Il Vescovo di Ventimiglia risponde alla lettera sull’immigrazione

Pubblichiamo la lettera del Vescovo di Ventimiglia San Remo, Antonio Suetta,  che risponde alla lettera sull’immigrazione dei giorni scorsi.

 

Carissimi,
leggendo con attenzione la Vostra lettera, ho ritenuto di dover rispondere alle Vostre riflessioni innanzitutto a partire dall’esperienza della Chiesa di Ventimiglia San Remo, da qualche anno fortemente coinvolta dal fenomeno dell’immigrazione, passando da qui una delle principali rotte dei migranti prevalentemente africani e provenienti dal Sud Italia. Spesso purtroppo siamo stati testimoni di drammi consumati alla frontiera italo-francese, dove molti migranti giungono nel desiderio di oltrepassare il confine presidiato dalla gendarmeria, alcuni scappando da situazioni pericolose

 

, altri per ricongiungersi a familiari, altri alla ricerca di un lavoro, altri ancora per trovare fortuna e migliori condizioni di vita. Su questo confine si sono consumate grandi tragedie umane, per la morte violenta di uomini e donne (anche incinte) rimaste vittime di incidenti nel tentativo di oltrepassare lo sbarramento francese, percorrendo di notte i binari della ferrovia, la galleria dell’autostrada o il “sentiero della morte” sui monti. A questo si aggiunga la proliferazione di situazioni di criminalità e di business, ad opera dei cosiddetti “passeurs”.

Questa esperienza, unita all’ascolto dei tanti immigrati che ho potuto incontrare nelle varie strutture che la nostra Chiesa mette a disposizione, con il coinvolgimento di tanti volontari e la generosità di tanti fedeli, mi consente di fare alcune riflessioni in merito alla Vostra lettera.

Rifiutare, maltrattare, sfruttare quanti si trovano in queste condizioni è intollerabile, come anche il negare l’assistenza e le cure necessarie per la sopravvivenza è contrario all’insegnamento del Vangelo e al rispetto di ogni diritto umano fondamentale.

Mi sono chiesto più volte: quale può essere il ruolo profetico della Chi

esa in questa situazione? Certamente, abbiamo dato, e continuiamo a farlo, pasti caldi, riparo e supporti vari (mediazione, orientamento, soprattutto umanità) a chi versa in condizioni di difficoltà e ha bisogno del necessario per vivere. Ma può bastare questo per risolvere un problema di proporzioni sempre più gravi?

La Chiesa guarda al bene integrale dell’uomo e di tutti gli uomini, tenendo conto che la sua azione propria è di natura religiosa e morale, altrimenti non ci sarebbe nessuna differenza con una qualsiasi delle ONG che si attivano per il trasporto dei migranti nel Mediterraneo. La Chiesa è nata per perpetuare la presenza e l’azione di Gesù Cristo Salvatore, essa parla alle coscienze e al cuore di ogni uomo, traducendo e incarnando il suo annuncio in azioni concrete. Rispetto ai proble

mi contingenti, come ricordava San Giovanni Paolo II, intervenendo in un Simposio sulla Dottrina Sociale della Chiesa nel 1982: «la Chiesa non ha competenze dirette per proporre soluzioni tecniche di natura economico-politica; tuttavia, essa invita a una revisione costante di qualsiasi sistema, secondo il criterio della dignità della persona umana». La Chiesa, cioè, quanto al suo magistero, agisce non in nome di una competenza tecnica, ma attraverso una seria riflessione cristiana che illumina i temi della realtà sociale.

Di fronte a situazioni complesse di carattere politico e sociale, spesso i fedeli, individualmente o in gruppi particolari, possono assumere legittime e diversificate iniziative, trovando sempre però nel Vangelo e nell’insegnamento sociale della Chiesa i principi ispiratori delle loro azioni e delle loro scelte politiche. Le scelte e i progetti dei singoli o dei gruppi di ispirazione cristiana possono divergere, pur agendo da cristiani, senza per questo pretendere di agire a nome della Chiesa o di imporre un’interpretazione esclusiva e autentica del Vangelo. La Gaudium et spes, al n. 43, ha espresso questo principio in modo inequivoco: «Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere

un giudizio diverso sulla medesima questione, ciò che succede abbastanza spesso legittimamente. Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall’altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che a nessuno è lecito rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l’autorità della Chiesa».

In un contesto complesso e pluralista, compito della Chiesa è indicare principi morali perché le comunità cristiane possano svolgere il loro ruolo di mediatrici nella ricerca di soluzioni concrete adeguate alle realtà locali. Lo ha mirabilmente espresso il Beato Paolo VI al n. 4 di Octogesima adveniens: «Di fronte a situazioni tanto diverse, ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale. Del resto non è questa la nostra ambizione e neppure la nostra missione. Spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili del Vangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell’insegnamento sociale della Chiesa, quale è stato elaborato nel corso della storia, e particolarmente in questa era industriale».

Tali precisazioni sono importanti per giungere al cuore della mia riflessione, che ruota attorno alla seguente affermazione: l’esperienza dell’emigrazione è dolorosa per ogni uomo; soffre chi è costretto a lasciare la famiglia, la casa, la terra, abbandonando affetti, costumi, lingua, cultura e tradizioni che compongono la propria identità; soffre la famiglia privata di un suo componente e smembrata; soffre la terra depauperata spesso delle sue risorse migliori. A ciò si affiancano le difficoltà dei popoli occidentali nel realizzare una difficile integrazione, spesso preoccupati – non sempre senza ragione – di preservare la loro sicurezza e la loro identità culturale e religiosa.

Le lacrime dei tanti giovani immigrati che ho incontrato in questi anni danno ragione della complessità della vicenda.
Comprendo in questo senso le parole di San Giovanni Paolo II, tratte dal Discorso al IV Congresso mondiale delle Migrazioni del 1998: “il diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione”. Un principio di giustizia sociale ribadito anche da Benedetto XVI che, nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2013, ha affermato il “diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra”. Interpretando l’esperienza e la coscienza di tanti profughi, spesso vittime di sogni e illusioni, ha commentato: “Invece di un pellegrinaggio animato dalla fiducia, dalla fede e dalla speranza, migrare diventa allora un «calvario» per la sopravvivenza, dove uomini e donne appaiono più vittime che autori e responsabili della loro vicenda migratoria”.

Per questa ragione, oggi, mentre affermiamo con Papa Francesco il dovere dell’accoglienza di chi bussa alla nostra porta in condizioni di grave emergenza, occorre anche impegnarsi, forse più di quanto non sia stato fatto, per garantire ai popoli la possibilità di “non emigrare”, di vivere nella propria terra e di offrire là dove si è nati il proprio contributo al miglioramento sociale. La separazione e lo smembramento delle famiglie dovuto all’emigrazione rappresenta un grave problema per il tessuto sociale, morale e umano dei Paesi d’origine. L’emigrazione dei giovani rappresenta un grande depauperamento per l’Africa. Spesso, inoltre, a emigrare sono i giovani istruiti, nell’illusorio sogno del benessere europeo a portata di mano. Nell’impegno per l’accoglienza, si finisce spesso per trascurare quanti restano in quei Paesi, che spesso sono veramente i più poveri, anche culturalmente.

Fermo restando il diritto per ogni uomo di cercare fortuna fuori dalla propria terra di origine, come anche il dovere di accoglienza per i Paesi più ricchi del mondo, occorre tuttavia tener conto del fatto che gli uomini, le donne e i bambini oggi coinvolti nel fenomeno delle migrazioni sono – a mio parere – tre volte vittime.
Innanzitutto sono vittime di ingiustizie, di miserie, e spesso anche di guerra, che li costringono a partire dai loro Paesi d’origine. Come possiamo tacere che tali situazioni, direttamente o indirettamente, sono frutto di politiche coloniali antiche e nuove? Il primo dovere di carità umana allora ci impone di aiutare questi popoli laddove vivono, richiamando l’attenzione e l’impegno di tutti sulla rimozione di queste ingiustizie e quindi anche delle cause che li spingono all’emigrazione.
Desidero richiamare in proposito l’appello che le Chiese africane hanno rivolto in più occasioni ai loro figli più giovani: “Non fatevi ingannare dall’illusione di lasciare i vostri paesi alla ricerca di impieghi inesistenti in Europa e in America” ha detto Mons. Nicolas Djomo, Presidente della Conferenza Episcopale del Congo, all’incontro panafricano dei giovani cattolici del 2015, invitandoli a guardarsi dagli “inganni delle nuove forme di distruzione della cultura di vita, dei valori morali e spirituali”, perché non si può pensare che gli uomini siano come merci che si possono sradicare e trapiantare ovunque, se non perseguendo un’idea nichilista che vorrebbe appiattire le culture e le identità dei popoli. “Voi siete il tesoro dell’Africa; – ha aggiunto Djomo – la Chiesa conta su di voi, il vostro continente ha bisogno di voi”.

Ancora più recentemente, dal Senegal alla Nigeria, i Vescovi hanno avuto reazioni indignate di fronte ad alcuni filmati che mostrano come vengono trattati alcuni migranti prima di essere venduti in Libia come schiavi, per poi finire a fare i profughi in mare aperto. “Non abbiamo il diritto di lasciare che esistano canali di emigrazione illegale quando sappiamo benissimo come funzionano, tutto questo deve finire” dice dal Senegal Monsignor Benjamin Ndiaye, Arcivescovo di Dakar, che argomenta per assurdo: “meglio restare poveri nel proprio Paese piuttosto che finire torturati nel tentare l’avventura dell’emigrazione”. A lui hanno fatto eco più recentemente in Nigeria Mons. Joseph Bagobiri della Diocesi di Kafachan e Mons. Jilius Adelakan, Vescovo di Oyo. I Pastori riconoscono che la Nigeria è un Paese ricco di tante risorse, ma le associazioni malavitose, che hanno contatti anche nei vari Paesi europei, e anche in Italia, incoraggiano di fatto la tratta di esseri umani, alimentando illusioni e false speranze, per un loro tornaconto.

In secondo luogo, oltre che vittime di ingiustizie laddove vivono, i migranti sono spesso vittime di rifiuto e di sfruttamento nei Paesi a cui approdano. Sono anche vittime di condizioni strutturali che, al di là della buona volontà di chi accoglie, non consentono sempre di dare loro quella fortuna che cercano. Come possiamo dimenticare le difficoltà di lavoro che incontrano molti dei nostri giovani, essi pure costretti ad andare a cercare altrove la prospettiva di un futuro?
In questo ambito si deve considerare il difficile tema dell’immigrazione islamica, che pone un grave problema di integrazione con la nostra cultura occidentale e cristiana. Faccio riferimento a dati obiettivi, fonte spesso di problemi non indifferenti, posti dalla difficile conciliazione di concezioni assai diverse del diritto di famiglia, del ruolo della donna, del rapporto tra religione e politica. Il tema è stato ben argomentato a suo tempo dal compianto Card. Giacomo Biffi e molti sono i richiami in tal senso provenienti in questi anni dai Vescovi che in Medio Oriente vivono quotidianamente queste difficoltà, come ad esempio, il Vescovo egiziano copto di Alessandria, Mons. Anba Ermia. Queste difficoltà sono ben note anche in alcuni Paesi europei, come la Francia, dove l’integrazione è ancora di là da venire, come ci dimostrano le tristi cronache di questi anni. Tuttavia mi preme precisare, come anche Papa Francesco ha affermato più volte, che i fatti gravi di tipo sovversivo e terroristico non sono fondamentalmente espressione di una guerra di religione, essendo più variegate e complesse le motivazioni. Grandi passi sono stati fatti sul piano del dialogo interreligioso. Per tornare al nostro tema, le difficoltà di integrazione le vediamo anche nelle realtà più piccole dei nostri centri, dove assistiamo alla creazione di veri e propri “quartieri islamici”, che, con gravi tensioni tentano di impiantare le loro regole e le loro tradizioni.

Anche Papa Francesco ha sempre riconosciuto che la politica dell’accoglienza deve coniugarsi con la difficile opera dell’integrazione “che non lasci ai margini chi arriva sul nostro territorio” e proprio pochi giorni fa ha precisato che l’accoglienza va fatta compatibilmente con la possibilità di integrare. L’esperienza di questi anni ci ha dimostrato che gli immigrati spesso restano ai margini delle nostre società, in veri e propri ghetti, in cui parlano la loro lingua e introducono i loro costumi, come in comunità parallele, talvolta in contesti di degrado. Per non tacere del grave fenomeno degli immigrati che finiscono in mano alla malavita o agli sfruttatori del piacere sessuale.

In terzo luogo, i migranti, già vittime di ingiustizie nei loro Paesi d’origine, costretti a subire sfruttamento e gravi difficoltà nei Paesi di arrivo, soprattutto quando scoprono che non ci sono le condizioni di fortuna sperate, sono vittime insieme alle popolazioni occidentali di “piani orchestrati e preparati da lungo tempo da parte dei poteri internazionali per cambiare radicalmente l’identità cristiana e nazionale dei popoli europei”, come recentemente ha ricordato Mons. A. Schneider. Senza ossessioni di complotti, ma anche senza irresponsabili ingenuità, non possiamo nascondere che siano in atto tanti progetti e tentativi volti ad annullare le identità dei popoli, perché ciascun uomo sia più solo e debole, sganciato dai riferimenti culturali di una comunità in cui possa identificarsi fino in fondo: lo possiamo costatare dalla produzione legislativa europea sempre più lontana e avversa alle radici della nostra civiltà. Se da una parte possiamo concordare che oggi non vi sia una vera e propria guerra tra le religioni, dobbiamo però riconoscere che è in atto una “guerra” contro le religioni, ogni religione, e contro il riferimento a Dio nella vita dell’uomo. Spesso, giunti in Europa, i migranti sentono anche il peso e la fatica di una visione di vita e di uno stile non appartenenti alla loro storia e identità, siano essi cristiani, islamici o di altra fede religiosa.

Come Vescovo, sento forte la responsabilità di custodire il gregge che mi è stato affidato e di custodire la continuità dell’opera della Chiesa nel nostro problematico contesto sociale, presidio e baluardo di autentica promozione umana. Personalmente, sono convinto che il futuro dell’Europa non possa e non debba rischiare verso una sostituzione etnica, involontaria o meno che sia.

Tutte queste ragioni, che in breve ho cercato di enucleare, danno ragione di quanto è affermato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che al n. 2241, compendia la saggezza, la prudenza e la lungimiranza della Chiesa:

“Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono. Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri.”

A questi principi di buon senso e sapienza cristiana suggerisco di conformare l’agire sociale, illuminati dal Magistero della Chiesa, del Papa e dei vostri Vescovi.
Consegno questo messaggio con la più ampia libertà del cuore, non avendo da difendere posizioni di privilegio, strutture o posizioni politiche, ma guardando alla complessità del fenomeno in gioco, e alla varietà degli elementi di cui occorre tener conto affinché in questa impegnativa congiuntura, come sempre, il Vangelo di Gesù Cristo sia la bussola che orienta il cammino della Chiesa e degli uomini di buona volontà per il bene integrale del singolo e dell’umanità intera.

+ Antonio Suetta
Vescovo di Ventimiglia – San Remo

16 pensieri su “Il Vescovo di Ventimiglia risponde alla lettera sull’immigrazione

  1. Non abbiamo il diritto..
    di lasciare che esistano canali di emigrazione illegale quando sappiamo benissimo come funzionano, tutto questo deve finire” dice dal Senegal Monsignor Benjamin Ndiaye, Arcivescovo di Dakar, che argomenta per assurdo: “meglio restare poveri nel proprio Paese

    le parole di San Giovanni Paolo II, tratte dal Discorso al IV Congresso mondiale delle Migrazioni del 1998: “il diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria:

    “piani orchestrati e preparati da lungo tempo da parte dei poteri internazionali per cambiare radicalmente l’identità cristiana e nazionale dei popoli europei”,

    Tutto ci sta in questo link….Prudenza !!!!!….Grazie.

  2. Rispetto alla media, certamente è un intervento che perlomeno non nasconde i probleni e tutta una serie di condizioni al contorno; anzi, ha il coraggio di fare riferimento, pur con molta diplomazia, al piano di “sostituzione etnica” e alle grandi manipolazioni che i centri di potere internazionale stanno tentando di attuare. Penso che, con questo documento, vada riconosciuta a mons. Suetta una certa onestà che non si vede se non in pochissimi altri vecovi italiani.

    Nonostante questo, rimangono alcuni punti che andrebbero chiariti.

    Fermo restando il diritto per ogni uomo di cercare fortuna fuori dalla propria terra di origine…

    Giusto, ma una cosa è il diritto a cercarla, altro è il diritto a trovarla. Non c’è nessun diritto a trovarla.

    Come possiamo tacere che tali situazioni, direttamente o indirettamente, sono frutto di politiche coloniali antiche e nuove?

    Questo è estremamente riduttivo e allora non si capisce perché non dovremmo stare a rivangare queste antiche e nuove politiche coloniali noi stessi nei confronti di altri paesi che, negli ultimi secoli, ci hanno dominato, invaso, controllato… Ingigantire questo punto dà voce a chi sostiene che i “migranti” hanno diritto ad una specie di risarcimento. Non sarà quello che intendeva il vescovo, ma su questo punto bisognerebbe essere molto chiari.

    Tuttavia mi preme precisare, come anche Papa Francesco ha affermato più volte, che i fatti gravi di tipo sovversivo e terroristico non sono fondamentalmente espressione di una guerra di religione, essendo più variegate e complesse le motivazioni.

    E qui no, non si può accettare questa affermazione. Per quanto riguarda l’islam ci sono frotte di esperti che sanno di cosa parlano, vuoi perché l’hanno vissuto sulla propria pelle (p.es. Magdi Cristiano Allam), vuoi perché sono originari di quei posti (p.es. padre Samir), vuoi perché comunque hanno studiato bene il problema e non perché lo vedono attraverso una bolla ideologica. L’islam è espasionismo politico, e non può essere altrimenti; nei paesi dove c’è una grande percentuale di islamici, anche di seconda e terza generazione, vari studi hanno chiaramente mostrato che l’approvazione per il terrorismo non è affatto una minoranza; anzi; e quando gli islamici superano una certa soglia, e vedono realizzabile il sovvertimento delle società in cui si sono inseriti, ci provano. È dimostrato dal fatto che in certi paesi europei ci stanno anche riuscendo.

    Grandi passi sono stati fatti sul piano del dialogo interreligioso.
    E qui lasciamo perdere.

  3. MenteLIbera65

    Mi pare che il vescovo abbia toccato con pacatezza e completezza tutti i temi in campo.

    La radicalizzazione delle differenze deriva dalla ostinazione nel non considerare i due differenti aspetti della stessa vicenda :

    1) La situazione delle singole nazioni e dell’africa in generale , rispetto alla capacità di garanitire pace e vivibilità , ora ed in prospettiva futura
    2) L’emergenza attuale, formata da migliaia di persone che per un insieme di ragioni sono state costrette o spinte o convinte a lasciare il proprio territorio ed ora si trovano in mezzo al guado , sulla costa africana , con l’unica speranza di salire su una barca, in situazione di disagio e spesso vessazioni gravissime.

    Se infatti quanto descritto al punto 1) è paragonabile alla struttura di prevenzione dei medici di base, che deve essere efficente e prevenire malattie e disagi fisici delle persone , con un lavoro di medio/lungo termine , costante ed attento, quanto descritto al punto 2) è la tipica situazione di pronto soccorso.

    Sarebbe infatti molto strano che chi si rivolgesse al pronto soccorso, in fin di vita, si sentisse rifiutare le cure, con l’obiezione che se è malato vuol dire che non è stato ben curato preventivamente, se è infortunato è perchè non è stato sufficentemente attento.

    E’ evidente che il lavoro per migliorare la vita nelle nazioni africane è lento , ed anche molto costoso per le nazioni occidentali che dovrebberlo aiutarlo. Ci sarebbe da chiedere se le popolazioni occidentali accetterebbero, per esempio, di finanziarlo con una parte consistente delle proprie tasse. Sarebbe questa però la famosa opera di prevenzione della creazione di migranti.

    In ogni caso, anche con tutta la buona volontà del mondo, i tempi di tali migliorie non sono compatibili la rimozione immediata del problema immigrati, che fino a quando non cambierà qualcosa in Africa, si riverseranno sulle coste e come vasi di coccio in mezzo a vasi di pietra saranno sbattuti da una parte e dall’altra, per finire poi su una barca in procinto di affondare.

    Inutile dire che di fronte all’emergenza compito del pronto soccorso è fare ogni sforzo possibile per salvare le vite e garantire l’assistenza. Ed qualora il pronto soccorso si dichiarasse pieno, questa sua dichiarazione non potrebbe sfuggire al controllo superiore di chi verificasse che in realtà ancora qualche malato poteva essere curato, e che la dichiarazione di pieno è stata fatta solo per dissuadere altri a venire. Fatti non fummo per viver come bruti. E neppure per pensare come bruti, e presumere che il salvataggio di tante vite umane possa inficiare seriamente il nostro benessere economico e materiale. C’è il rischio infatti che una eccessiva quantità e sofismo di ragionamenti, su questo argomento così semplice, finisca per far perdere di vista l’essenza della nostra fede in Cristo, che è morto innocente su di una croce per sconfiggere la paura della morte che sempre governa la nostra vita, dimostrando che chi vive in lui non muore mai. E se la nostra “croce” si chiama accoglienza del diverso , pure odioso, è la croce di questo tempo, che il Signore ci ha messo davanti. Da nessuna parte c’è scritto che le croci sono piacevoli, ma la strada della vita eterna passa anche per la croce.

    1. Maria Cristina

      Sono sbarcati ieri in Italia 57 tunisini, tutti maschi, arrivati col solito barcone.
      Grazie ad accordi con la Tunisia gia’ lunedi’ saranno rispediti in Tunisia, non avendo nessun diritto all’ asilo ne’ politico, ne’ umanitario. Pero’ il volo aereo per queste 57 persone lo paga il contribuente italiano. Mio figlio questa estate andra’ ’ in vacanza in Marocco , costo del volo low cost: 460 euro
      Cosa voglio dire.?
      I)i migranti provenienti da paesi sicuri, dove non ci sono ne’ guerre , ne’ dittature, come la Tunisia , non si capisce perche’ non vengano in Italia pagandosi il biglietto aereo che costa sui 460 e preferiscano pagare gli scafisti che ne chiedono 5000.
      Vi siete mai chiesti il motivo? C’ e’ qualcosa che non quadra.
      Questa massiva immigrazione ILLEGALE nasconde qualcosa di losco.
      Perche’ 57 tunisini maschi sono senza documenti.. Non mi risulta che in Tunisia si possa vivere senza essere identificati.
      Anche noi italiani andavamo negli USA come emigranti ma pagandoci il biglietto di terza classe di navi regolari e coi documenti . Anche i piu’ poveri .
      Come mai i migranti da Tunisia, Egitto, Pakistan , invece di usare i canali legali, che costano meno, usano quelli illegali che costano di piu’ e si presentano senza documenti? .
      In questo come in altri misteri ci si deve porre la domanda : Cui prodest ?
      A chi giova? Non c’ e’ bisogno di essere complottisti per vedere che in questo tipo di immigrazione illegale c’ e’ qualcosa di pilotato e di poco chiaro.

  4. Natale

    Il Catechismo usa, non credo casualmente, la parola “riconoscenza” riferendosi all’atteggiamento dei migranti verso chi li accoglie.
    L’avete mai sentita questa parola in tutti gli interventi dei cattolici turbo-immigrazionisti?

    1. MenteLIbera65

      Siamo sempre molto severi nel valutare le mancanze altrui, e spesso poco attenti alle nostre.
      Mi sfugge il senso del termine turbo-immigrazionista… Un problema così complesso non può essere ridotto a queste definizioni che rendono poca giustizia all’intelligenza e sensibilità di chi le utilizza.
      Gesù , che ci conosce , diceva : “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.”
      Se cerchi il “grazie”, quello sarà la tua ricompensa.
      Ed in ogni caso le colpe di chi è venuto prima non possono ricadere su chi è venuto dopo, perchè siamo chiamati a praticare la giustizia e non l’ingiustizia. Certo ovvio…per credere queste cose occorre credere veramente in Gesù Cristo, e non nella forma ridotta che spesso la natura umana autoproduce.
      Io la penso così..e spero di non esser l’unico.

  5. MenteLibera65

    Forse perché per entrare da tunisino in italia serve un visto che non è per niente facile ottenere ? Ti sei mai chiesta perche i messicani entrano clandestinamente negli Stati Uniti ( tanto è vero che è stato costruito un muro per impedirlo) quando potrebbero benissimo presentarsi a piedi alla dogana col passaporto in mano? Forse non sono tutti matti , ma magari quello che da noi sembra scontato (da italiani abbiamo porte aperte ovunque) se nasci in una di queste nazioni scontato non è . I documenti non li portano per essere piu difficili da identificare e non essere rimandati indietro al volo… Il problema è che tante cose sembrano semplici , per chi non le deve fare.

    1. In altre parole, vogliono tutti entrare illegalmente, ovvero strafottendosene delle regole del paese dove vorrebbero essere “ospitati”. Che mondo duro, che rende difficile fare certe cose illegali…

      1. Kosmo

        @Giudici:
        che poi “loro” sono quei “cattolici” che: “L’aborto è una legge dello stato, e anche se ingiusta, va fatta rispettare”

  6. MenteLIbera65

    Se l’immigrazione clandestina non fosse clandesitina ma legale , saremmo qui a discutere ?
    E’ evidente che una parte degli immigrati cerca di entrare senza diritto in un altro paese. Nessuno obietta sul fatto che una volta identificati, ed attestato che non hanno diritti di entrare, siano rimandati a casa.
    L’obiezione è sul fatto che ancor prima che vengano identificati , e discriminati tra quelli che appartengono a categorie riconosciute aventi diritti (profughi) e quelli che invece sono reali clandestini, essi vengano lasciati affogare o lasciati per giorni su navi alla deriva. Si discute insomma se l’essere immigrato clandestino significhi anche perdere i più basilari diritti umani, come salvataggio ed assistenza.
    Quando poi i paesi di partenza , come nel caso della Libia, sono paesi dove i diritti umani sono notoriamente violati, e dove non c’è una catena di comando reale (la libia è divisa in fazioni, e gli accordi con la c.d. guardia costiera libica sono accordi in realtà soltanto con una delle fazioni) , il rimpatrio diventa un fatto di coscienza civile : Anche se non aveva diritto di venire, posso riportare una persona dove già so che verrà maltrattata ? La riposta , prima ancora che dalle regole, viene dalla coscienza di ognuno di noi.
    Vedo che la coscienza va poco di moda , e si preferisce parlare per stereotipi e facili , quanto inapplicabili, soluzioni.
    Lascio infine con una chiosa :
    la maggior parte degli immigrati clandestini presenti sul territorio italiano non sono affatto arrivati coi barconi, ma sono arrivati in modo totalmente regolare, con visto turistico, dai paesi più disparati, con aerei trami navi legali. Dopo di che, passati i 3 mesi, si sono eclissati.
    Quelli che arrivano con le barche sono disperati che non possono fare altrimenti, ma in realtà la maggioranza dei clandestini ancora oggi entra in altri modi, in maniera parcellizzata e legale. 100/200 persone al giorno, sparse su tutti gli aerei navi e treni in arrivo, fanno 70.000 persone l’anno, che non finiscono nei centri di accoglienza, ma magari a casa di amici e mezzi parenti, per poi inserirsi in modo semitrasparente nel tessuto produttivo parallelo..
    Una volta si diceva che non si era mai visto il funerale di un cinese….ed era abbastanza vero…

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