Due cuori, due anelli e poi una compagnia (prima parte)

di admin @CostanzaMBlog

Lettere a un figlio sull'educazione_cover

Diciotto lettere scritte da un padre, per parlare di educazione a un figlio che sta per mettere su famiglia. Tutto vero: le lettere, il padre, il figlio. Anzi: i nove figli, che in queste pagine hanno messo la vita e anche la faccia, accettando di comparire in copertina. Nessuna teoria: soltanto realtà. Lettere a un figlio sull’educazione (La Fontana di Siloe –  2015) è il libro di Giovanni Donna d’Oldenico di cui pubblichiamo un estratto,  la diciassettesima lettera (la prima parte oggi la seconda la prossima settimana).

Lettera diciassettesima

Due cuori, due anelli e poi una compagnia

Titolo breve per una lettera che, invece, sarà la più lunga di tutte. Quindi ti suggerisco di prendere tempo: con una vita davanti, non sei affatto obbligato a leggerla d’un fiato!

Qui desidero fare ancora un passo insieme a te nella tua personale educazione, lasciando un’altra volta in secondo piano, almeno all’inizio, il tuo compito di educare un figlio. Anche perché, più che del mettere su famiglia, vocazione comune ma non per tutti, ora parliamo del Matrimonio, che di questa vocazione è Sacramento; e il modo migliore per insegnare a tuo figlio a rendersi conto di ciò in cui consiste è, come sempre, il tuo viverne la grazia con lieta e grata cognizione. Avanti, allora.

Prometto che la prossima lettera, l’ultima, sarà brevissima: basterà un colpo d’occhio per leggerla tutta. Visto che in questa penultima, invece, qualche fatica in più ti tocca, ti offro una traccia per aiutarti a non perdere di vista l’orizzonte, man mano che leggi: cinque indicazioni, a mo’ di sommario, giusto per orientarti, senza toglierti il gusto della lettura; cinque, come le dita di una mano e come tali, andando avanti, le richiamerò.

Per prima cosa ho intenzione di parlarti di corrispondenza. Cioè del Sacramento del Matrimonio in sé, e di come esso corrisponda a ciò di cui va in cerca il cuore ordinato di una donna e di un uomo che vivono un amore.

A seguire: due passi dentro il mistero. Perché a te sia chiaro che parlare dell’amore che unisce Cristo alla Chiesa, non è materia da teologi, mistici o dotti, ma una faccenda molto terra terra: è osservare l’opera di Cristo nella vita di due sposi che Gli si affidano e in Lui confidano.

Dopo di che, un invito alla tranquillità. Il demonio si rode e aggredisce perché Cristo opera meraviglie. Una di queste, il Sacramento del Matrimonio, è sotto attacco. Ma, anche se negli ultimi tempi se ne chiacchiera molto, non lo è da adesso: ricorda, tanto per dire, Enrico VIII. Stai tranquillo: Cristo ha già vinto: l’importante è avere chiare strategia e tattiche del nemico. E rimanere sereni.

E poi anche, ma non solo: le armi. Dopo averti parlato del lavoro di Cristo e della guerra che il Suo e nostro avversario conduce contro il Matrimonio, è il momento di parlare di armi, perché, come dice Giobbe, la vita dell’uomo in terra è milizia. Constaterai che agli sposi uniti in Matrimonio non mancano i mezzi per combattere e vincere. A cominciare dalla consapevolezza dell’impegno che hanno assunto.

Infine, quinto punto, proprio a partire dall’impegno dei coniugi, troverai quattro domande. Il cui senso non suona: vediamo che cosa mi porti in dote; ma: vediamo che cosa io porto in dote a te. Dove anche le doti, fanno parte della dote.

Cinque passi. Cinque dita. Cominciamo.

Dal mignolo: la corrispondenza.

Sacramento, come insegna un catechismo antico, che un Concilio pensò bene di indirizzare ai parroci, annoverandoli di fatto tra i soggetti da catechizzare, è realtà che ha in sé la virtù di operare quello che significa. Proprio così: ogni Sacramento produce le realtà spirituali di cui è segno; cosa possibile solo perché è azione di Cristo. Un’azione che presuppone: un ministro, cioè Colui che in nome e per conto di Cristo agisce; una materia, che di questa azione è consistenza e sostanza; e una forma, che avvera ciò che la Chiesa, e dunque, Cristo, tramite il Suo ministro, intende operare. Se ci pensi, il fatto che Dio, nello svolgere la Sua azione, si renda disponibile alla libertà dell’uomo, è davvero un evento mirabile. Divina disponibilità che, però, non si estende agli effetti di un Sacramento debitamente celebrato; per capirci: nessun sacerdote è obbligato a consacrare proprio quell’ostia lì; ma, una volta che essa è consacrata, non può più essere sconsacrata, rimanendo ciò che è, finché non viene consumata. Il sacerdote è ministro dell’Eucaristia; il pane e il vino ne sono la materia; le parole della consacrazione, che il sacerdote pronuncia in prima persona singolare, essendo Cristo che parla, ne costituiscono la forma.

Del Matrimonio, come sai, ministri sono moglie e marito. Questo significa che non sono i protagonisti: Cristo compie l’azione e sostiene la parte principale. Ministri, ma non solo: essi conferiscono anche la materia al Sacramento; infatti, il vincolo che li unisce, prende forma dalle parole che esprimono il consenso, quelle che essi pronunciano difronte ai testimoni; ed è evidente che, pur essendo opera di Cristo, ciò mette in gioco tutta la persona degli sposi. Ministri, dunque, che, però, danno anche materia e forma al Sacramento. Come vedi è roba che si vede e che si sente, si tocca: nulla di astratto, tutto molto concreto. E, per quanto qui c’interessa, considera che la concretezza vera non riduce la realtà alla sua fetta meno rappresentativa, ciò che è materiale, ma tiene conto in modo eminente della sua porzione più rilevante: lo spirito. Arrestarsi a quello che è materiale, questa sarebbe una vera astrazione: ricorda quando ti ho esortato a riconoscere come la realtà non sia solo quello che si vede. Poca teoria, quindi, e molta pratica. E cosa c’è di più pratico, di più generatore di fatti, dell’amore che unisce Cristo e la Sua Chiesa? Ne parliamo tra poco.

Intanto, metti una sera in birreria con due tuoi amici, fidanzata e fidanzato, che si amano per davvero, di un amore completo, cioè umano: non solo corpo e sentimento, ma volontà e ragione, anima e cuore. E qui non importa che siano o no credenti. Davanti a un boccale di rossa, tra un sorso e l’altro, provocatoriamente, domandi se uno dei due si augura che il loro amore finisca; e poi chi dei due non vede l’ora che l’altro lo tradisca o di tradire l’altro; e, dopo un’ultima boccata di birra: se desiderano essere sterili. Come credi ti rispondano? Prima penserebbero che tu stia scherzando; poi che non regga più quel poco di alcol. Ma, davanti a una tua convinta insistenza nel chiedere, finirebbero per prenderti per matto; o per menagramo. Avviando la serata a una precoce conclusione.

Perché il desiderio di un amore indissolubile, fedele e fecondo è inscritto nella carne e nella mente di ogni donna e uomo, che non siano stati feriti o alienati dalla natura o dal vizio, dal potere o dalla vita. Indissolubilità, fedeltà e fecondità corrispondono a quanto il cuore desidera e, se fossimo davvero liberi, non avremmo difficoltà a vivere fino in fondo questa aspirazione. Siccome, invece, la libertà è quotidiana conquista, tale diventa anche quanto di buono, di bello, di vero e di giusto il cuore brama. Per fortuna la Trinità, che ha pietà di tutte le umane fatiche, anche di quelle necessarie a vivere un amore sponsale che sia all’altezza di ciò che la natura dell’uomo esige, ha redento questo amore, riconducendolo al Suo originario disegno; un progetto che, riguardando Cristo prima di Adamo, addirittura supera ciò che l’uomo, di per sé, potrebbe conseguire.

Già: la Chiesa e i Sacramenti, frutto del sacrificio del Redentore, permanenza di Cristo nell’umana compagnia, danno all’uomo la possibilità di partecipare alla vita della Trinità. Figli nel Figlio. Vita divina. Amore divino: nel Matrimonio, Cristo si coinvolge per sostenere l’impegno degli sposi, avverando per loro la possibilità di trascorrere la vita intera dentro un amore molto più grande di quanto il loro cuore sia naturalmente capace: un amore soprannaturale. Rendendo il Matrimonio un Sacramento, Cristo ha realizzato una cosa inaudita, come più avanti ti dirò.

Anzi, te lo dico adesso.

Nel Sacramento, l’amore che lega gli sposi, atto loro ma esercitato da Cristo, diviene creativo di una nuova unità tra i due; sicché, misteriosamente ma realmente, non sono più due, ma una carne sola; cosa che, come il Creatore spiega nel libro della Genesi, corrisponde a ciò che Egli aveva inteso creando l’uomo maschio e femmina. E questo è vero anche a dispetto di quanto i sensi percepiscono. Un po’ come nell’Eucaristia un’ostia consacrata non appare diversa da quello che era prima, così anche nel Matrimonio: in due sono saliti all’altare e in due sembra che ne scendano; invece non sono più due ma una carne sola. Com’è possibile?

È un mistero grande, esclama san Paolo, riferendolo a Cristo e alla Chiesa.

Apro una parentesi, per anticipare una domanda che, altrimenti, ti verrebbe in mente fra poco. Ti sto per parlare dell’amore che lega Cristo alla Chiesa. Bene. Tu potresti chiedermi in che cosa consiste questo amore. La risposta è sorprendente e semplice. Ora l’accenno; se ti stupisce, non preoccuparti: procedendo nella lettura, ne afferrerai meglio il senso. L’amore che unisce la Chiesa e Cristo, è la perfezione dell’amore che unisce moglie e marito. Questo devi guardare, per intendere quello. È un amore che consiste nel dare la vita l’uno per l’altra, dentro il lavoro e le cose di ogni giorno; è perdono e tenerezza; abbracci e silenzi; attenzione, cura e discorsi; gioie e anche fatica; gesti semplici e sacrifici grandi. In virtù del Sacramento, quando guardi i tratti, i beni e i fini che costituiscono la trama dell’amore coniugale, stai guardando quelli dell’amore di Cristo e della Chiesa. Quando sei davanti a una moglie e un marito che, per grazia ricevuta, s’impegnano a vivere quello che celebrano, sei davanti all’amore che unisce la Chiesa a Cristo. E tutto quanto scorgi, negli sposi, di peccato e di perfettibile, pensalo in relazione all’amore della Chiesa pellegrinante sulla terra e di quella porzione di essa interinale in Purgatorio; e tutto quanto, tra i coniugi, ti pare perfetto, assimilalo all’amore della Chiesa trionfante in Paradiso. E quando diventa evidente il soccorso portato da Cristo alla vita dei due, sappi che stai guardando come Cristo soccorre la Chiesa in cammino.

«Ti benedico Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agl’intelligenti e le hai rivelate ai piccoli»: nota che non serve studiare teologia, per comprendere l’amore tra Cristo e la Chiesa. È una vita, come quella di qualunque donna e uomo che si sposano e vivono nel Signore, capaci di scorgere, dentro gli occhi l’uno dell’altra, lo Spirito Santo che li abita e regolarsi di conseguenza: ciascuno tempio dello Spirito Santo; la Chiesa, tempio dello Spirito Santo; la famiglia, tempio dello Spirito Santo: terminali dell’incarnazione, come lo fu il primo, il ventre di Maria e subito dopo la casa di Nazareth. Vuoi sapere cos’è questo amore che unisce Cristo e la Chiesa? Guarda l’amore di due sposi che vivono il Sacramento del Matrimonio. Vuoi sapere cos’è la Chiesa? Comincia a osservare una famiglia cristiana che è, appunto, Chiesa domestica. Chiusa la parentesi.

L’anulare, adesso. Che, per via della fede nuziale, è il dito appropriato per questi due passi dentro il mistero.

Eravamo rimasti allo stupore di san Paolo difronte al progetto del Matrimonio che il Creatore ha annunciato all’inizio della Genesi: l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola. Mistero grande, esclama Paolo. Proviamo a percorrerne un tratto.

«Io accolgo te come mia sposa e prometto… Io accolgo te come mio sposo e prometto…»

Tra chi si svolge questo dialogo? A chi gli sposi, in qualità di ministri, prestano la loro parola, come fa il sacerdote nell’Eucaristia: il Mio corpo; o nella Penitenza: «Io ti assolvo»? «Io» chi? Cristo: è Lui che parla e fa. Il dialogo che gli sposi iniziano a pronunciare all’altare e proseguono poi per tutta la vita, dando forma e materia al Sacramento, in realtà è quello che proprio in questo momento, e da sempre, e per sempre, si stanno scambiando Cristo e la Chiesa: Io accolgo Te… Per questo, seguendo l’intuizione di san Paolo, l’amore tra Cristo e la Chiesa è ciò in cui il Sacramento del Matrimonio consiste. Ricorda quanto recita quel catechismo antico, cui prima ti ho accennato: che il Sacramento produce la realtà spirituale significata. Produce. Allora, moglie e marito, Chiesa e Cristo: questi due amori, umano il primo, il secondo divino, finiscono per prodursi reciprocamente. L’amore di Cristo e della Chiesa genera l’amore degli sposi. L’amore degli sposi genera l’amore della Chiesa a Cristo. Impossibile? No. Ti ho già ricordato di come la Vergine, una donna, è madre di Colui del quale è figlia: Dio.

In questo consiste la radice della dignità altissima del Matrimonio cristiano, della missione, della testimonianza e del compito cui sono chiamati gli sposi, in particolare a favore della Chiesa. Alla quale, certo, possono dare incremento quando concepiscono un figlio, atto grandissimo, nel quale, come ti ho ricordato in un’altra lettera, l’Onnipotente forma un’anima, continuando così, nel tempo, a creare dal nulla. Ma, indipendentemente dalla generazione, gli sposi fanno crescere la Chiesa in quanto attuano l’amore che la lega a Cristo, consolidandone l’unione con Lui, e venendone consolidati nella loro. Qui sta il fondamento dell’esigenza e del dono della fecondità, anche in barba a una sempre possibile infertilità; e della fedeltà, anche a dispetto delle pur non impossibili infedeltà; e dell’indissolubilità fino alla morte. Certo: la morte scioglie il Sacramento del Matrimonio, perché in Paradiso non serve più; tanto quanto, per esempio, l’Eucaristia. E non potrebbe essere altrimenti, infatti in Paradiso si vive la realtà completamente attuata: Cristo tutto in tutti. Gloria e beatitudine. C’è bisogno di altro? Questo non vuol dire che coloro che Dio in terra ha congiunto, in cielo Egli separerà. Anzi: tua madre e io, tu e tua moglie, noi tutti, nell’aldilà saremo certamente ancora più intimi e uniti di quanto lo siamo stati nell’aldiqua. Come? Inutile congetturare: fidiamoci di Dio e speriamo il Paradiso, dove ne vedremo delle belle.

Ecco cosa accade quando una donna e un uomo, liberamente, senza alcuna costrizione e pienamente consapevoli del significato della loro decisione, scelgono di lasciare che Cristo assuma e agisca il loro amore nel Sacramento del Matrimonio. Quel non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me, che il Battesimo afferma e che la vita intera, poi, è chiamata ad avverare, diventa un reciproco: non sono più io che ti amo, ma Cristo che ti ama in me. Donarsi reciprocamente Cristo. Diventare trasparenza di Cristo l’uno per l’altra. Dimmi tu se una donna e un uomo, da soli, potrebbero mai essere capaci di un amore più grande!

A questo punto è superfluo osservare che l’unione che si crea tra marito e moglie, non può più essere revocata. Quasi come l’ostia consacrata, di cui prima ti ho scritto che non può venire sconsacrata. C’è un uomo che può sancire che Cristo e la Chiesa smettano di amarsi? No. Tra l’altro tutto quanto nel Sacramento viene significato, prodotto e donato, diventa anche comandamento: Dio, parlando per bocca di san Paolo, ordina al marito di amare la propria moglie come Cristo ama la Chiesa. E la vera che gli sposi portano all’anulare, serve anche a ricordare questo.

È la volta del medio: l’invito alla tranquillità.

Alla quale ti esorto proprio quando diventa più evidente lo scopo che il demonio si prefigge, accanendosi per scardinare il Sacramento del Matrimonio.

Lo fa in quanto conosce la posta in gioco meglio di qualsiasi altro teologo: lui, essendo diavolo, maestro nel dividere, e ben sapendo di trovarsi davanti alle radici dell’amore tra Cristo e la Chiesa, attenta a questo Sacramento prefiggendosi niente di meno che di strappare la Chiesa all’abbraccio di Cristo. E non mette in campo solo le sue armi più grossolane, per quanto già efficaci, affannandosi per agire sulla società e sul costume, sguazzare nei mezzi di comunicazione sociale e traviare direttamente gli sposi. Purtroppo, si cimenta pure in agguati più raffinati e pericolosi, cercando di sedurre la Chiesa e i suoi uomini, tentandoli al male nel modo in cui è maestro: facendolo apparire un bene.

Come se, per restare al nostro tema, in questo, e questo, e quest’altro caso, la fedeltà, l’indissolubilità e la fecondità che il Matrimonio postula e produce, non fossero poi così imprescindibili.

Come se in ballo ci fossero solo pensieri, parole, opere e omissioni contro un patto tra uomini e non un sacrilegio, qual è la profanazione di un Sacramento, atto divino. La cui persistenza, sempre che sia stato debitamente conferito, è inviolabile per qualunque umano potere.

Come se un sacerdote potesse assolvere chi, non provandone alcun dolore, né proponendosi di non più commetterlo, intendesse permanere nel proprio peccato, magari con la scusa di non ritenerlo tale; profanando così un altro Sacramento.

Come se uno non peccasse, per il solo fatto che non considera peccato quello che fa, che pensa, che dice o che omette. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica, frutto maturo dell’ultimo Concilio, trovi questa definizione del peccato: una mancanza contro la ragione, la verità e la retta coscienza; una trasgressione in ordine all’amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Ragione, verità e retta coscienza, che non necessariamente coincidono con quello che pare e piace a me. Per divagare: uccidere un cuoco norvegese solo perché la pancetta arrosto non era ben cotta, peccato è, e peccato resta, che io tale lo ritenga oppure no. E, finché non me ne convinco, un confessore ha il dovere di negarmi l’assoluzione. Dovere che non vale solo verso l’omicidio per futili motivi: può anche applicarsi nei confronti di uno sguardo, come avverte Gesù, quando afferma che un certo modo di guardare una donna equivale ad aver già commesso adulterio con lei. Parola del Signore. Che qui non sembra fare distinzioni tra desiderare una donna in modo licenzioso e aver consumato un amplesso con lei, con buona pace di alcuni docenti di teologia morale, la cui dotta spocchia si spingerebbe fino a voler portare sui banchi di scuola la Seconda Persona della Santissima Trinità per insegnarLe la materia. Tra l’altro, quanti tradimenti cominciano proprio dall’aver indugiato in sguardi pruriginosi?

Come se, poi, ci si potesse comunicare covando nel cuore, e coltivando nella vita, un peccato grave al quale non s’intende rinunciare; profanando un terzo Sacramento; e, come san Paolo avvisa, finendo per mangiare e bere la propria condanna. Se proprio dovessi aspettarmi qualcosa da un ministro della Chiesa, vorrei che fosse un lasciapassare per il Paradiso, non il passaporto per l’inferno.

Come se a un uomo fosse lecito, alla bisogna, tentare di separare quello che Dio ha unito, cosa che, evidentemente, non è affare da uomini. Ai quali compete, invece, verificare che questa divina azione sia accaduta per davvero, cioè che il Sacramento sia stato celebrato e non solo, per così dire, sceneggiato; faccenda a proposito della quale, più avanti, sarà opportuna una sottolineatura. Una verifica nella quale il discernimento della Chiesa dovrebbe essere davvero più paterno e più sollecito; e alla portata di chiunque lo richieda. Senza dimenticare che prevenire è meglio di curare: se per imparare a fare il parrucchiere, si frequentano corsi che durano mesi, anni, addirittura, per una cosa ben più decisiva, che non riguarda messa in piega e permanente, ma la vita e il destino, non sarebbe indicata una preparazione ben più curata? Soprattutto in un’epoca in cui la società e il contesto familiare spesso non aiutano a capire in che cosa il Matrimonio consista e ciò che esso comporta. Di questi tempi, invece, si assiste a un paradosso: ci sono ministri della Chiesa tirchi nel consentire l’accesso al Battesimo, Sacramento che, come papa Francesco insegna da una vita, dovrebbe essere offerto senza tante storie; ministri che, poi, diventano improvvisamente prodighi nel consentire celebrazioni matrimoniali, dando per scontate maturità e preparazione, anche quando sono carenti o mancano del tutto. E, tra poco, capirai cosa intendo.

Per tornare agli agguati del demonio, è importante che non ti scandalizzi davanti agli attentati al Matrimonio che provengono dall’interno della Chiesa. Non sono novità: c’è sempre stato chi, nella Sposa di Cristo, magari in buona fede o forse no, si è adoperato per travestire da misericordia anche gli oltraggi alla verità. Per fortuna la storia sta lì a dimostrare che la Chiesa, secondo la promessa del Salvatore, ha resistito, resite e resisterà, indomita, alle malizie e alla dabbenaggine di alcuni suoi campioni. Anche di quelli nostri contemporanei. Dunque non lasciarti inquietare dall’attualità: e se ai nostri giorni se ne sentono di cotte e di crude, sappi che in passato ne sono capitate di peggio. Segui il suggerimento che Rosmini, uno che ne ha viste davvero tante, propone in una delle sue Massime di Perfezione Cristiana che ti consiglio di meditare tutte e sei. Nella terza, invita a «godere una perfetta tranquillità e conservare un gaudio pieno, riposando interamente nel Signore, per quanto gli avvenimenti possano parere contrari al bene della Chiesa». Ti auguro che il Signore ti doni questa tranquillità e questo gaudio di cui Rosmini ha detto e ha vissuto, nonostante i tempi tempestosi.

Rimanendo agli odierni tentativi di corrompere il Matrimonio, ricorda ciò che ti ho scritto nella lettera dedicata alla libertà: è la verità, cioè Cristo, che rende liberi. Se ne sei consapevole, non faticherai a renderti conto che in questo caso la posta in gioco non è solo una questione intellettuale e di dottrina, né una faccenda di morale e di prassi. È in ballo la schiavitù dell’uomo, il suo asservimento al demonio; il quale s’incaponisce nell’insidiare la verità del Matrimonio, anche perché sa che, tentando di separare la Chiesa e Cristo, attenta a ciò che fa l’uomo libero.

L’ambizione del nemico, si spinge fino a voler rendere suoi complici nel tradurre i fedeli nelle infernali galere, alcuni uomini di Chiesa, adescati e trasformati in zelanti imbianchini di sepolcri, impegnati a tinteggiare le pareti del carcere con un colore che mima lo smalto smagliante della misericordia e, invece, è solo la biacca della menzogna. Perché negare la verità che è Cristo, cioè ripudiare Colui nel quale la libertà dell’uomo consiste, equivale a ripudiare l’unico volto della misericordia del Padre. Ciò che si spaccia per libertà e misericordia, rinnegato Cristo, è solo la macabra controfigura di una condanna senza facoltà di appello e di una schiavitù senza possibilità di riscatto.

Lo stratagemma che il nemico adopera nel suo illudersi di separare la Chiesa da Cristo, corrompendo il Matrimonio, consiste nel cercare di non far trapelare che è un progetto suo, che, dunque, comporta solo condanna e schiavitù. Per far questo si arrabatta per travestire la sua diabolica cospirazione, sforzandosi di farla passare per un’opera di giustizia e di liberazione, quindi non certo proveniente da lui, bensì da una divina ispirazione. È il vecchio trucco che adopera da sempre: non sa far di meglio che offrire catene e manette, mascherandole da collane e da bracciali.

La finta misericordia cui il demonio istiga, è simile alla falsa compassione del medico pietoso del proverbio: quello che fa la piaga purulenta. Un dottore, al fronte, non si occupa di colesterolo e trigliceridi, ma di cancrene e di membra dilaniate dalle esplosioni; e se non è un pavido o un somaro, non perde tempo a sperimentare antibiotici, quando l’unico modo per salvare la vita al soldato è amputargli in fretta la gamba; checché questi, magari delirando per la febbre, protesti di preferire una pomata, anziché finire sotto i ferri.

In due parole: il diavolo agisce come un amante qualunque il quale, quando tenta di conquistare la donna di un altro, fa di tutto per far apparire sé, preferibile all’uomo della sua vita. Sciocco: si è già messo una volta contro l’Incarnazione, cioè contro l’uomo figlio di Dio, e che fine ha fatto? All’inferno. Qui ci prova con la Chiesa, in quanto sposa di un Dio che, nella Bibbia, non esita a definirsi geloso: altro patatrac in vista, per il diabolico avversario e per i grulli suoi sodali.

Mancano solo più due dita.

continua…

5 Responses to “Due cuori, due anelli e poi una compagnia (prima parte)”

  1. Ke differenza abissale con l’educazione proposta dal tipo di barbiana…

  2. “Allora, moglie e marito, Chiesa e Cristo: questi due amori, umano il primo, il secondo divino, finiscono per prodursi reciprocamente. L’amore di Cristo e della Chiesa genera l’amore degli sposi. L’amore degli sposi genera l’amore della Chiesa a Cristo. Impossibile? No. Ti ho già ricordato di come la Vergine, una donna, è madre di Colui del quale è figlia: Dio.”
    Questo e’geniale. Spero presto la seconda parte!!

  3. “Hanno accettato di metterci la faccia….”
    E meno male che l’hanno fatto! Di certo hanno arricchito la pubblicazione…sono bellissimi ! Sono un capolavoro , un dono per i genitori e la società questi 9 ragazzi. Che Dio li protegga sempre . E protegga i genitori ai quali va la mia gratitudine. Semplicemente per “esserci”

    Grazie

  4. bellissimo….
    HELP….l’ho girato anche ad un mio amico sacerdote missionario giuseppino, ne vorrebbe una copia in inglese….
    ( questo è il post in inglese, scusate, ho fatto confusione)

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