Perdonare o punire?

cristo-adultera
di Andreas Hofer

Funzione penale della città. Bisognerebbe che con la punizione il criminale si sentisse reintegrato nella città e non escluso.
(Simone Weil)

Cala nell’intimo un senso di profonda costernazione dinanzi a raggelanti fatti di sangue come la brutale uccisione di Motta Visconti, l’anonima frazione della provincia milanese dove un padre di famiglia ha trucidato la moglie e due figlioletti ancora in tenera età.

Non è certo di conforto, in simili occasioni, il meccanismo mediatico che sembra imporsi nell’opinione pubblica, dove va in scena, secondo un copione ormai consolidato, una rituale disputa tra i partigiani della misericordia e i propugnatori della giustizia, con i primi a invocare il perdono senza condizioni e i secondi ad appellarsi a punizioni assolutamente esemplari.

Una contrapposizione virtuale cui si accompagna, in parallelo, la gazzarra degli “scaricatori di torto”. Si innesca in questo modo una chiassosa alternanza tra chi suole accanirsi sulle responsabilità individuali – inevitabilmente deformate, peraltro, dal filtro occhiuto dei mass media – finendo per scadere, nei casi di maggiore virulenza, nel linciaggio mediatico, e chi viceversa ricerca nell’organizzazione collettiva – in special modo nella famiglia – le cause profonde di una tale esplosione di violenza.

Assistiamo così a un desolante spettacolo: quello di vedere rivaleggiare in distruttività tanto chi sfrutta un evento delittuoso per dare sfogo ai propri istinti di aggressività quanto coloro che se ne servono a fini strumentali, per dare rinnovato impulso alla denigrazione anti-familistica.

Vera e falsa misericordia

È vitale eludere questa malsana dialettica. Occorre perciò saper differenziare tra la vera misericordia e l’abuso della misericordia.
È fuorviante pensare alla misericordia come a un laissez-faire morale o intravedere in essa uno spirito di indulgenza col male. È una pseudo misericordia quella che porta a disattendere il comandamento divino della giustizia. La misericordia non consiste nel dispensare bontà a buon mercato. È piuttosto il compimento e il superamento della giustizia che, a propria volta, rappresenta il suo indispensabile presupposto. Precisamente quanto scorda l’indole pseudo misericordiosa del buonista, tesa a tutelare più il carnefice della vittima. Tollerare l’ingiustizia pro bono pacis è, allo stesso modo, espressione di falsa misericordia.

Pertanto in ogni accenno alla misericordia è fondamentale ricordare il suo legame vitale con la giustizia. Non c’è misericordia senza giustizia, ma è altrettanto vero che la giustizia senza misericordia conclude nella spietata crudeltà della vendetta. È così che vediamo nascere nuovi Shylock divorati dall’ardore di lucrare la propria libbra di carne. Certo aveva presente questi due errori speculari san Tommaso nello scrivere che «iustitia sine misericordia crudelitas est, misericordia sine iustitia mater est dissolutionis».

Peccato e corruzione

Sta bene, ma perché la misericordia esige talora di punire? Non è anche questo agire con crudeltà?

Per comprendere una tale necessità è utile, come scriveva il cardinale Jorge Mario Bergoglio nel suo penetrante opuscolo su Corrupción y pecado, operare un sottile distinguo tra peccato e corruzione.

Si potrebbe dire che mentre il peccatore ha bisogno di perdono, il corrotto necessita di guarigione. Un cuore corrotto è anzitutto un cuore malato, affetto da una vera e propria cecità interiore. Ben peggio che peccare, infatti, è non vedere più il proprio peccato. È indice, questa cecità spirituale, di una volontà malata in radice, contrassegno di una coscienza anestetizzata, talmente rinserrata nella propria autosufficienza da non accorgersi del proprio stato di putrefazione. Questo cumulo di resistenze interne spiega l’ostinata impermeabilità di un cuore corrotto alla correzione fraterna. Ecco perché l’unico modo per sanare dalla corruzione passa sovente attraverso eventi traumatici. Pare che solo situazioni il cui prodursi è indipendente dalla propria volontà (malattie, perdite laceranti, sconquassi esistenziali, ecc.) consentano di spezzare la spessa schermatura di un’ossificazione corrotta e permettere così l’accesso della grazia.

A un animo sprofondato negli abissi di un cuore di tenebra non resta forse che questa via di salvezza.

Punizione e misericordia

Dice Simone Weil che «la punizione deve essere una imitazione di Dio». Punire non equivale ad annientare. Sarebbe blasfemo pensare al Creatore che vuole azzerare l’opera della proprie mani. Anche l’ira divina perciò è espressione di misericordia. Essere misericordiosi consiste nel provare afflizione per il male (fisico e morale) che ha afferrato un’altra creatura come se avesse colpito noi stessi. Non basta però questo impulso a dare sostanza all’impeto della misericordia: deve anche originarsi e prendere forma, dall’afflizione, una ferma volontà di liberare dal male. Lo sguardo misericordioso è uno sguardo emancipatore, designa la volontà di affrancare il prossimo dalla schiavitù del peccato. L’uomo della misericordia pertanto è il vero liberatore.

Suonerà forse paradossale alle inflessibili corde del legalista, ma è proprio lì, nella misericordia, a trovare fondamento l’ira di Dio. Il Creatore non assiste silente e muto ai tentativi di autodistruzione messi in atto dalla propria creatura. Reagisce con forza per rammentarle il suo posto unico nella creazione, per ribadire la sua vocazione all’eternità.

Se ci accostiamo al criminale all’infuori di questo orizzonte «non abbiamo il diritto di punirlo», dice la Weil, e «gli si deve solo impedire di non nuocere».

Non è tanto la punizione ad essere svilita quando la si riduce a un decreto di ostracismo. Ad essere degradato è l’uomo, così parificato a esseri e oggetti privi di libera volontà. È limitante dunque assimilare la pena alla semplice espulsione dell’impuro dalla comunità umana. L’atto di punire smarrisce il suo significato profondo se trova ispirazione nel desidero di distruzione e nella brama di annichilimento. È vero il contrario: punire equivale a dare una possibilità di redenzione, è il tentativo estremo di reintegrare il criminale nella «rete di obblighi eterni che uniscono ogni essere umano a tutti gli altri».

Per questo la Weil si spinge a dire che «la punizione è un bisogno vitale dell’anima umana». Essa dispiega i suoi benefici nel momento in cui «la sofferenza si associa alla coscienza della giustizia». La punizione desta il sentimento di giustizia attraverso il dolore alla maniera in cui, per analogia, il musicista suscita il sentimento della bellezza attraverso il suono della melodia. È il metodo con cui la giustizia si fa strada nell’animo del delinquente passando per l’inevitabile sofferenza della pena.

Solo così la punizione si rivela un’incrollabile professione di fede nell’originaria positività della realtà. Sussiste nelle profondità insondabili dell’essere umano una densità sconosciuta, alligna in lui una sostanza positiva che non viene esaurita dai suoi atti. «Infliggere la punizione è dichiarare che al fondo dell’essere colpevole c’è un seme di bene puro. Punire senza questa fede – insiste la Weil – significa fare il male per il male».

Bisogna sottrarsi al conflitto delle tentazioni, rifuggire un simile incrocio di impurità. Occorre perciò guardarsi tanto dal legalismo quanto dal sentimentalismo, questi due idoli che si alimentano reciprocamente nella misura in cui si divorano vicendevolmente. Dobbiamo sforzarci di non spezzare in noi il vincolo organico tra misericordia e giustizia, per non oscillare tra la Scilla della crudeltà e la Cariddi della pseudo bontà.

Si sfugge all’abuso solo addentrandosi nell’abisso della misericordia.

95 pensieri su “Perdonare o punire?

  1. Giancarlo

    Concordo al cento per cento. Occorre guardare al misero con profonda pietà. Anche per il peggiore e ributtante assassino seriale c’è una speranza e noi (cristiani ovviamente, chi sennò?) dobbiamo gridarglielo fino all’ultimo respiro: C’E’ SPERANZA ANCHE PER TE, SCIAGURATO.

  2. istituzionale

    Il danno prodotto dal colpevole al prossimo e alla società deve essere riscattato, nei limiti del possibile, da una pena giusta, equilibrata, mediante detenzione con aiuto psicologico o spirituale, per far riflettere il colpevole sul crimine commesso . In una seconda fase è auspicabile anche un graduale reinserimento nella società. Insomma il colpevole di reato deve alla giustizia umana, spesso lenta, inefficiente, non all’altezza della situazione, un tributo da pagare mediante pena da scontare in carcere, proporzionata al reato commesso. Poi da considerare anche un riscatto morale con la propria coscienza e con la propria fede religiosa: riparare il male commesso.

    1. vale

      e se alla persona in questione dell’aiuto psicologico e/o spirituale non importa un tubo?
      e ,se reinserito, proprio perché privo di “coscienza”- o comunque talmente obnubilata da non avere sensi di colpa- ricommette atti simili?
      magari durante un permesso “premio”?
      e quale sarebbe la pena in “giusta proporzione” , equilibrata per quel che avrebbe-condizionale d’obbligo- fatto?
      tanto per farsi un’idea: 30 anni troppi o troppo pochi?
      e deve restare in cura od in gabbio finché non si ravvede,ammesso che il ravvedimento sia reale, o dopo un tot. lo si lascia, comunque,libero?
      e da ultimo, ma non ultimo, alle vittime( non è questo il caso,visto che son morti tutti, ma nell’altro caso-Gambirasio- sì, ) se non sono soddisfatte chi o come le si consola e risarcisce.ammesso che la perdita di un figlio sia risarcibile?
      tanto per avere un qualche parametro concreto.

  3. lorenzo

    perfettamente d’accordo ma non dimentichiamoci che ci sono situazioni oggettivamente patologiche e quindi irrecuperabili alla dialettica giustizia/misericordia

    1. Certo che esistono sitazioni patologiche, ma laddove la libertà è menomata decade anche la necessità della pena. Questo è scontato. Ma non è affatto vero che in questo caso la misericordia debba essere bandita. Resta l’obbligo di impedire i danni alla collettività ma anche quello di curare e lenire, nei limiti del possibile, la patologia (ricordando che curare non porta necessariamente a guarire, ma come è noto non si cura solo quando la guarigione è assicurata).

      1. lorenzo

        ma logicamente traduco il termine “cura” per neutralizzare gli effetti nefasti sulla collettività di questa patologia in una “pena” che non può essere che limitativa della libertà personale,
        per sempre o fino alla regressione verificata della patologia.

        1. @ lorenzo

          Confesso di non capire appieno cosa tu voglia intendere. Poco male, forse è solo una questione terminologica o mi sono spiegato male io. Cerco allora di spiegarmi meglio. La malattia è un male, su questo siamo d’accordo, credo. E il male cos’è? Il male non è la semplice assenza di bene. È la privazione di un bene dovuto, che non sta cioè al posto dove dovrebbe stare. Perdere un braccio è un male perché il corpo umano è composto da due braccia. Lo stesso si deve dire di un disturbo mentale, si deve dire cioè che a sua volta è un male.

          La virtù della misericordia richiede di muoversi per sollevare il prossimo dal male che soffre. Nel caso di chi sceglie il male liberamente la virtù della misericordia passa anche attraverso la punizione – e dunque attraverso il dolore e la sofferenza – per mezzo della quale si cerca di sanare una coscienza malata. Qui se vogliamo la patologia sta nella corruzione della volontà, proprio perché liberamente sceglie il male.

          Nel caso di un disturbo psicologico – sia esso riconducibile a fattori organici o psicologici – invece la capacità di intendere e di volere può essere gravemente menomata o anche totalmente assente a seconda della gravità della patologia. In quel caso è evidente che non ha senso infliggere una punizione, almeno non più di quanto avrebbe senso infliggerla a un animale pericoloso. Ciò non toglie, ad ogni modo, che si debba cercare di sanare la psiche, per quanto è possibile. Ma anche questa è un’opera di misericordia (la sesta opera di misericordia è redimere i prigionieri, che comprende chiaramente anche la cura psico-fisica).
          Con la punizione, in sostanza, si cerca di sanare quell’organo del senso morale che è la coscienza. Con la cura psico-fisica si cerca di sanare la psiche e/o il corpo. In un caso come nell’altro permangono sempre le due componenti: a) limitare la minaccia a protezione della collettività; b) tentativo di reintegrare la persona. La differenza sta nella volonta libera o meno. Dove c’è volontà libera ha senso infliggere la pena, in caso contrario no. Ma questa seconda evenienza non preclude la possibilità di esercitare la misericordia.

          1. lorenzo

            E’ effettivamente una riflessione affascinante che apre scenari di conflitto e di mistero. Il male come “deficienza” (assenza di bene, sottoprodotto/scoria di una Creazione ancora in fieri e quindi ci interroga su cosa è “dovuto”, cosa è “normale” e chi lo stabilisce) oppure il male comme efficienza (l’Avversario che opera libero nella Creazione per la perdizione della creatura che con la sua potenza sminuisce la responsabilità del singolo). Io capisco la Misericordia di Dio come la Sua conoscenza perfetta di tutte le condizioni pregresse (dna, formazione, ambiente sociale e familiare, volontà effettiva di fare il male, gravità della materia in relazione al tutto) che informano tutte le nostre azioni. Ecco perchè si dice che alla fine il Giudizio sulla persona è una categoria che appartiene unicamente a Dio. Noi possiamo giudicare i fatti ed i loro esiti e prendere provvedimenti a tutela dell’igiene sociale. Punto.

  4. Non aggiungerei nulla in questo momento a quanto esposto da Andreas… inviterei invece ad una riflessione su i “motivi” (ammesso li si possa chiamare tali) che hanno provocato, scatenato, una simile sciagurata carneficina.

    Ho appreso la notizia “di rimbalzo” e non ho intenzione di seguire il codazzo di commenti più o meno pruriginosi che puntualmente si scatenano, quindi ciò che mi è giunto all’orecchio, e che cioè la causa sarebbe un “innamoramento” (ma bisognerebbe cercare un’altra definizione…) dell’omicida, potrebbe essere vero come no, ma certo è stata la causa in troppi casi simili a questo.

    E’ importante credo rendersi conto di come un avvenimento apparentemente banale, per il mondo poi “innocuo” (mi innamoro di un altro/a… che male c’è?!), possa portare a conseguenze così tremende e aberranti.

    Sarebbe un grave errore pensare che riguardino solo una mente debole o malata (padre di famiglia che aveva comunque “tirato su” una famiglia con figli), sarebbe un errore averne una visone singola a parziale, avulsa da un conteso sociale e storico, ma soprattutto spirituale (anche in senso “laico” se vogliamo…)
    Sarebbe un errore non rendersi conto che queste dinamiche, hanno a che fare con il PECCATO… un peccato che genera morte comunque (il peccato di adulterio poi è peccato mortale di per sé), la morte interiore dell’anima, dello spirito profondo dell’Uomo che, anche solo in senso “filosofico”, presiede e “illumina” la sua coscienza.

    Un “innamoramento” che non può che essersi trasformato in “sfrenata passione”, “cieca concupiscenza”, non tanto nelle dinamiche o negli atti concreti che possono caratterizzare una relazione adulterina (o non adulterina, che per certi versi non cambia…), ma per ciò che scatena nei pensieri, negli istinti, nell’obnubilamento appunto della coscienza.
    Non ho neppure ben compreso se vi fosse realmente nel caso specifico, una “relazione” o una pura “fantasia” di questo disgraziato giovane di 31 anni… se fosse solo una “fantasia”, maggiormente atterrisce quanto avvenuto (ammesso che possa esserci un “meno” in questa vicenda).

    Se la mente, il cuore dell’Uomo lascia che la “porta dell’abisso”, dell’abisso del Male, si spalanchi sotto i suoi piedi, questo abisso lo inghiottirà e come per ogni abisso, non si può immaginare a quale profondità di male dell’animo e degli atti quest’Uomo verrà trascinato! Questa “porta”, come quella che apre il cuore alla Grazia, può essere aperta solo dall’interno. Come ogni porta a volte basta uno spiraglio perchè la realtà o chi sta dall’altra parte irrompa “nella stanza”.
    Per questo le Scritture sono così drastiche in taluni casi (“se il tuo occhio ti è di scandalo, cavalo – se la tua mano ti è di scandalo, tagliala”).
    L’ “abisso” poi è abitato e ha un “signore”, una maligna, feroce, atroce, oscura sovranità…! Come non pensare che solo un spirito omicida e feroce “da sempre”, non guidi la mano di chi, consegnatosi all’abisso, è capace di massacrare in tal modo coloro che amava, comprese due creature tanto piccole e indifese come i propri figli… Questo non per annullare responsabilità o colpe, come se ad agire fosse un “posseduto” o un “automa”, ma per riflettere su quanto sia presente colui che, sfruttando nel nostre debolezze, il nostro peccato quando è assecondato, agisce, agisce prontamente perché gode nel procurare il male e perché questo male sia tale che possa “vantare” un diritto di possesso su quest’anima (non preoccupiamoci tanto di chi può uccidere i nostri corpi…).

    L’aver cancellato nel comune odierno intendere, il senso del peccato, le sue mortali conseguenze, l’aver instillato il concetto del “tutto è permesso”, tutto è un mio diritto se mi fa stare meglio, sono i più gravi mali di questa sciagurata, triste e disperata generazione.
    Chi ha la Grazia di avere un diverso discernimento e un diversa visone sul senso del vivere, ha da benedire ogni giorno. Benedire perché sarebbe uno stolto se pensasse “io non sarò mai quell’uomo (o quella donna…)”. Benedire perché ha come alleato Colui che ha il potere di sconfiggere la morte e il peccato e ha il dovere di indicare – sempre con misericordia – la verità delle cose, la Via della Speranza, la possibilità di un Perdono (già anche di uno sciagurato come questo…), perché in comunione con il Padre non possiamo che affermare: ““Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva”… e perché sappiamo che non c’è altra via perché tanto male non abbia a ripetersi.
    Si illude chi crede che pene esemplari, o l’eliminazione del “malvagio”, salverà questa generazione… L’Amore del Padre, il Sacrificio di Cristo, l’Azione dello Spirtito e l’intercessione di Maria che agiscono per le vie a loro conosciute e ordinariamente nella Chiesa, questo salverà il Mondo da questo male.

    1. Roberto

      Ma sì, è l’incapacità e il rifiuto radicale di restare fedeli al proprio posto, il pensiero che “obbedire sia peggio”, il luciferino “non serviam”.

      (Complimenti come sempre ad Andreas, ovviamente!)

      1. @Roberto, io credo che in questi casi il “rifiuto radicale (o meno) a restare fedeli”, il “non serviam”, scatti in un secondo tempo o “un attimo dopo”…
        Dopo cioè che la tentazione si è palesata o “insinuata”, quando si fa un precisa scelta… si esercita la (terribile a volte) prerogativa del nostro libero arbitrio e a quel punto, la porta “sull’abisso” di cui scrivevo… è già bella che spalancata!! 😦

        1. Giancarlo

          Non credo che l’abisso si spalanchi per il cedimento ad una tentazione (starei fresco!) . No, quello che spalanca l’abisso è la corruzione di cui parla papa Francesco. C’è una differenza, come ricorda Andreas, tra il peccatore (che ha solo bisogno di essere perdonato) ed il corrotto, che invece non deve essere perdonato ma corretto. Quando poi la correzione non basta, allora non resta che affidarlo alla misericordia di Dio.

          In fondo si tratta, ancora una volta, di distinguere tra comuni peccatori e chi, invece, ama il proprio peccato. Il comune peccatore sa di sbagliare e, anche se sbaglia per fragilità, odia il proprio peccato e desidererebbe essere santo. Il corrotto, invece, non riconosce il proprio peccato, anzi lo ama e lo rivendica come proprio diritto.

          Naturalmente, noi cristiani siamo chiamati ad usare misericordia verso tutti, senza però dimenticare di DISTINGUERE TRA COMUNI PECCATORI E CORROTTI. Verso i comuni peccatori perdono senza misura. Verso i corrotti ammonimento.

          Quando tu, Bariom, parli del momento in cui “si fa un precisa scelta… si esercita la (terribile a volte) prerogativa del nostro libero arbitrio”, QUEL MOMENTO non è da intendersi come quello in cui si cede ad una tentazione ma, bensì, come quello in cui si decide il “non serviam”, come ricorda Roberto. Il momento in cui decidiamo che non c’è un Dio sopra di noi, in quel momento si spalanca l’abisso.

          1. E infatti Giancarlo a quello mi riferivo, ma forse non era chiaro… 😉

            Come è chiaro che “cedere alla tentazione” non è “cadere nell’abisso, ma questo vale per chi subito (o quasi subito) riconosce il proprio peccato e l’aver ceduto alla tentazione – a questo proposito è interessante leggere l’episodio di Davide, Betsabea e Uria l’Ittita – ma diverso è per chi non ha questo discernimento.
            Perché di costoro appunto parlavo… ma anche qui, forse non era chiaro.

            1. lorenzo

              mi piace pensare in questo caso al ruolo forte che la “coscienza” la voce interiore deve avere dentro ognuno di noi per darci la luce per riconoscere sempre peccato e tentazione e innescare il ravvedimento, indipendentemente dalla profondità dell’abisso nel quale siamo caduti. Come ha già detto qualcuno, le grandezza del libero arbitrio è che noi possiamo dire no al Male e quindi essere più forti del peccato.

    2. saras

      bello. “interessante” poi la risposta che ha dato al magistrato che gli chiedeva se nn fosse sufficiente divorziare.” col divorzio i figli restano”. nn solo contrastare l’altro, ma addirittura eliminarlo, annientarlo. L’idea opposta della mite accoglienza della realtà così come è, dell’obbedienza degli agnelli…

      1. 61angeloextralarge

        Saras: mi viene da pensare che proprio perché “i figli restano”, li si uccida già nel grembo materno. Sempre figli sono e sempre si tolgono di mezzo perché “impicciano” e tolgono la libertà (quale libertà?).

      2. giuliana75

        Chissà perché ho la sensazione che invece la sempre più ampia possibilità di divorziare e diconseguenza quella di banalizzare il legame matrimoniale abbiano prodotto situazioni come quelle di Motta Visconti.
        Chesterton (sempre lui) nella Superstizione del divorzio scrive (circa 100 anni fa!) che i pionieri del divorzio non hanno fatto altro che liberare il desiderio anarchico degli uomini a cambiare il loro stato civile con grande facilità, sulla base del solo sentimento che giustifica il passare da un matrimonio ad un altro. E aveva colto nel segno. Se il matrimonio è svuotato del suo significato votivo e sacramentale inevitabilmente rimane in piedi solo come involucro di un sentimentalismo che cambia come una banderuola al vento. Oggi ancor di più questa provvisorieta’ dei lagami si innesta sulla immaturità delle persone che sentono di essersi messi la classica palla al piede e non poter esplorare altri lidi a causa di quella. Basta questo squarcio a far passare l’azione demoniaca.

  5. 61angeloextralarge

    Andreas: ottimo quadro della situazione. Più che da commentare… da leggere e bene. Grazie! Visto la tragicità della cosa, lo smack non lo scrivo.

    1. Alessandro

      Ma come fa a venirti in mente, davanti a un post come quello di oggi, di pedanteggiare l`autore e i lettori con le tue lagnanze sullo stile letterario? Forse (forse) dovresti accorgerti che sarebbe più utile che dicessi la tua sul contenuto…

      1. ….ma come si fa a prendere spunto da delle tragiche notizie di cronaca per disquisire sulla misericordia più o meno? (con la citazione di i Simone Weill come alibi, quando invece non si è “alibi” ma si casca nel bel mezzo della “gazzarra mediatica”)

  6. ….per quanto riguarda le premesse della efferatezza dell’uomo contemporaneo (ammesso che sia maggiore di quella di ieri ) è sempre la stessa: il decadimento socio-antropologico-religioso-culturale di oggi (dovuto probabilmente alla televisione).

  7. E’ la famiglia il contesto in cui avviene il maggior numero di omicidi in Italia. Il dato emerge dall’ultimo rapporto Eures-ANSA sull’omicidio volontario.
    Il rapporto indica un calo delle uccisioni: sono state 526 nel 2012. Si tratta del minimo storico degli ultimi 40 anni. Il decremento è stato del 67,8% rispetto al 1990, quando gli omicidi erano stati 1.633.
    Così come gli omicidi in generale, anche quelli in famiglia (175 su 526) nel 2012 sono in calo (-10,3%) rispetto al 2011.
    Mentre in forte aumento (+25,8%) risultano quelli compiuti dalla criminalità comune (122). Seguono quelli da criminalità organizzata (84). Tra i 419 autori noti di omicidio volontario censiti nel 2012, il 91,4% è un uomo e l’8,6% donna. Nel contesto familiare e affettivo la vittima è principalmente donna (61,1%), di età compresa tra i 25 e i 54 anni. Mentre il killer in oltre 9 casi su 10 è un uomo. Gli omicidi ‘nella coppia’ interessano quasi la metà delle vittime totali di uccisioni in famiglia.

    1. Alessandro

      Morale: se abolissimo la famiglia ci sarebbero meno omicidi? La famiglia scatena i peggiori istinti umani?

      1. Lalla

        Tu parli ad Alvise, ma guarda che è il succo di quel che ha scritto Gramellini ieri sulla Stampa, con un’analisi superficiale che mi ha fatto arrabbiare. Famiglia “covo di vipere” si inserisce perfettamente nel filone di pensiero che la famiglia vuole svilirla se non distruggerla. Questi fatti di cronaca sono purtroppo occasioni ghiotte per chi non perde tempo per rimestare nel torbido e rafforzare un’ideologia contro la famiglia.

          1. Alessandro

            Nientemeno! Questa è la prova provata che la famiglia è un istituto intrinsecamente guasto! Non c’è obiezione che tenga, ci ha scritto un romanzo pure Mauriac…

            1. Alessandro:

              ….siccome Lalla aveva scritto che si parla di covi di vipere eccetra, volevo solo fare presente che già nel 1932 si facevano questi discorsi (quando stando a voi la famiglia avrebbe dovuto assere ancora abbastanza sana)( o a quando si dovrebbe risalire per trovare famiglie sane, ai Gracchi, o alla Sacra Famiglia?) (sicuramente prima della rivoluzione francese, immagino!)

                  1. Alessandro

                    vuoi sapere quello che non hai capito te?
                    Non hai capito che non sto affermando che la famiglia in quanto tale restituisca l’uomo allo stato edenico: quindi chiunque voglia descrivere 10 100 1000 famiglie (del 2000, del 1900 o del 353) grondanti magagne e perfino scelleratezze avrà buon gioco a farlo. Ma ciò non prova in nessun modo che la famiglia sia intrinsecamente un istituto pernicioso, guasto, criminogeno. La famiglia è un istituto naturale propizio alla fioritura delle virtù umane e alla sana realizzazione di chi ne è parte, ma ciò non toglie che le conseguenze del peccato originale, combinate con la nostra libertà di scegliere il male, possano far sì che l’essere umano (sia maschio sia femmina) contamini anche le relazioni familiari (come qualsivoglia altra relazione).

                    Tuttavia, la bontà intrinseca dell’istituto è tanto pregnante che, come lo storico e il sociologo possono documentare, laddove il consorzio familiare è solido la società ne beneficia grandemente. Quel link che ti ho segnalato ne è una piccola ma istruttiva conferma “contemporanea” (con buona pace di Gramellini):

                    http://giulianoguzzo.wordpress.com/2013/05/14/violenza-contro-le-donne-la-famiglia-non-centra/

              1. Lalla

                Ma l’ho capito il discorso, e conosco il romanzo che citi (e che io non citavo, era un’immagine sintetica la mia) non parlo mica per ingenuità! Poi c’è anche tutta la psicanalisi peraltro. Ma qui ed oggi il punto è che certi discorsi fanno comodo per portarne avanti altri, soprattutto se serviti con apparente nonchalance all’opinione pubblica fino a diventare quasi luogo comune.

        1. Rosanna

          Ho letto l’articolo di Gramellini non mi sembra abbia fatto un ‘analisi superficiale, ha fatto un quadro spietato di quello che sarà succedendo.
          Quattro mesi fa nella nostra famiglia abbiamo vissuto il dramma della morte di una bimba di 8 anni uccisa dal padre (non mi dilungo su quanto e perché è successo).
          Ma davvero tutti i discorsi che sento su questi avvenimenti mi lasciano quasi indifferente, perché quando tocchi con mano la brutalità, il dolore di una madre che chiede “perché ” e tu non puoi fare altro che abbracciarla e sperare solo che il Signore l’aiuti a continuare a vivere, le parole sono inutili.
          Ma nello stesso tempo nella tua mente ci sono pensieri cupi , di vendetta, pensieri che ti hanno fatto pregare che quel padre morisse visto che dopo il delitto ha tentato il suicidio.
          Invece ci sarà l’incubo del processo, delle perizie psichiatriche, dei giornalisti che non mollano la preda, degli articoli degli psicologi, dei tuttologi che ci spiegheranno come e perché succedono queste cose.
          Basta abbiate pietà , facciamo tutti un doveroso silenzio!

          1. Alessandro

            No, mi spiace, non condivido.

            Gramellini denigra la famiglia facendo del qualunquismo:

            “La famiglia: luogo di convivenza forzata, culla e tomba di passioni, ma anche fabbrica di interessi e produttrice inesausta di misteri… Come autore di un romanzo a sfondo familiare mi è capitato di ritrovarmi depositario delle confidenze intime di lettrici e lettori che mi hanno fornito un catalogo impressionante di tutte le meraviglie e gli orrori che la cellula della società umana riesce a produrre: complessi, rancori, scoperte tardive, agnizioni, invidie, gelosie e bugie, tantissime bugie. A fin di bene, a fin di male, a fin di niente. Si vive dentro una bolla di non detti, si accumulano tensioni e illusioni e poi si esplode, per fortuna non sempre con gesti da codice penale, ma in modi comunque feroci che fanno vacillare le certezze. Ad esempio che ci si possa fidare almeno delle persone con cui si condividono le mura di casa”.

            Questa non è una descrizione serena di che sono le famiglie italiane, è una deformazione in piena regola.

            http://giulianoguzzo.wordpress.com/2014/06/18/se-la-famiglia-diventa-il-vero-killer-di-yara/

            1. Dunque Gramellini è “autore di un romanzo a sfondo familiare” e mi pare di capire che sia questo il principale titolo che ha per fare analisi antropologiche. E’ un tipo di presunzione che ha precedenti illustri. Per esempio Emile Zola, anche lui, aveva le sue teorie scientifiche sugli uomini e per dimostrare che erano giuste scrisse molti romanzi in cui le cose andavano proprio come diceva lui. Abbeverarsi a simili fonti non può che far bene …

              1. Lidia

                La mamma di Gramellini si è suicidata quando lui aveva 9 anni e lui has critto la storia della propria famiglia, in un romanzo molto delicato, in cui la figura del padre e anche della madre suicida, ma soprattutto della moglie di Gramellini, sono tratteggiate in modo molto positivo. Da quel romanzo non ho tratto nessun’idea cattiva sulla famiglia, anzi. Molto dolore e solitudine, sì, ma alla fine Gramellini stesso si “redime” dal dolore attraverso il sacrificio del padre e l’amore della moglie.

          2. @Rossana, è vero che a volte difronte a certe sofferenze è meglio “fare silenzio”, ma lo si fa in doveroso, amorevole rispetto verso che è direttamente coinvolto… diversamente “riflettere”, commentare quando il commento è un utile esercizio per cercare di comprendere, di andare in profondità, credo sia doveroso anche verso se stessi.

            Andare anche alla radice dei pensieri (comprensibili umanamente) di vendetta e di morte che tanto ci allontanano da ciò che il Signore, con il Suo esempio ci ha mostrato, come strada da seguire… dire “basta”, vuol dire restare impantanati e senza risposte (per se soprattutto…) difronte a tanti orrori.

  8. Ora ho poco tempo e devo assentarmi. Ma prima volevo ringraziare comunque tutti per le sollecitazioni, gli attestati di stima, per aver commentato (sia in maniera critica che in modo positivo). È un tema inesauribile quello della misericodia, sarebbe folle anche solo pensare di poter aver detto qualcosa di definitivo. D’altro canto gli ultimi pontefici hanno fortemente insistito su questo aspetto, dunque occorre seguire la via che hanno indicato e approfondire il significato e le implicazioni dell’attributo della misericodia.

    1. Giancarlo

      Caspita, veramente interessante la riflessione di Marchesini. In effetti oggi, se uno parla di forza, guerra, coraggio, fierezza, nobiltà, determinazione, aggressività, ambizione, autorità, durezza, audacia… sembra che dica chissà quali eresie. Lo so bene per esperienza personale. In realtà, se ci pensiamo bene, sono tutte caratteristiche tipicamente maschili che, se messe al servizio del bene, sono efficacissime.

      Tutte cose che ho sempre insegnato a mio figlio.

    2. Interessante, ma non condivido…
      Le ragioni (soprattutto riguardo la violenza sulle donne) sono ancora più profonde a mio parere, anche se certamente sono legate anche ad una particolare evoluzione della nostra società e del rapporto tra i due sessi (due, non tre quattro cinque…)

      1. Giancarlo

        La violenza maschile sulle donne è un dato antropologico che prescinde da qualunque considerazione, compresa quella legata all’ideologia gender. Tuttavia c’è un dato strano, che non possiamo far finta di non vedere: nei paesi dove l’ideologia gender (cioè la totale parificazione maschio/femmina) è ormai istituzionalizzata, laddove cioè la cultura dovrebbe aver minimizzato le differenze maschio/femmina ed attutito il naturale contrasto di genere, ebbene proprio lì scoppia fuori controllo la violenza maschile sulle donne. Laddove invece la cultura gender non è ancora stata assimilata, la violenza sulle donne è enormemente inferiore. Marchersini ha ragione: è molto strano! Sembra proprio che dove si nega la vera natura maschile (forte, decisa, autoritaria), proprio lì riscoppia fuori in forma patologica, non più al servizio della donna ma contro la donna. Che ci sia un legame tra la castrazione culturale del maschio e lo scoppio di violenza che ne segue, a me pare evidente.

        C’è poi la questione del bullismo, anch’essa convincente. Si vuole un maschio dolce, tenero, remissivo, inoffensivo. Ma un maschio siffatto è vittima predestinata del bullo di turno. Mano a mano che aumentano i maschi effeminati, aumentano anche le vittime del bullismo, è logico.

        Urge tornare a rimarcare le differenze che, da sempre, ci sono tra maschi e femmine.

        1. La storia dell’uomo ha conosciuto le più disparate e innumerevoli violenze sulle donne, in periodi storici e culture dove neppure lontanamente si parlava di “gender” e dove la “supremazia” maschile non era minimamente messa in discussione (come la subordinazione femminile).
          Solo, dette violenze, non balzavano agli “onori delle cronache” né erano motivo di scandalo…

          Dovremmo analizzare invece meglio le ragioni che impediscono oggi all’uomo-maschio, di accettare il rifiuto e a questo reagire con violenza inaudita (quando la violenza non è esercitata per ottenere un “possesso” – anche qui nulla di nuovo sotto il sole…)
          La violenza delle donne ha in sé molteplici dinamiche e genesi.

          1. Giancarlo

            Bariom, abbiamo già detto: la violenza maschile sulle donne è un dato antropologico che prescinde da tutto. Siamo d’accordo. Resta però il fatto eclatante che, laddove l’ideologia gender è ormai istituzionalizzata, proprio lì la violenza maschile scoppia più forte che mai. Lì, dove l'”uguaglianza” maschio/femmina dovrebbe aver prodotto una pacificazione. Non è che c’è un legame tra le due cose?

            Poi resta il discorso del bullismo: l’ideologia gender vuole un uomo effeminato, che diventa vittima ideale del bullo.

            1. ☻Giancarlo, ho capito il punto…

              “C’è un legame tra le due cose?” Secondo te (e altri) si, secondo me no… o quanto meno non è così diretto da divenire “causa scatenante”.
              Siamo nell’ordine delle ipotesi e delle “teorie”. Si può essere di avviso diverso.. o no?

              1. La sezione su droga e criminalità delle Nazioni Unite ha recentemente concluso il primo studio mondiale sulle percentuali di omicidi. Di solito l’analisi statistica dei crimini commessi in una certa area è molto complessa sopratutto per il fatto che si viene a conoscenza di un crimine solo se è denunciato. I dati sugli omicidi sono quelli più solidi perché è un crimine quasi sempre denunciato.

                Secondo l’ONU, dei 468.000 omicidi registrati nel 2010 in tutto il mondo circa il 36% sono stati commessi in Africa e il 31% in America. La media mondiale è di
                6,9 assassini per 100.000 persone e la più alta percentuale si registra in Honduras 82 su 100.000 ed El Salvador 66 su 100.000.

                Un’indice interessante registrato dello studio è il rapporto tra lo sviluppo di una nazione e il numero di crimini commessi. Stati con basso grado di sviluppo hanno un alto tasso di omicidi. A questo si contrappone un’altra tendenza: anche nelle nazioni relativamente sviluppate le organizzazioni criminali, i traffici di droga e altro, tendono ad aumentare le percentuali di omicidi.

            2. Giancarlo

              Pensi che l’ideologia gender non abbia alcun effetto negativo sui rapporti tra le persone? Non credi che costituisca l’ulteriore, definitiva mazzata sulla famiglia? Tocca a noi cattolici smascherare l’inganno, difendere la famiglia e le persone, salvare l’umanità. Non possiamo guardare alla follia del gender con tolleranza.

              1. @Giancarlo stiamo parlando dell’ideologia gender ed i suoi possibili risvolti nel particolare conteso di un episodio (o più episodi) di efferata violenza inter-famigliare… o no?

                Secondo te io penso che detta ideologia NON abbia alcun effetto negativo ecc, ecc. ?!!

                Ma dico… hai bisogno anche che ti risponda?

                1. Giancarlo

                  In questo particolare contesto l’ideologia gender c’entra poco o niente. JoetTurner ha linkato un articolo che in effetti non c’entra con l’episodio rammentato da Andreas e manco col tema dell’articolo. Però ho trovato molto interessante la riflessione di Marchesini, pienamente condivisibile. Ora, se mi dici che non c’entra niente con l’articolo, ti do ragione; se invece non condividi la riflessione di Marchesini, allora dovresti spiegarmi perchè.

                  1. Dovrei spiegarti perché? …Perché?
                    Sarà un questione di “pelle”, ma ho sempre l’impressione che se uno fa un’affermazione che non condividi DEVE dartene ragione…

                    Ho brevemente accennato al perché non condivido, senza entrare in una lunga esposizione delle ragioni.
                    Il perché non mi addentro può essere per tanti motivi (tempo, voglia, non voglia, interesse, ecc. ecc.)

                    E cmq tu tiri sempre somme a modo tuo… ho parlato della riflessione di Marchesini legata a questo contesto (è credo la terza volta che lo ribadisco), non ho fatto qui accenni alla problematica più generale (fuori di contesto).
                    Se non sei in grado di farti una idea di come la possa pensare, anche solo da tante altri commenti che ho fatto su altri altricoli e post, è un problema tuo, io non credo di doverti dare ragione di nulla, né credo la cosa ti turberà il sonno.

                    1. Giancarlo

                      Se non sei in grado, oppure non hai voglia di difendere e sostenere una tua idea, allora non la esprimere. Qui siamo in un blog, si interviene per cercare un confronto. Se dici che la riflessione di Marchesini non ti convince, va bene, ma spiega il perchè! Oppure stai zitto…Oppure ammetti di esserti sbagliato e che, ripensandoci, trovi che Marchesini abbia ragione. Comunque devi dar conto di quello che scrivi, altrimenti cosa intervieni a fare su un blog?

                      Certo che devi spiegarmi perchè non sei d’accordo con me.

                    2. Stai zitto lo dici a tua sorella (come si usa dire…)

                      Sui blog si intrerviene come si vuole e magari con un po’ più di rispetto e un po’ meno di pretese (doti che ti mancano abbondantemente).
                      Io a te non devo spiegare, sostenere, ribadire un bel nulla, tanto più che non ho aperto nessun confronto diretto con te quando ho fatto il commento iniziale.

                      Se mi va di dire che non concordo lo dico e se non esplico sono cavoli miei – a te non piace, sono cavoli tuoi!
                      Tu per esempio cosa intervieni a fare sul blog? Sempre a fare le pulci e a pretendere dagli altri spiegazioni che non ti sono affatto dovute? Sai a quanti mie commenti diretti non hai risposto?!

                      Già, ma quelli non erano degni di risposta a tuo giudizio… a mio giudizio a te non devo dimostrare proprio un bel nulla!
                      E sin qui a già perso troppo stempo che andava megli speso.

                      Ti saluto (esperto di regole di blog…)

                    3. Giancarlo

                      Mia sorella è sempre l’ultima a tacere. E vai a commentare su ALTRI ALTRICOLI.

                      Commentatore da strapazzo…

                    1. Giusi

                      Mi permetto di dare un consiglio di carattere generale anche se non richiesto. Credo che la cosa migliore, quando proprio non “ci si acchiappa” con una persona, è evitare di interloquire. Mi è successo due volte (voglio dire con due persone diverse) in questo blog e alla fine ho preso questa decisione anche per evitare di sottoporre gli altri al disagio di leggere quello che poi diventa un vero e proprio litigio con trascendimenti reciproci. Colgo l’occasione per fare i miei complimenti ( per natura non ne faccio molti e mi imbarazza pure riceverne) ad Admin perchè un blog più libero di questo non l’ho mai visto!

  9. “La domanda (ripeto: mostruosamente proibita) è dunque questa: se il bullismo e le “violenze di genere” fossero una conseguenza imprevista ed indesiderata dell’ideologia di genere? Una sorta di “eterogenesi dei fini” che sembra caratterizzare ogni rivoluzione, forse anche quella antropologica in atto”

    Questa la inquietante domanda di Roberto Marchesini…
    ( la rivoluzione antropologica che viene dal nord, la causa di tutto)

    1. Lalla

      Che palle però, Alvise! Si può dire? Butti tutto in caciara, tutto è uguale a tutto e allora non parliamo più di niente! Pena, misericordia, punizione, perdono…che importa! Tanto siamo sempre stati un po’ buoni e un po’ cattivi e sempre lo saremo e si perde solo tempo a discutere di cause e fini e ad analizzare il senso del nostro tempo nella storia. Ho riassunto bene?

      1. Roberto

        Sì Lalla, questo è esattamente Alvise: filosofiazzero, secondo me, non è tanto un invito a trascurare la filosofia, no. Lui incarna la filosofia dello zero. Qualsiasi cosa: somma zero.

      2. Lalla:

        1 non dicevo a te che non avevi capito (o fatto finta di non capire)
        2 il senso del nostro tempo nella storia è lo stesso di tutti gli altri
        tempi (cristiani o no) e cioè senza alcun senso (escatologico teleologico o altro)
        3 hai riassunto benissimo (ma buttarla in caciara è un’altra cosa)
        4 oggi non è per forza peggio che ieri (nemmeno per quanto riguarda il matrimonio).
        5 c’è un bel libro di un importante giurista scandinavo (danese!)
        “Responsabilità, colpa, pena” di Alf Ross

  10. Jacques Lacan diceva che l’assenza del padre è alla base della grande nevrosi del secolo (il XX). Lo psichiatra Tony Anatrella parla di emergenza psichiatrica. La funzione rieducativa della pena è un mito. E, se non ricordo male, la carcerazione nasce, pragmaticamente (nella Chiesa), per isolare il delinquente. Distrutti matrimonio e famiglia, è distrutto l’uomo. E, in un certo senso, siamo solo all’inizio (vedremo presto i frutti del matrimonio per tutti, delle adozioni gay, della fecondazione assistita, magari eterologa o di genitori-nonni). Come, p. es., avviene in tante separazioni, i coniugi, i figli, sono costretti a patire dolori morali atroci, sentendosi dire che questo è normale, e che occorre essere civili ed educati, ed accordarsi. Non giustifico ma capisco cosa ci sia all’origine di tanti gesti omicidi. Pena e perdono ci stanno entrambi, ma prima di tutto occorre curare. Curare una generazione malata, distrutta da questa ‘civiltà’ odiosa e maledetta, figlia incestuosa dell’Anticristo.

  11. Alessandro

    Benedetto XVI su perdono, castigo e misericordia:

    “Con la voce della sua preghiera, Abramo sta dando voce al desiderio di Dio, che non è quello di distruggere, ma di salvare Sodoma, di dare vita al peccatore convertito.

    E’ questo che il Signore vuole, e il suo dialogo con Abramo è una prolungata e inequivocabile manifestazione del suo amore misericordioso.
    La necessità di trovare uomini giusti all’interno della città diventa sempre meno esigente e alla fine ne basteranno dieci per salvare la totalità della popolazione. Per quale motivo Abramo si fermi a dieci, non è detto nel testo. Forse è un numero che indica un nucleo comunitario minimo (ancora oggi, dieci persone sono il quorum necessario per la preghiera pubblica ebraica). Comunque, si tratta di un numero esiguo, una piccola particella di bene da cui partire per salvare un grande male.

    Ma neppure dieci giusti si trovavano in Sodoma e Gomorra, e le città vennero distrutte. Una distruzione paradossalmente testimoniata come necessaria proprio dalla preghiera d’intercessione di Abramo.

    Perché proprio quella preghiera ha rivelato la volontà salvifica di Dio: il Signore era disposto a perdonare, desiderava farlo, ma le città erano chiuse in un male totalizzante e paralizzante, senza neppure pochi innocenti da cui partire per trasformare il male in bene.

    Perché è proprio questo il cammino della salvezza che anche Abramo chiedeva: essere salvati non vuol dire semplicemente sfuggire alla punizione, ma essere liberati dal male che ci abita. Non è il castigo che deve essere eliminato, ma il peccato, quel rifiuto di Dio e dell’amore che porta già in sé il castigo. Dirà il profeta Geremia al popolo ribelle: «La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio» (Ger 2,19). È da questa tristezza e amarezza che il Signore vuole salvare l’uomo liberandolo dal peccato.
    Ma serve dunque una trasformazione dall’interno, un qualche appiglio di bene, un inizio da cui partire per tramutare il male in bene, l’odio in amore, la vendetta in perdono. Per questo i giusti devono essere dentro la città, e Abramo continuamente ripete: «forse là se ne troveranno …». «Là»: è dentro la realtà malata che deve esserci quel germe di bene che può risanare e ridare la vita. E’ una parola rivolta anche a noi: che nelle nostre città si trovi il germe di bene; che facciamo di tutto perché siano non solo dieci i giusti, per far realmente vivere e sopravvivere le nostre città e per salvarci da questa amarezza interiore che è l’assenza di Dio. E nella realtà malata di Sodoma e Gomorra quel germe di bene non si trovava.

    Ma la misericordia di Dio nella storia del suo popolo si allarga ulteriormente. Se per salvare Sodoma servivano dieci giusti, il profeta Geremia dirà, a nome dell’Onnipotente, che basta un solo giusto per salvare Gerusalemme: «Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e informatevi, cercate nelle sue piazze se c’è un uomo che pratichi il diritto, e cerchi la fedeltà, e io la perdonerò» (5,1). Il numero è sceso ancora, la bontà di Dio si mostra ancora più grande. Eppure questo ancora non basta, la sovrabbondante misericordia di Dio non trova la risposta di bene che cerca, e Gerusalemme cade sotto l’assedio del nemico.

    Bisognerà che Dio stesso diventi quel giusto. E questo è il mistero dell’Incarnazione: per garantire un giusto Egli stesso si fa uomo. Il giusto ci sarà sempre perché è Lui: bisogna però che Dio stesso diventi quel giusto. L’infinito e sorprendente amore divino sarà pienamente manifestato quando il Figlio di Dio si farà uomo, il Giusto definitivo, il perfetto Innocente, che porterà la salvezza al mondo intero morendo sulla croce, perdonando e intercedendo per coloro che «non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Allora la preghiera di ogni uomo troverà la sua risposta, allora ogni nostra intercessione sarà pienamente esaudita.

    Cari fratelli e sorelle, la supplica di Abramo, nostro padre nella fede, ci insegni ad aprire sempre di più il cuore alla misericordia sovrabbondante di Dio, perché nella preghiera quotidiana sappiamo desiderare la salvezza dell’umanità e chiederla con perseveranza e con fiducia al Signore che è grande nell’amore.”

    http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20110518_it.html

  12. Livio:

    La mancanza del padre alla base di due guerre spaventose combattute il secolo scorso? Dovute grande nevrosi dovuta alla mancanza padre? Lo dice Lacan? Chi è Lacan? Un altro nome fra i tanti nomi citati. Un secolo di citazioni di nomi inutili.La carcerazione nasce nella Chiesa? Per segregare? Per sorvegliare? Per controllare? Lo ha sempre fatto, la Chiesa, finché ha potuto, in tutti i modi possibili.i. L’uomo è distrutto? Ne vedremo i frutti? Sodoma e Gomorra? Ancora un’altra volta?
    E poi, abbi pazienza, perché “figlia incestuosa”?

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