Chi era padre Aldo

In questi anni abbiamo parlato tante volte di padre Aldo Trento e pubblicato alcune sue lettere. Ho voluto riproporre un articolo di Costanza del 2017 e due scritti di padre Aldo del 2018.

Il bicchiere mezzo pieno


di Costanza Miriano

Il giorno di Natale, poco prima della mezzanotte, quando ormai la maratona di regali e trigliceridi e baci stava volgendo al termine, mentre salivo le scale della casa dei miei per portare l’acqua della buona notte alle bambine, il mio cellulare ha squillato ed è apparsa la scritta Paraguay. Era il nostro regalo di Natale. La voce di Padre Aldo Trento ha attraversato l’Oceano per riportare il nostro cuore al centro della bellezza della festa.

Il tuo cuore deve essere pieno di Cristo – diceva la voce dall’altra parte del mondo in accento ispanoveneto – anzi deve essere come un bicchiere che trabocca. Se non trabocca vuol dire che non è pieno, e se non è pieno significa che c’è uno spazio vuoto. Uno spazio che inevitabilmente finirà essere riempito da qualcosa. Se non hai il cuore pieno finisci per amare qualcos’altro, qualcun altro. E tradisci la tua vocazione.

E così ancora una volta il caro padre Aldo ha ricordato la sua incredibile, meravigliosa storia, di quando in obbedienza a don Giussani ha lasciato il suo paese, il suo continente, per mettere un Oceano tra sé e una donna che stava occupando uno spazio del suo cuore. Ma all’inizio è stata solo sofferenza, solo obbedienza a don Giussani, solo dolore e solitudine infeconda. Insonnia e dolore. Ci sono voluti dieci anni perché la ferita smettesse di sanguinare, perché quel vuoto lancinante venisse riempito da Cristo, e perché alla fine quel dolore diventasse davvero fecondo. Una fecondità che dopo gli anni del dolore e della solitudine ha prodotto ospedale, casa famiglia, casa per anziani, casa per i malati di Aids. Migliaia di persone soccorse, curate, guarite o almeno accompagnate alla morte con amore e in grazia.

Ma tutto è stato possibile solo perché quella ferita è stata sanata dall’amore di Dio, quel vuoto lasciato da una donna riempito di un altro pieno. Altrimenti, dice padre Aldo, da soli non ci è possibile amare i poveri: sono difficili, pieni di difetti, non sono amabili naturalmente. È solo Cristo che può fare questo miracolo, può darci di amarli.

Va bene, dunque, che nelle chiese ci venga ricordato che è necessario amare i poveri, ma non si può dimenticare chi è il solo che lo rende possibile. Invece, come diceva sempre don Giussani, la Chiesa oggi si vergogna di Cristo. Non sempre si ricorda di annunciarlo, magari per un malinteso senso di delicatezza, per paura di offendere le sensibilità dei lontani, ma è una incredibile presunzione pensare di riuscire da soli ad amare qualcuno che puzza, che è egoista, maleducato, o anche solo diverso o noioso. È difficile persino amare chi profuma, chi abbiamo scelto o chi conosciamo da sempre. Certe volte è persino difficile amare i figli (sennò perché il Signore ci promette “ricondurrò il cuore dei padri verso i figli”?). E soprattutto, chi dà meno di Cristo non sta dando niente, e noi stiamo togliendo qualcosa ai fratelli a cui non diciamo chi può riempire il loro cuore. Abbiamo il diritto di togliere loro questo?

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Senza Cristo il nostro destino è il nulla

di padre Aldo Trento

Asuncion, 3 marzoo 2018

La Divina Provvidenza è instancabile. La Fondazione è diventata un porto di mare dove arriva di tutto. Ogni giorno riceviamo moltissimo pane che condividiamo con tantissimi poveri, i quali hanno fame di tutto. Ultimamente ci arrivano casse da morto di lusso, lasciateci in dono dai ricchi che alla sepoltura preferiscono la cremazione. Abbiamo il piano della Clinica sotterraneo che ne è zeppo.

L’altra sera sono sceso. Ero solo e mi sono appoggiato su una delle bare guardando lo spazio che un giorno sarà riempito da questo povero corpo e che poi andrà sotto un metro e mezzo di terra. Questo pensiero mi dava fastidio.

Immaginarmi solo sotto terra, nell’attesa di diventare terra, mi creava un po’ di “pel di gallina”. Ma ad un certo punto mi sono venute in mente le parole di S. Gregorio Nazianzeno: “Poi io muoio e la carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho più di loro? Nulla, se non Dio. Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita.” La tragedia dell’uomo moderno è la censura di questa coscienza di sé, per cui vive come un idiota senza assaporare niente, definito dal nulla. Superare questa angosciante prospettiva è possibile solo se accade l’incontro con Gesù in ogni momento, senza spazi fra un istante e l’altro.

Lo sperimentavo l’altra sera quando, guardando la bara, mi sono distratto fissando il vuoto per alcuni momenti. Ho provato un’angoscia terribile, vinta solo dalla mia familiarità con Gesù. Davvero se non fossi tuo, Cristo mio, il nulla sarebbe il mio destino. Ma non parlo solo del nulla come punto finale, ma come posizione di fronte a ciò che Pio XI chiamava “il terribile quotidiano”.

[…] Le bare vuote che riempiono il sottosuolo del mio ospedale mi ricordano il nulla: “polvere sei e in polvere ritornerai”. Mi ricordano la morte e, se non mi avesse preso, afferrato Gesù, sarei un disperato. Ma sono proprietà di Cristo e quindi ogni istante è l’esperienza della Resurrezione. Auguro a ciascuno di voi di non avere paura del vuoto, perché l’essenziale è che sia pieno di Gesù.

L’angustia del vuoto ci attira, ma noi siamo afferrati a Gesù, che è infinitamente più sicuro dei chiodi ai quali mi aggrappavo scalando da giovane la Tofana di mezzo, sentendo allo stesso tempo l’attrazione del vuoto. Un’attrazione che mi faceva rabbrividire, perché si trattava di una questione di secondi: se avessi staccato le mani? Così è la sfida di ogni secondo: se mi stacco da Gesù, cado nel baratro del nulla di cui la bara è un’evidenza.

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Tutto è incominciato con una bugia

Asuncion, 18 marzo 20218

Tutto è incominciato con una bugia. Era il 18 marzo di 60 anni fa, come oggi, vigilia si San Giuseppe in quel tempo festa di precetto. Con i miei compagni giocavo a palle di neve nella piazza del mio paesino, Faller, ubicato nella sponda destra della valle del Cimon, la valle che inizia a San Martino di Castrozza.

Alle quattro suonano le campane a festa. Nella sacrestia della piccola ma bella Chiesa del paese (oggi ha 180 abitanti) c’ è un sacerdote canossiano che aspetta per le confessioni. Arriva il mío turno. Timido com’ ero avevo paura. Non ricordo cosa gli ho detto. Ricordo peró la domanda che il padre mi ha fatto mettendomi in imbarazzo: “Ti piacerebbe essere sacerdote canossiano?” “Se gli dico no, ho paura che mi sgridi, per cui vale la pena dirgli: “si” e una volta uscito tutto sarebbe continuato come sempre”. Quella bugia fu fatale. Uscito dalla Chiesa non ero piú quello di prima. Dio mi aveva scelto. In me un grande desiderio di entrare in seminario. Corsi subito a casa per dire a mia madre che volevo andare in seminario dei padri canossiani. Termino l’ anno scolastico e il 28 luglio ho lasciato tutto e in autostop (era un trattore) sono andato dove i canossiani avevano il seminario estivo.
Sono passati 60 anni, oggi 18 marzo. Avevo 11 anni! Non ho fatto nessuna verifica, tutto era giá chiaro. A Dio gli é bastata una bugia.
Pregare perché sia fedele fino alla fine a quella bugia.

2 pensieri su “Chi era padre Aldo

  1. Mariella

    Grazie di cuore per questa testimonianza, riscalda il cuore e da tanta speranza e pace. Grazie e buon Natale.

  2. Clara

    Grazie per la meravigliosa testimonianza e per la presena di questo Santo Padre.
    Il Signore lo continui a colmare di Benedizioni e di grazie
    Prega per noi Padre Aldo

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