Il ricordo più lontano che ho è un atto di ribellione.
Vedo chiaramente le strada in discesa, e il cancello che ovviamente invece era dritto. Quindi sotto al cancello c’era un buco, a forma di triangolo (scaleno? Non mi ricordo i nomi dei triangoli ma, mi dispiace, signora maestra, ormai non mi può più bocciare) sotto al quale io e mio cugino Alessio ci infilammo per scappare dall’asilo. Ricordo l’avventura con grande divertimento, anche se adesso che sono mamma mi sento male per quella me stessa piccola che si è lanciata come una palletta di lardo – quale ero a tre anni – sulla strada tra le macchine. Non so perché non sono finita spiaccicata sull’asfalto, probabilmente perché il traffico nel mio quartiere perugino negli anni settanta era inesistente, o forse perché già da allora incubavo, in nuce, questa abilità da mister Magoo di girare per il mondo schivando pericoli nonostante la mia inattitudine alla perigliosa vita moderna.
Il mensile di approfondimento di politica ed economia l’ Ago e il Filo mi ha chiesto come è nato il libro. Ecco:
Principalmente è stato un problema di auricolare non funzionante.
E’ per questo che ho cominciato a scrivere un libro.
Urlare dentro un auricolare scassato, mentre con una mano si cerca di non perdere il pallino del rosario lasciato a metà, con l’altra di cambiare marcia, e con le cosce di tenere in equilibrio la lattina di Coca Light può essere veramente estenuante, soprattutto se la missione è convincere l’amica carissima a non lasciarsi sfuggire da sotto il naso l’uomo della sua vita. Per questo ho cominciato a scrivere: perché il mio auricolare non funzionava bene.
Quanto alla genesi del libro, devo fare una precisazione al post di ieri, quantunque io immagini che non ci saranno tra i posteri schiere di critici letterari ad accapigliarsi su questo. Ho come la vaga sensazione, infatti, che fra 800 anni non ci sarà un’ora di Miriano a scuola, così come noi facevamo un’ora di Dante al liceo. Non vorrei ingannarmi, ma qualche indizio mi lascia presumere di non avere scritto un’opera definitiva come la Divina Commedia.
Comunque, dopo avere chiesto a Camillo Langone se gli dispiaceva che svelassi il suo contributo (non gli dispiace, è un uomo caritatevole), devo spiegare che è stato lui a convincermi a scrivere Sposati e sii sottomessa. Ero in un momento, per così dire, di non intensissimo lavoro alla redazione economia del tg3, e qualche neurone si aggirava in sovrappiù. Camillo mi esortava a scrivere un manuale sulla donna, l’uomo, la famiglia, ma la sola idea mi provoca la certezza di essere abbandonata da tutta la famiglia. Già mi vedo, sola, in una roulotte alla periferia di Roma, con la gente che passa e commenta “brava quella, e dava pure consigli agli altri”. Così ho pensato che una raccolta di lettere fosse meno impegnativa, meno prescrittiva.
Avere pubblicato un libro non mi ha certo reso una scrittrice. Oltre al talento mi mancano:
una penna stilografica (ho una bic mordicchiata sulla scrivania);
un set di golfini di cachemire, o almeno degli scialletti di lana con cui avvolgere le spalle scosse dalla tosse della tisi.
In compenso ho le idee molto chiare su quello che voglio dire. Voglio dire che mi sono stancata di questi romanzetti minimalisti e relativisti che raccontano di quanto l’uomo moderno soffra perché la mamma non lo ha saputo comprendere e anche perché la sua grocery sotto casa ha chiuso e non ci sono più i cinnamon roll che gli ricordavano la nonna (ma se volete qui c’e’ la ricetta). Voglio dire che non ne posso più dei piccoli piaceri della vita. Voglio dire che noi occidentali siamo viziati e noiosi, e che l’infelicità viene sempre dal peccato, che non ne posso più di lamentele, che la vita è bella e se non ci sembra bella è colpa nostra che non sappiamo farci carico di chi ci sta vicino. Ecco, così, tanto per cominciare a mettere le cose in chiaro.
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