«Se essere mamme fosse una pratica agonistica… la messa sarebbe doping»

di emanuelefant

In foto: Costanza Miriano in cucina con le figlie più piccole.

Emanuele Fant intervista Costanza Miriano per CREDERE

Scrivo di buon’ora un messaggio a Costanza Miriano: «Ho bisogno di chiamarti, qual è il momento migliore?». Risposta inaspettata: «Più o meno sempre». Il «sempre» mi suona strano, mi preoccupa il «più o meno». Costanza è nota come giornalista, scrittrice, blogger, maratoneta, multimamma. Si vede che oggi ha deciso di tirare il fiato. Provo alle undici, non risponde nessuno. Alle tredici, nemmeno.

A pomeriggio inoltrato, mi richiama: «Sai, stamattina ero al colloquio coi professori e ho lasciato da qualche parte il telefonino, ora siamo al pronto soccorso perché mio figlio forse ha una colica, ma sembra niente di grave». Come temevo: sono caduto in un suo libro solo chiamandola al cellulare.

Sapete perché la redazione di Credere mi ha chiesto di fare quattro chiacchiere con Costanza Miriano? Non per il successo editoriale di tutto quello che scrive, nemmeno per le battaglie sacrosante che combatte. Ma perché ti viene in mente lei, e la sua borsa a scomparti, quando pensi a una mamma vera.

Costanza Miriano, esiste un modo per conciliare la maternità con la Messa quotidiana?

«Piuttosto mi chiedo come sia possibile non andare a Messa ogni volta che si può: è lì che tutto viene offerto e consegnato, è lì che la fatica si trasfigura e la nostra incapacità può diventare feconda. È lì, cosa meravigliosa, che io mi lamento della stanchezza, a volte piango e c’è sempre Uno che mi ascolta, a volte mi riposo (credo di avere anche russato talora). Ti dico un segreto. Per impedire che le schiere di cose da fare mi assalgano con la loro molesta presenza, mi porto sempre una penna e un foglio – se non ce l’ho, uno scontrino, la ricetta della pediatra, un volantino della pizzeria – e mi scrivo le cose, in modo da continuare a pregare, cacciata la paura di dimenticarle. La Messa secondo me si chiama così perché mette a punto le giornate e le priorità. Se essere mamme fosse una pratica agonistica, la Messa sarebbe senz’altro doping».

Come vivono i tuoi figli il fatto che sei la nota scrittrice Costanza Miriano? Ti chiedono ancora l’autografo se ti incontrano di notte in corridoio?

«Avrei delle obiezioni sulla parola scrittrice – io mi sento piuttosto una traduttrice – e anche sul “nota”. Comunque sì, mi prendono continuamente in giro per tutte le mie carenze. Se correggendo i compiti sbaglio il secolo di una guerra o la nazionalità di uno scrittore annunciano a gran voce: ed ecco a voi la grande critica letteraria, Costanza Miriano! Però, seriamente, spero che diano il peso che merita – cioè zero – al fatto che magari qualcuno mi riconosce in giro, a volte. Spero che capiscano quello che mi ha mosso nell’iniziare questa avventura: il desiderio di raccontare agli altri quello che per me aveva funzionato, che mi sta aiutando nella ricerca del Signore. Spero che sappiano che ognuno di noi è chiamato a fare lo stesso, chi scrivendo libri chi servendo al banco della gastronomia o insegnando o aggiustando macchine».

In mezzo alle altre mamme, quando aspetti un figlio fuori da scuola, qual è il tuo tratto distintivo?

«Il ritardo, innanzitutto. Il non sapere mai di che parlano le altre – sono l’unica senza WhatsApp. E poi ovviamente il fatto di essere dotata dei figli più belli, buoni, intelligenti, simpatici, macchiati e arruffati del mondo, per quanto potrei anche ammettere di non avere uno sguardo esattamente obiettivo su di loro… Comunque mi ricordo che quando ho partorito il primo figlio, una delle mie più care amiche è venuta da me e mi ha detto: “Ti dico solo una cosa: non ascoltare le altre mamme fuori da scuola”. Effettivamente credo che a volte scattino delle forme ansiogene di competizione che non ci servono a guardare i nostri figli con la libertà e la serenità che meritano».

Sei una “mamma per vocazione”, o lo hai capito col tempo?

«Non ero una di quelle che lo desiderava prima che mi capitasse. Ma quando mi è successo ho capito che ero progettata per quello, ed è stata una gioia totale, sconvolgente. Da qui a dire che sia una brava madre, ce ne corre. Io so che amo esserlo, questo sì. Ma che lo faccia bene non lo so. Vedo i figli degli altri e mi sembra sempre che i loro genitori abbiano fatto un lavoro migliore. Mi salva il pensiero che i figli vogliono due cose soprattutto. Vogliono sapere che la vita è una cosa buona, e questo credo che glielo stiamo testimoniando. E vogliono vedere che i genitori cercano di convertirsi, che fanno un lavoro su di sé: solo così avranno voglia anche loro di mettersi in questo viaggio verso la vita eterna».

Sei già diventata più brava di tua madre a cucinare?

«Impossibile. Però da quando sono andata a vivere da sola, e la chiamavo per chiedere se la pasta andasse messa dentro l’acqua fredda, sono molto migliorata. Se mi impegno faccio anche delle super cene, perché ho rubato il ricettario alla mamma. Il problema è che nell’ordinario di solito mi distraggo con le versioni di greco o a leggere favole, mi accorgo all’ultimo che è ora di cena e scaravento in pentola la prima cosa che cade dal frigo quando lo apro. A volte mi ricordo anche di accendere il gas. Altre volte tento con l’alito».
Testo di Emanuele Fant

Foto di Stefano Dal Pozzolo/Contrasto

fonte: CREDERE

13 commenti to “«Se essere mamme fosse una pratica agonistica… la messa sarebbe doping»”

  1. …”doparsi” non solo non è leale, ma anche fa male (al corpo e alla mente) e dà assuefazione!

    • E quale parte sarebbe “incredibile”?

      • non la parte, ma il tutto: è incredibile che il Corriere che negli ultimi mesi si è schierato per la teoria gender e affini, pubblichi ogni tanto queste perle così controcorrente. Il mio stupore e sollievo pare sia condiviso anche da gran parte dei commenti

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