elettronici mi veda solo come uno che inchioda una nota sulla sua bacheca e mai nulla di personale e se sbaglio solo e sempre le mie scuse. Paul

  4. Comunque sia della mia confusone fate di necessita’ virtu’ e siate generosi/e di sopportare pazientemente una persona molesta…ho chiesto alla maestra che voglio andare a scuola di aggiornamento computers e mi ha risposto che sono troppo vecchio. Paul

  5. da qualsiasi punto di vista, la cosiddetta surrogacy è un’aberrazione disumana e questi saranno pure tristissimi e inquietanti casi limite, fino a quando però non si sa …..

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