Dai vecchi campi il grano nuovo (ovvero la profezia di Belloc, King Lear e il futuro dell’unione)

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«È un gran sollievo ritrovare le voci e le foreste del vecchio Guglielmo»

(Giovanni Papini)

di Matteo Donadoni

 SHAKESPEAREANA II – Più di cento anni orsono, nel gennaio del 1911, appare, in una raccolta di saggi intitolata First and Last, lo scritto King Lear, in cui Hilaire Belloc ha consegnato ai posteri, e cioè a noi, una delle sue mirabolanti profezie. Riguarda quell’antica unità, fondata dall’impulso missionario degli apostoli e primariamente da Cristo stesso tramite la sua Chiesa, che si chiamava Cristianità e che nei suoi sviluppi finali è andata in pezzi.

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Chi si è iscritto alla grammar school di Stratford? (ovvero che c’entra il liceo classico con il bardo dell’Avon)

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«Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia»

(Amleto, Atto I, scena V)

 di Matteo Donadoni

SHAKESPEARIANA I – Chiamatelo come volete, Cigno dell’Avon, Guglielmo Scuotilancia, il fatto è che siamo nel cuore del biennio shakespeariano – il 23 aprile un anno se ne sarà già andato – e non abbiamo nessuna intenzione di lasciar correre oltre, anche se con un argomento apparentemente marginale.

Ciclicamente mi capita di incappare in articoli a difesa di un Liceo Classico morituro e la cosa mi inquieta. Non solo perché l’ho frequentato, non solo perché dentro di me cova un desiderio visceralmente insaziato che al classico si iscrivano i miei figli, ma perché vedo che la scuola superiore moderna sforna i più disparati professionisti, dimenticandosi dei cittadini.

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