La lieve e tosta misericordia dei Padri

di Andreas Hofer

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Come molte case editrici, anche la Tau di Todi ha editato una collana di agili strumenti per chi voglia approfondire le varie sfaccettature del tema che domina il Giubileo appena aperto. Giovanni Marcotullio ha curato un’antologia patristica popolata da antichi e umanissimi giganti “dagli occhi ardenti”.

Si può parlare di misericordia in tempi tenebrosi come i nostri? In un’epoca piena di incognite, dove dilaganti fiere di nome violenza e ingiustizia sembrano congiurare con inaudita ferocia ai danni della vita umana? Che significato può avere la misericordia in un mondo tormentato dall’angosciosa sensazione che poco alla volta i “pezzi” di una terza guerra mondiale si stiano allineando per dar forma a un terrificante mosaico? Non sarebbe più consono in un simile momento invocare l’ira e la giustizia divine?

Qualcuno potrebbe poi obiettare che sempre l’umanità è stata afflitta dal flagello della guerra e che con altrettanta costanza ha sofferto sotto il tallone della violenza e dell’ingiustizia. E questo è vero. Nella nostra epoca però l’animo umano appare sferzato da un virus particolarmente violento: il pessimismo radicale, ricaduta a livello pratico del nichilismo. È una sorta di polvere sottile. Non è percepibile dai sensi eppure agisce lentamente, avvelenando lo spirito. Questa venefica polvere dell’anima ha sprigionato un’atmosfera tanto cupa da schiacciare l’uomo, annichilendo ogni suo tentativo di elevarsi. Ne è scaturito un clima che vede trionfare ovunque quella che Simone Weil aveva chiamato pesanteur, “pesantezza”, forza “deìfuga” per eccellenza, capace di incatenare l’uomo al cieco vincolo della necessità. E così l’essere umano, sottoposto alle brutali leggi della materia, è assimilato a cosa tra cose in attesa di dissolversi nel tempo.

L’espressione forse più famosa che il grande cardinale Biffi aveva coniato per la sua Bologna, “sazia e disperata”, si attaglia bene al nostro mondo, schermato tecnologicamente ma sempre meno attrezzato per difendersi dall’aggressione del nichilismo. Il secolo che ci siamo lasciati alle spalle ha conosciuto atrocità d’ogni genere. E l’ancor giovane XXI secolo è cominciato con l’apocalittico attacco alle Torri gemelle. L’umanità appare oppressa da nuove e vecchie minacce, non ultima quella ambientale, che deve affrontare senza più il conforto dell’antica speranza. Ma Dio non ha abbandonato l’umanità. La prima canonizzazione del nuovo millennio, voluta con forza da san Giovanni Paolo II, è stata quella della suora e mistica polacca Faustina Kowalska (1905-1938), figura fino ad allora poco conosciuta, depositaria di rivelazioni sulla misericordia divina. La misericordia: un tema che ha caratterizzato due pontificati (Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) e che anche sotto Francesco non cessa di essere rilanciato con forza, come testimonia l’idea di indire un Giubileo straordinario della misericordia che si apre proprio in questi giorni.

In questa cornice si inserisce il libretto (piccolo per numero di pagine ma denso quanto a contenuti) di Giovanni Marcotullio, Misericordia, fede, giudizio. Pagine scelte dei Padri della Chiesa sulla misericordia, pubblicato dalle Edizioni Tau di Todi. Si tratta del quarto volume di una collana dedicata al tema della misericordia.

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Anzitutto, cos’è questa fantomatica misericordia di cui tutti parlano? Invero già così si comincia col piede sbagliato, perché la misericordia più che una nozione è qualche cosa di cui fare esperienza. Prima di essere qualcosa di cui si “parla” è qualcosa che si “dà” e si “riceve” (e se Dio comanda di donarla è perché Egli stesso l’ha donata). Anche la teologia è una scienza pratica, ricorda Marcotullio. Uno che ne capiva un poco, un certo san Tommaso d’Aquino, le aveva assegnato questo statuto: non avrebbe senso studiare il fine ultimo dell’esistenza umana – cioè Dio – se non avessimo di mira la gioia di qualche uomo concreto.

Ecco perché è meglio ricorrere a un’immagine. L’immagine evoca il mistero, mentre lanciarsi in speculazioni astratte rischia di circoscriverlo eccessivamente (un po’ come accade a quegli strumenti diagnostici inadeguati all’oggetto che intendono analizzare). E l’immagine scelta da Marcotullio è quella della ricetta. Una ricetta di cucina può anche essere messa per iscritto, certamente. Ma se non è finalizzata a una qualche realizzazione pratica (un dolce succulento, ad esempio) è assai poco attraente. E in fondo è anche inutile. Se non serve per servire (preferibilmente a tavola) la ricetta è inservibile. E se ci pensiamo bene, questa teologia del “concreto” è un formidabile antidoto a ogni rischio di deriva ideologica. Non s’inganna il palato, e a poco valgono le astrusità degli utopisti quando si tratta di giudicare se una lasagna è riuscita bene o male…

Da qui l’importanza di sentire e gustare, come insegnava sant’Ignazio. Lo stesso può dirsi per la misericordia, uno dei più importanti “ingredienti” della “grande ricetta” della teologia cristiana. Di più: è un ingrediente fondamentale, insostituibile. La misericordia sta alla teologia come il cuore sta al corpo.

Ma il libretto – gustoso, è davvero il caso di dirlo – non ci parla soltanto di misericordia, ma di misericordia nei Padri della Chiesa. E allora chi sono i Padri della Chiesa? Anche in questo caso i parametri teorici rischiano di lasciarci a mal partito. Tradizionalmente vengono accolti i canoni elaborati da Melchor Cano, importante teologo spagnolo del XVI secolo, che ne ha elencati quattro: antichità, comprovata ortodossia, santità di vita, ricezione ecclesiale. Bene, ma applicare al concreto vivente questa griglia astratta è operazione alquanto nebulosa. Antichi quanto? Quanto la caduta dell’Impero romano? E quale impero? Quello d’occidente o d’oriente? E quanto all’ortodossia a prova di bomba, che dire non dico di un tipino come Tertulliano, convertito alla fede cattolica e morto montanista, ma di uno come sant’Ireneo di Lione, al quale è riconosciuto unanimemente il titolo di “Padre della Chiesa” sebbene le sue opere contengano dottrine dichiarate poi come eretiche? La santità di vita? La ricezione ecclesiale? Questi criteri appaiono un poco più solidi ma anch’essi tutto sommato si rivelano insoddisfacenti.

La realtà, come fa osservare Marcotullio, è che questi canoni hanno una loro utilità se rimangono schemi aperti, duttili e flessibili, in grado di lasciare spazio all’unicità delle biografie individuali. In breve, devono essere elastici quel tanto che permetta di adattarsi alla vita, soprattutto se si tratta di esistenze decisamente sopra le righe come quelle dei Padri della Chiesa. In fondo è la logica stessa della Rivelazione a richiederlo. Rivelazione che appare simile, e qui il curatore evoca un’altra bellissima immagine, a un’eruzione vulcanica. La Rivelazione, cioè l’atto con cui Dio comunica se stesso e la sua volontà di redenzione universale, può essere assimilata a un’esplosione di lava (i racconti evangelici, le lettere e gli atti degli apostoli, la letteratura apocalittica) capace di squarciare la crosta terrestre (la natura umana sclerotizzata), sommergendola di lava incandescente. Dopo l’eruzione, preparata da una serie di segni premonitori (la legge e i profeti), il magma scende lungo le coste della faglia aperta, aprendosi la strada lungo percorso diversi e irregolari. Sono molteplici e imprevedibili i fattori che ne determinano corso, intensità, flusso e temperatura. La lava successivamente comincia a solidificarsi, sempre con tempistiche diversificate. A questo punto il magma arroventato cambia stato, e pur rimanendo quello di prima (la sostanza non muta) cambia di forma: mutano colore, temperatura, aspetto, modalità di aggregazione. Tutto (Chiesa, Scrittura, Sacramenti, dottrina, Tradizione, Magistero) è già contenuto in potenza nell’eruzione vulcanica, ma solo col tempo, per cristallizzazioni successive, assumerà una forma definita, più regolare. È anche il senso di una bellissima immagine che Marcotullio, come un esperto archeologo, riporta alla luce dagli “scavi” nella letteratura dei primi secoli cristiani: la Rivelazione è come un grande fiume, la Scrittura è la sua sorgente, la Tradizione il corso, il Magistero il canale in cui l’acqua, finalmente arginata, può scorrere calma, sicura e navigabile.

Anche le figure dei Padri della Chiesa vanno lette in questa maniera. Non solo, per richiamare la metafora “culinaria” dell’inizio, come questi esperti degustatori della ricetta cristiana (cioè come testimoni), ma anche nelle vesti di pionieri. Sono stati i primi ad aprire a colpi di piccone le strade del dogma. La loro epoca perciò è durata finché è perdurato quel clima pionieristico, di prima esplorazione della fondamenta della fede. Convenzionalmente l’età patristica termina con Beda il Venerabile in Occidente (672 d.C. – 735 d.C.) e con Giovanni Damasceno in Oriente (676 d. C. – 749 d.C.). Ma si tratta appunto di delimitazioni cronologiche, utili più che altro a fini didattici, che non vanno assolutizzate (in tal caso possono risultare addirittura dannose, un po’ come accade a quei funghi tossici da crudi, commestibili se cotti).

Queste precisazioni risultano molto utili per fare strame di una rappresentazione assai poco realistica dei Padri, che nell’immaginario comune – posto che di loro si sia mai sentito parlare – appaiono alla stregua di venerabili patriarchi, come vecchi saggi impegnati in dispute senza nerbo, forse perfino sonnolente, sul sesso degli angeli. Esseri magari saggi, ma disincarnati, al di là del tempo e dello spazio, impegnati a distillare una sapienza eterea. Pensarli in questa maniera sarebbe un abbaglio accecante. I Padri erano di tutt’altra pasta. E Marcotullio ce lo ricorda con una serie di brevi biografie e di note in calce che hanno il merito di presentarceli, come avrebbe detto Bernanos, “a testa alta, con gli occhi ardenti”. Uomini veri, uomini vivi, ispirati da un amore sconfinato per la verità, per nulla simili a una parata di “vecchie glorie” decrepite e sonnacchiose. E per giunta ben poco adattabili ai pii schematismi di certa agiografia “devota”.

Anche la patristica perciò possiede un tratto incandescente, zampillante di lapilli e lava, una deflagrazione di intuizioni folgoranti, un tripudio di opere grandiose, di polemiche feroci (a volte pure piuttosto “fisiche”) ma anche di geniali compromessi. Questa stessa vivacità spirituale e intellettuale porterà i Padri a collezionare opere di tutti i tipi: dall’omiletica alla poetica, dal diritto alla polemica; e poi opere di apologetica, di filosofia, di politica. Sono presenti anche semplici esercizi retorici.

origene-man-of-steelCosì l’antologia curata da Marcotullio comincia col presentarci il più grande padre di lingua greca: il geniale Origene del III secolo, insignito di un nomignolo (oggi diremmo nickname) come “Adamantios”, “l’uomo d’acciaio”, che fa pensare più a un supereroe dei fumetti (Superman o Wolverine, decidete voi) che non al più grande ispiratore delle chiese antiche per quel che riguarda l’esegesi delle Scritture e la dottrina. E la sua vita spericolata, si legge non senza sorridere, “fu perfino più avventurosa e rocambolesca di quella degli Avengers”. Sfilano poi gli esponenti del “secolo d’oro” della patristica, il quarto, come il vescovo Ilario, Basilio Magno per i padri cappadoci. C’è poi un bisbetico indomato come il burrascoso Epifanio di Salamina, sempre incline a mescolare l’apologetica con una vis polemica (fin troppo) debordante. La raccolta chiude con Gregorio di Nissa, il più “spirituale” dei padri cappadoci nonché fratello di san Basilio Magno, e con il grande Agostino, il padre latino più importante (come Origene lo è stato per i padri greci).

L’ingrediente della misericordia, come si è detto, è presente in dosi tali tra i Padri da rendere impossibile qualsiasi pretesa di esaustività. La scelta è caduta dunque su alcuni passi diversi per epoca, luogo e genere letterario ma aventi per riferimento lo stesso brano della Scrittura, così da scardinare quell’idea statica e atemporale della patristica. Il passo prescelto è quello di Matteo 23,23, dove Gesù polemizza aspramente con la vacuità dei farisei: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che versate la decima della menta, dell’anèto e del cumìno, e trascurate i punti più importanti della legge – il giudizio, la misericordia e la fede –: queste cose invece bisognava fare, senza trascurare quelle».

È un passo che, come si può vedere, tocca i punti caldi del Sinodo sulla famiglia da poco concluso, in particolare la polemica, sovente intessuta più di forma mediatica che di sostanza dottrinale, tra i sostenitori della “giustizia” (che sarebbe legata alla “dottrina”) e i partigiani della “misericordia” come “prassi pastorale”. Come spesso capita, si tratta di una falsa alternativa. Già la lettera del Vangelo presenta come i “punti più gravi della legge” il giudizio (cioè la giustizia) e la misericordia, oltre alla fede. La vera alternativa, come mostrano anche i commenti dei Padri, non è allora quella fra giudicare (magari arruolando alla bisogna, molto al di là del contesto e delle intenzioni di chi l’ha pronunciata, il famoso slogan “chi sono io per giudicare”?) e essere misericordiosi. La vera sfida è un’altra: o tenere in equilibrio, col “collante” della fede, tanto il polo del giudizio quanto il polo della misericordia, oppure non tenerli affatto assieme e cadere così in un vuoto formalismo (ovvero andare incontro alla morte del cristianesimo vissuto).

Secoli dopo i Padri, nel pieno del periodo d’oro della Scolastica, san Tommaso d’Aquino osserverà che «iustitia sine misericordia crudelitas est, misericordia sine iustitia mater est dissolutionis». La giustizia senza misericordia si tramuta in crudeltà, ma la giustizia senza misericordia porta con sé dissoluzione, fiacchezza d’animo, mancanza d’energia. La falsa alternativa tra giustizia e misericordia porta all’alternanza tra la rigidità e la putrefazione. Una finta lotta tra due virtù da cadaveri.

La misericordia esige la giustizia. Nessuno più dell’uomo misericordioso è alieno a ogni spirito di indulgenza col peccato. Solo i santi sanno essere così misericordiosi da provare afflizione per il male che incatena un’altra creatura come se li avesse sferzati nella loro stessa carne. E solo i santi sono così liberi da avere forza e volontà per liberare i prigionieri da quelle catene di cui altre volte hanno saggiato il ferro. Perciò lo sguardo misericordioso è uno sguardo emancipatore, designa la volontà di affrancare il prossimo dalla schiavitù del peccato. L’uomo della misericordia pertanto è il vero liberatore.

L’antologia curata da Giovanni Marcotullio ha il pregio di ricordare la fondamentale verità cattolica dell’et-et: “queste cose bisogna fare senza trascurare quelle”. E soprattutto sa farlo con quella levità dello spirito che non è affatto sinonimo di superficialità. La leggerezza è il balsamo che permette di alleviare – nel senso etimologico della parola – la pesantezza a cui abbiamo fatto cenno nelle righe iniziali di questa presentazione.  Anche questa, a ben vedere, è un’altra eredità dei Padri. Ci piace ricordarla con le parole sagge di Joseph Ratzinger: «La fede rende l’uomo più leggero, lo si può vedere nei Padri della Chiesa, soprattutto nella teologia monastica: credere si­gnifica diventare come angeli, come dicono i Padri. Possiamo volare perché non siamo più un peso a noi stessi, perché non ci prendiamo così drammaticamente sul serio. Diventare credenti significa diventare leggeri, uscire da un baricentro che ci fa tendere in basso, e salire alla libertà e alla leggerezza della fede». (Il sale della terra, p. 32).

Fonte: La Croce Quotidiano, 10 dicembre 2015

3 commenti to “La lieve e tosta misericordia dei Padri”

  1. Anche in questo caso mi piace accompagnare alle riflessioni del post alcune parole di papa Francesco dall’omelia pronunciata durante la s. Messa di apertura della porta santa, l’8 dicembre:

    “Questo Anno Straordinario è anch’esso dono di grazia. Entrare per quella Porta significa scoprire la profondità della misericordia del Padre che tutti accoglie e ad ognuno va incontro personalmente. E’ Lui che ci cerca! E’ Lui che ci viene incontro! Sarà un Anno in cui crescere nella convinzione della misericordia. Quanto torto viene fatto a Dio e alla sua grazia quando si afferma anzitutto che i peccati sono puniti dal suo giudizio, senza anteporre invece che sono perdonati dalla sua misericordia (cfr Agostino, De praedestinatione sanctorum 12, 24)! Sì, è proprio così. Dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio, e in ogni caso il giudizio di Dio sarà sempre nella luce della sua misericordia. Attraversare la Porta Santa, dunque, ci faccia sentire partecipi di questo mistero di amore, di tenerezza. Abbandoniamo ogni forma di paura e di timore, perché non si addice a chi è amato; viviamo, piuttosto, la gioia dell’incontro con la grazia che tutto trasforma.”

    Per chi volesse contestualizzarle, leggendo l’intera omelia, la trova qui:
    http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2015/documents/papa-francesco_20151208_giubileo-omelia-apertura.html

  2. “Secoli dopo i Padri, nel pieno del periodo d’oro della Scolastica, san Tommaso d’Aquino osserverà che «iustitia sine misericordia crudelitas est, misericordia sine iustitia mater est dissolutionis». La giustizia senza misericordia si tramuta in crudeltà, ma la giustizia senza misericordia porta con sé dissoluzione, fiacchezza d’animo, mancanza d’energia. La falsa alternativa tra giustizia e misericordia porta all’alternanza tra la rigidità e la putrefazione. Una finta lotta tra due virtù da cadaveri.”

    Chapeu!

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