Utopia, desideri, scienza e le nuove superstizioni

di autori vari

totò-iettatore

di Roberto Brega

Ora, quando pensiamo a una persona superstiziosa siamo certamente abituati a figurarci qualche cliente del mago Otelma, qualcuno che evita di passare sotto le scale o indulge in altre simili stranezze. Qualcuno che si affida alla magia o al paranormale. Questo è il superstizioso; ma io mi accorgo spesso di pensare alla superstizione in un modo più ampio. Nella nostra epoca, sembra che il pensiero superstizioso non si rivolga tanto a una visione distorta della realtà sovrannaturale, quanto piuttosto a una visione distorta della realtà naturale. Il che non è strano, a ben pensarci, ma conseguenza del dilagante materialismo.

E’ probabilmente più corretto chiamare questo tipo di superstizioni ‘utopie’. L’utopia si differenzia dalla superstizione in senso stretto per la sua struttura apparentemente razionale, ed è ciò che la rende da un paio di secoli così appetibile. Qualsiasi utopia vagheggia realtà ideali al cui epicentro non c’è più Adamo/Cristo, ma l’Uomo Nuovo, e il fatto che tutte siano fallite non significa che gli esseri umani non ne cerchino altre poiché purtroppo, dobbiamo prenderne atto, il fatto cristiano non è riuscito, a oggi, a riappropriarsi dell’epicentro lasciato dal vuoto ideologico. Ciò che le promesse politiche utopiche non sono riuscite a realizzare sembrano ormai defluire verso altri tipi di promesse utopiche: spesso, promesse scientifiche.

E’ interessante notare come questo corrisponda a un movimento sempre più individualista dell’utopia: la politica di certo ambisce a occuparsi del bene collettivo più di quanto non faccia la scienza (lasciamo perdere come lo faccia… ). Non che la scienza sia estranea al bene collettivo, tutt’altro!, ma spesso la visione scientifica parte da una visione del bene dell’individuo osservato singolarmente.
Ci sono tanti indizi che fanno pensare alla scienza come alla nuova frontiera dell’utopia, innanzi tutto il carico di aspettative che gli uomini affidano a essa, in termini di proprio benessere individuale e della convinzione che essa possa divenire la chiave per realizzare qualsiasi desiderio e brama.

La violenza dei desideri disordinati che si rivolgono alla scienza per venire soddisfatti si misura anche nell’atteggiamento riservato a chiunque opponga proteste e obiezioni a certi aspetti della ricerca scientifica: ogni obiezione si liquida come un attentato alla libertà di ricerca o come ostilità inspiegabile verso la scienza e la tecnica. Queste sono le affermazioni difensive che siamo abituati a sentire e davanti alle quali piegarci, anche se in una discussione razionale risultano del tutto fuori luogo e dovrebbero screditare colui che le porta in campo, in quanto congegnate per costringere l’interlocutore a rinunciare a usare la propria razionalità.
Penso per esempio alla ricerca sulle cellule staminali ottenute dalla distruzione degli embrioni umani: nessuna obiezione morale, né alcuna obiezione relativa al valore di tali ricerche può resistere all’aspettativa utopica. La ricerca non può essere limitata per la semplice ragione che fare diversamente sarebbe un atto di lesa maestà inflitto alla scienza. Ciò che conta non è tanto il valore di una ricerca, quanto la necessità che le aspettative di cui la scienza viene investita non vengano frustrate.

Un altro atteggiamento nei confronti della scienza che suscita in me molta diffidenza è il modo stesso in cui spesso ci si appella alla scienza. “La scienza lo deciderà, la scienza ce lo dirà, la scienza se ne occuperà, la scienza lo giudicherà… “. Nel linguaggio stesso la scienza viene antropomorfizzata (deificata?) e la sua marcia risulta incontestabile come quella dell’ormai defunto sol dell’avvenir.
Se non che la scienza non è un ente dotato di intelletto e volontà, quindi non può né decidere, né giudicare, né occuparsi di alcunché. Così naturalmente non è tanto la scienza, quanto coloro che a vario titolo possono fregiarsi del titolo di scienziati, a essere investiti di determinate attese e così acquisire un’autorità che, combinata alla reale complessità di ciò di cui si occupano, li pone nella condizione di disporre di un enorme potere, capace di determinare e influenzare fortemente le coscienze.
Qui nasce un bel problema, perché lo scienziato è solo un essere umano che si occupa con maggiore o minor fortuna di scienza. Ma ciò non gli assicura alcuna particolare protezione dal peccato originale; l’idea che lo scienziato sia posseduto dalla sua vocazione così intensamente da rendergli impensabile tradire o abbandonare il metodo scientifico a favore dei suoi interessi personali, è anch’esso un pensiero superstizioso (e ingenuo). Come tutti gli uomini, egli può essere sedotto, corrotto, costretto, lusingato. Può desiderare l’approvazione e la condiscendenza dei suoi pari e dei suoi maestri e sforzarsi di adeguarsi all’ipotesi scientifica più comune senza verificarla quanto dovrebbe, nel timore che questo gli attiri discredito o disprezzo. E’ insomma, come tutti noi, figlio di Adamo.
Uno scienziato “fa” scienza solo finché applica al meglio il metodo scientifico. Quando decide diversamente, che cos’è? E a nome di che cosa parla?
Eppure porsi questi interrogativi, o addirittura opporre considerazioni di carattere razionale e di buon senso a certe ipotesi scientifiche che si vorrebbero veicolare come certezze, suscita spesso, come dicevo, reazioni pavloviane: “arretrato”, “timoroso del progresso”, “che ne sai tu?”, “lo deciderà la scienza non certo tu.” ecc.
La resa della ragione e del buon senso deve essere assoluta. Non è previsto prendere prigionieri. La coscienza di colui che non ha ricevuto il ‘sigillo’, il ‘sacramento’, della ‘scienza’, deve alzare bandiera bianca. Non è consentito chiedersi se e fino a che punto l’uomo che fa e sa di scienza stia davvero applicando il metodo scientifico o non si sia fatto per le più varie ragioni strumento di una ideologia. Nessuno deve mettere in discussione il circuito chiuso per il quale solo chi sa di scienza può stabilire se si stia usando il metodo scientifico oppure no. A un principio di ragione va a sostituirsi in pieno un principio di autorità che non può essere indagato.
La resa del buon senso è quanto di più importante, sia perché il buon senso può accomunare credenti e non-credenti, sia perché il buon senso sarebbe in realtà lo strumento più agile e uno dei migliori per mettere almeno in discussione le istanze ideologiche che vogliono indossare la maschera di verità scientifica. Una volta ceduto il buon senso (e le solide considerazioni razionali che da esso scaturiscono), ben poco resta a difendere la coscienza del singolo dalla violenza dell’utopia. Ecco che così l’idolo davanti al quale prostrarsi è stato eretto.
Concludo.
Le utopie di solito attraversano una fase maniacale e una depressiva, come certi squilibri psichici. Per quasi tutto il XX secolo e fino convenzionalmente alla caduta del muro di Berlino, fu la tecnica assieme a scienze come la sociologia e l’economia a venire caricate di attese utopiche. La scienza, pure fondamentale all’interno di queste utopie, era a servizio di un pensiero ideologico politico ed economico. Morte le ideologie e giunta la frustrazione di vedere fallite attese di fatto irraggiungibili, la scienza si propone ora come una forza Redentrice. L’attesa di redenzione, il bisogno che il cuore umano sente, di cercare fuori da sé la propria salvezza resta, sempre, ma è piegato su un piano solo naturale. L’ideologia di un progresso inarrestabile e sempre crescente, mostrato il suo volto di menzogna, diventa il peccato che la scienza stessa si propone di redimere. La bruttura di tanti edifici e complessi industriali che oggi ci ripugnano, nel momento in cui venivano prima progettati e poi costruiti, contenevano anche nella loro stessa bruttezza il sogno di inaugurare un’epoca nuova. Tolkien lo aveva capito bene, infatti rese questo sogno il sogno di Saruman. Svanito il sogno, resta il peccato: poiché un certo tipo di progresso umano ha fallito la sua promessa, si esige che il progresso, tutto quanto, espii le sue colpe. Non sia mai che si ammetta con onestà che non era il progresso, ma le utopie che lo avevano cavalcato, a sbagliare. A indossare il mantello del salvatore è perciò logicamente la difesa ambientale (doverosa, quanto il progresso). Per rendersene conto basta aver ascoltato con attenzione il linguaggio mediatico che ha preceduto, accompagnato e seguito la conferenza delle N.U. sui cambiamenti climatici: un linguaggio che è fin troppo facile definire messianico. Nessun dubbio che anche questa utopia farà la stessa fine di tutte le altre: da stabilire sono i danni che, come al solito, farà nel frattempo.

13 commenti to “Utopia, desideri, scienza e le nuove superstizioni”

  1. principio di conservazione dell’energia o la resurrezione della carne?

    alla fin fine di questo si tratta.

    Solo che uno e’ dimostrabile, l’altro….boh.

  2. “Una volta ceduto il buon senso…ben poco resta a difendere la coscienza del singolo dalla violenza dell’utopia”. Proprio così

  3. La Scienza, assieme a Sapienza, Intelletto, Consiglio, Fortezza, Pietà,Timore di Dio è uno dei doni dello Spirito santo. Dice papa Francesco che “Il dono della scienza ci pone in profonda sintonia con il Creatore e ci fa partecipare alla limpidezza del suo sguardo e del suo giudizio. (omissis) Allo stesso tempo, però, il dono della scienza ci aiuta a non cadere in alcuni atteggiamenti eccessivi o sbagliati. Il primo è costituito dal rischio di considerarci padroni del creato. Il creato non è una proprietà, di cui possiamo spadroneggiare a nostro piacimento; né, tanto meno, è una proprietà solo di alcuni, di pochi: il creato è un dono, è un dono meraviglioso che Dio ci ha dato, perché ne abbiamo cura e lo utilizziamo a beneficio di tutti, sempre con grande rispetto e gratitudine. Il secondo atteggiamento sbagliato è rappresentato dalla tentazione di fermarci alle creature, come se queste possano offrire la risposta a tutte le nostre attese. Con il dono della scienza, lo Spirito ci aiuta a non cadere in questo sbaglio. (omissis) Dobbiamo custodire il creato poiché è un dono che il Signore ci ha dato, è il regalo di Dio a noi; noi siamo custodi del creato. Quando noi sfruttiamo il creato, distruggiamo il segno dell’amore di Dio. Distruggere il creato è dire a Dio: “non mi piace”. E questo non è buono: ecco il peccato.” (udienza generale del 21 maggio 2014).
    La scienza, ad esempio, ci ha permesso di scoprire che è la terra a girare attorno al sole e non viceversa, ma anche di costruire la bomba atomica.
    I doni dello Spirito santo non possono che essere intrinsecamente buoni; sta a noi farne un uso secondo la scienza di Dio.

    • Non ho capito esattamente perché tu voglia introdurre nel discorso un elemento di confusione attraverso l’omonimia tra Scienza – dono dello Spirito Santo, e scienza intesa nel senso comune del termine, come l’ho usata io.
      A parte questo, e anche senza scomodare i doni dello Spirito Santo, tutte le cose sono intrinsecamente buone. La scienza, l’ambiente, il denaro, il progresso, il successo personale, le cose materiali… anche gli angeli caduti, relativamente alla loro natura originaria, sono una cosa buona; l’essere è l’unico bene che resta loro.
      Perciò è sempre l’uso che la creatura razionale fa dei beni che gli sono stati concessi a potere essere buono o cattivo, direi che su questo siamo perfettamente d’accordo.

  4. La scienza ci dice che piove, ma non può decidere se aprire l’ombrello.

  5. …mica facile definire precisamente il limite tra religione e superstizione!
    Che la idolatrazione della scienza sia anche essa una forma di dabbenaggine,
    siamo d’accordo!

    p.s. come anche la stessa scienza dell’atomo ci ha permesso di utilizzare i raggi x!
    O Voi non li fate mai i raggi x?

  6. Purtroppo, per rimanere nel paragone con Saruman, la scienza moderna ha da tempo abbandonato la strada della saggezza a favore della follia.
    Per questo aspettarsi da essa che abbia in qualche modo a cuore il bene comune e’a mio parere inutile.
    Possiamo rimanere volentieri legati a una idea di scienza in senso di “Spirito di Scienza” ( identità’ di scienza e ragione ), come poteva essere al tempo di San Tommaso, ma la verita’e’che la scienza moderna per la sua stessa dimensione costitutiva e’diventata tutt’altro e proprio come Sauron essa “non divide il potere”. Ne con la politica, ne con la ragione.

    Non tutto cio’che e’scientifico e’ragionevole, ne tutto cio che e’ragionevole avviene secondo un modello scientifico.
    Come ci ricorda il nostro grande Papa Emerito, la Fede e’ragionevole, ma non necessariamente scientifica.
    Per questo ha piu’senso a mio parere ribadire il primato della politica nel mettere dei paletti alla scienza, altrimenti in nome della liberta’sperimentativa non ci si fermera’piu’di fronte a niente – cfr. esempio delle staminali nell’articolo.

    • ola, concordo e aggiungo un pezzo: il primato della politica è necessario, ma bisogna ricordare, almeno tra di noi, che il trittico è etica-politica-scienze (naturali ed economiche, anch’esse dotate di un enorme potere, oggi ancor più che in passato).
      Il primo elemento di sovversione si è introdotto nel momento in cui la politica ha desiderato affrancarsi dall’etica, dal diritto naturale, sbarazzarsi dal legame con l’autorità divina, in un corretto rapporto di distinzione tra potere religioso e politico. Ambizione che nasce da lontano, almeno dalla rivoluzione protestante.

      Trovo perciò assolutamente naturale, inevitabile, che una volta introdotto questo primo elemento di disordine, la politica si trovi a sua volta messa sotto scacco da un’altra sovversione, nella quale quel che a sua volta dovrebbe starle sottomessa, come la scienza e l’economia, prenda il sopravvento. Da un disordine ne vengono altri, e in fondo questo è uno dei modi in cui Dio giudica il mondo.
      D’altra parte, è chiaro che poiché oggi, il potere politico per primo non accetterà mai e poi mai di riconoscere un’autorità sopra di sé, né esistono le condizioni perché questo accada, la politica non potrà far altro che sottomettersi sempre di più, a sua volta, al potere del mondo scientifico ed economico.

      • “Il primo elemento di sovversione si è introdotto nel momento in cui la politica ha desiderato affrancarsi dall’etica, dal diritto naturale, sbarazzarsi dal legame con l’autorità divina, in un corretto rapporto di distinzione tra potere religioso e politico. Ambizione che nasce da lontano, almeno dalla rivoluzione protestante.”

        @Roberto colpito e affondato! 😉

  7. …non tutto ciò che non è scientifico è ragionevole, né tutto ciò che non è ragionevole
    avviene secondo un modello scientifico!

  8. …oggi in atobus sentito fare un discorso che non vi sarebbe dispiaciuto (a tanti di voi):
    “Ora, con questo novo Papa, novo Papa non sembra più nemmeno Natale!”
    (detto da persone anziane) (i giovani detto nulla)

  9. “Ci sono tanti indizi che fanno pensare alla scienza come alla nuova frontiera dell’utopia, innanzi tutto il carico di aspettative che gli uomini affidano a essa, in termini di proprio benessere individuale e della convinzione che essa possa divenire la chiave per realizzare qualsiasi desiderio e brama.”

    Proprio vero. Di recente ho visto un film (“humandroid”) in cui:
    a) il cattivo del film non faceva altro che farsi segni della Croce. In pratica era il solito temibile “integralista cattolico” che era contro il progresso
    b) i protagonisti del film riuscivano a ottenere la vita eterna trasferendo la propria coscienza in un androide

    È un film particolarmente insulso, però è un altro di questi indizi

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