Quei cristiani “più buoni di Gesù” che lo ostacolano

di Andreas Hofer

libro solovievdi Andreas Hofer

C’era da aspettarselo. In tempi come i nostri, carichi di strisciante antipolitica, sono tornati di moda facili slogan tesi a contrapporre l’impegno politico – o prepolitico – alla testimonianza personale. Opporsi alle leggi ingiuste non soltanto è inutile, si dice: è anche antievangelico. Bisogna prima curarsi della salute dell’anima. Solo così, testimoniando la bellezza della fede, potremo persuadere gli increduli. La battaglia culturale, quando non è dannosa, è inutile. Anzi, l’idea stessa che si debba battagliare è una contraffazione del genuino spirito cristiano.

Peccato solo che così facendo si cada direttamente nella negazione di una qualsiasi presenza politica, o anche solo genericamente civile o culturale. Questo almeno in democrazia, dove una certa dose di conflitto è inevitabile. Solo negli stati totalitari la discordia delle volontà – e di conseguenza il disordine – deve essere repressa. Anzi, più che repressa. Deve assolutamente scomparire.

Pensare che un cristiano in politica non possa né debba entrare in conflitto con qualcuno equivale ad escludere dalla democrazia la possibilità di una presenza politica di e da cristiani. Stralciare anche la sola eventualità di una polemica vuol dire abbracciare una posizione tipicamente antipolitica.

Da dove viene dunque questa ondata di antipolitica cattolica?

Nell’ormai lontano 1978 Alain Besançon ha descritto, nel suo libro La confusione delle lingue, la progressiva diffusione nella cattolicità di uno stato d’animo romantico, con i suoi inevitabili corollari: la preminenza del sentimentalismo, il disprezzo per la ragione analitica, una spiritualità evanescente che si compiace di stati d’animo. Come si vede, non siamo poi distanti da una mentalità venata di quietismo, la dottrina spirituale che voleva privilegiare la vita interiore a scapito di qualsiasi altra attività umana. La sua origine viene ordinariamente fatta risalire alle opere di Miguel de Molinos (1628-1696), sacerdote spagnolo severamente condannato nel 1687 da Innocenzo XI.

Sono le linee essenziali della posizione antipolitica per eccellenza. Non a caso è anche quanto caratterizza quello che il giurista Carl Schmitt definiva «romanticismo politico». Il politico romantico è essenzialmente sprovvisto della più elementare virtù politica: la prudenza, quella virtù che rappresenta il punto d’incontro tra la vita morale e la vita reale. La politica romantica spicca per l’incapacità di stabilire un contatto efficace tra la propria razionalità sentimentale e la realtà obiettiva. Finisce così per coltivare una sterile oratoria, scadendo nel sentimentalismo più umorale e in un miscuglio di ingenuità e ignoranza. Il politico sedotto dal romanticismo non fa più politica. Fa molto peggio: fa della retorica romanzata sulla politica. Ovvero la peggiore forma di impoliticità o, come diremmo oggi, di antipolitica.

Alla linea romantica Besançon vedeva connaturati alcuni elementi ormai divenuti caratteristici di un certo milieu cattolico. Il primo tra questi è il rifiuto d’avere nemici. Secondo questa prospettiva è atteggiamento più evangelico negare che la Chiesa ne abbia, come se il precetto dell’amore per il nemico non presupponesse quantomeno l’esistenza di un nemico (come si può amare ciò che nemmeno esiste?).

Da qui discende quell’atteggiamento per il quale, anche istintivamente, senza piena consapevolezza, è imperativo accantonare ogni idea di lotta, a cominciare dal bonum certamen paolino. Causa principale della surreale rimozione della categoria del nemico, sostiene Besançon, è una sorta di “supercristianesimo” al quale sta stretta la classica distinzione tra peccato, da combattere, e peccatore, da amare. A un cristianesimo tanto “puro”, che si presume “più buono” perfino di Gesù stesso, non basta più amare il peccatore. È troppo poco. Occorre amare anche il peccato.

A dire il vero, non è che un simile “supercristianesimo” cancelli davvero la categoria del nemico: piuttosto la trasferisce ad intra. Il ragionamento è questo: non esistendo alcun nemico reale – dato che non può esistere – ne consegue che la categoria del nemico non può che essere puramente immaginaria. Il “nemico” è una creazione ad arte, è un fantoccio suscitato dalla cospirazione di alcuni cinici politicanti, che se ne servono allo scopo di catalizzare un consenso elettorale. Unificare una massa sconnessa è possibile solo a condizione di usare l’odio come fattore di coagulo. Occorre perciò additare alle masse un “nemico immaginario”, innalzare un feticcio contro il quale indirizzare l’aggressività della folla e poter così guadagnare potere su di essa.

Nella nuova tavola dei valori del supercristianesimo il vero avversario, come confesserà Augusto Del Noce a Vittorio Messori, rischia di diventare perciò “l’integralista”, cioè colui che è solito intendere e vivere la fede non come un vaporoso sentimento, ma come guida e prospettiva per la sua concreta attività. Ma agire e muoversi nella polis, come abbiamo visto, non può non portare a scontrarsi prima o poi con qualche forma di inimicizia. E un politico senza avversari politici non esiste, ancora una volta, se non nei regimi più oppressivi e soffocanti.
L’integralista – o meglio il soggetto identificato come tale – diventa un capro espiatorio che è lecito accusare di ogni genere di nefandezza: di essere al soldo dei poteri mondani come di essere un allucinato Don Chisciotte ossessionato da mulini a vento fittizi. È logico: chi corre dietro a un “nemico immaginario” non può ch’esser pazzo o in malafede.

È come se avessero preso forma visibile le parole pronunciate da Joseph Ratzinger in una storica omelia del 2005: «Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo». Può testimoniarlo chiunque abbia sperimentato – sui social network, ad esempio – il vero e proprio odium theologicum sprizzato dai commenti velenosi di cristiani che pure amano presentarsi come uomini e donne del “sì” e del “dialogo”. Un risentimento quasi inestinguibile, perché ammantato di “profezia” e di sacro furore. A sentire certi “dialoganti” questo livido “holy bombing” si giustifica per essere stato fatto, per dirla con le autorevoli parole di Elio e le Storie Tese, nel segno dell’amore. Del resto è impossibile convincere del contrario chi sembra identificarsi con le ragioni stesse del bene.

Si finisce anche per assistere a un grottesco paradosso: quello di chi è capace di passare tutta la sua giornata “social” a parlar male di qualcuno che a suo dire (sempre il presunto “integralista”, chiaro) ha assoluta necessità di crearsi un nemico immaginario, senza rendersi conto che così facendo dimostra soltanto di essere il primo ad averne un disperato bisogno…

A una simile temperie attinge con ogni evidenza anche una certa predicazione “profetica” intenta a ripetere, qui sì ossessivamente, sempre la medesima cantilena: se il mondo vi odia non lamentatevi, perché in fondo ve la siete cercata. Se aveste testimoniato con veracità l’amore di Cristo questo non accadrebbe. Il mondo, anzi, vi stimerebbe.

Certo, c’è un fondo di verità in questa posizione. Nessuno lo nega. La costituzione conciliare Gaudium et Spes riconosce ad esempio che «nella genesi dell’ateismo possono contribuire non poco i credenti, nella misura in cui, per aver trascurato di educare la propria fede, o per una presentazione ingannevole della dottrina, od anche per i difetti della propria vita religiosa, morale e sociale, si deve dire piuttosto che nascondono e non che manifestano il genuino volto di Dio e della religione».

Ma è sempre e solo l’infedeltà dei cristiani a portare al rifiuto del vangelo? Il buon senso e il vangelo ci dicono il contrario: ci dicono cioè che sarebbe falso assolutizzare questa affermazione, facendone una regola generale in forza della quale la refrattarietà all’annuncio evangelico sarebbe sempre e comunque da leggere come una legittima difesa. L’incredulità sarebbe insomma solo la “giusta reazione” di fronte alla controtestimonianza dei cristiani (nella fattispecie, si dà per scontato, dei fantomatici “integralisti”).

Una simile convinzione è però la quintessenza di quella corruzione della morale genuina che va sotto il nome di “moralismo”. Tipico del moralismo è pretendere una infallibilità assoluta nei risultati dell’azione. Ogni atto virtuoso deve avere per forza un esito felice. E viceversa ogni atto maligno deve avere per forza un esito infausto. Si dimentica però quel che diceva san Giovanni della Croce, che parlava dei suoi nemici come dei suoi più grandi benefattori. A dimostrazione che nel nostro mondo, contrassegnato dalla mescolanza di bene e male, dove piove sui giusti come sugli ingiusti, spesso gli effetti non corrispondono puntualmente alle cause.

L’idolo del moralismo, questo frutto avvelenato del sentimentalismo “supercristiano”, è stato inchiodato, forse una volta per sempre, dal grande filosofo russo Vladimir Solov’ev (1853-1900).
È noto chi fosse l’avversario principale di Solov’ev: il tolstoismo, la dottrina della non violenza o della non resistenza al male. Secondo Tolstoj non bisogna opporsi fattivamente al male. Tutto ciò che è apparentato alla forza è intrinsecamente maligno. L’uso della forza è antievangelico.

Anche il tolstoismo, non c’è dubbio, è una forma di supercristianesimo. Solov’ev lo affronta in uno dei suoi scritti più famosi: I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo, dove le tesi irenistiche di Tolstoj sono personificate nella figura del Principe. Nel corso del dialogo il Principe si trova davanti a una domanda fondamentale: come deve comportarsi il cristiano di fronte a un assassino che sta cercando di uccidere un uomo? E per arrestare i delitti più atroci di una banda di tagliagole è lecito impiegare la forza delle armi?

Ebbene, secondo il tolstoismo rappresentato dal Principe un cristiano non deve in alcun modo disarmare con la forza. Deve unicamente cercare di persuadere con la testimonianza personale. Anche pregare per invocare un intervento diretto di Dio in modo da bloccare l’atto omicida palesa una intenzione sacrilega, dice il Principe. Il male è solo un errore. Il Vangelo agisce per via gnostica: il male si vince risvegliando alla luce di una ragione e di una coscienza superiori l’uomo ancora accecato: «Chi realmente è pieno del vero spirito evangelico troverà in sé, quando è necessario, la facoltà di influire e con parole e con i gesti e con tutto il proprio aspetto sullo sciagurato fratello che vuol commettere un omicidio o qualche altra azione malvagia; egli saprà produrre su di lui un effetto così sconvolgente che di colpo comprenderà il proprio errore e rinuncerà alla sua falsa strada. […] Soltanto un uomo ripieno dello spirito evangelico troverebbe in questa circostanza come in ogni altra la possibilità di risvegliare nelle anime ottenebrate quel bene che si nasconde nell’intimo di ogni creatura».

Qui Soloviëv si oppone. «Perché mai – domanda il signor Z., il personaggio che nei dialoghi dà voce invece alle posizioni di Solov’ëv – Cristo non ha usato la forza dello spirito evangelico per risvegliare il bene nascosto nell’anima di Giuda, di Erode, dei sommi sacerdoti ebrei e infine di quel  cattivo  ladrone del quale di solito ci si dimentica del  tutto, quando si parla del suo compagno buono?».

La discussione tra il Principe e Z. poggia sul valore di quello che oggi siamo soliti chiamare dialogo. Il Principe, cioè Tolstoj, è convinto che il dialogo faccia venire alla luce la verità e il bene nascosti nel cuore di ciascuno. L’uomo non deve fare altro che riscoprire il principio spirituale che è in lui e fa tutt’uno con Dio. La salvezza gli viene dalla presa di coscienza di questa scintilla divina. Sono gli ingredienti di una gnosi allo stato embrionale.

Z. – cioè Solov’ev – fa osservare invece che Cristo non ha dialogato con Erode, né con Caifa, con Giuda o col cattivo ladrone. Perché mai allora, chiede, perdonando i suoi nemici Cristo «non ha liberato le loro anime dalle terribili tenebre in cui giacevano? Perché non ha vinto la loro malvagità con la forza della sua dolcezza? Perché non ha risvegliato il bene che dormiva in loro, perché non ha illuminato e rigenerato il loro spirito? In una parola perché non ha agito su Giuda, su Erode e sui sommi sacerdoti giudei, come ha agito sul solo buon ladrone? Di bel nuovo dunque: o Egli non poteva o non voleva. In entrambi i casi, stando alla vostra opinione, ne scaturisce che Egli non era sufficientemente compenetrato dal vero spirito evangelico».

È questo, dunque. Il vero antivangelo è quello di Tolstoj: se applicata fino in fondo, la sua posizione arriva ad imputare a Cristo la responsabilità per la sua stessa persecuzione. Neppure Cristo è stato sufficientemente evangelico. Anche il tolstoismo dunque si vuole “più buono di Gesù”.

No, obietta Solov’ev. A meno di non voler svisare e mutilare il testo dei quattro Vangeli rimane incontestabile «che Cristo ha subito una crudele persecuzione e la condanna a morte a motivo dell’odio che gli portavano i suoi nemici».
Ciò che l’ottimismo irreale e disincarnato di Tolstoj ignora è l’estrema serietà del male. Non lo si può ridurre a un retaggio del passato, a un difetto di educazione o a una mancanza di conoscenza. No, il peccato è una volontà cattiva, è odio a Dio.

Gli argomenti di Solov’ev sono i più classici. L’uso della forza non è affatto un male in sé. È immorale se degrada la persona al rango di cosa, è morale se difende la sua dignità minacciata. Non esiste una “morale cristiana”. Non esiste una morale per i cristiani e una morale per i non cristiani. La morale esiste come ordine dell’essere, come ordine del mondo (l’«oggettività della morale», non si stancava di ricordare il grande arcivescovo di Genova, Giuseppe Siri). L’ordine morale non si realizza da solo, spontaneamente, ma anche grazie alla cooperazione umana. L’uomo a giusto titolo si oppone dunque al male e difende il bene. Feroce non è l’uomo la cui coscienza non è ancora pervenuta alla maturità o all’illuminazione, è l’uomo che scegliendo il male va risolutamente contro coscienza e ragione. Oltre a me e al criminale, in un conflitto è coinvolta anche una terza persona: la vittima della violenza maligna, che mi interpella. E il primo dettame della coscienza è: soccorri la vittima.

E chi sono, per tornare alle battaglie dei nostri giorni, le vittime di famiglie senza padri né madri? Sono prima di tutto i bambini, i più indifesi perché privi di forza fisica e psicologica, privi anche del potere che può dare la conoscenza dell’adulto. Ogni guerra tra adulti e bambini è una guerra asimmetrica.
Una coscienza cristiana qui non si può sbagliare. La prima parola d’ordine: bisogna soccorrere la vittima. Anche alzando muri, qualora servisse.

(Fonte: La Croce Quotidiano, 19 settembre 2015)

91 commenti to “Quei cristiani “più buoni di Gesù” che lo ostacolano”

  1. era molto tempo che non leggevo un articolo così intelligente, bello, profondo ! Credo che la peggiore piaga della Chiesa oggi sia la stupidità, la rinuncia all’acume intellettivo, l’andare avanti a slogan buonisti e semplicisti. Anche sull’idea della giustizia sociale, oggi il cattolico tende a vedere il povero come il buono tout court, sempre e comunque, basta che sia povero sicuramente in lui si incarna Cristo (dimenticando che il figliol prodigo, tanto per fare un esempio, si era meritato la sua povertà…), si parla di pace ma si rinuncia ad intervenire (ovviamente con l’uso della forza) anche se si sa con certezza che diventiamo complici degli assassini. Così non sappiamo dare ragione della nostra speranza, e della nostra fede…. all’ateo opponiamo il semplice fatto di credere, come una grazia che ci è stata data e che lui non ha avuto… abbiamo seppellito i talenti e ci sentiamo con la coscienza a posto…. Grande articolo, ripeto,e grazie Andreas Hofer !!

  2. L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energia in relazionee ha commentato:
    Un articolo di un po’ di tempo fa, ma attualissimo. Sul tema dei cristiani che si credono più buoni e misericordiosi di Cristo, e su certo vizio particolare di tanti, cattolici soprattutto ma non solo, che ormai vivono la loro fede come se questa fosse solo “soirito” (con la minuscola, si badi!), sensazioni, buonismo generico. Senza denuncia, senza parresi (= franchezza) senza il coraggio della politica e della denuncia.

  3. Sono d’accordo ma questo non dovrebbe dividere i cristiani, anche se essi sono di pareri diversi, il primo dialogo da svolgere è proprio fra noi cristiani, non con la controparte. Infatti, se noi cristiani siamo divisi, non siamo cristiani, semplicemente. È vero Gesù non ha dialogato con i suoi carnefici, anche se con Erode ha tentato di dialogare. Gesù però si è lasciato mettere in croce dai suoi avversari quando anche il Padre lo ha abbandonato, questo per testimoniare con la sua vita il significato del suo comandamento nuovo, esclusiva dei cristiani: “Amatevi come io ho amato voi” (Gv 15,29). L’importanza di questo “undicesimo comandamento”, rivolto esclusivamente ai cristiani, è racchiusa tutta in quel “come”. Tutte le posizioni “ideologiche” hanno i loro punti deboli e i loro punti di forza, l’importante è che noi cristiani siamo capaci di dialogare prima di tutto fra noi per dare la testimonianza più grande: “Da questo riconosceranno che siete miei discepoli se avrete amore gli uni per gli altri”(Gv 13,36). L’Anticristo ha gioco facile se le polemiche dividono i cristiani, si realizza un facile “divide et impera” per lui. Il più grande obiettivo dell’Anticristo è proprio impedire la realizzazione della preghiera di Gesù: “Padre che tutti sino Uno, come io e te siamo uno, perché il mondo creda …”(Gv 17,21). Tutte le posizioni hanno i loro punti di forza ei loro punti deboli, non si tratta che gli uni debbano prevalere sugli altri. Si tratta di vivere fra noi quello che la Scrittura ci raccomanda: “Veritatem facientes in caritate”(F 4,15). Altrimenti non siamo cristiani, semplicemente.

    • qui si pone una questione pratica: in un dialogo ci devono essere due parti contrapposte disposte a dialogare. una persona sincera, cattolica o non, dialoga solo con chi dimostra di volerla ascoltare e che porta argomenti minimamente razionali. i “cattolici adulti” non meritano l’ascolto, ma solo l’isolamento delle loro idee, senza per questo appesantire il carico, naturalmente, per evitare che altri si ammalino della stessa malattia spirituale, cioè quella di far convivere spiriti contrari dentro un unico corpo.
      Cristo amava sinceramente i venditori di tortore e i cambiavalute nel Tempio. li cacciò per restituire senso al tempio, così da spingere più persone sincere al culto, amava anche quelle “razze di vipere”.
      ciascuno si sceglie la sua sorte: essere caldi, pieni dello spirito di Cristo, freddi, autentici pienamente coerenti con lo spirito anticristiano oppure tiepidi. l’Apocalisse parla di questi ultimi, ma anche Dante nel II canto dell’Inferno (“il paradiso non li volle per non esser meno bello, l’Inferno non li volle perché non davano alcuna gloria ai diavoli” cfr.).
      e comunque si dice a volte che la verità fa male, poi la carità non è “volemose bene”.
      a me piace tanto l’immagine di Aragorn de Il Signore degli Anelli: “la stessa mano che cura – aveva infatti guarito molta gente, se hai visto il film – brandisce anche la spada”

      • Spada che principalmente e primariamente è la Parola di Dio:

        Efesini 6,17
        «prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio.»

        Ebrei 4,12
        «Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore.»

        Apocalisse 2,12
        «All’angelo della Chiesa di Pèrgamo scrivi: Così parla Colui che ha la spada affilata a due tagli:…»

        Apocalisse 2,16
        «Ravvediti dunque; altrimenti verrò presto da te e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca.»
        (spada della bocca che comunque a capacità di seminare morte se leggiamo Apocalisse 19,21
        «Tutti gli altri furono uccisi dalla spada che usciva di bocca al Cavaliere; e tutti gli uccelli si saziarono delle loro carni.»)

        Chiaro che c’è un profonda differenza tra la “spada” di cui parlano le Lettere e quella dell’Apocalisse che appertiene a Colui che è chiamato “Fedele” e “Verace”.

        Sulla “spada” poi interessanti questi passaggi dal Vangelo:

        «Poi disse: «Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla». Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine». Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli rispose «Basta!»…
        …«Mentre egli ancora parlava, ecco una turba di gente; li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, e si accostò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?». Allora quelli che eran con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?». E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate, basta così!». E toccandogli l’orecchio, lo guarì.» (Quindi un agire apparentemente contrario all’invito ammonimento poci prima espresso).

        Nel Vangelo di Matteo a quell’uno Cristo dice: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada.»

        Sappiamo poi dal Vangelo di Giovanni che quel “uno di loro” era proprio Pietro e conosciamo anche la risposta di Cristo al gesto di Pietro: «Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?» (chiara la scelta di Gesù ed un difesa con la spada che sarebbe divenuta contraria al compiersi della Volontà del Padre).

        Questo riporto senza alcun spirito polemico né come una esegesi esaustiva (che non sono in grado di svolgere), ma cone invito ad approfondire eventualmente l’argomento.

  4. L’ha ribloggato su Leonida & Co.e ha commentato:
    Non esiste una morale per i cristiani e una morale per i non cristiani. La morale esiste come ordine dell’essere, come ordine del mondo

  5. Mi spiace ma stavolta canto fuori dal coro.
    Nulla da togliere all’acume e all’intelligenza dell’Articolo, rispetto anche le posizioni di chi lo apprezza evocando posizioni forti e contrapposte contro i “cattivi”.
    Credo però, che, per primo papa Francesco ci sproni a veder nell’altro sempre ed in ogni caso un fratello, anche quando si contrappone a noi in modo violento. Questo, e la distinzione netta fra peccato e peccatore, distingue la nuova ottica a cui siamo invitati, che non è quella a noi tanto cara di contrapporci con validissime ragioni ai “cattivi” ma quella di testimoniare la Verità che è Cristo, non le nostre idee, ma l’attualizzazione della Misericordia del Padre attraverso noi (eh si! l’evangelizzazione non è un optional riservato a pochi). Credo che dobbiamo opporci con tutte le nostre forze alle idee di morte che pervadono l’aria di questi anni, anche con una sorte di violenta contrapposizione culturale ma si badi bene alle IDEE non agli uomini che le difendono. Dividere sempre peccato è peccatore in fondo è quello che fa con noi il Nostro Salvatore…. provate a pensare in che abisso di solitudine saremmo se non fosse così…. e se è così per noi perchè non dovrebbe essere anche per il nostro peggior oppositore ideologico che merita di essere salvato quanto noi.

  6. …troppo intelligente per essere semplice e chiaro!

  7. (Bruno). E’ vero, è la carità che decide del nostro essere cristiani, ma su questo piano solo a Dio spetta il giudizio. Noi possiamo dialogare sulle idee, giudicando queste alla luce del Verbo. Ma la verità divide (lo dice esplicitamente Gesù stesso), se non divide non è verità ma è un puro dar voce senza senso. Intendo dire che se non si ha un terreno di fondo comune qualsiasi dialogo è insensato e produce continuamente equivoci. Il dialogo vero “stima” l’opinione dell’altro come verità possibile a cui si deve poter rispondere altrimenti occorre “mettere in crisi” la propria opinione e cambiarla, questo non è cosa facile, ma è qualcosa di drammatico che fa parte del dramma della nostra vita, della nostra storia personale di salvezza. Con un “cristiano”, per esempio, che si reputa cristiano ma non crede nella divinità di Gesù (vedi per esempio Hans Kung, Vito Mancuso ecc…) non c’è dialogo tra cristiani… ci può essere dialogo tra uomini semplicemente, ma qui il terreno comune non è più la fede, ma quell’essere umani, precedente l’atto di fede, appunto, al quale Gesù ha parlato proponendo una Verità che divide, e divide perché dalla sua parola in poi o si è con Lui o contro di Lui, e non basta proclamarsi cristiani per esserlo e quindi illudersi di un dialogo tra cristiani quando questo non c’è più di fatto. Per parlare con un non cristiano o con un sedicente cristiano che non si accorge di non credere (di non aver aderito cioè alla Verità di Gesù) occorre retrocedere (nella dimensione intellettiva ovviamente) dal piano della propria adesione di fede a quello semplicemente umano, per mostragli le ragioni e l’esperienza che hanno portato noi alla fede. Ma questo non implica più, ripeto, un comune essere cristiani, per cui basta dialogare che tanto in fondo è poco importante avere idee diverse (a volte lo è certo ma ci sono punti fondamentali che decretano la nostra identità cristiana oppure no), perché la nostra fede è comune. Il dialogo oggi, nella Chiesa e fuori di essa, è quanto mai problematico, perché oggi le eresie si nascondono e si nasconde anche la verità del “depositum fidei” (per non urtare la suscettibilità del “mondo”). In questo contesto esaltare il dialogo e perfino la Carità come l’unica cosa importante, è fuorviante e può dar luogo all’illusione (di cui oggi siamo vittime) che appunto in fondo basta questa e allora a che serve sancire un’idea piuttosto che un’altra ? Questo sul piano delle idee, ma certo non basta avere le idee giuste su Gesù per essere cristiani, però su questo piano, che è quello della Carità effettiva, ripeto, il giudizio spetta solo a Dio.

  8. Una opera profetica, che molti hanno conosciuto in Italia grazie al suo maggiore estimatore: Giacomo Biffi. E’ sempre in agguato il rischio di rimpiazzare il cristianesimo, riducendolo ad una filosofia esclusivamente umanitaria, filantropica, ecumenista & pacifista, vegetariana & animalista, che altro non è che una parodia mondana, una impostura dell’anti-Cristo, cioè di un esegeta abilissimo che presenta il male sotto apparenza di bene. Non solo Solov’ev, ma anche Florenskij, Bulgakov, Berdjaev… c’è un tesoro che ci arriva dal pensiero cristiano russo che anche a noi occidentali, spesso rinchiusi nell’orizzonte di un asfittico razionalismo, può fare molto ma molto bene.

    • Che nell’opera di un grande autore come Bulgakov, si possano intravedere tracce dello spirito cristiano del popolo russo, si può senz’altro ammettere, ma lui personalmente non era cristiano, questo è certo (godette della protezione personale del maresciallo Stalin……….). A69

  9. …”Le anime morte” di Gogol, lì dentro (in quel libro) (cattolici o meno) ci siamo noi!

  10. Articolo interessante.

    Non so se sia possibile affermare con piena ragione:

    …Di bel nuovo dunque: o Egli non poteva o non voleva. In entrambi i casi, stando alla vostra opinione, ne scaturisce che Egli non era sufficientemente compenetrato dal vero spirito evangelico»

    È questo, dunque. Il vero antivangelo è quello di Tolstoj: se applicata fino in fondo, la sua posizione arriva ad imputare a Cristo la responsabilità per la sua stessa persecuzione. Neppure Cristo è stato sufficientemente evangelico. Anche il tolstoismo dunque si vuole “più buono di Gesù”.

    Di fatto Cristo non voleva e non poteva… in che senso? Non voleva perché, mai desidera, così come il Padre, che chi è nell’errore si converta senza la piena adesione della volontà propria del peccatore. Non poteva e non può (nel senso che ne avrebbe potere, ma non lo esercita) perchè non violenta la libertà che ha donato a ciascuna delle sue creature.

    Certo è che la persecuzione di Cristo come quella di ogni Cristiano, è responsabilità di chi la compie e di chi sceglie di compierla, ma se vi sia una univoca strada da seguire trovandosi nella persecuzione credo resti alla coscienza del singolo (sempre se questo non contrasti in maniera evidente con gli insegnamenti Evangelici).
    Vero è che nell’articolo si parla più di “impegno sociale”, ancorché politico, ma si parla anche di “nemici”… e se portiamo questo alle estreme conseguenze, potremmo si trovarci, come già succede in più parti del mondo difronte ad una nemico “fisico” non solo etico, morale o sociale.

    Quoto il commento di Mario sopra, quanto alla preoccupazione che simili analisi, portino a cercare un “nemico interno”, ad essere diffidenti verso il fratello: “è un “buonista”?; un “non-interventista”, uno “che se ne frega” (del male, dei deboli, infine degli altri…), una sorta di “collaborazionista”!
    Credo non tutti si è chiamati a erigere gli stessi muri o gli stessi ponti… il bello della Chiesa è l’et-et, è essere un Corpo dai molteplici Carismi e dalle molteplici chiamate al lavorare alla Vigna.
    Il problema vero semmai è il dire “si vado” e poi non farlo [vedi Vangelo di oggi dove poi nella nuova traduzione chissà per quale mottivo il primo e il secondo figlio sono stati scambiati di posto (??)], è la mollezza (prima di tutto verso se stessi), la tiepidezza, il conformismo, l’avere due padroni, non chiamare le cose con il loro nome… in buona sostanza l’ipocrisia, vero male contro cui Cristo si scaglia senza mezzi termini.

    Perché il rovescio della medaglia del “sentirsi più buoni di Gesù” e il “credersi più potenti del Padreterno”, credere che tutto dipenda da noi, dal nostro impegno, dal nostro battere (o stringere) i pugni, dall’alzare la voce o le barricate (tutte cose da farsi, ma avete capito il senso…)

  11. (Bruno). Verissimo Pierre e grazie per avercelo ricordato. Aggiungo al tuo inizio di lista affidato ai puntini, Pavel Nikolaevič Evdokimov, e la sua Teologia della bellezza.

  12. …e poi Checov, a colazione, tutti i giorni, per avere una prospettiva più giustamente tragi-comica della nostra “realtà”!

  13. Bell’articolo, bellissime le letture proposte (anche da Alvise).

  14. Non fate mai arrabbiare un supercristiano: diventano intrattabili e cattivi. Oppure, sì, fateli arrabbiare: è un vero godimento dello spirito.

    • L’ottimo cardinale Siri che, quando parlava di morale si sarebbe dovuto ricordare del cap. 1868 del catechismo della chiesa: “Il peccato è un atto personale. Inoltre, abbiamo una responsabilità nei peccati commessi dagli altri, quando vi cooperiamo:

      — omissis;
      — omissis;
      — omissis;
      — proteggendo coloro che commettono il male” cosa quest’ultima che l’emm.mo cardinale fece, favorendo fattivamente la fuga di molti criminali nazisti e ustascia (grazie anche all’opera dei monsignori A. Hudal e K. Pedranovic ed altri ancora).

      Ma a prescindere dalla figura del Siri, c’è da dire che, un cattolico può si affermare che la morale cattolica è quella universale, per cui, come diceva il porporato genovese, di morale ce ne è una sola, ma questa affermazione non corrisponde alla realtà effettiva, perchè l’esistenza di miliardi di persone che seguono ALTRE morali è la prova che di morali non ne esiste una sola.
      “L’oggettività della morale” è una pura astrazione di una persona che non ha certo cooperato a realizzare “l’ordine morale” del mondo. A69

  15. “Chi dice che è impossibile, non dovrebbe disturbare chi ce la sta facendo.”. E’ una frase di Einstein. Credo che si attagli bene per tutti gli atei, gli scettici, i miscredenti, Cechov compreso. Anche perché un ateo coerente dovrebbe pensare che non ha nessuna libertà di parlare e che quello che crede di pensare e dire lo sta dicendo determinato da altri fattori, ovvero che non è davvero lui a dire e pensare quello che dice e pensa, se finirà nel nulla vuol dire che era nulla anche prima, la sua apparenza di realtà è simile a quella di certe equazioni che dopo un più o meno lungo procedimento concludono a zero…

    • Non tutti gli atei/scettici/miscredenti sono necessariamente deterministi (ce n’è fra loro di gente che riconosce in tutto o in parte il libero arbitrio), come fra i credenti ci sono i calvinisti, e non solo loro, che affermano la “predestinazione”. A69

    • …ma Cechov cge era un grande artista che si è espresso solo attraverso la sua arte
      non credo abbia mai disturbato nessuno che ce la stesse facendo lungo qualsivoglia cammino.
      Oppure bisognerebbe che non venisse scritto (o detto) nulla che potesse disturbare chi ce la sta facendo (lungo qualsivoglia cammino) e quindi non si potrebbe più scrivere (o dire) nulla!

  16. (Bruno).A Francesco 63. Vorrei dire a Francesco 63 che non è affatto fuori dal coro, perché nessuno qui, mi sembra (articolista e Soloviev compresi) si è espresso contro qualcuno come persona, ma solo in contrapposizione a idee, e proprio perché le rispetta e non le svaluta come se fossero le idee di un bambino, allora le può anche criticare, e proprio perché le ideologie della morte e del nulla hanno una radice anche razionale e culturale, e perché fa parte delle opere di misericordia spirituale (consigliare i dubbiosi ecc…), e inoltre perché anche quello che tu hai espresso, Francesco, è un’idea, che tu difendi come idea altrimenti non parleresti. Ti cito: “veder nell’altro sempre ed in ogni caso un fratello, anche quando si contrappone a noi in modo violento. Questo, e la distinzione netta fra peccato e peccatore, distingue la nuova ottica a cui siamo invitati”. Ma appunto qui nessuno ha parlato di cattivi e peccatori, ed è proprio perché sento gli altri, anche gli oppositori, come fratelli, che cerco di testimoniare Gesù, anche con la parola (che altro potrei fare in questo contesto telematico ?), e consapevole che non è certo questa la cosa decisiva per aiutare l’altro a credere. Poi mi sembra un po’ scorretto dire che questa è un’ “ottica nuova” (quella di distinguere tra peccato e peccatore), è da quando ero bambino che i sacerdoti, i catechisti, gli insegnanti cristiani ecc… mi hanno sempre detto così. Credo che la tua preoccupazione proprio perché va oltre i fatti che tu credi di denunciare tradisca una certa ritrosia del cattolico contemporaneo ad entrare in argomento contro idee contrarie al Cristianesimo, e a buttarla tutta sul testimoniare Cristo, ma senza saper dare ragioni… magari soltanto raccontando la propria esperienza, ecc…si butta tutto sul sentimentale sull’empirico … la nostra fede così rischia di diventare fideistica e arbitraria. Ma questo non è carità… quando un mio amico era caduto in una crisi profondissima di vita e di fede, io ero a casa sua tutti i giorni e parlavamo parlavamo, ne ha tratto vantaggio e gli è servito, t’assicuro, certo tutto questo insieme all’amore e all’affetto (c’è bisogno di dirlo?), perché le mie parole e i miei ragionamenti nascevano dall’affetto. Quando uno si sta per suicidare ti chiede le ragioni per non compiere quel gesto e se lo fermi ma non lo convinci un attimo dopo si sarà ucciso. La nostra era è messa così e mi sembra un po’ sciocco enfatizzare l’incontro, l’amore, il sentirsi fratelli… senza operare concretamente e qui la concretezza è concretezza della parola e del pensiero, per dare quelle ragioni che non troviamo più…e di cui il mondo oggi ha bisogno, non della retorica dell’incontro e della filantropia, che oggi abbondano a tutti i livelli

  17. Ad Anonimo 69. Non tutti gli atei sono deterministi… ma a parte il determinismo, come possono pensare di essere liberi se sono materia biologica che finirà nella Materia ? E’ così difficile ragionare ? Sì qualcuno di loro parlerà di libero arbitrio ma solo in senso giuridico (una definizione convenzionale per giustificare il diritto degli Stati a punire) non c’è molta scelta… o il caso cieco o la necessità assoluta…

    • La materia può anche produrre qualcosa di immateriale, così come uno strumento musicale può produrre musica di diverso stile e forma. Così la materia può determinare anche il pensiero che potrebbe, essendo ampissima la gamma di elementi che determinano in un senso o nell’altro la scelte, essere di fatto “libero”.

      La musica è libera, lo strumento è materia, ma una volta distrutto lo strumento anche la musica (libera nella sua possibilità di espressione) cessa. A69

      • nessun effetto può superare la sua causa, anzi, neppure uguagliarla.

        • Affermazione indimostrata: sai quante piccole cause con grossi effetti, ho visto. A69

          • ad Anonimo69 bah !!!! no comment.

            • Quando diciamo che Bolt battendo un certo record di velocità supera se stesso, parliamo per iperbole, perché se Bolt arriva a quella velocità vuol dire che era nelle sua realtà di essere “Bolt”. Nessuno sviluppo supera il suo principio. L’energia cinetica non supera l’energia potenziale semmai ne perde in “lavoro” (entropia).

              • Tento un’ultima risposta. Ho dichiarato che “nessun effetto può superare la sua causa, anzi, neppure uguagliarla”. A69 replica:”affermazione indimostrata” .
                Ma, assumendo quello che A69 dice, come dimostrarla? Se si crede che la causa sia superata dagli effetti tutto è possibile, e qualsiasi ragionamento reso vano, perché anche un ragionamento non fa che sviluppare un principio o più principi, se invece gli sviluppi se ne vanno per conto loro allora è possibile anche che gli asini volino…

                • In un sistema chiuso vige l’entropia, ma in un sistema aperto, dove possono agire altre variabilli non ben conosciute, tutto può accadere.
                  Poi, se io metto in crisi lo stesso principio di causa-effetto (e la meccanica quantistica, almeno secondo l’interpretazione di molti fisici lo ha fatto), tutto, diventa imprevedibile.
                  Non parliamo poi della filosofia, perchè Kant, già a suo tempo, mise in forse la relazione causa-effetto, come principio assoluto, in ambito filosofico.
                  Infine, assumendo il pensiero come effetto della materia cerebrale, in che senso si dice quell’effetto SUPEREREBBE la sua causa? A69

                  • Kant non ha affatto messo in forse il principio causa-effetto ma lo ha collocato nella pura dimensione dell’io trascendentale, ovvero è impossibile negarlo senza usarlo (lo si usa già ragionando e non c’è bisogno di ricorrere alla materia cerebrale). Quanto al sistema aperto che potrebbe “aprire” ad una legge diversa dall’entropia, questo sì è indimostrato, ma comunque la logica funziona anche così, è ovvio che in un sistema aperto intervengono altre cause: ripeto nessun effetto supera la causa, e se la “supera”, se sembra superarla allora appunto ragionevolmente parlando non si può più dire che quella causa l’abbia causato…
                    E’ come quando si derideva Pasteur perché negava la generazione spontanea e si pensava che i vermi nascessero spontaneamente dalla carne putrescente, poi Pasteur dimostrò il contrario dimostrando altresì di essere più scienziato degli scienziati miscredenti che lo deridevano (Pasteur era credente).

                    • Mah, io so le cose diversamente: il principio di causalità è una delle forme a priori dell’io-penso. Siamo “noi “ che siamo strutturati per ragionare secondo tale principio. Ma la realtà noumenica non ci è dato di conoscerla e, quindi, non sappiamo se il principio di causalità valga anche lì.
                      Volevo dire che in un sistema fisico “chiuso” l’energia è quella che è, e, in forza dell’entropia essa deperisce, ma se altra intervengono materia ed energia da un altro sistema fisico, ecco che il processo entropico può assumere un andamento diverso, se non addirittura “retrogrado”.
                      Io, poi non capisco, perché ritenere che dalla materia nasca qualcosa di immateriale sia ritenere che l’effetto sia “superiore” alla causa. Non si potrebbe dire semplicemente che l’effetto è DIVERSO dalla causa? A69

                    • A69Come faccio a dire che la realtà noumenica “non la conosco ?”, questo è l’errore in cui cade Kant. E’ come dire che esistono delitti perfetti, dicendolo sto dicendo che non sono perfetti perché posso pensarlo, e un delitto perfetto non è neppure sospettabile (questo per la ragione pura certo, non per le indagini empiriche della polizia…ovvio). Se dico che non conosco il noumeno vuol dire che lo conosco altrimenti come faccio a dirlo ? Come faccio a dire “questa non è una partita di calcio” se non conosco che cosa è il gioco del calcio ?
                      Quanto all’effetto diverso dalla causa sono daccordissimo, anzi l’effetto è sempre diverso dalla causa, ma non in senso ontologico. Dire im–materiale vuol dire invece indicare tutta un’altra cosa dalla materia (diversità ontologica) e questo è impossibile, come è impossibile pensarlo davvero. Dicevo “supera” nel senso che, sdoganandosi dalla materia, perché in quanto immateriale non ne dipende più, allora può superare la dipendenza da essa… ma non vedo come; dunque o la libertà ha una radice che supera la materia (non dipende da essa) oppure non ha senso parlarne se non in modo convenzionale. Del resto diventa arbitrario (rimanendo nell’immanenza della materia), concepire qualsiasi morale… se Dio non esiste tutto è possibile… quanto ai calvinisti… beh… ecco perché è importante mantenere il “depositum fidei”. Le eresie non sono vestiti di colore diverso (“che bella la diversità poliedrica!”…) no, nelle eresie si implicano diversità che, esplicate, portano alla negazione della dignità umana come la trasmette il Vangelo. Comunque è un discorso troppo lungo e ti ringrazio dell’onore di avermi letto fino in fondo A69, grazie davvero.

                  • Kant per quanto posso aver capito io deduce a contrario l’esistenza di una realtà noumenica: io posso conoscere tutto ciò che rientra nel tempo e nello spazio e che funziona secondo causalità, per cui se c’è qualcosa al di fuori del tempo e dello spazio e che può sovvertire le leggi delle causalità, io non posso conoscerlo. E siccome in metafisica si parla di ciò che va al di là del tempo e dello spazio, io non posso conoscerla, nè so nemmeno se le leggi della causalità valgano.
                    Io conosco solo il gioco del calcio, e, di un gioco che non rientra in quelle regole io non ho conoscenza.
                    La mia mente è come un contenitore con cui prendo una certa quantità d’acqua dal fiume, ma non so se tutta l’acqua del fiume sia come quella che io ho preso.
                    La questione della differenza ontologica fra ciò che è materiale e ciò che immateriale è tipicamente aristotelica ed io ho superato da tempo i limiti della logica dello stagirita.
                    Vabbè, abbiamo parlato anche troppo di questa questione, e ringrazio te, gli altri utenti del blog e soprattutto l’admin della pazienza che mi dimostrano. A69

      • e niente: la musica è semplicemente una corda pizzicata o una pelle percossa che che fa muovere l’aria, un maxi agglomerato di materia, e produce onde sonore che vanno a 340 m/s.
        la musica è una percezione soggettiva. il dato oggettivo è l’onda sonora che anche gli animali percepiscono ma a cui, di certo, non danno alcun significato trascendente, nel senso in cui noi umani lo intendiamo

  18. E’ pazzesco che si continuino a diffondere tali affermazioni su chi è “supercristiano” più (o meno) degli altri, che si ritorcono frase per frase contro chi li fa. Solovev poi ci sta come il cavolo a merenda.

  19. (Bruno) Sono stato frainteso da filosofiazero, perché anch’io amo Cechov ed è tra i miei preferiti, ho solo “contornato” l’aspetto filosofico-razionale, poi tutti possono fare quello che vogliono (nei limiti del lecito) il mio dire intendeva la mancanza di coerenza razionale. Per me l’ateo è come uno che grida: “SONO MUTO!”, libero di farlo… Nel caso di Cechov nella sua parola c’era, per me credente, molto più più di quello che lui stesso credeva di esprimere, negli atei Dio continua ad essere presente inconsciamente, parla attraverso molti lapsus, anche l’oepra di Cechov è un un grande bellissimo lapsus di Dio…

  20. sempre per la storia e non la fantastoria:

    “oltre la leggenda nera” di pier luigi guiducci ed. mursia

    da una recensione -intervista pubblicata su vatican insider (http://www.lastampa.it/2015/10/16/vaticaninsider/ita/documenti/oltre-la-leggenda-nera-il-vaticano-e-la-fuga-dei-criminali-nazisti-RvtssyJ18NOY6rhTnxaCYM/pagina.html )

    E a quali conclusioni è giunto?
    «Che si era in presenza di accuse prive di fondamento, non supportate da documenti».

    Ci può fare qualche esempio concreto?
    «Come dicevo, a Genova è finito nel mirino anche il cardinale Siri, per i presunti aiuti che avrebbe offerto a dirigenti in fuga del regime croato filo-nazista degli ustascia. Invece queste accuse a Siri si sono dimostrate prive di riscontri. Secondo queste accuse, un certo sacerdote croato di nome Petranović era profondamente legato al cardinale Siri per la protezione dei criminali croati e così via. In realtà, nell’archivio dell’arcidiocesi c’è una busta sulla quale è scritto proprio “Petranović”. Contiene tre lettere, di cui due dello stesso Petranović. Quest’ultimo scrive a Siri contestandolo proprio per una serie di atteggiamenti che lui riteneva ostili. E non hanno trovato fondamento anche le polemiche su manovre oscure del prete croato don Draganović.
    In sostanza, nei confronti della Chiesa cattolica è stata attuata una certa opera di disinformazione, mentre è stata nascosta l’opera di carità, di assistenza concreta, che Pio XII, l’arcivescovo croato Alojzije Viktor Stepinac, gli arcivescovi di Genova Pietro Boetto e Giuseppe Siri, i tanti sacerdoti (alcuni martiri), e molti laici cattolici, tra cui mia madre, fecero per la salvezza dei perseguitati, specie ebrei, dei profughi, degli sfollati. Pio XII aveva messo a disposizione di quest’ultimi il palazzo di Propaganda Fide di Castel Gandolfo. L’edificio fu bombardato. Centinaia di morti. A livello assistenziale esisteva, poi, anche il problema dei malati, e degli orfani. Si trattava di bambini che avevano perso uno o entrambi i genitori».

  21. e per concludere:

    E qualche esempio concreto di vicende legate ai criminali di guerra in fuga?
    «Un caso che ho seguito in modo approfondito, grazie alla documentazione fornita dallo United States Holocaust Memorial Museum di Washington e da altre istituzioni, è quello del criminale di guerra Klaus Barbie, il capo della Gestapo di Lione.
    Barbie fugge attraverso Genova e in molti hanno detto che era stato appoggiato da esponenti di area cattolica. Invece, i documenti desecretati, hanno dimostrato che Barbie era divenuto un collaboratore degli alleati. In altri termini, era una persona di fiducia degli Usa. E non solo. Era già stato utilizzato per operazioni di intelligence. Da qui la conclusione: tutti i documenti falsi di Barbie furono forniti dagli Stati Uniti. Non furono consegnati, come qualcuno ha scritto, da esponenti della Chiesa cattolica.

    sempre per la storia e non la fantastoria.

    • Che gli angloamericani abbiano assentito alla fuga dei criminali nazisti ed ustascia, e, successivamente si siano serviti di loro, è cosa certa e non la nego. Ma al mondo non esistono solo le responsabilità esclusive ma anche quellle CONCORRENTI.

      Che le difese del Guiducci (prof. dell’università PONTIFICIA SALESIANA) lascino il tempo che trovano è pure cosa certa, perchè la fuga dei criminali non riguardò pochi elementi in un lasso di tempo breve, per cui si sarebbe potuto dire “Non sapevamo perchè nel generale disordine postbellico ci hanno preso nel sonno”. NO! perchè la cosa proseguì per anni e riguardò molti delinquenti, alcuni dei quali, come Pavelic, molto noti.

      La lettera di Barbie che prova la sua collaborazione con gli USA, prova solo quello, non dimostra che NON fu aiutato dalle autorità ecclesiastiche nella fuga. Di fronte ad un nemico comune (il comunismo) si può collaborare, specialmente con chi ha solide “basi e agganci” in loco e una comprovata capacità manovriera.

      Le letterine trovate nell’archivio dell’arcidiocesi, non provano nulla (chI fa certe cose o non lascia scritti o li distrugge per tempo).

      Di bibliografia a sostegno ce n’è quanta se ne vuole:

      Ratlines, di M. Aarons M. e J. Loftus – Newton & Compton, Roma, 1993
      Organizzazione ODESSA, di J. Camarasa – Mursia, Milano, 1998
      Giustizia, non vendetta, di S. Wiesenthal – Mondadori, Milano, 1989
      La via dei demoni, di G. M. Pace – Sperling & Kupfer, Milano 2000
      La chiesa cattolica e l’olocausto, di M. Phayer – Newton & Compton, Roma 2001
      “Dio è con noi!”, di M. A. Rivelli – Kaos, Milano, 2002
      Una questione morale. La chiesa cattolica e l’olocausto, di D. J. Goldhagen – Mondadori, Milano, 2003
      Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Perón, di U. Goñi Uki – Garzanti, Milano, 2003
      I nazisti che hanno vinto. Le brillanti carriere delle SS nel dopoguerra, di F. Calvi – Piemme, Casale Monferrato, 2007
      La fuga dei nazisti. Mengele, Eichmann, Priebke, Pavelic da Genova all’impunità, di A. Casazza – Il Nuovo Melangolo, Genova, 2007
      Oltremare sud. La fuga in sommergibile di più di 50 gerarchi nazisti, di J. Salinas J. e C. De Napoli – Tropea, Milano, 2007
      The Vatican Files, – sito web: http://www.vaticanfiles.net/default_eng.htm

      Cosa volete fare inaugurare un altro filone storiografico revisionista come quello sull’inquisizione? Lo volete capire che i “buoni” nella storia NON esistono! TUTTI chi più, chi meno, hanno le loro gravi colpe.

      Viktor Stepinac sarà stato un martire, ma le sue prese di distanza dal regime degli ustascia, diventano evidenti e pubbliche solo quando la sconfitta dell’asse si profila all’orizzonte. A69

  22. ecco mi pareva che l’argomento principe sarebbe stato ( come già in altre occasioni):

    siccome è un professore cristiane e- orrore- pure cattolico, i documenti e le fonti prodotti nei suoi lavori non contano.

    poi uno dice che risparmia di interloquire.

    è tutto ammmore che cresce.

    risparmio la bibliografia di parere esattamente contrario.

    et satis est

    • I documenti del Guiducci si basano sull’argomento “a silentio” ossia la mancanza del “preciso documento probante”. La stessa tecnica usata dai negazionisti dell’olocausto come Faurisson, Irving, Mattogno.
      Ma io ho risposto sul punto: se un transito dura per anni e riguarda molte persone, non si può dire: “Mi son passati davanti, ma io non me ne sono accorto”.
      Naturalmente sarebbe difficile dimostrare le responsabilità penali senza la prova provata, ma quelle politiche e storiche si possono dimostrare anche in via induttiva e deduttiva.
      Esattamente come la responsabilità di s. Cirillo d’Alessandria per la morte d’Ipazia: la testimonianza coeva che l’abbia ordinato in effetti non c’è, ma la ragionevole certezza che l’abbia perlomeno avallato (assumendosene così la responbsabilità politica e storica) la si deduce da tutte le fonti pervenute fino a noi.
      Tanto si doveva. A69

      • Devo correggere il tiro di un’affermazione contenuta nel mio post delle 16,20: anche se adopera l’argomento “a silentio” come Faurisson , Irving e Mattogno, il prof. Guiducci non può essere messo sullo stesso piano, morale e culturale, dei predetti. A69

    • Vale, l’assunto di A69 – siccome Guiducci insegna presso un’università pontificia etc. etc. – si potrebbe tranquillamente ribaltare: pressoché tutti gli autori e case editrici che segnala lui sono anticattolici (citare le edizioni Kaos sul tema è come confutare la ricostruzione della Shoah rifacendosi a Rosenberg).

      È del resto dai tempi de “Il vicario” che la manovra è in atto.

      Mettiamo pure che Siri e Udal abbiano aiutato gli ex nazisti in fuga.
      Lo hanno fatto quando, appunto!, questi erano diventati dei perseguitati.
      Quando a essere perseguitati erano gli ebrei, aiutarono questi ultimi.

      Significa sgravare colpe o mettere vittime e carnefici sullo stesso piano? No, significa riconoscere i fatti.

      Per altro è del tutto evidente la prevenzione di A69.
      Il Mengele storico è morto: facile prendersela con lui.
      Andare invece a stanare nelle cliniche e negli ospedali i Mengele in attività diventa più complicato… chissà perché, oggi come allora, sono solo i cattolici a tentarci.

      Oh, ma nessuno se li fila!
      Poi tra un mezzo secolo qualcuno li accuserà delle proprie colpe… 🙂

      Ciao.
      Luigi

      • Caro Luigi, hai ragione l’assunto del Guiducci, studioso di parte, PUO’ essere ribaltato, ANCHE, voi di parte cattolica, potete legittimamente (ci mancherebbe!) rivolgere agli autori che ho citato l’accusa opposta.
        Bisognerebbe vedere caso per caso, però.
        Infatti io non mi sono limitato a dire che Guiducci non è attendibile, ma ho controargomentato nel merito.

        Certo se poi si tira fuori un pubblicista-complottista (NON uno storico) come Villemarest, che come fonti dei suoi asserti, cita: 1) suoi scritti precedenti, 2) documenti che nessuno ha visto e di cui non è dato provare l’autenticità,
        3) documenti che potrebbero essere variamente interpretati, ALLORA, qualche motivo per essere prevenuto, a prescindere, c’è!.
        Inoltre, (a conferma di quanto sopra), Villemarest vede gnostici e/o agenti del KGB, dappertutto e dietro ogni avvenimento, e, con l’azione recondita di una o entrambe quelle 2 categorie, spiega tutti gli eventi della storia recente e non.
        Cerchiamo di distinguere fra coloro che fanno storiografia e coloro che fanno apologia. A69

        • C’è chi vede agenti del KGB dappertutto, e chi vede nazisti (dell’Illinois?) in ogni angolo…

          Ciao.
          Luigi

      • guarda,luigi,
        non ho più proseguito nella questione per due motivi:
        computer in tilt e poi me ne sono andato a casa
        ha risposto bene l’autore del post, il ribelle sudtirolese.
        ed anche te.

        e questo basta,mi pare,per chiudere la questione.

  23. capisco,insomma se in mezzo a decine di migliaia,a genova,pare 12 milioni di rifugiati passati da conventi,parrocchie e quant’altro in Italia ed estero si sono infilati-con documenti falsi dei quali non c’è nessuna prova che li abbia forniti la chiesa, e nessuno,nel caos del’45, si era accorto di tali passaggi-( tranne i “servizi” dei varii paesi che volevano prendersi i servigi ed i segreti dei varii personaggi in fuga,allora il Card. Siri, è,se non un filonazista, almeno loro amico e protettore.o complice

    bel ragionamento.

    e per chiudere proprio-pace all’anima del Card.Siri-

    “All’inizio di febbraio del 1992 il governo argentino annuncia l’apertura dei suoi archivi relativamente all’esodo e all’insediamento nel paese, dopo il 1945, di numerosi nazionalsocialisti. Il 14 dello stesso mese la Santa Sede diffonde, attraverso l’agenzia Reuter, una nota che qualifica come “storicamente falsa” la tesi secondo cui la Chiesa, con alla testa il Sommo Pontefice, avrebbe favorito l’evasione dei criminali di guerra.

    Per affrontare il caso dei dossier argentini, bisogna anzitutto ricordare che una delle più importanti figure della storia dello Stato d’Israele, Golda Meir, ha a suo tempo ringraziato pubblicamente Papa Pio XII per aver impedito la deportazione di migliaia di ebrei

    Se gli archivi “nazionalsocialisti” d’Argentina vengono realmente aperti ai ricercatori, si potrà verificare il grado di onestà di quanti li utilizzeranno. Infatti vi si trova, per esempio, che Juan Domingo Perón e sua moglie Eva Duarte, più nota come Evita erano certamente agenti dell’Abwehr, lui dal 1930; ma che, siccome il governo sovietico aveva scoperto il loro dossier a Dresda, dopo il 1945, lo stesso uomo politico argentino è stato indotto a lavorare per il KGB dal 1948 fino alla morte, avvenuta nel 1974 (1)

    In proposito, Simon Wiesenthal mi ha chiesto perfino informazioni, e in una delle sue lettere lamentava che “anche Allende” non gli aveva voluto consegnare Walter Rauff e altri, rifugiati in Cile. Walter Rauff aveva avuto una parte importante in Italia e costruito “la via romana” di evasione dei nazionalsocialisti verso l’America Meridionale. Certo, ho risposto al professor Simon Wiesenthal, è accaduto “perché Rauff era passato al servizio del KGB”… come Heinrich Müller e la metà dei maggiori esponenti nazionalsocialisti in America (3).

    Dunque, la messa a disposizione dei dossier argentini costituisce un regalo avvelenato da parte del presidente Carlo Sául Ménem. Certo, si potranno risolvere una decina di casi notori di carnefici, grazie ai quali l’Occidente cadrà in trance nella “danza dello scalpo”; certo, Eduard Roschmann, alias Fritz Wegener, il cosiddetto “macellaio di Riga” è là; certo, il dottor Josef Mengele vi è giunto sotto il nome di Gregor Helmut, e così via. Sì, gli archivi personali di Adolf Hitler sono arrivati in Argentina nel 1948 — posso fornire la data — e anche certi nazionalsocialisti li hanno rivenduti parzialmente, compresi diversi filmati, vent’anni dopo.

    Ma avranno cattive sorprese anche anti-nazionalsocialisti di professione: infatti, scopriranno una volta di più il comune lavoro nazi-comunista, nel corso di diversi periodi storici, nella Germania Orientale e nel mondo, e che né la Santa Sede né i cattolici del tempo o la Chiesa di Francia — per fare ancora riferimento a questa — erano al servizio dei loro avversari patentati, e non ne sono stati complici.

    Pierre Faillant de Villemarest

    . il mio GRU, le plus secrèt des services soviétiques. 1918-1988. En collaboration avec Clifford A. Kiracoff, Stock, Parigi 1988, p. 240; cfr. anche il mio Les stratèges de la peur. Vingt ans de guerre révolutionnaire en Argentine. Enquête réalisée avec la collaboration de Danièle de Villemarest et des archives du Centre Européen d’Information, Éditions Voxmundi, Ginevra 1980; la stessa caduta del presidente argentino, nel 1955, sembra essere stata “pilotata” dal governo sovietico

    http://www.kattoliko.it/leggendanera/modules.php?name=News&file=article&sid=1568

    • Gente con la cultura, la prudenza, l’intelligenza, gli agganci, la conoscenza del mondo degli ecclesiastici, non potevano non immaginare (anzi sapere) che i criminali nazisti e collaterali avrebbero tentato la fuga dall’europa con la fine della guerra. Gente come quella può essere presa alla sprovvista, una volta, ma 2 volte no. Soprattutto quando ha il tempo per accorgersene (fino agli anni 50, non il solo nel caotico 45). Poi non tutta la ratline fu gestita da Hudal e soci, ma solo quella passante per Genova (a quel che risulta tuttora).

      Poi ricordo che io non ho negato le responsabilità dei servizi segreti alleati, ma ho parlato di responsabilità “concorrente” di Siri e molti altri, e di “convergenza di interessi”, su una questione particolare, fra servizi segreti e s. sede.

      Chi nega che le dittature sudamericane abbiano ben accolto quei loschi figuri? Fra l’altro se ne sono anche serviti.

      Chi nega che Juan Domingo e Evita possano aver avuto contatti con l’Abwer di Canaris?

      Chi nega che Pio XII e molti uomini di chiesa abbiano salvato dai nazifasciti moltissimi ebrei e non?

      P.L. Guiducci, nonostante tutto, è un prof. abbastanza serio e argomenta in modo serio, anche se “a silentio”, e , mi sembra che cerchi di dimostrare l’impossibilità di provare la responsabilità penale di Siri e degli altri, e su questo potrei anche essere d’accordo, però, io, sopra ho spostato il discorso sulla responsabilità politica che può essere dedotta anche a prescindere di documenti inequivocabili.

      MA il noto complottista P. F. de Villemarest è uno dei pubblicisti più screditati: uno che parla della rivolzuione d’ottobre e del nazismo come complotti gnostici, basandosi su documenti tutti di dubbia provenienza e tutti diversametne interpretabili, è uno che non ha nessun credito.

      Il Guiducci almeno è uno studioso con cui si può discutere, anche se non mi convincono le sue tesi. Io sono sempre pronto a riconoscere la scientificità degli storici, anche quando sono in disaccordo con loro.

      Infatti ho “replicato” alle tesi del Guiducci, mica ho detto semplicemente: “Non c’è da credergli”.

      Come ad es. fra i maggiori studiosi che hanno negato la leggenda nera dell’inquisizione ci sono Kamen ed Henningsen: ma non mi sogno di dire che le loro documentate opinioni siano sciocchezze, ma solo che si può ribattere. A69

  24. Andreas Hofer:

    …un robusto saluto al pugnace Direttore (del tuo giornale)!

  25. “Appassionato difensore dell’uomo e allergico a ogni filantropia; apostolo infaticabile della pace e avversario del pacifismo; propugnatore dell’unità tra i cristiani e critico di ogni irenismo; innamorato della natura e lontanissimo dalle odierne infatuazioni ecologiche: in una parola, amico della verità e nemico dell’ideologia. Proprio di guide come lui abbiamo oggi un estremo bisogno”.

    Parlava di Soloviev, qui, il card. Biffi.

  26. Ma anche lui, ex silentio, chissà quante ne avrà combinate.

  27. Ringrazio tutti per i commenti, anche quelli critici. Cerco, per quel che posso, di dare una risposta cumulativa.
    Ho visto che qualcuno ha eccepito al cardinale Siri la vicenda della fuga dei criminali nazisti. Mi permetto di far notare che – al di là del merito storico della questione, della quale il minimo che si possa dire è che è ancora contestata – questo modo di argomentare non ha alcun valore.

    Cercare di screditare un’affermazione col mettere in cattiva luce la persona che l’ha pronunciata è una classica fallacia argomentativa, e che in quanto tale non prova nulla di nulla. Più precisamente si tratta della fallacia cosiddetta dell’«avvelenamento del pozzo». Questo ragionamento consiste nel tentativo di screditare le affermazioni di una persona presentando informazioni (vere o false) a suo discredito. Si tratta di una estensione dell’argomento ad hominem che mira a investire tutto quel che dice una persona di una generale procedura di delegittimazione. In questo caso poi si può parlare anche di «reductio ad Hitlerum» (Siri era un fiancheggiatore dei nazisti, ergo…): https://it.wikipedia.org/wiki/Reductio_ad_Hitlerum

    Ci sarebbe poi anche la fallacia detta della «falsa pista» o della «cortina di fumo». La «falsa pista» fa parte di quella famiglia di inferenze con le quali si effettua una diversione dal tema principale. Si serve di questa fallacia logica chi presenta un argomento irrilevante allo scopo di fuorviare l’attenzione dal problema originale. Infatti poco alla volta il tiro si è spostato da Siri a Pavelic e Hudal, poi siamo arrivati al revisionismo storico sull’inquisizione, dopo è arrivato il turno dell’arcinota vicenda di Ipazia e di san Cirillo. Poi scoccherà l’ora delle crociate, del caso Galilei, della notte di San Bartolomeo, ecc. ecc.

    Per quel che mi riguarda questi sono banali sofismi, dunque non meritevoli di perdere tempo.

    Anche il classico argomento relativista in campo morale, per come è stato formulato, non prova nulla. Per morale oggettiva o universale non si intende affatto una realtà assolutamente immutabile – questo almeno nelle cose umane, che sono imperfette e dunque soggette a un certo margine di variabilità: solo Dio per la teologia cattolica possiede una simile immutabilità (“Natura humana non est immutabilis sicut divina“, Summa Theologiae, Suppl., q. 41, a. 1, ad 3).

    Si intende una serie di princìpi morali che generalmente, grosso modo, sono accettati universalmente. Perciò l’esistenza dei ladri non smentisce l’esistenza della norma morale che interdice il furto (e lo stesso vale per culture che legittimano il furto ai danni degli estranei al proprio lignaggio famigliare). Allo stesso modo il fatto che ci siano assassini non smentisce l’esistenza della norma morale che proibisce l’omicidio, così come che ci siano pedofili non equivale a dire che la pedofilia sia sdoganabile. Se così non fosse non ci sarebbe nemmeno bisogno del diritto. L’esistenza del diritto presuppone che i fatti (ciò che accade) non coincidano con ciò che deve essere, cioè la norma.

    Non per nulla il relativismo, lo ha fatto notare George Orwell, è coessenziale al totalitarismo, che «a lungo termine richiede probabilmente un discredito dell’esistenza stessa della verità oggettiva». «L’aspetto più terrificante del totalitarismo non sono le sue “atrocità”, ma il fatto che esso attacca il concetto di verità oggettiva: pretende di controllare il passato oltre che il futuro».

    I limiti enormi del relativismo, almeno di questo tipo di relativismo che conduce al nichilismo, non sono stati evidenziati solo da autori cattolici, ma anche da laici come il sociologo Raymond Boudon (ad es. nel suo Il relativismo, Mulino, Bologna 2009) e l’antropologo Carlo Tullio-Altan.

    In particolare Altan scriveva così del “relativismo culturale”, la tesi eunciata dal suo collega americano Melville Jean Herskovits, secondo la quale «i giudizi di valore che noi pronunciamo hanno alla loro base quel certo tipo di formazione culturale nel quale siamo stati educati, e valgono quindi solo nella sfera in cui tale cultura è valida, e cioè all’interno della nostra società. E siccome la nostra esperienza ci mostra con tutta evidenza che esistono molte altre societa, che si ispirano a culture profondamente diverse, noi non siamo legittimati a pronunciare su di esse nessun giudizio di valore, in quanto questo può legittimamente attuarsi solo all’in­terno della nostra, e non riguardo ad altre forme di cultura e ai comportamenti nei quali queste si manifestano. In altri termini, la definizione di ciò che è normale o anormale, giusto o ingiusto, può avvenire legittimamente solo all’interno della nostra società nella quale condividiamo un comune metro dei valori, diverso da quello di altre societa e culture» (C. Tullio-Altan, Antropologia. Storia e problemi, Feltrinelli, Milano 1983, p. 72).

    Come si vede, si tratta di idee oggi comunissime. Il problema, dice Tullio-Altan, è che «questa impostazione lasciava aperto un grosso interrogativo. Il problema dell’etnocentrismo si era fatto scottante di fronte al ge­nocidio attuato da Hitler nei confronti degli Ebrei, e ad altri com­portamenti del genere messi in atto dalla Germania nazista. Se a questo riguardo si fosse applicata la proposta teorica di Herskovits in base alla quale si afferma che ogni comportamento va giudicato all’in­terno di una certa società e unicamente in base alle sue categorie di valore, in tal caso quei comportamenti avrebbero trovato una piena giustificazione nell’ideologia razziale che faceva parte della cultura predominante nella società tedesca di quelli anni, ideologia che, in base al relativismo culturale, avrebbe dovuto essere vista come il solo metro di giudizio in tema di valori, che si potesse legittima­mente applicare nel caso in questione. E di conseguenza tali com­portamenti non avrebbero potuto essere legittimamente respinti e condannati in base ad altri e diversi pund di vista, come quelli, ad esempio, condivisi dalle società democratiche del tempo. E fu pro­prio per questo motivo che nel 1947, quando Herskovits si rivolse alla Commissione per i diritti dell’uomo delle Nazioni Unite – che era stata costituita per elaborare un codice internazionale che avrebbe dovuto condannare e rendere impossibile in futuro il verificarsi di eventi come quelli messi in atto dalla Germania nazista – e pro­pose l’inclusione in quel testo dei principi del relativismo culturale, si vide respingere la richiesta perche questa avrebbe teoricamente vanificato la stessa esigenza in base alla quale la Commissione era stata costituita per condannare i crimini nazisti. Questo episodio mostra a chiare lettere i limiti della concezione del relativismo cul­turale, che porta solo ad una sorta di laissez-faire sul piano etico-politico, e a un generico atteggiamento di tolleranza, in sé contrad­dittorio, perche costringe ad accettare anche l’intolleranza, e cioe il suo contrario» (Ibidem, pp. 72-73).

    Per venire ad altre obiezioni preciso che non intendo affatto avallare le posizioni tipiche di certo “celodurismo” kattolico, che disapprovo e con le quali mi scontro spesso, come sa bene anche qualche commentatore (o meglio, commentatrice) abituale del blog. Credo anzi che supercristianesimo e celodurismo kattoliko siano più simili di quanto si pensi, tanto è vero che alla prova dei fatti entrambe le fazioni finiscono per rivaleggiare in crudeltà. Esiste un farisaismo della “misericordia” come esiste un farisaismo della “giustizia”.

    Questo post – dove la distinzione tra peccato e peccatore viene ribadita – non cancella altre cose che ho scritto in passato sui pericoli del “purismo” (ad esempio qui, qui, qui, qui).

    • Ne ha, ne ha di valore il mio modo di argomentare riguardo a Siri, Hudal, s. Cirillo, perchè io NON mi sono limitato a screditare (rispettosamente) il prof. Guiducci, ma ho argomentato e indicato varie fonti.

      Gli esempi di s. Cirillo (responsabile politico e storico dell’omicidio di Ipazia e di altre cose) e dell’inquisizione servivano solo per dimostrare che alla storiografia revisionista cattolica o filocattolica si può rispondere e contro-argomentare, a prescindere dall’argomento ad hominun.

      Io non ho bisogno di ricorrere a banali sofismi.

      Che il relativismo conduca al totalitarismo è un’opinione di Orwell. Per ora al totalitarismo ci si è arrivati asserendo verità assolute.

      Ma è proprio perchè esistono altre società e ci sono molteplici giudizi di valore che si giunge al relativismo.

      Il fatto che il “relativismo culturale” sia stato respinto dalla Commissione per i diritti dell’uomo delle nazioni unite, si spiega perchè, ammettendolo, non sarebbero stati più possibili, a livello sovranazionale, giudizi di valore sul piano etico politico e non si sarebbe più affermare nessuna responsabilità per crimini di guerra e contro l’umanità. Quindi: ragioni pratiche non teoriche.

      E’ affermando principi relativistici che si è arrivati alla democrazia ed alla convivenza fra idee e stili di vita diversi, non attraverso il sillabo.

      Se i cattolici hanno tanta paura del relativismo è perchè, per mezzo di quello, tutti i loro ragionamenti dell’oggettività della morale (ed anche, da un punto di vista filosofico, il tomismo con tutte le sue “5 vie”) vanno a farsi benedire.

      I miei punti di riferimento non sono Chesterton e Gomez Davila, ma O. Wilde, GB Shaw e F. de la Rochefoucauld, e molti altri (sono affetto da patologie diverse da quelle dichiarate dall’Admin). A69

      • Errata corrige:

        “Gli esempi di s. Cirillo (responsabile politico e storico dell’omicidio di Ipazia e di altre cose) e dell’inquisizione servivano solo per dimostrare che alla storiografia revisionista cattolica o filocattolica si può rispondere e contro-argomentare, – NEL MERITO – a prescindere dall’argomento ad hominun”.

        NB. mi ero dimenticato NEL MERITO.

        A69

        • Mi congratulo comunque con l’Admin per il suo impegno e, se la cosa mi è consentita, vorrei omaggiarlo con una celebre marcia di K. Konzak (un musicista minore, austro-boemo) dedicata al suo più celebre omonimo. Non è un capolavoro, come la marcia di Radetzskji, ma è graziosa. A69

          • Omaggio gradito ma… sicuro di sentirti bene? No, perché siccome continui a scambiarmi con Admin non mi sembri molto lucido.

            • Perchè non sei te l’admin di questo particolare topic? Credevo che avendo tu scritto l’articolo, moderassi anche i commenti conseguenti. Comunque, pardon, non lo sapevo. A69

              • @A69, sta sempre al solo ed unico Admin del blog, decidere, scegliere, chi pubblica cosa, se in modo autonomo o meno, se il “pubblicato” o “pubblicante” gestisce e modera i commenti conseguenti, ecc, ecc.

                Questo come regola generale, che ogni Admin declina anche a seconda dei limiti dati dalla “piattaforma” di pubblicazione…
                Meno male che c’è qualcosa che non sai… 😛

              • A69. Il fatto che abbia scritto il post non vuol dire che mi metta a moderare i commenti. Ma vai tranquillo, col video che hai postato si è definitivamente capito che hai una spiccata tendenza a cantartela e suonartela da solo… 😀

      • Anonimo 69, puoi strillare quanto vuoi. I tuoi sono e restano sofismi da quattro soldi. Io ovviamente non seguirò i tuoi argomenti strampalati e le tue arrampicate sugli specchi. So riconoscere il trolling. Bye bye.

  28. Confermo tutta la mia stima !

  29. Continuo a confermare tutta la mia stima per Andreas Hofer ! Sei un grande !

  30. Non so se l’autore sia ancora il linea, ma ci provo …
    Mi è parso di capire che “per tornare alle battaglie dei giorni nostri” sia in realtà intenzione prevenire la creazione vittime più che soccorrerle
    Sbaglio?

  31. …vedo, con rammarico, che a Anonimo69 gli è stato somministrata un’altra dose di manieracce!

  32. Non capisco tutti ‘sti giri di parole “farisei”. Eppure è così chiaro:
    27 << Ma a voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano,

    28 benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano.
    29 A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l'altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica.

    30 Da' a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo.

    31 Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.

    32 Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso.

    33 E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso.

    34 E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.
    35 Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gl'ingrati e i malvagi.

    36 Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.

    37 Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato;
    38 date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio ».

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