Fin che la barca va

 

di Raffaella Frullone 

Siccome quando è andata in onda ero impegnata nell’ordine: a risolvere al telefono il dilemma della mia amica Vanda: «Ex. Tornarci oppure no? », a discutere in Skype con il mio migliore amico (sì, ne ho uno maschio, è straordinario ed e’ anche single… se qualcuna vuole farsi avanti, organizzo incontri) sul disegno di Dio sulle nostre vite e infine a resistere al richiamo di Morfeo, non ho visto la puntata.

Per la verità potevo tranquillamente guardarla invece di esercitare il mio delirio di onnipotenza, dal momento che ovviamente le posizioni dell’uno e dell’altra non sono cambiate di molto nonostante (o a causa?) delle mie predicazioni, e Morfeo mi ha comunque rapito poco dopo, ma è andata così. Ho dovuto aspettare che Giuliana, la mattina dopo, provvidenzialmente me la servisse sulla sua bacheca di Facebook per vedere la puntata di Matrix in cui è andata in onda una breve intervista a Costanza.

Il mio obiettivo era di verificare se la Miriano aveva davvero avuto il coraggio di farsi riprendere senza piega e con gli occhi a panda, come mi aveva annunciato, così ho cercato di andare subito al minuto 31, ma non essendoci riuscita ho guardato tutto quello che veniva prima, e, siccome la puntata si rivelava interessante, anche buona parte di quello che è stato trasmesso dopo il suo intervento.

La puntata si intitola “figli contesi” e ad aprire le danze è il conduttore Tiberio Timperi, separato, autore di un libro dal titolo: “Nei tuoi occhi di bambino”, romanzo che mette nero su bianco parte della sua drammatica esperienza di padre che vive delle oggettive difficoltà a stare con il figlio avuto dalla ex moglie. Timperi chiede: «Perché si deve lottare per vedere un figlio? Un figlio non è un’elemosina, un figlio è un diritto». E subito richiama alla necessità che il nostro paese si doti, “come gran parte dei paesi europei”, di due provvedimenti che ritiene essenziali per gestire situazioni delicate di famiglie che si disgregano: i patti prematrimoniali e il divorzio breve, che saranno i temi cardine del programma.

Dunque, a me Timperi sta anche simpatico, e devo dire che il suo racconto mi ha molto toccato, perché davanti alle telecamere, le stesse con le quali lavora ogni giorno, a stento è riuscito a trattenere la commozione. Le sue parole raccontavano di un groviglio complesso di sentimenti nei confronti della mamma di suo figlio, colpevole di essersi portata via affetti ed effetti, e soprattutto raccontavano di una grande nostalgia nei confronti di quello che certamente è il bene più grande della sua vita. Tuttavia parlare di un figlio come diritto, di patti prematrimoniali e divorzio breve come una terapia antidolorifica per le famiglie che si disgregano mi ha fatto subito intravedere la direzione della puntata e del dibattito televisivo, che ovviamente rispecchiano a pieno il mondo in cui viviamo.

Tra i primi servizi mandati in onda ce n’è uno dedicato alle difficoltà dei padri separati a gestire la propria vita. I problemi sono innanzitutto di ordine economico: essendo generalmente chiamati a provvedere al mantenimento dei figli e avendo lasciato la casa familiare, un esercito di padri si trova senza un luogo in cui vivere e a volte senza un lavoro stabile, chi può torna dai genitori, molti sono costretti a rivolgersi alla Caritas o a strutture assistenziali, altri per periodi più o meno lunghi si riducono a dormire in macchina. A questo si unisce il disagio e l’imbarazzo nei confronti dei figli, e l’astio con la ex moglie non aiuta la gestione della situazione, insomma un dramma. Dire che i padri intervistati erano affranti è poco, chi non lo sarebbe al posto loro? Così il servizio che doveva mettere in luce le difficoltà economiche di questi uomini, mette soprattutto in luce la loro profonda solitudine, il senso di frustrazione, di umiliazione. Questi padri raccontano di una quotidianità a tratti priva di aspettative, fatta di sacrifici e rinunce, non solo materiali, che si nutre di acredini e litigi con la ex moglie per questioni a volte banali, pur sapendo che forse quello che fa più male e’ il fallimento di un progetto di vita.

Non so se qualcuno di voi l’ha vista, ma mi stringeva il cuore. Posso solo provare a immaginare cosa possa provare un bambino che ha visto il papà prima andar via di casa, magari senza comprenderne a fondo i motivi, e poi capire che non ha una casa in cui stare. Posso solo provare a immaginare il dolore acuto e costante di un padre che non può trascorrere del tempo con suo figlio, non può insegnargli le cose del mondo, guidarlo e crescerlo.

Pensavo a questo mentre la puntata andava avanti, mentre avvocati, psicoterapeuti e sociologi sbandieravano i benefit del divorzio breve e dei patti prematrimoniali. E la compassione verso questi padri si è fatta rabbia quando Vittorio Vezzetti, pediatra, ha dichiarato che per un bambino in realtà non è problematico fare la spola tra la casa del padre e quella della madre. «Dire che un bambino non può avere due case e’ come dire che non può parlare due lingue. Non è così. evidenze scientifiche (?!?) che arrivano dagli Stati Uniti ci dicono che questi bambini sono più intelligenti perché più stimolati, andranno meglio a scuola e saranno in grado di gestire meglio le relazioni». Come dire, non solo separarsi non provoca alcun trauma, è pure consigliato a chi vuole avere un figlio sveglio.

Che tristezza. Cosi, mi chiedevo se davvero siamo ridotti a questo, a considerare una famiglia che si sgretola così normale da auspicare che avvenga nel più breve tempo possibile e da illuderci e convincerci che avvenga senza dolore.

Mentre ascoltavo la puntata in streaming leggevo i giornali. La scorsa settimana la vicenda Rai ha portato alla luce una piaga purtroppo comune a molte realtà lavorative italiane: quello di non garantire la maternità alle lavoratrici, ma di licenziarle, se lavorano contratto atipico, si tratta di un atteggiamento vergognoso non solo del mondo del lavoro, ma indegno per un’intera società, infame perché colpisce un esserino fragile e indifeso invisibile che ha la sola colpa di trovarsi nel grembo di una mamma senza contratto a tempo determinato. Per questo silenzioso e ignobile modo di operare tanti bambini rischiano di non vedere la luce, come mi ha raccontato tante e tante volte la mia amica Paola Bonzi.  Ecco perché tutelare il lavoro della madre significa innanzitutto tutelare il mondo di domani, il futuro, l’avvenire. Questa è una guerra silenziosa di fronte alla quale non possiamo in alcun modo abbassare la guardia. Soprattutto quando la conseguenza diventa il convincerci che in situazioni di precarietà non conviene mettere a mondo un figlio, non è così, dobbiamo combattere la mentalità di chi sbaglia e considera un bambino un ostacolo, non piegarci alla sua logica.

Facendo un paragone mi sono chiesta come mai contro la precarietà lavorativa siamo tutti più o meno d’accordo nel lottare, nel pretendere che lo Stato agisca e tuteli i nostri figli mentre di fronte alla precarietà familiare non facciamo altrettanto

Mi sono chiesta se davvero quei quattro milioni di padri separati (dato reso noto in puntata da Matrix) venissero fuori da quattro milioni di situazioni in cui la separazione era davvero inevitabile, mi sono chiesta se forse non potevamo aiutarli prima, quei papà oggi senza casa (e le loro mogli, e i loro figli), mi sono domandata se invece di proporre il divorzio breve o i patti prematrimoniali non si potrebbero aiutare le coppie ad affrontare tensioni e difficoltà. Guardando i sacrifici, la fatica e la solitudine di questi uomini mi sono chiesta se non fosse possibile incanalare queste energie nelle famiglie che avevano creato, cercando di mettere a posto le cose insieme alle proprie mogli, in casa con i propri figli. Mi sono chiesta se non sia possibile offrire alle famiglie, al posto dei patti prematrimoniali, un percorso che le sostenga nei momenti di difficoltà, che offra loro un’alternativa all’addio. Mi sono chiesta se le separazioni in continua crescita siano davvero tutte quante inevitabili o forse qualche nucleo potrebbe salvarsi, se avesse intorno una rete di sostegno e sapesse a chi rivolgersi per superare le fatiche di ogni giorno e le debolezze sue del coniuge. Di fronte ad un divorzio generalmente entrambi i genitori soffrono, faticano, sono chiamati a scendere a compromessi, non conviene a questo punto giocarsi la fatica in casa, o meglio in famiglia?

Quel giorno ho affidato il mio sfogo a facebok “Mmmm… perché per avere un figlio il posto fisso sembra una condizione imprescindibile, mentre il partner fisso pare un optional?”

Forse suonava provocatorio, ma era questo che volevo dire: c’è una precarietà che ai bambini fa più male di quella lavorativa ed è quella affettiva. C’è un’instabilità molto pericolosa e subdola contro la quale dobbiamo lottare con la stessa forza, ai nostri figli dobbiamo garantire una solidità familiare di cui dobbiamo farci carico come individui e come società.

 Per la verità credevo di avere detto la cosa più ovvia del mondo, ma il fatto che non tutti siano stati d’accordo mi ha fatto pensare che o non ero stata molto chiara, oppure che aveva ragione Costanza Miriano, nel suo intervento compattato in pochi minuti: stiamo facendo l’abitudine allo spontaneismo, “finché la barca va, lasciala andare”, e quando non andiamo più d’accordo, una firma e tanti saluti.

 Ma noi l’abitudine non vogliamo farcela e continuiamo a lottare per le cose grandi e vere, anche se l’obiettivo è ambizioso e il mondo rema nel verso opposto.

 PS naturalmente Costanza non aveva gli occhi a panda. Dopo 8 di lavoro, una e mezza di sonno, con quattro figli e un libro in preparazione notturna pareva fresca come una rosa, era una controfigura?

96 pensieri su “Fin che la barca va

  1. nonpuoiessereserio

    Questa piaga sociale dei padri separati mi tocca molto. E’ uno dei tanti flagelli delle nostre conquiste sociali. Quante vite si stanno consumando più o meno lentamente come delle candele accese sotto il sole che nessuno vede se non calpestandole di tanto in tanto quando ne vieni a contatto più o meno casualmente? Personalmente ho delle esperienze molto vicine e posso dire che si tratta di solitudine vera e profonda, sofferenza quotidiana attenuata da brevissimi momenti di calore affettivo che appena se ne va ti lascia ancora più solo. Si sopravvive dissetandosi con piccoli sorsi camminando senza saper dove andare, il futuro è permanenetemente grigio, il lavoro spesso diventa un peso in mancanza di un progetto di vita. La sensazione di aver fallito è una palla al piede. Umanamente l’amicizia può aiutare, spiritualmente solo Dio ti può salvare. E chi non proclama questo scandalo delle separazioni decantandone addirittura il loro fascino rivoltando la verità se la vedrà con il giudizio eterno.

  2. Francesca

    Raffaella, i miei complimenti per il blog! perché testimoniare le nostre “voci contro” è indice che non siamo ancora completamente inglobati dal pensiero comune!

  3. Poiché immagino che anche qualche padre separato leggerà questo post, segnalo che il movimento Famiglie Separate Cristiane ( http://www.chiesacattolica.it/famiglia/siti_di_uffici_e_servizi/ufficio_nazionale_per_la_pastorale_della_famiglia/00007112_Movimento_Famiglie_Separate_Cristiane.html ), con cui mi onoro di collaborare ha una serie di iniziative concrete di aiuto, tra cui questa: http://www.provincia.milano.it/export/sites/default/affari_sociali/che_area_ti_interessa/Minori/padri_separati/index.html

    1. lidia

      don Fabio, grazie! per la prima volta da quando i miei si sono separati (ormai nel lontano 1998..), guardando il sito, ho sentito una grande pace per il grande lavoro che fate.
      Purtroppo – io lo ripeto perché la mia esperienza possa servire ad altri – a volte non è facile trovare comprensione all’interno della Chiesa per situazioni del genere, e la sofferenza che si genera è enorme.
      Certo chi non l’ha provato non lo può sapere, ma a volte c’è, nei cattolici, una certa aria di sufficienza, di condanna, di incomprensione che raggela. Come sempre, al contrario, in tanti altri cattolici c’è, invece, una profonda comprensione che aiuta non solo ad accettare la situazione, ma a vederla come un’opportunità di santità (sopratutto nel caso dei figli, questo è essenziale, come forse Erika anche può dire).
      Forse dovremmo liberarci dalla paura di affrontare il mondo così com’è…io ho passato tutta l’adolescenza e la prima giovinezza a cercare di scendere a patti col fatto che la mia famiglia è così com’è, il percorso è lungo e fa sempre, ancora male, ma quando si capisce che tutto si può santificare cambia la prospettiva.
      Comunque, sempre, cercare di salvare i matrimoni è la prima cosa. La puntata di Matrix aveva aspetti agghiaccianti, purtroppo ….

  4. Erika

    E’ un argomento che, come figlia di divorziati da quando avevo 1 anno e mezzo, mi tocca molto, anche se, per una serie di motivi con cui non sto ad annoiarvi, nel mio caso io sono rimasta con mio padre.
    Una cosa che mi fa molta rabbia è che, passati i primi anni di grande confusione, i miei genitori hanno iniziato a rimpiangersi a vicenda e tuttora entrambi (persino mio padre che si è anche risposato!), a volte lasciano intendere di pensarsi con nostalgia reciproca.
    Il matrimonio dei miei genitori si poteva salvare, così come quello di moltissimi di quei quattro milioni citati da Raffaella.
    Credo che occorrano pazienza, disposizione al perdono e, da parte degli altri, un aiuto delicatissimo.
    Quando avevo quasi 5 anni, i miei avevano deciso di riprovarci. Dovevamo andare in vacanza tutti e tre insieme, ma si sono messi in mezzo i nonni, (che purtroppo a volte non fanno che rinfocolare i rancori reciproci) e anche un gruppo di Comunione e Liberazione che mio padre aveva preso a frequentare e che alla fine l’ha convinto che prima di riallacciare i rapporti con mia madre era opportuno che lei (all’epoca una 25enne atea), facesse una sorta di confessione pubblica.
    Per questo ribadisco: tutto l’aiuto possibile alle coppie in crisi, ma, per favore, delicatezza estrema.

  5. Miriam

    Grazie Raffaella.
    Hai ben centrato il problema e i sentimenti.
    Noto che non si parla mai della sofferenza dei genitori e dei nonni di fronte al fallimento dei loro figli e allo sbandamento, attutibile ma inevitabile, dei nipoti. A volte, ci si chiede dove si è sbagliato e magari lo si vede anche; ma non serve, non è l’unica causa, bisogna ingoiare offrire e andare avanti cercando di esserci positivamente e costruttivamente per quel che si è e si può hic et nunc.

    Purtroppo il nostro ‘sentire’ e le nostre scelte sono controcorrente rispetto a cultura e leggi dominanti.
    Avverto un grande senso di impotenza, ma non si spegne il desiderio di bene e di rinascita per tutti. Ma forse c’è da toccare ancora più il fondo, prima che la consapevolezza dell’Unica Via di Salvezza si risvegli nelle coscienze?
    Nel frattempo, continuiamo a sperare, pregare e fare del nostro meglio nei nostri ambiti…

  6. Mario

    Cara Raffaella,

    mi ha impressionato leggere la seguente frase: «Dire che un bambino non può avere due case e’ come dire che non può parlare due lingue. Non è così. evidenze scientifiche (?!?) che arrivano dagli Stati Uniti ci dicono che questi bambini sono più intelligenti perché più stimolati, andranno meglio a scuola e saranno in grado di gestire meglio le relazioni».

    Giurerei di aver letto più di un articolo che parlava di studi comparativi tra i figli di coppie sposate e divorziate, e che tutti questi studi concordavano sul fatto che i figli di coppie divorziate erano statisticamente più a rischio di cadere in dipendenze (alcol, droga, sesso), in situazione di disagio sociale (bullismo, criminalità) e in psicopatologie di vario genere. Purtroppo in questo momento non sono in grado di fornire un riferimento preciso, ma forse tu, che sei una giornalista, potresti trovare qualcosa in rete. Comunque, ho da poco riletto questo saggio di Francesco Agnoli, che mi sembra molto istruttivo:

    http://www.libertaepersona.org/wordpress/2012/02/fermate-maurizio-paniz-e-il-divorzio-breve/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=fermate-maurizio-paniz-e-il-divorzio-breve

    Mi sembra che, con un po’ di onestà intellettuale, non dovrebbe volerci molto a capire che un figlio che assiste alla fine del matrimonio dei genitori ne riporta una ferita che difficilmente non provocherà conseguenze gravi. Purtroppo, ci tocca invece sentire che non è così, che i figli del divorzio non riportano danni più gravi di quelle che avrebbero se i genitori si sforzassero di restare insieme e di superare i loro conflitti, anzi che la separazione ed il successivo ricostituirsi di altre coppie (le cosiddette “famiglie allargate”) sono la soluzione migliore anche per i figli…

    Io non so a te, ma a me si rizzano sempre le antenne quando sento dire che il bene del più debole coincide con l’interesse del più forte…

    Poi è giusto dire che quasi tutte le coppie, prima o poi attraversano momenti di difficoltà anche gravi (ne so qualcosa, personalmente!), ed è purtroppo facile in quei momenti buttare a mare il bambino insieme con i panni sporchi, anche perché la legge lo consente e la società lo approva.

    Io mi chiedo: ma invece di una legge per rendere il divorzio più rapido, non si potrebbe fare una legge per permettere alle persone di contrarre un matrimonio da cui non si può divorziare?

    Complimenti per il post, continua così!!!

    1. JoeTurner

      “ma a me si rizzano sempre le antenne quando sento dire che il bene del più debole coincide con l’interesse del più forte…”
      Questa è bellissima e applicabile praticamente ad ogni campo!

  7. 61Angeloextra

    Grazie Raffaella!
    Soprattutto per questo suggerimento: “Di fronte ad un divorzio generalmente entrambi i genitori soffrono, faticano, sono chiamati a scendere a compromessi, non conviene a questo punto giocarsi la fatica in casa, o meglio in famiglia?”.
    La mia famiglia non è mai stata un oasi di pace proprio a causa del rapporto tra mio padre e mia madre, al quale si aggiungeva il lato economico: 5 figli piccoli (diventati poi 7 dopo una decina di anni) da mantenere con il solo lavoro di mio padre, mia madre faceva (quando poteva) la sarta in casa per arrotondare, ma i soldi non bastavano mai lo stesso. Ho sofferto molto, anzi abbiamo sofferto molto, di questa situazione ed io in particolare che ero la quinta, cioè quella meno desiderata a quei tempi perché una bocca in più da sfamare. Quante volte mi sono sentita dire: “Era meglio se non eri nata!”. Si può dire di avere “odiato” la propria madre? Non lo so ma purtroppo era la verità. Oggi, venuta a conoscenza di alcune cose, ringrazio mia madre per non avermi abortito (AMOOO LA VITAAAAA!!! 😀 ), ma molte volte, da bambina e per anni, mi sono detta: “Perché mi hanno messo al mondo?”. .. “Che stanno insieme a fare se si scannate e si scaricano con noi?”… etc., etc., ect. Adesso, col senno del poi, dco: “Grazie mamma! Grazie babbo! Almeno ho avuto una famiglia!”.

    1. 61Angeloextra

      Mario:
      “Dire che un bambino non può avere due case e’ come dire che non può parlare due lingue”, anche a me questa cosa fa venire i brividi! la mia migliore amica, divorziata da anni, con due figlie molto sensibili e delicate, si “autoconvince” che le bimbe (ormai cresciutelle) non soffrono della cosa. Peccato che quando le incontro mi dicono sempre (quando non c’è la madre): “Zia Angela, ma tu ci preghi ancora perché il babbo e la mamma tornino insieme? Noi ci preghiamo sempre ma non possiamo dirlo alla mamma altrimenti si arrabbia tantissimo!”. la mia risposta è sempre la stessa: “Continuiamo a pregare senza farlo sapere alla mamma!”.
      “il bene del più debole coincide con l’interesse del più forte”, questo ragionamento è dettato dalll’egoismo puro!…

  8. Che tristezza!
    Purtroppo la situazione è devastante per i bambini. Nella nostra famiglia abbiamo un tasso di 100% dei cuginetti di mio figlio che hanno i genitori separati. Dunque le vacanze sono con i cugini, con i figli dei nuovi compagni, non si riesce ad averli mai tutti insieme, ecc.
    Abbiamo visto, sia in Italia sia in Brasile, lotte furiose e bambini massacrati. Depressione, disturbo ossessivo-compulsivo o DOC, bulimia e bullismo a scuola a soli 5 anni sono alcune delle conseguenze subite dei vari nipoti, che variano in gravità a seconda della sensibilità del pargolo e della dimensione del rancore provato dai genitori.
    Spesso sento frasi che riportano quella sensazione riferita da Erika: “ho solo cambiato i problemi, ma forse in peggio”, “adesso non posso più tornare indietro, altrimenti traumatizzo un altro di bambino”, certo, perché nel frattempo le famiglie si sono allargate e ci sono i figli delle nuove unioni. Oppure quel accorgersene che, se prima non ci si riusciva ad andare d’accordo, adesso le cose non possono che peggiorare e ogni scelta (dall’abbigliamento alla scuola) diventa terreno di battaglia.
    Sentendo Matrix ieri pensavo che noi donne abbiamo veramente preso il peggio dagli uomini. Ci siamo riuscite, siamo uguali, ha ragione Cremonini. A furia di urlare per la parità, non abbiamo più chiesto a loro di fare da uomini, di tirare fuori gli attributi e difendere la famiglia con la vita, di essere la guida autorevole ed il sostegno materiale. Non si è chiesto loro di migliorare, di essere fedeli, di non prevaricare perché avevano il potere economico. Si è deciso di lottare per avere le armi pari, per avere il coltello dalla parte del manico. Mi sembra anche che ci siamo riuscite: adesso le “cattive” (qui ci stava una parolaccia, ma non voglio giocarmi il bonus 2012) siamo noi. Con lo strozzinaggio che si è prefigurato, li teniamo al loro posto, quei cattivoni degli uomini, li teniamo al guinzaglio, proprio come facevano loro quando eravamo relegate a casa a fare quell’indegno mestiere di madre e di moglie!!! Che bella vittoria, abbiamo preso il peggio e siamo fiere.
    Testo Gli Uomini E Le Donne Sono Uguali Cesare Cremonini:
    (…)
    ma tanto non ci crede piu’
    nessuno alla favola
    di donne chiuse in casa
    mentre l’uomo va al lavoro
    no e’ solo un invenzione
    le donne le ho capite
    perche’ sono come loro
    romantico e sensibile
    ma pure capriccioso
    passare le giornate insieme a loro
    e l’unico interesse e’ avere un uomo
    gelosie tradimenti
    e notti col coltello in mezzo ai denti
    e nelle mutandine le belle signorine
    si fanno corteggiare
    dopo fanno le bambine
    altre fanno uso di parole come biglie
    c’e’ chi le corteggia
    come dolci meraviglie
    ma io mi sono arreso
    curando questi mali
    gli uomini e le donne sono uguali
    (…)
    ci risiamo ma e’ quello che vogliamo
    cerchiamo donne supersexy e
    poi ci lamentiamo
    chiediamo fedelta’ assoluta e
    non la promettiamo
    capisco se una donna
    si ribella al capitano
    ma va bene giochiamo ad armi pari
    gli uomini e le donne sono uguali
    sono uguali
    (…)

  9. Buon giorno a tutti! […] Lo dico per esperienza personale: mio nonno picchiava la moglie tutti i giorni e legava i figli al balcone.
    Anni dopo i figli non erano certo contenti che mia nonna fosse rimasta con mio nonno ” per i figli e la famiglia “.
    Avrebbero preferito non averci più niente a che fare. Quando mio nonno ha quasi mandato all’ospedale me abbiamo cambiato casa.
    Scusami ma anche mio nonno con gli altri piange e fa il padre abbandonato, ma dato che lo conoscono nessuno gli crede più. Credimi i figli preferiscono non vedere più un genitore che vederlo picchiare la propria madre.

    ***************************************

    ADMIN>
    mi dispiace ma ho dovuto cancellare la parte relativa alle vicende private di Timperi

      1. purtroppo un carabiniere amico dei miei ci disse che non gli avrebbero fatto nulla, solo una perizia psichiatrica forzata, tempo una settimana sarebbe stato a casa più cattivo di prima.

    1. 61Angeloextra

      Paperella: mio padre e mia madre non ci picchiavano tutti i giorni e tanto per e non ci legavano né al balcone né altrove, ma a volte arrivavano sonori schiaffi derivati dal fatto che erano nervosi tra loro.

  10. nessuno è la famiglia del mulino bianco ma sapere che tua nonna è malata terminale e sentire che tuo nonno le urla ” stai zitta, tanto stai morendo, adesso ti spacco una sedia in testa e ti aiuto io! ” Non sai quanto mi ha fatto desiderare che mia nonna, non ci fosse mai tornata insieme a quell’animale. Per tutti i mesi prima di andare via ( i mesi nei quali nonna stava morendo ), per 5 mesi ho dormito con il coltello da cucina sotto il cuscino perché lui dopo avermi picchiata diceva sempre a mia madre che un giorno mi avrebbe ammazzata. Così la notte appena si alzava io mi svegliavo, e stringevo forte il manico del coltello più lungo che ho trovato.
    Ci ho messo anni per dormire la notte senza svegliarmi urlando se una zanzara mi passava accanto, e devo dire che è merito del mio ragazzo, che ha fatto un sacco di notti in bianco con me stringendomi e dicendomi che andava tutto bene. Questo succedeva appena 7 anni fa.

  11. Alessandro

    “Nei confronti dei cristiani che vivono in questa situazione e che spesso conservano la fede e desiderano educare cristianamente i loro figli, i sacerdoti e tutta la comunità devono dare prova di una attenta sollecitudine affinché essi non si considerino come separati dalla Chiesa, alla vita della quale possono e devono partecipare in quanto battezzati:

    « Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il Sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza, per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio ». (Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 84)”

    (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1651)

    ” I divorziati risposati, tuttavia, nonostante la loro situazione, continuano ad appartenere alla Chiesa, che li segue con speciale attenzione, nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione alla santa Messa, pur senza ricevere la Comunione, l’ascolto della Parola di Dio, l’Adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza, l’impegno educativo verso i figli.”

    (Benedetto XVI, Esort. apost. Sacramentum caritatis, 29)

    “Ogni comunità cristiana eviti qualsiasi forma di disinteresse o di abbandono e non riduca la sua azione pastorale verso i divorziati risposati alla sola questione della loro ammissione o meno ai sacramenti: lo esige, tra l’altro, il fatto che la comunità cristiana continua ad avere occasioni di incontro con queste persone, i cui figli vivono l’esperienza della scuola, della catechesi, degli oratori, di diversi ambienti educativi ecclesiali.

    Nella certezza che i divorziati risposati sono e rimangono cristiani e membri del popolo di Dio e come tali non sono del tutto esclusi dalla comunione con la Chiesa, anche se non sono nella “pienezza” della stessa comunione ecclesiale, si mettano in atto forme di attenzione e di vicinanza pastorale.

    Ogni comunità ecclesiale, di conseguenza, li consideri ancora come suoi figli e li tratti con amore di madre; preghi per loro, li incoraggi e li sostenga nella fede e nella speranza, non si stanchi di illuminarli con la parola di Cristo, di stimolarli a un’esistenza morale ispirata alla grande legge della carità, di invitarli alla conversione.

    Da parte della comunità cristiana e di tutti i suoi fedeli, pur qualificando come disordinata la loro situazione, ci si astenga dal giudicare l’intimo delle coscienze, dove solo Dio vede e giudica.

    Con grande delicatezza e cogliendo diverse occasioni propizie (quali la nascita di un figlio e l’eventuale richiesta del battesimo, una sofferenza o un lutto familiare, la visita alle famiglie…), i sacerdoti, i parenti, i vicini di casa, altre coppie particolarmente sensibili e preparate sappiano avvicinarli e iniziare con loro «quel dialogo che potrebbe illuminarli circa la posizione della Chiesa verso di loro, senza ingannarli sulla verità della loro situazione, ma insieme testimoniando una sincera carità fraterna» (“La pastorale dei divorziati risposati e di chi vive in situazioni matrimoniali irregolari o difficili”, n. 19)”

    (Direttorio Pastorale Familiare, n. 215)

  12. Erika

    Avevo già parlato di questo, ma alcuni interventi mi spingono a riproporre una riflessione personale.
    Purtroppo quello che dice lidiafederica è vero: in certi ambienti, soprattutto cattolici, noi figli di divorziati siamo/siamo stati guardati con pietà.
    Capisco che non è per cattiveria, anzi.
    Però da piccoli fa molta rabbia quell’atteggiamento. Si dava quasi per scontato che noi, “poverini”, saremmo andati incontro a ogni genere di disastri. Droga, dipendenze, disturbi mentali di ogni tipo…
    Ora, io concordo sul fatto che è una solenne scemenza considerare il divorzio come un evento auspicabile, che addirittura avrà conseguenze solo positive sulla vita dei figli, però non si può nemmeno, per sostenere un’idea giusta, piegare la realtà…
    Dire che per un bambino avere due case è situazione naturale come conoscere due lingue è sciocco, tanto quanto dire che avere due case porterà quasi inevitabilmente al disastro esistenziale.
    Non è vero: sono qui a dimostrarvelo…
    😉

    1. lidiafederica

      soprattutto bisogna SEMPRE SEMPRE SEMPRE ricordarsi che per il bambino, o l’adolescente, quella è la sua famiglia, non è che ne può avere un’altra. Bisogna aiutarlo non dicendogli “eh, peccato che sia così” “eh che cattivi i tuoi genitori”, ma aiutandolo a ricrearsi un’idea di famiglia, ad accettare la situazione (anche pregando e attivamente impegnandosi per la riconciliazione, ma senza farlo sentire un fallito se ciò non succede).
      Non bisogna MAI creargli un senso di rifiuto verso la propria famiglia, o di fallimento se il matrimomio dei suoi non si ricompone.

  13. Alessandro

    Benedetto XVI ai sacerdoti:

    “Incoraggiate i coniugi, condividetene le responsabilità educative, aiutateli a rinnovare continuamente la grazia del loro matrimonio. Rendete protagonista la famiglia nell’azione pastorale.
    Siate accoglienti e misericordiosi, anche con quanti fanno più fatica ad adempiere gli impegni assunti con il vincolo matrimoniale e con quanti, purtroppo, vi sono venuti meno.”

    (Benedetto XVI, Incontro con le famiglie e con i sacerdoti, Ancona, 11 settembre 2011)

  14. Io ho una sorella divorziata, due volte. Dal primo dei due matrimoni è nata una figlia, che oggi ha vent’anni ed è la mia gioia. E’ una ragazza fin troppo assennata, ma anche solare e gioiosa, che tutto sommato sta trovando una sua collocazione nel mondo più e meglio della maggior parte dei suoi coetanei, quindi è un buon esempio di figlia di separati che è cresciuta bene, però… però mia nipote ha avuto un padre, perché negli anni cruciali dell’adolescenza la figura maschile di riferimento per lei sono stato io, ed ha avuto anche una madre, visto che ha vissuto più a casa di mia madre (sua nonna) che a casa di mia sorella.
    Il problema, io credo, non nasce tanto dalla separazione dei genitori in sé, quanto dal fatto che molto spesso questa separazione si porta dietro l’abolizione del padre. Perché una madre, per quanto geniale, non può fare anche il padre, come il padre non può fare anche la madre, sono ruoli diversi e incompatibili (il braccio forte e la mano carezzevole) e se il ragazzo è fortunato, e se ha intorno una buona rete familiare, trova figure sostitutive, altrimenti…
    Qualche tempo fa sono rimasto impressionato nel vedere un mio amico, ottima persona peraltro, letteralmente tiranneggiato dalla figlia, che con due piantarelli riesce a ottenere tutto ciò che vuole. Questo perché a causa della rottura dell’alleanza matrimoniale quest’uomo cerca nella figlia la sua alleata, il suo ritrono affetivo. Razionalmente si rende anche conto che in questo modo abdica al suo ruolo di educatore e padre, ma è più forte di lui, non ce la fa, perché evidentemente il pianto della figlia mette in moto delle spinte inconscie che lui non è assolutamente in grado di gestire.

  15. Ad Alessandro invece vorrei dire che un conto è il magistero, che è chiaro ed univoco in materia, almeno dal “direttorio di pastorale familiare” che è degli anni ’80 (dovrei controllare, vado a memoria), e un conto è la prassi pastorale, che purtroppo è spesso disastrosa, troppi preti per ignoranza o per dogmatismo o forse anche (dio ce ne scampi) per pigrizia non si fanno carico di queste situazioni con la delicatezza e la premura che meriterebbero e ancora oggi, trent’anni dopo il “direttorio”, mi capita di ascoltare racconti che fanno accapponare la pelle, grondanti disumanità e durezza ingiustificata.

    1. Alessandro

      Il Direttorio è del ’93.
      Sì, purtroppo la prassi pastorale è spesso sclerotizzata, inadempiente, lacunosa, abborracciata.
      Conosco sia sacerdoti che rinunciano a dire la verità sulle situazioni irregolari (sono quello che auspicano la comunione ai divorziati ecc.), sia sacerdoti che praticano, appunto, una “durezza ingiustificata”, che può far sentire i separati esclusi dalla comunione ecclesiale.

      1. lidiafederica

        i separati posso tranquillamente fare la comunione, se sono solo separati e non hanno nuovi legami, ma vivono, per l’appunto, da sposati ma separati. Il problema è con i divorziati risposati.

  16. admin

    VORREI CHIEDERE AI COMMENTATORI DI POSTARE COMMENTI CON LINK VIDEO CON PARSIMONIA PERCHE’ RALLENTANO NOTEVOLMENTE IL CARICAMENTO DELLA PAGINA.
    GRAZIE

  17. Erika

    Condivido Don Fabio (e Lidiafederica).
    Quello che fa davvero male, sempre e senza eccezioni, è la perdita di un genitore, il senso di abbandono.

  18. Maxwell

    I problemi sono tanti…..

    Anzitutto la “quotidianità” del vivere insieme, le liti per apparecchiare,le liti tra fratelli per chi vuole il pesto e chi il ragù, chi la pasta corta e chi gli spaghetti …….. tutte le sciocchezze quotidiane che ti mancano troppo.
    Poi le tante volte che ti senti un taxista e non un padre…..
    Le tentazioni di insultare quella “p…… di tua madre”…… e stare zitto non sapendo se il tuo è un silenzio santo o un silenzio complice……….
    Riaccompagnare a casa la figlia e vedere tra le finestre un altro dentro CASA TUA e non potere fare niente altrimenti sai già che con le leggi attuali non vedi la tua prole fino alla maggiore età….anche se la voglia di fare come il dr. house è tanta……

    I problemi economici……
    I problemi di solitudine, perchè nell’età di mezzo o hai gli amici sposati che ovviamente non escono tutte le sere o i ragazzini o gli amici separati che ti portano alla devastazione morale.
    I problemi che a volte invece ti impediscono persino di uscire a bere una birra perchè lei non ha soldi e “tua figlia è indietro di un pasto con la mensa scolastica”

    meglio fermarsi qua perchè iniziano a girarmi vorticosamente.

    P.S.
    Poi per un cattolico ci sono dei problemi in più, quelli che frenano gli atti impuri….. ma è finita la pausa pranzo.

  19. Non e’ giusto vivere in una famiglia dove si vede odio,rancore, violenza, vendetta. Non lo auguro a nessuno. Puo essere un vero inferno la famiglia. Si parla sempre della sofferenza dei figli con i genitori separati. Ma quella di chi vive in famiglie dove i genitori si insultano e dove volano schiaffi? non esistono solo le violenze fisiche ma anche psicologiche. Ho avuto fortuna in base ai ragionamenti che leggo. Sono cresciuto in una famiglia all’antica dove la separazione e il divorzio non erano contemplati. Certo oggi nessuno di noi si droga,abbiamo studiato e lavoriamo tutti.
    Non e’ ipocrita e orrendo salvare il proprio matrimonio solo perchè la Chiesa e’ contraria al divorzio? il matrimonio indissolubile non puo crollare anche se non ci si ama piu. Poi metti anche l’assegno,i tribunali. Meglio convivere come estranei per convenienza cosi come vogliono le tradizioni e la facciata e’ salva. Tanto spazio per le corna ci stà sempre (come appunto mostrava il film divorzio all’italiana).

      1. Von Clausewitz non sarebbe d’accordo, perché altrimenti il divorzio dovrebbe intendersi “come una prosecuzione del matrimonio con altri mezzi”! 😀

      2. Infatti!
        Dopo 12 anni del divorzio dei suoi (lui aveva 12 anni), mio nipote mi ha regalato un libro dicendomi che era stato quel libro ad aiutarlo ad uscire dalla sua crisi personale:
        il libro è “L’arte della guerra” di Sun Tzu…

            1. No. Li può ledere ma anche risolvere i problemi che ci sono perche i genitori non si separano. Ti domando allora se e’ preferibile vedere i 2 genitori distruggersi perche non si amano piu. Secondo te un figlio non vede la sofferenza di una madre o di un padre?

              1. certo che li vede. Per questo motivo è auspicabile che si diffonda sempre più il costume di sposarsi con la testa (quella che sta sulle spalle, per intenderci).
                Difficile giudicare quando non si è sposati, o almeno non lo si è ancora, ma penso che se a questo stadio uno freme di sdegno a ogni consiglio saggio che viene da coppie comprovate… beh, allora si parte col piede sbagliato. Poi, magari, ci si può anche riprendere, ma nulla autorizza a lasciar andare le partenze senza un indirizzo. Personalmente, pensieri come “Ma noi ci amiamo!” e (soprattutto) “Ma noi siamo diversi!” sono precisamente le classiche zavorre per le quali tanti si va a fondo. E speriamo di non seguirli.
                Ribadire che il divorzio fa soffrire i figli (cosa che nessun figlio di divorziati vorrà negare, come abbiamo visto anche oggi anche qui) non serve a dire che le famiglie sono delle oasi di pace, ma che non è disonesto (e rovinoso) liberalizzare nella cultura il ricorso al divorzio.

        1. 61Angeloextra

          GiulioL 15:27 (e altri commentatori): non credo che la famiglia perfetta esista, ma dovrebbe esistere la famiglia imperfetta che tenta di migliorarsi! I miei sono rimasti insieme nonostante tutto solo per noi figli (bella questa eh?), ma passati i loro “bollori” a causa dell’età che è avanzata, hanno vissuto, non felici e contenti, ma con più tranqullità la loro vecchiaia (e noi con loro). Ribadisco che ringrazio mio padre e mia madre per non essersi separati: conoscendoli, non credo proprio che la separazione (il divorzio a quei tempi non era ancora stato “brevettato”) avrebbero migliorato il loro rapporto reciproco e tantomeno il loro rapporto con noi figli. E’ vero: gli schiaffi fanno male, gli insulti pure! Ma più ci penso e più mi convinco che mi avrebbero fatto ancora più male l’essere sballottata a destra o sinistra o l’essere messa in mezzo alla loro separazione o, peggio ancora l’essere usata per rivendicare diritti o per vendicarsi l’uno con l’altro. i miei hanno messo piede in chiesa solo il giorno del loro matrimonio e dei nostri Battesimi, Comunioni e Cresime e Matrimoni, quindi non sono rimasti insieme perché la Chiesa non ammette il divorzio.
          La vita non è una passeggiata piacevole al punto che se piove apri l’ombrello o se il sole scotta ti metti all’ombra fresca di qualche albero! Certo, è giusto cercare l’ombrello e l’albero, ma la vita a volte impedisce l’apertura dell’ombrello se ti piove addosso e non ti da nemmeno un rametto scarno di foglie per ripararti dal sole che scotta! Ma si va avanti, pregando, sperando e lottando perché la prossima occasione sia migliore! E’ vero che la Parola di Dio dice che una toppa su un abito vecchio è meglio non metterla ma un matrimonio non può essere considerato un abito vecchio! Il matrimonio va rinnovato giorno per giorno con la grazia di Dio! Deve essere Lui la colla! Lui il rimedio, il riparo dalle tempeste! Non voglio parlare di quei casi molto pesanti dove la “separazione” è necessaria ma se mi guardo attorno vedo divorziati per motivi anche molto banali dove basterebbe (come ha suggerito Raffaella con altre parole) rimboccarsi le maniche, abbassare la testa orgogliosa e venirsi incontro. “Sposati e sii sottomessa” non significa: “Ho ragione da vendere e la voglio a tutti i costi!”. A meno che non ho letto un libro con lo stesso titolo ma con un diverso contenuto. Ovviamente il discorso vale anche per i maschietti. 😉

  20. Mi sembra che si stia facendo una confusione indebita tra separazione e divorzio.
    La Chiesa non è mai stata contraria in inea di principio alla separazione, appunto perché come dice GiulioL ci sono casi in cui la separazione è il male minore. Da questo però non discende automaticamente il risposarsi.
    Inoltre ciò ci cui si sta parlando in specie è la condizione del padre dopo un divorzio e di riflesso quella dei figli, che cosa serve allargare e generalizzare il tema se nona creare una confusione da cui non si esce più?

    1. Si. Grazie per la precisazione. In effetti anch’io avevo pensato la stessa cosa. La separazione e’ una cosa e il divorzio e’ un altra. E la Chiesa non e’ contraria alla separazione se e’ il male minore.
      Però se una persona si vuole rifare una famiglia? perche bisogna essere legati ad un dogma? Mi sembra crudele negare una seconda possibilità. Come trovo orrendo il prete che nega la comunione a chi divorzia. Certo. Se vuoi essere cattolico praticante devi rispettare le regole della Chiesa. Però bisogna essere anche misericordiosi,non crudeli. No?
      Vedi certi personaggi soprattutto al sud che fanno la comunione e che ne hanno fatto di misfatti. Che mi sembra tutto falso e ipocrita. Ho rispetto per lei e per chi ha fede veramente. Ma per tanti e’ solo facciata. Io cosi la penso.

      1. Ale’, che minestrone, Giulio… 😀
        Perché, un prete ti fa vedere che è buono, se ti fa un regalo con roba non sua?
        Ragioniamo, un po’, per piacere…

        1. lidiafederica

          Cyrano, ma tu queste domande non te le fai mai?
          Io me le faccio SEMPRE. Come può un sacerdote dare la comunione a un mafioso? Eppure succede. Come può la gente andare a Messa e poi essere sgarbata, scontrosa, falsa, spettegolare, giudicare tutto e tutti e specialmente coloro che non rientrano nei suoi canoni di “bravura”?
          E se capitasse a me, di sposarmi e di essere lasciata, magari dopo appena un paio d’anni e senza figli, perché mio marito ha perso la testa? Che farei? Non sembrerebbe anche a me crudele, in un primo momento, il non potermi rifare una vita, vere dei bambini, diventare nonna, solo perché mio marito mi ha lasciata?
          Ora, io so bene perché non è crudeltà, questa, ma anzi, è il suo opposto, so bene qual è il motivo per cui, avendo un marito vivente, sono legata a lui “nella buona e nella cattiva sorte” e perché è così importante il vincolo matrimoniale. Ma certo è difficile. Mia mamma è sola da tanto tempo, e non ha mai pensato a “rifarsi una vita” (per fortuna ha noi), ma anche per lei è stato difficile. Il bello è che Dio non ci lscia mai, mai soli, ma a Lui si arriva attraverso il dubbio, non attraverso il rinnegamento del dubbio.
          Secondo me le domande di Giulio sono bellissime.
          Grazie Giulio di interrogarci così. Sicuramente per tanti è solo facciata, per tanti è leggerezza, per altri è rigorismo vissuto all’estremo. per me, e penso per tutti coloro che scrivono qui, la fede è vita, i dogmi sono libertà, non catene.
          Leggi quello che dice don Fabio e non intimorirti se ti sembra di evdere ipocrisia attorno a te, fra la gente che conosci. Pensa che tanta gente, purtroppo, non ha mai avuto chi la aiutasse davvero (e tanta responsabilità è anche nostra) a capire come conciliare legge e libertà, carità e giustizia; non ha mai sperimentato l’abbraccio di Dio.
          Tu non fermarti al solo “è crudele”, cerca di andare oltre, al senso profondo. Magari cambierai idea.

          1. Lidia, ti ringrazio molto del richiamo, che merito in toto. No, non osavo immaginare che tu mi stimassi, e in generale non mi pongo neanche molto il problema dell’essere stimato, anche perché so di tenere posizioni spesso impopolari.
            Le domande me le faccio, in effetti, perché a quelle posizioni (come puoi immaginare) non si arriva senza domande. Me le sono fatte e continuo a farmele. Il problema di fondo, quando do risposte così, è la mia pazienza (cristiano esemplare… una battuta gradevole!), che spesso è quasi assente. Un problema che si aggiunge a questo è che – riconoscerai – queste domande sono quelle della polemicuccia quotidiana trita e ritrita. Siccome me le sento fare soprattutto da persone compromesse da un’impostazione ideologica fondamentalmente disinteressata alla ricerca (perché indisponibile a mettersi seriamente in discussione), la pazienza dura meno di quanto durerebbe in altri frangenti.
            Non si tratta di una scienza certa – non sono kardiognostos – ma ho talvolta sospettato che anche in Giulio ci fosse quell’impostazione. Giulio, se puoi scusami: anche a me saltano i nervi, e quasi più per rabbia verso quelli che dovevano insegnarci per bene le cose (a te e a me) che verso te che non le sai. Mi accodo all’invito di Lidia: cerca di andare oltre, cerca di fidarti dell’autorità della viva Tradizione della Chiesa… personalmente non ne trovo di più valide, e spesso è per me grave scandalo vedere che anche non pochi preti la schifano. Capisco bene, in fondo, che tu faccia queste domande, e tanto più forte ribolle la mia rabbia verso chi doveva insegnarci a pensare e a capire.

          2. Grazie Lidia. Io cerco di esprimere solo in modo sincero dubbi che ho veramente. Non mi considero un “laicista” presuntuoso che vuole provocare,un troll come l’admin spesso mi ha considerato. Forse alcuni miei post erano un po arroganti e mi dispiace perche tra l’altro io non sono affatto uno che discrimina chi ha fede..anzi mi ha sempre affascinato al contrario.Ho avuto uno zio che era molto religioso e anche se da scettico ero spesso affascinato dalla sua fede. Ho sempre trovato bello aiutare il prossimo. Il senso cristiano della vita. Ho frequentato associazioni cattoliche. Non credo di essere ateo ma semplicemente un laico. Quello si. O comunque per me la religione implica un cambiamento dell’uomo. Aiutare gli altri per aiutare se stesso ad essere migliori. Se il cristianesimo rendesse migliori e felici le persone per me sarebbe la cosa piu bella.Io credo che il paradiso si deve cercare sulla terra. Ma di fronte a voi mi sento spesso ignorante.. sono solo parole di un ignorante (ma veramente) che ha bisogno di imparare.

            1. io diffido del paradiso sulla terra almeno quanto Marx diffidava di quello in Cielo… 😀
              il cristianesimo migliora gli uomini e la società, ma tutto ciò solo in via incidentale, come se un’automobile purificasse l’aria (invece d’inquinarla) dal tubo di scappamento… nessuno direbbe che l’automobile è stata inventata per purificare l’aria, eppure lo fa.
              Il senso cristiano della vita si chiama Gesù Cristo, Figlio di Dio e dell’uomo, vivo e vero più di te e di me, che noi possiamo incontrare personalmente. Tutto qua.

        2. lidiafederica

          Ragioniamo: ma figliolo, come puoi pretendere che Giulio “ragioni” sul sacramento dell’Eucaristia se tutto ciò che noi cristiani sappiamo dire ai suoi sacrosanti dubbi è “Ragiona per piacere e non dire scemeze!”?
          Scusa, Cyrano, tu sai – e se non lo sai te lo dico adesso – io ti stimo tantissimo, penso, dal poco che ho letto, che tu sia una persona davvero buona e un cristiano esemplare, ma risposte così mi fanno saltare i nervi, perché mi chiedo, in Cielo, quanti potranno dire di me “Hominem non habeo, qui adiuteat me”.
          Giulio di solito è aperto al dialogo.
          Allora Giulio, quello che Cyrano vuoel dire è che un sacerdote non può dare il corpo di Cristo ad una persona che manifestatamente contravvienea una legge di Cristo stesso. Il divorziato risposato e non pentito ha detto “So che dio vorrebbe da me X, ma io faccio y”. Il sacerdote perciò non può dargli il corpo di quel Cristo che lui pubblicamente rinnega.
          spero sia chairo…

          1. nonpuoiessereserio

            Il problema è che invece di pensare al sacerdote che somministra i sacramenti dovremo pensare di essere noi degni o indegni di accostarci all’ Eucarestia e magari di essere anche più umili.

  21. Detto questo però da un punto di vista pastorale io sposo appieno la linea Pieroni (classe ’61, roba seria).
    Ovvero la sola risposta sta nell’avere matrimoni seri. Mi dispiace e trovo anche un po’ contraddittorio il fatto che la Chiesa abbia una disciplina così rigorosa a proposito del divorzio e poi permetta il matrimonio a chiunque, vedo in questo una grave contraddizione (nei fatti, non nei principi)

    1. JoeTurner

      sono d’accordo infatti mi è piaciuta l’intervista di don Fabio Pieroni sempre nella puntata di Matrix (a chi interessa è intorno a 1 ora e 14) , e qui veniamo anche un po’ al tema di un tuo post di qualche tempo fa (la ragazza che “doveva” fare la cresima)

    2. Alessandro

      Il Papa ha detto (alla Rota, 22 gennaio 2011):

      “Il diritto a sposarsi, o ius connubii, va visto in tale prospettiva. Non si tratta, cioè, di una pretesa soggettiva che debba essere soddisfatta dai pastori mediante un mero riconoscimento formale, indipendentemente dal contenuto effettivo dell’unione. Il diritto a contrarre matrimonio presuppone che si possa e si intenda celebrarlo davvero, dunque nella verità della sua essenza così come è insegnata dalla Chiesa. Nessuno può vantare il diritto a una cerimonia nuziale…

      Α questo proposito vorrei ribadire quanto ho scritto dopo il Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia: «Data la complessità del contesto culturale in cui vive la Chiesa in molti Paesi, il Sinodo ha, poi, raccomandato di avere la massima cura pastorale nella formazione dei nubendi e nella previa verifica delle loro convinzioni circa gli impegni irrinunciabili per la validità del sacramento del Matrimonio. Un serio discernimento a questo riguardo potrà evitare che impulsi emotivi o ragioni superficiali inducano i due giovani ad assumere responsabilità che non sapranno poi onorare (cfr Propositio 40)…

      Tra i mezzi per accertare che il progetto dei nubendi sia realmente coniugale spicca l’esame prematrimoniale. Tale esame ha uno scopo principalmente giuridico: accertare che nulla si opponga alla valida e lecita celebrazione delle nozze. Giuridico non vuol dire però formalistico, come se fosse un passaggio burocratico consistente nel compilare un modulo sulla base di domande rituali. Si tratta invece di un’occasione pastorale unica – da valorizzare con tutta la serietà e l’attenzione che richiede – nella quale, attraverso un dialogo pieno di rispetto e di cordialità, il pastore cerca di aiutare la persona a porsi seriamente dinanzi alla verità su se stessa e sulla propria vocazione umana e cristiana al matrimonio. In questo senso il dialogo, sempre condotto separatamente con ciascuno dei due fidanzati – senza sminuire la convenienza di altri colloqui con la coppia – richiede un clima di piena sincerità, nel quale si dovrebbe far leva sul fatto che gli stessi contraenti sono i primi interessati e i primi obbligati in coscienza a celebrare un matrimonio valido….

      Bisogna adoperarsi affinché si interrompa, nella misura del possibile, il circolo vizioso che spesso si verifica tra un’ammissione scontata al matrimonio, senza un’adeguata preparazione e un esame serio dei requisiti previsti per la sua celebrazione, e una dichiarazione giudiziaria talvolta altrettanto facile, ma di segno inverso, in cui lo stesso matrimonio viene considerato nullo solamente in base alla costatazione del suo fallimento.”

      1. Non dubitavo del fato di pensarla come BXVI 😉 sarà per via della mia tesi di laurea, ma sapessi quante volte mi capita senza conoscere (e infati non conoscevo) il discorso preciso!
        Resta (e qui è all’ennesima potenza) la distonia tra Magistero e prassi

    3. 61Angeloextra

      Grazie don Fabio! Certi corsi per fidanzati frequentati tanto per? Certi matrimoni in chiesa perché mamma a suocera sono più contente? O meglio perché quella chiesetta in cima al colle “è un amore” e la “festa di nozze” sarà di sicuro più toccante… e sai che foto per l’album! E così via! Ma dov’è la serietà del matrimonio cristiano?

  22. Per quanto sia odioso il problema sta tutto nella “pubblicità” del peccato del risposato.
    Mi spiego meglio: il prete che fosse assolutamente certo che un tizio è un mafioso dovrebbe negargli l’Eucaristia esattamente nello stesso modo in cui la nega al risposato, ma non può farlo perché non può avere la certezza che la sua condizione di peccato permane e in questi casi il diritto canonico ci dice che ognuno ha diritto alla sua buona fama, ovvero ad una presunzione di innocenza. Nel caso del risposato invece, dato che c’è un secondo matrimonio, purtroppo questa certezza c’è e quindi si passa dalla presunzione di innocenza alla presunzione di colpevolezza.
    Capita più frequentemente di quanto si creda, ad esempio, il caso di risposati che pur di non stare lontani dall’Eucaristia scelgono di convivere ma non “more uxorio”. Per questi non c’è alcun problema nell’ammetterli alla Comunione, tranne il fatto che la cosa sia fatta con discrezione per evitare che altri possano essere indotti allo scandalo.
    Il principio in sé giusto genera però dei paradossi.
    Succede così ad esempio che la condizione di un divorziato che, con licenza parlando, va a puttane è dal punto di vista morale molto più riprovevole di quella di uno che ha scelto di avere un rapporto stabile e magari ricostruire una famiglia; le comunioni del primo sono molto più sacrileghe di quelle del secondo, ma trattandosi di un peccato privato non gli si può vietare di fare la Comunione, mentre il secondo, che commette oggettivamente un peccato più lieve, ma pubblico, se ne vede allontanato.
    Io credo che la Chiesa debba ancora camminare molto per trovare forme pastorali con cui poter coniugare il giusto principio teologico con una prassi pastorale più giusta e veritiera. Di sicuro non si trova questa coniugazione irrigidendosi in una affermazione del dogma che non tenga in conto il discernimento del caso singolo, né d’altra parte può aiutare una posizione ideologica aprioristica.

    1. In effetti e’ ragionevole il principio per cui se il peccato non e’ pubblico come può vietare il prete la comunione? ho capito i paradossi. Ma se evitiamo di discriminare nessuno? la chiesa accolga chi vuole essere accolto. Una chiesa misericordiosa. Ok il corpo di Cristo. Ma Gesu si rivolgeva ai peccatori e non a chi era fedele ai principi. Se uno e’ ateo o comunque non credente non gli importa se il prete rifiuta la comunione anzi nemmeno ci va a messa. Ho capito il discorso che non si puo dare il corpo di cristo a chi viola i principi fondamentali del cristianesimo (figurati se uno ruba o ammazza ma se il prete non lo sa o finge di non saperlo o ha paura..e’ un uomo alla fine) .

      1. nonpuoiessereserio

        Credo che noi non siamo tenuti a giudicare ma credo anche che solo a Dio spetti il giudizio finale. Probabilmente molte persone che non accedono all’ Eucarestia ci precederanno nel regno dei cieli. Non sta scritto:” Beati quelli che faranno la Comunione perché saranno santi”. L’ Eucarestia è il ricevere Dio in noi, stare nella pienezza di comunione con Lui”, ma il sincero desiderio di Dio è già un grande passo verso di Lui e il sottomettersi umilmente alle disposizioni della Chiesa rappresenta un ulteriore fioretto caro a Dio.

  23. ecco, mi pare buono e giusto concentrarsi su questa “verifica preliminare” al matrimonio che ogni buon parroco dovrebbe fare sui nubendi che intendono sposarsi in chiesa. A noi il mio vecchio parroco di Piacenza questo “esamino” l’ha fatto. E non si è trattato di una formalità, di un semplice questionario, ma, forse anche per nostra disponibilità, è diventato un vero dialogo, un momento in cui alle domande che il prete ci ha posto (prima all’uno, poi all’altra ) ciascuno ha dovuto non solo rispondere sinceramente, ma è stato anche spinto ad una verifica personale della serietà e almeno della consapevolezza con cui si accingeva al passo definitivo di una vita insieme.
    Oggi ho letto i commenti di tutti voi, ma non sono voluta entrare nel merito delle storie personali perchè temevo di farlo a gamba tesa, e l’esperienza di ciascuno è troppo delicata per essere semplificata in massimi sistemi, teorie, regole.
    Però su tutto un “centro di gravità permanente” ci dovrà pure essere. Ok, il matrimonio è una cosa seria, ma siamo sicuri che dopo aver riflettuto, verificato, esaminato, pregato, edificato… dopo tutte le buone intenzioni, il matrimonio “funzionerà” per il resto della vita finchè morte non ci separi?
    Secondo me tutte queste garanzie non ce le abbiamo. Finchè rimaniamo fermi sul “sono bravo, buono e ce la possiamo fare perchè ci amiamo tanto”… per me non si va da nessuna parte. Al massimo se capita un imprevisto ci si sforza di ritornare in carreggiata per non doversi mettere in discussione.
    Allora… che si fa? sono sposata da solo 8 anni e non ho abbastanza esperienza per dire quale sia la ricetta. Però in questo poco tempo una cosa, indistintamente, ho percepito. Si cambia, sempre. E la persona di cui eravano presissimi e cottissimi 10 anni prima non è più la stessa. Cioè, è sempre lei, e noi siamo sempre noi, ma siamo anche cambiati, cresciuti, vediamo la vita in modo diverso da prima, le farfalle sono volate via e la vita è cambiata, ci si trova ad affrontare cose nuove, peggiori o migliori. E non si può pretendere che la realtà e il nostro compagno di vita siano quello che erano prima. E anche noi non siamo gli stessi e non vorremmo certo essere incasellati in uno schema che non ci contiene più. Siamo disposti ad accettare questo? vogliamo amare sempre e comunque? vogliamo essere amati sempre e comunque? è meglio cercare di essere e pretendere il meglio (che pensiamo) o è meglio amare ed essere amati sempre? Insomma, non tutto è prevedibile, ma che viaggio sarebbe se tutte le tappe sono programmate, tutti gli imprevisti calcolati? l’unico bagaglio da portare con sè penso che sia la disponibilità del cuore ad accogliere l’imprevisto.
    Forse se cominciassimo a mettere in conto che il matrimonio è anche perdonare, perchè noi stessi vogliamo con tutto il cuore essere sempre perdonati, allora qualcosa si potrebbe muovere.
    Penso anche alla nuova “abitudine” delle famiglie di origine degli sposi, che hanno sviluppato la brutta abitudine di incoraggiare i figli alla separazione piuttosto che a spingerli alla riconciliazione e all’assunzione di responsabilità.

    1. nonpuoiessereserio

      Giuly, sono d’ accordissimo e aggiungo che oltre alla volontà dobbiamo affidarci di più alla Provvidenza, sia prima che dopo il Matrimonio. Come avevo già scritto io ero relativamente innamorato della mia morosa e lei non era neppure credente. Ho chiesto a qualcuno Lassù di indicarmi la via e loro mi hanno aiutato attraverso un sogno rivelatore. Affidiamoci a Dio.

  24. Cara Giuliana, come dice anche don Fabio Pieroni nell’intervista qui a Matrix, mi è capitato più volte di sconsigliare una coppia dallo sposarsi, dopo il corso e l’esamino e sai quale è stato il risultato? Che se ne sono fregati altamente e si son sposati lo stesso (anzi una volta mi è arrivata pure una telefonata di un cardinale indignato, che non nomino per Carità Cristiana, che voleva ssapere come mi ero permesso di sconsigliare il matrimonio). Purtroppo non mi sono sbagliato mai e nessuna di quelle coppie è andata oltre il primo anno di convivenza…
    Il propblema è che noi non possiamo vietare, ma solo consigliare, perché gli “attori” del Sacramento sono gli sposi, mica il prete, e sarà anche giusto, ma allora a che serve fare il corso se tanto poi il risultato è lo stesso e va comunque bene tutto?
    Ci sono delle condizioni minime, sia di maturità umana che di fede, senza le quali il Sacramento non c’è, dato che secondo l’adagio scolastico “Gratia supponit natura” (La Grazia presuppone la natura).
    Io credo in particolare (e mi sembra che anche una attenta lettura di Mt. 19 dica questo) che l’indissolubilità del matrimonio richieda la Grazia, sia cioè insostenibile senza un vero sacramento, ma se il matrimonio è ridotto ad una parata e non ha quindi alcun valore sacramentale effettivo, come meravigliarsi se gli sposi non son capaci di indissolubilità?
    Purtroppo non credo di esagerare se dico che l’80% dei matrimoni che ho celebrato nei miei 25 anni di sacerdozio fossero matrimoni oggettivamente nulli.

    1. Quando invece la Graia c’è, perché c’è un matrimonio autentico allora accadono i miracoli. sapessi qaunti ne ho visti di matrimoni risanati miracolosamente (anche se passando per il fuoco)

      1. G

        Ehm.. potrei fare una domanda in merito? Come si puo’ fare a riconoscere se due persone sono fatte per stare insieme? Lo chiedo come amica di ragazze che spesso mi chiedono consigli e pareri… ma ho paura di prendere cantonate, e di essere deleteria coi miei consigli in buona fede invece che utile… E di combinare irreparabili disastri.

  25. Pensavo: siamo proprio fortunati ad avere tra i visitatori di questo blog la Paperella che ha sempre un caso personale da portare, ci avete fatto caso?, così da darci informazioni di prima mano, di vita vissuta, sui temi che trattiamo più filosoficamente. La cosa curiosa è che ogni volta il caso relativo alla sua cerchia di parenti ed amici tende a mostrare come la tesi dell’articolista sia falsa e tendenziosa.
    Certo così è la vita e anche il più forte degli argomenti deve fare i conti con il comportamento umano.
    C’è da chiedersi se ha maggiore valore la forza del principio o il caso umano.
    Buona serata.
    Paolo

    1. lidiafederica

      Magari puoi chiederlo alla stessa Paperella, invece di parlare di lei in terza persona 🙂 magari ti risponde

    2. lidiafederica

      comunque: anche io mi sono stupita del fatto che paperella porti sempre esempi personali, e spesso non condivido le sue idee, e il suo modo di vivere. E spesso – Paperella , mi rivolgo a te direttamente – mi è sembrato che gli esempi umani non c’entrassero nulla col post 🙂 Quanto alle critiche, direi che è 50 e 50, tante volte invece lei ha detto “sì in fatti, il mio ragazzo” o “sì infatti mio papà che è buonissimo” o “i miei fratelli”…poi ci sono posizioni ideologiche che Paperina non condivide (tipo la castità prematrimoniale, o la Messa domenicale) e allora ovviamente porta esempi dalla sua vita che, ovviamente, mostrano la prassi della vita di una persona che ha rapporti prematrimoniali, che non va a Messa la domanica etc. e che è convinta che così va bene (altrimenti non lo farebbe neanche, penso). Suppongo che se io scrivessi su un blog a favore del sesso prematrimoniale porterei anche io la mia esperienza di fidanzamento casto….

  26. DaniCor

    Paolo, anch’io riporto spesso la vita dei miei parenti a dare supporto alle mie parole. Forse è un po’ una questione di stile o una limitata cultura, la mia, che mi restringe il campo delle citazioni dotte.
    Sta di fatto che un esempio è e rimane un caso, che supporta o non si inquadra nella tesi. Come tutto nella vita, una cosa sono i casi umani, un’altra è la linea di principio.
    Quante battaglie sono state fatte sui “casi estremi”. Non si può ordinare tutte le cose sui casi estremi. La norma (il nome stesso lo dice) deve regilare le cose normali, la regola e non l’eccezione). Nel caso specifico, un matrimonio basato sulla violenza, la prevaricazione o la totale incapacità di uno dei coniugi di mantenere le promesse fatte non è un matrimonio. La separazione in questi casi è il mala minore. Spesso nella vita ci ai trova davanti a scelte che non sono tea ciò che è la bene e ciò che è male, ma tra due mali. Oppure tra ciò che vorrei fare e ciò che devo fare.

    1. DaniCor

      Perdonatemi l’infinitá di refusi. Dal telefonino faccio troppa fatica a rileggere tutto prima di inviare!

    2. macchè limitata cultura, dani!
      Quello che noto è che riportare situazioni di vita vissuta è molto più frequente per le donne del blog che per i maschietti.
      Passo per un saluto veloce, è un tema che mi prende anche se non ho esperienze dirette e per questo temo ad intervenire perchè è talmente delicato che se non ci stai dentro rischi di fare l’elefante nella cristalleria.
      Mi unisco alle perplessità di don Fabio riguardo allìopportunità di celebrare tanti matrimoni che in realtà probabilmente sono nulli. Ma se non si riesce a convincere due fidanzati a non sposarsi forse si potrebbe aprire loro gli occhi sul tipo di impegno che si stanno assumendo. C’erano arrivati pure quei testoni degli apostoli che forse non conviene sposarsi 🙂

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