Famiglia 40 anni in discesa

di admin @CostanzaMBlog

NO referendum divorzio_01

di Andrea Galli   per Avvenire

Se si vuole fare una diagnosi della salute dell’Italia dal punto di vista della demografia, e di ciò che le sta dietro, non si può che partire da un anno: il 1975. Lo spiega lo statistico Roberto Volpi, tra i maggiori studiosi dei mutamenti della popolazione nel nostro Paese, nel suo ultimo libro pubblicato da Vita e Pensiero La nostra società ha ancora bisogno della famiglia? (pp. 178, euro 15).

Professore, perché il 1975 sarebbe cruciale?
«Perché è l’inizio del crollo. Da quell’anno sia i matrimoni che le nascite cominciano a perdere molto terreno. Queste ultime in 5 anni arrivano a perdere il 25%, una caduta che poi rallenta ma non si arresta per altri vent’anni. Fino agli anni Novanta, quando il tasso di fecondità (cioè il numero medio di figli per donna) tocca quota 1,2: uno dei più bassi del mondo in quel momento, meno della metà di quello che era alla fine degli anni Sessanta. Il che significa anche una mutazione per così dire antropologica: un conto è avere famiglie di due o tre figli, un conto è averne uno. L’inizio di quel processo è evidente: più che il divorzio in sé, è stato proprio il referendum a segnare una svolta radicale».

Come mai? Non doveva bastare la legalizzazione del divorzio?
«Perché il referendum è stato caricato di un valore enorme, equivalente a quello che aveva la famiglia tradizionale. Fin allora in Italia sia i cattolici che i laici avevano aderito a un tipo di matrimonio fortemente ispirato dalla Chiesa: sino alla fine degli anni ’60 su 100 matrimoni 98 erano religiosi. Indissolubilità, fedeltà e obbedienza dei bambini all’autorità familiare, segnatamente del padre, ne erano i cardini. Ci si sposava giovani, le donne a una media di 24 anni. E si sposavano tutti. La battaglia sul divorzio mirava al cuore di quel modello: indissolubilità e fedeltà. Un vincolo di fedeltà, però, che gravava più sulla donna che sull’uomo. Questo è da sottolineare perché è l’elemento che cede e che fa crollare l’edificio. L’infedeltà del maschio era più tollerata, socialmente e moralmente, di quella della moglie, accompagnata da una sua maggiore autorità (almeno pubblica, di fronte alla società: perché sappiamo che all’interno della famiglia molto spesso non era così). Così la rivendicazione di autonomia femminile si manifesterà proprio nel divorzio. Si pensava che sarebbe stata un’arma maschile, ma non è stato così: all’inizio, due su tre domande di separazione legale vennero avviate da donne. Le donne hanno visto nel divorzio la possibilità di spostare un rapporto di forza sull’uomo».

Al referendum i «no» al divorzio furono molto numerosi al Sud. Oggi com’è la situazione: permane l’eccezione o anche il Meridione è stato omologato?
«Direi che è stato omologato. I dati dimostrano maggior divorzialità al Nord, ma al Sud è l’elemento di difficoltà economica a frenare le separazioni. Negli Stati Uniti l’indice di divorzialità è usato quasi come un indicatore economico: quando i divorzi sono alti l’economia va bene, quando sono bassi l’economia è depressa. Perché il divorzio ha costi alti e comporta in genere un abbassamento del tenore di vita rispetto alla famiglia originaria. Al Sud si divorzia meno per questo. Lo possiamo dire osservando pure altri fattori, in primis la natalità: oggi le regioni dove la fecondità è più bassa sono quelle del Sud, il Molise e la Basilicata, e va segnalato il caso della Sardegna, leader nella de-fecondità e de-nuzialità, una regione che demograficamente sta sprofondando. Perfino la Campania, che ha sempre avuto tassi di fecondità molto alti, staziona ormai a metà classifica. Al Sud permane peraltro una maggiore nuzialità che al Nord – ricordiamo però che siamo sempre a livelli bassissimi, a un tasso di nuzialità di 3 matrimoni ogni mille abitanti: il 50% rispetto alla media europea – ma in sostanza per i motivi di cui sopra. Il modello di famiglia tradizionale non ha retto nemmeno lì».

Per quanto riguarda la famiglia, quali nuovi fenomeni si fanno strada?
«Le coppie di fatto e le coppie di fatto non conviventi. Le seconde sono più difficili da rilevare dal punto di vista statistico, per ovvie ragioni: lasciano meno tracce, non abitando sotto lo stesso tetto. Ma, anche qui, si “percepiscono” da altri fattori. Per esempio vediamo che negli ultimi 20 anni sono cresciuti i cosiddetti veri celibi, cioè quelli che hanno più di 25 anni e non sono sposati, che oggi sono più di 5 milioni. È da escludere una scelta in massa per la castità: si tratta di persone che hanno rapporti affettivi, anche duraturi, ma che non entrano in una convivenza».

Qual è l’impatto di questi rapporti sulla società?
«Il modello di famiglia tradizionale è fondato su una forte responsabilizzazione reciproca. Il nuovo modello è fondato invece sul sentimento: l’amore, il sentimento basta. Sembra una visione più avanzata, moderna, in realtà è un’idea più fragile e con ricadute sociali negative. Lo dico da un punto di vista nettamente laico: una società che si fonda su legami familiari ad alta responsabilità e a forte istituzionalizzazione è indiscutibilmente una società più solida, interrelata e solidale di una che si fonda su legami a più basso livello di responsabilità e a nullo livello di istituzionalizzazione. È un elemento che l’opinione laica non coglie. È come non fare figli: una coppia è liberissima di non volerne, ma se questo atteggiamento diventasse prevalente la società morirebbe… Oltre a ciò, le famiglie che nascono tardivamente non hanno la spinta economico-produttiva che avevano una volta, non sono più un fattore dirompente da questo punto di vista: oggi si sposa quando si è già costruito virtualmente tutto, quando ci si è sistemati».

E i matrimoni religiosi come stanno?
«Sono 110mila all’anno, mentre erano 420mila nel 1964: un calo del 75%. E stanno diminuendo di sette, otto o anche diecimila all’anno. Se la tendenza dovesse perdurare, i matrimoni in chiesa diventeranno un elemento residuale. Sulla famiglia, la Chiesa ha perso la sua battaglia culturale nei confronti della società laica. Non ha altra scelta che ricominciarne un’altra se vuole rilanciare il suo modello».

fonte: Avvenire

 

leggi anche Difendere la famiglia? Qualcosa è più importante

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Famiglia… basta la parola?

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16 commenti to “Famiglia 40 anni in discesa”

  1. Bene, l’articolo lo spiega con dovizia di particolari, ma credo che dovrebbe bastare un po’ di laico buon senso per capire che in una società in cui le persone sono, mediamente, disposte a sacrificare i propri desideri per il bene dei familiari si vive meglio che in una società in cui le persone sono, mediamente, disposte a sacrificare il bene dei familiari ai propri desideri.

    E questo sia detto senza voler giudicare nessuno (giacché è la società stessa che, in molti modi, incoraggia certi comportamenti e li ha da tempo “sdoganati”), ma, per favore, che non si ripeta il solito “mantra” che recita “E’ bene per i figli assistere alla separazione dei genitori piuttosto che assistere al loro conflitto quotidiano”. Come se il “conflitto quotidiano” fosse qualcosa di ineluttabile, alla stregua di un uragano o di un terremoto che si abbattono su un territorio senza che nessuno possa fare nulla per evitarlo.

  2. “Sulla famiglia, la Chiesa ha perso la sua battaglia culturale nei confronti della società laica.”

    E anche questo è un dato di fatto!

    • Certo, sono state diverse le cause che hanno determinato il calo dei matrimoni ed il divorzio può essere enumerato fra queste. Però, non credo che il divorzio, da solo, abbia potuto determinare questo effetto. E ciò perchè il divorzio è stato conosciuto da molte società cristiane dal ‘500 in poi, per i paesi protestanti, e da molti secoli prima, per i paesi ortodossi; e non mi risulta che in epoche passate, si sia verificato, in quei luoghi, un calo dei matrimoni.
      Ci deve dunque essere, NELLA NOSTRA SOCIETA’ ATTUALE, qualcosa che provoca il calo dei matrimoni a prescindere dal divorzio. Ne consegue che il divorzio, deve quindi dunque essere una causa che agevola, semplifica tale decremento, ma NON la cagione determinante.
      La vera causa è il cambiamento epocale della nostra mentalità, per la quale il dolore NON è più un valore da cui non si può e non si deve rifuggire (come si riteneva in passato), ma una jattura che si deve cercare di evitare in ogni modo.
      Prima i coniugi consideravano un dovere stare insieme, anche se per essi era diventato una sofferenza, ora non più.

      C’è poi una sfaccettatura interessante in questa nuova concezione del dolore: una volta si considerava un obbligo mettere al mondo i figli, a prescindere dalle condizioni economiche della famiglia, e quest’obbligo rafforzava il vincolo matrimoniale e contribuiva a diffonderlo.

      Ma l’avversione al dolore comporta che si debba tener conto anche della QUALITA’ della vita dei figli futuri, non solo della VITA IN SE’.

      Ma se io bado alla qualità della vita del mio futuro figlio, è chiaro che non sarò incentivato a farlo nascere se avrò il sospetto che “abbia da soffrire”. Ed è così che il calo della natalità riverbera e contribuisce a determinare il calo dei matrimoni.

      Questa è una mia interpretazione personale, e voi siete (ovviamente) liberissimi di smentirmi. A69

      • Ha ragione. E forse non si rende conto fino a che punto ha ragione.

        Io ho 24 anni e da quanto ho potuto constatare la nostra è una generazione antinatalista “etica”. C’è chi ha elaborato questo concetto di più, chi ne è consapevole in modo meno intellettuale o meno acuto, ma in fin dei conti si tratta dell’idea che creando la vita si aggiunge del dolore al mondo. E non dico nemmeno “potenzialmente”, perché dal momento che uno è vivo, l’unica certezza è che soffrirà e sarà morto. Tutto il resto, il bello della vita, può capitare, ma non DEVE, e non si sa SE capiterà, mentre la sofferenza e la morte sono ineluttabili in ogni caso. E anche dovessero capitare le cose belle, come ce le auspichiamo, non necessariamente basteranno per “controbilanciare” quelle brutte, per poter uscire dal gioco avendo “guadagnato” (il termine utilizzato ai fini illustrativi, di certo non si possono quantificare queste cose). La vita è un gran gioco d’azzardo, lo sappiamo tutti, ma c’è una bella differenza etica se sta giocando con la PROPRIA o con la vita ALTRUI. Dal momento in cui ha creato un altro uomo, ha cominciato a giocare con la vita di un altro. E questa è una cosa che può “passare” solo ed esclusivamente nell’ambito di una concezione religiosa (o quasi-religiosa) della vita, in cui questo “gioco” propagato per le generazioni sarebbe auspicabile e si inquadrerebbe in un Senso ulteriore. Se non si ha una tale concezione della vita (ed è così per la più parte di noi), fare figli non solo può essere “scomodo” o di “poca priorità”, ma addirittura eticamente inamissibile. Perché per la più parte di noi, l’etica CONSISTE nell’evitare sofferenze e “giochi” dagli esiti incerti che vi portano comunque. Può non piacere, ma questa è la conseguenza logica di una tale visione del mondo. Di cui poi non possiamo semplicemente “sbarazzarci”, adottando acriticamente una visione religiosa e mentendo a noi stessi… se si è VERAMENTE convinti che il dolore = male e che figli -> dolore, l’unico atteggiamento che si possa adottare è che è doveroso NON avere figli. Anche se si vorrebbe averne, come nel mio caso. Ma la morale, come la concepisco io, me lo proibisce. E salvo una smentita sistematica della mia visione del mondo, che porterebbe a un’altra completamente diversa con un’etica diversa ma coerente all’interno di quel quadro diverso, non ne avrò.

        • @ A
          mi compiaccio di una tale articolata conferma di quanto da me argomentato. In verità non pensavo che qualcuno, in questo blog, ampliasse i concetti che avevo lumeggiato, e desse maggior corpo ai miei pensieri ed a miei dubbi sulla natalità.
          Mi sarei aspettato, in questa sede, una pioggia di smentite e di critiche. Evidentemente la molteplicità di opinioni è diffusa quasi dappertutto. A69

        • Be’ caro A., dall’alto di un’esperienza non molto superiore alla tua (29 anni), posso dirti che la visione del mondo può cambiare se ci si lavora sopra. Ma il problema è, vuoi cambiarla? La tua analisi del modo di pensare dell’uomo contemporaneo è molto lucida e ben espressa, ed è assolutamente vero che tutti, a diversi livelli, l’abbiamo incamerata. Io almeno ci sono rimasto molto a lungo. Si potrebbe chiamare “neoepicureismo” o, nella misura in cui lo scopo della vita diventa l’annullameno del dolore, “neobuddhismo”. A differenza di tanti però, mi sembra che tu sia perfettamente conscio che questo schema di pensiero è un binario morto. Forse hai anche la percezione di quali sono i possibili punti di arrivo di questo schema. Allora perché lo mantieni? Forse perché ti sembra perfettamente coerente? Non lo è. Ci sono molte cose di cui non rende ragione. E’ in un certo senso più naturale, almeno ad un certo livello di istruzione e di esperienze. Hai mai letto “Ortodossia” di Chesterton? Nel capitolo II c’è un bellissimo confronto tra certe filosofie e le idee di certi malati di mente:
          “The madman’s explanation of a thing is always complete, and often in a purely rational sense satisfactory. Or, to speak more strictly, the insane explanation, if not conclusive, is at least unanswerable; this may be observed specially in the two or three commonest kinds of madness. If a man says (for instance) that men have a conspiracy against him, you cannot dispute it except by saying that all the men deny that they are conspirators; which is exactly what conspirators would do. His explanation covers the facts as much as yours. Or if a man says that he is the rightful King of England, it is no complete answer to say that the existing authorities call him mad; for if he were King of England that might be the wisest thing for the existing authorities to do. Or if a man says that he is Jesus Christ, it is no answer to tell him that the world denies his divinity; for the world denied Christ’s. Nevertheless he is wrong. But if we attempt to trace his error in exact terms, we shall not find it quite so easy as we had supposed. Perhaps the nearest we can get to expressing it is to say this: that his mind moves in a perfect but narrow circle. A small circle is quite as infinite as a large circle; but, though it is quite as infinite, it is not so large.”

          • Penso che a tutto questo risponda un articolo neanche tanto vecchio di questo stesso blog https://costanzamiriano.com/2014/11/10/papa-assicurami-che-valeva-la-pena-venire-al-mondo/.
            Io di anni ne ho 30 ed ho una bimba di 2 e mezzo però non molto tempo fa la pensavo molto simile, dicevo che non avrei mai avuto figli perchè non avrei potuto sopportare che soffrissero quello che stavo soffrendo io (ah… l’adolescenza). Poi son cresciuta, ho conosciuto mio marito, e ci siamo sposati perchè mi sono resa conto che vale davvero la pena di venire al mondo (come dice benissimmo Nembrini)! Ma non solo… quando ti rendi conto di una cosa così bella non puoi tenerla per te, devi dirla a tutti, e quando arrivano i figli questo “significato” diventa carne e sangue, speranza viva! Noi genitori dobbiamo impegnarci a testimoniare che la vita non è solo dolore, starà ai figli vagliare quanto insegnamo loro (ah… l’adolescenza), metterlo alla prova e poi decidere se aderire alla nostra proposta.

          • Sì, mi rendo conto che sia un binario morto, ma non so come uscirne. Anzi, tentare di uscirne è già di per sé un problema se le mie motivazioni sono puramente psicologiche ed “estetiche” (nel senso che non mi PIACE il pessimismo e quella sorta di cinismo che ne deriva, che preferirei una visione più “bella” della vita). Se, entro i limiti della mia comprensione e con la massima onestà intellettuale di cui sono capace, percepisco qualcosa come realtà, non posso rifiutarla solo perché non mi piace. Posso metterla in discussione, questo sì, e sto cercando di farlo, ma sono cose troppo serie per una rinuncia “estetica” (“credo che questa sia la realtà, ma non mi PIACE”) o “psicologica” (“credo che questa sia la realtà, ma mi deprime”), avrei bisogno di ragioni ben più solide, di qualcosa che smentisse uno o più puntelli del quadro che mi sono formato col tempo. Non me lo sono formato “a piacimento”, ho seguito quelli che sembrano ragionamenti coerenti, rifiutando altri talvolta più BELLI, ma che non convincevano appieno. E così mi sono trovata dalla parte dei pessimisti e non vedo una via d’uscita. Ci spero ancora, ma nel frattempo niente ha funzionato.

            Quanto a Chesterton, ho letto il brano che hai riportato e ne condivido l’idea di fonto – che la coerenza di un impianto non è DI PER SE’ la garanzia della sua compatibilità con la realtà – comunque questo non toglie che un’etica debba essere inglobata in una visione del mondo più ampia per via dei legami anche “logici”.

            Mi dispiace se i miei interventi risultano polemici, non è questa l’intenzione principale. E’ la prima volta che mi permetto di intervenire, anche se leggo questo blog già da un po’.

            • @ A.
              Tranquilla un po’ di discussione fa bene, se si cerca di capirsi a vicenda. Capisco bene il tuo problema riguardo a visioni del mondo belle e visioni del mondo vere. Sono stato bloccato anch’io in questa posizione esistenziale parecchio tempo e voglio darti un piccolo spunto, anche a rischio di andare offtopic. Anch’io avvertivo questa avversione contro filosofie che mi sembravano troppo facili. Stavo ben attento a prendere quello che nella vita mi sembrava meglio o “meno peggio” (“succhiare il midollo della vita” come suggeriva Robin Williams in “l’attimo fuggente” e ad escludere quello che mi metteva in difficoltà. Ciò che mi ha fatto fare il primo passo in fuori è stato questo ragionamento (più o meno coscio): “Io so cavarmela in alcuni contesti positivi della vita (scuola, libri, natura, arte, umorismo, persone piacevoli e persone intelligenti…) ma il negativo che c’è nel mondo mi spaventa, mi fa chiudere in me stesso. Forse, visto che sono fortunato e vivo in una società privilegiata e in una famiglia privilegiata posso riuscire a passare la maggior parte della vita senza grossi incontri con ciò che non voglio accettare. Ma ci sono queste persone che ho conosciuto: se la cavano altrettanto bene di me in quella parte del mondo che apprezzo, ma in più riescono ad uscire e ad affrontare il resto (persone stupide, persone con problemi, povertà, malattie…), senza costrizione e senza deprimersi. Sanno apprezzare la musica classica più di me, ma anche giocare a calcio con uno stupido bambino e divertirsi. Sanno divertirsi ad una festa più di me, ma anche parlare con una persona Down senza sentirsi in colpa per la propria sanità e senza considerarla inutile, e senza maledire la realtà a nome suo. Ora, sono io che ho la visione del mondo più realistica e loro ne hanno una illusoria? Sono io che capisco la realtà in modo più ampio e loro ne vedono solo un pezzetto? Come può una pia illusione portarti ad affrontare la realtà meglio di uno sguardo obiettivo derivato da quella stessa realtà? Non sarà più probabile il contrario? Non sarò io che vivo un’illusione disperata? Non sarò io quello parzialmente e volutamente cieco? Di certo studierò queste persone e mi attaccherò a loro almeno finché non riuscirò a scoprire il segreto del loro assurdo apprezzamento della realtà tutta.” Ricordo che in quegli anni c’erano dei versi di una canzone di Bersani che mi risuonavano in testa: “Cadono le stelle e sono cieco/ e dove cadono non so./ Cercherò, proverò davvero/…”
              Naturalmente (me ne rendo conto ora) la mia ricerca necessitava di un presupposto: la convinzione assoluta che non ci sono persone destinare ad adattarsi meglio al mondo per le loro qualità naturali ed altre destinate alla “goffaggine” nella vita, magari a causa del loro animo poetico, come l’albatro di Baudelaire. Possono esserci predisposizioni a certi atteggiamenti, ma non un predeterminismo assoluto. A questo non ho mai creduto, o almeno non ho mai assecondato le mie impressioni in questa direzione. Non saprei spiegare il perché.

  3. L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energia in relazionee ha commentato:
    Un bell’articolo sulla famiglia, consiglio di leggerlo.

  4. Quando non esisteva ancora il “pensiero unico” (cosiddetto)…

    …”sino alla fine degli anni ’60 su 100 matrimoni 98 erano religiosi”

  5. La legge sul divorzio è stato uno dei vari “segni dei Tempi”, che certo ha aperto nuove strade lastricate di nuove sofferenze laddove si credeva sarebbe state “strade di libertà” o di passi avanti per l’Uomo (e in questo inganno è bene ricordare, come per l’ancora più tragica legalizzazione dell’aborto, sono caduti tanti cattolici…).

    E’ la legge sul divorzio che ha causato il disfacimento del senso religioso e “sacro”, anche in senso laico, della Famiglia, la suicida corsa verso la non-natalità, o come appunto dicevo, il segno di quei Tempi che hanno visto e vedono sempre più l’Uomo perdere oltre al senso per il Sacrificio (a cui qualcuno a qui accennato) il senso del “Sacrum Facere”? Sacrum facere che è certamente fare un Sacramento, ma è anche la percezione di compiere qualcosa di sacro, ripeto anche in senso laico: farsi una promessa, prendere un impegno, assumersi una responsabilità che negli sposi si coniuga in modalità che ben conosciamo e che si muovono e dipanano su logiche che sono *profondamente* umane prima ancora che religiose.

    Non è stato in molti casi anche conseguenza di un un modo falso e ipocrita, soprattutto per molti uomini (maschi) di concepire la propria libertà e la propria responsabilità, come pure si potrebbe dire di quel deleterio femminismo che muove i primi passi e si rafforza, negli anni del ’68 ( che guarda caso vengono prima del ’75 😉 )?

    Non è infondo lo svolgersi di un percorso di un cammino che l’Uomo a partire da… (fissate voi una data o una serie di avvenimenti) lo hanno portato ad auto-proclamarsi Re della propria vita? A chiedere al Padre: “dammi la mi parte di eredità (che è come dire Padre per me sei morto…) che me ne voglio andare!”.
    Salvo poi trovarsi a mangiare le carrube con i porci…

    Ed ecco che da qui scaturisce la ben triste e fosca visione che A. sopra ci descrive.
    Quella che vedendo come sommo (e unico) bene, l’evitare sofferenze, a sé e agli altri, finisce per giustificare le peggiori nefandezze o quanto meno chiamare bene ciò che bene non è…

  6. Bariom:

    ….la storia è andata avanti (cronologicamente) e tante cose sono cambiate.
    Ma, forse, se non ci fosse stata la rivoluzione francese, quella russa, la guerre, il cosiddetto ’68, il referendum sul divorzio, eccetra, sarebbe rimasto (a Dio piacendo) tutto uguale come quando Pio IX?

  7. Molte considerazioni di carattere etico,morale e di responsabilizzazione sono più o meno condivisibili.Ciò sul quale, finora, non si è preso con la necessaria sottolineatura è, sia sotto il profilo del matrimonio, che sotto quello della natalità, l’aspetto economico.Che incide non poco nelle decisioni individuali e di coppia..Quando nel post si parla (nella prima risposta) del Sud, con particolare riferimento al caso ” della Sardegna, leader nella de-fecondità e de-nuzialità, una regione che demograficamente sta sprofondando”, quasi certamente non si tiene conto della situazione economica,sociale e soprattutto lavorativa di quella realtà..Mi viene difficile pensare che, in un’area dove il lavoro è letteralmente sparito, sprofondato negli ultimi anni, sia facile mettersi insieme ufficialmente e mettere al mondo dei figli con tanta semplicità.Fuori dall’Italia non è affatto un caso che,le società delle aree del Nord Europa, della Germania, della Francia stessa, vicino a noi, così tanto tacciate di laicismo esasperato,di poca od arida moralità ma con dinamiche economiche e lavorative ben diverse e molto più avanti rispetto a quelle italiane (non parliamo del Sud nostro), siano quelle che, demograficamente hanno superato meglio i problemi di denatalità di qualche decennio fa, mettendo al momento molti più figli.. al netto del matrimonio peraltro..C’è una strettissima correlazione tra evoluzioni/involuzioni demografiche, sociologiche,culturali e l’economia che troppo spesso non vengono considerate..In Italia più che altrove..dalla politica che non sa nemmeno cosa sia la demografia rapportata alle scelte economiche e politiche stesse..

  8. In primis vorrei congratularmi con Jean Paul per aver messo in evidenza, come in quest’epoca, la valutazione “economicistica” nel decidere se procreare o meno (da parte coniugi), sia particolarmente “pesante”.

    Ne avevo fatto cenno anch’io, nel mio post delle ore 23,19 di sabato 3, ma Jean Paul ha ampliato ed esplicato il concetto. Verissima anche la circostanza che le società del nordeuropa (le quali conoscono il divorzio e l’aborto da molto prima di noi) tutelino la natalità con adeguate misure economiche di sostegno alle famiglie non abbienti ed alle ragazze madri, mentre in Italia,fino ad ora, si sono fatti solo bei discorsi al riguardo.

    @ Bariom, vorrei ribadire che il divorzio è un effetto e non una causa del calo dei matrimoni (al massimo una causa SUCCESSIVA che favorisce e agevola l’ulteriore decremento degli sponsali); perchè come ho precisato sopra, la vera causa determinante e originaria è il mutamento epocale della mentalità collettiva e l’attuale concezione del dolore.

    @ Zimisce, Freya ed A., vorrei dire che quello che è bello non necessariamente è vero o perlomeno viene avvertito come tale. L’idea di Platone e di Aristotele che il bello, il vero ed il buono coincidano, è un’idea di MOLTI, ma NON è una verità definitivamente e scientificamente accertata. Il nostro amico A., può si sentirsi su un binario morto e desiderare di spostarsi su un binario che dia alla sua vita un senso maggiormente improntato alla SPERANZA, come quello che Zimisce e Freya gli propongono; ma siamo sempre lì: se A. non avverte la proposta di vita che gli avete esposto, come VERA, non è portato a seguirla.

    Non basta, cari amici, avvertire un’idea come bella e mirabile, perchè la si segua e si operi in conformità, bisogna perlomeno ammettere, perlomeno a livello di RAGIONEVOLE POSSIBILITA’, che quell’idea sia vera. Non si può, in buona sostanza, lottare per un’illusione, se la si ritiene, appunto, solo un’illusione.

    @ Zimisce, segnatamente, vorrei dire che l’opinione di Chesterton è sensata quando afferma che la coerenza di un impianto logico non significa che esso sia compatibile con la realtà e che un piccolo cerchio è, in un certo senso infinito, ma ci dà una visione molto riduttiva del mondo. Ma come faccio io a sapere che l’impianto logico opposto (che pure si proclama logico) sia invece, lui si, compatibile con la realtà? Come faccio io a sapere se il cerchio più ampio, ci dia invece una visione distorta della realtà, invece che riduttiva? Poi, non c’è soltanto Chesterton da citare; ce ne sarebbero di citazioni in senso contrario, su cui riflettere.
    Per esempio, si potrebbe rammentare, fra i tanti, Guido Ceronetti (celebre scrittore e poeta, vivente):”È strano che non succeda. Troverei, medico, normalissimo che una donna incinta abortisse dopo aver scorso un giornale quotidiano”.

    Non sono certo massime popolari e allegre, ma esprimono bene l’attuale concezione del dolore, cui facevo riferimento sopra.

    Insomma, le riflessioni che si possono fare sono tante, l’importante,però, è che il nostro amico A., possa trarre le sue conclusioni serenamente e liberamente per giungere al MEGLIO per se.

    Del resto non sta forse scritto nella 1a lettera ai tessalonicesi: “Accertatevi di ogni cosa”? A69

    • @ Bariom

      ho riletto più attentamente il tuo post delle 0,09 ed ho constatato che le nostre posizioni sul divorzio come “causa” primaria o secondaria della de-matrimonialità, non sono poi tanto lontane. A69

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