La risposta cristiana al razionalismo

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di Raniero Cantalamessa  dai Sermoni di Avvento, 17 dicembre 2010

1. La ragione usurpatrice

Il terzo ostacolo, che rende tanta parte della cultura moderna “refrattaria” al Vangelo, è il razionalismo. Di esso intendiamo occuparci in questa ultima meditazione di Avvento.

Il cardinale, e ora beato, John Henry Newman ci ha lasciato un memorabile discorso, pronunciato l’11 Dicembre del 1831, all’Università di Oxford, intitolato The Usurpation of Reason, l’usurpazione, o  la prevaricazione, della ragione. In questo titolo c’è già la definizione  di ciò che intendiamo per razionalismo [1]. In una nota di commento a questo discorso, scritta nella prefazione alla sua terza edizione nel 1871, l’autore spiega cosa intende con tale espressione. Per usurpazione della ragione –dice– si intende “quel certo diffuso abuso di tale facoltà che si verifica ogni qual volta ci si occupa di religione senza una adeguata conoscenza intima, o senza il dovuto rispetto per i primi principi ad essa propri. Questa pretesa ‘ragione’ è chiamata dalla Scrittura ‘la sapienza del mondo’; è il ragionare di religione di chi ha la mentalità secolaristica, e si basa su massime mondane, che le sono intrinsecamente estranee” [2].

In un altro dei suoi Sermoni universitari, intitolato Fede e ragione a confronto, Newman illustra perché la ragione non può essere l’ultimo giudice in fatto di religione e di fede, con l’analogia della coscienza. “Nessuno, scrive,  dirà che la coscienza si oppone alla ragione, o che i suoi dettami non possono essere posti in forma argomentativa; tuttavia chi, da ciò, vorrà arguire che la coscienza non è un principio originale, ma che per agire ha bisogno di attendere i risultati di un processo logico-razionale? La ragione analizza i fondamenti e i motivi dell’azione, senza essere essa stessa uno di questi motivi. Come dunque la coscienza è un elemento semplice della nostra natura, e tuttavia le sue operazioni ammettono di essere giustificati dalla ragione, altrettanto la fede può essere conoscibile e i suoi atti possono essere giustificati dalla ragione, senza con questo dipenderne realmente […]. Quando si dice che il vangelo esige una fede razionale, si vuole soltanto dire che la fede concorda con la retta ragione in astratto, ma non che ne sia in realtà il risultato” [3].

Una seconda analogia è quella dell’arte. “Il critico d’arte –scrive–  valuta ciò che egli stesso non sa creare; altrettanto la ragione può dare la sua approvazione all’atto di fede, senza per questo essere la fonte da cui la fede promana” [4].

L’analisi di Newman ha dei tratti nuovi e originali; mette in luce la tendenza, per così dire imperialista, della ragione a sottomettere ogni aspetto della realtà ai propri principi. Si può però considerare il razionalismo anche da un altro punto di vista, strettamente collegato con il precedente. Per rimanere nella metafora politica impiegata da Newman, potremmo definirlo l’atteggiamento di isolazionismo, di chiusura in se stessa della ragione. Esso non consiste tanto nell’invadere il campo altrui, quanto nel non riconoscere l’esistenza di altro campo fuori del proprio. In altre parole, nel rifiuto che possa esistere alcuna verità al di fuori di quella che passa attraverso la ragione umana.

In questa veste, il razionalismo non è nato con l’illuminismo, anche se esso gli ha impresso una accelerazione i cui effetti perdurano ancora. È  una tendenza contro la quale la fede  ha dovuto fare i conti da sempre. Non solo la fede cristiana, ma anche quella ebraica e islamica, almeno nel medioevo, ha conosciuto questa sfida.

Contro tale pretesa di assolutismo della ragione, si è levata in ogni epoca la voce non solo di uomini di fede, ma anche di uomini militanti nel campo della ragione, filosofi e scienziati. “L’atto supremo della ragione, ha scritto Pascal, sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano” [5]. Nell’istante stesso che la ragione riconosce il suo limite, lo infrange e lo supera. È ad opera della ragione che si produce questo riconoscimento, che  è, perciò,  un atto squisitamente razionale. Essa è, alla lettera, una “dotta ignoranza” [6]. Un ignorare “a ragion veduta”, sapendo di ignorare.

Si deve dunque dire che pone un limite alla ragione e la umilia colui che non le riconosce questa capacità di trascendersi. “Finora –ha scritto Kierkegaard– si è sempre parlato così: ‘Il dire che non si può capire questa o quella cosa, non soddisfa la scienza che vuol capire’. Ecco lo sbaglio. Si deve dire proprio il contrario: qualora la scienza umana non voglia riconoscere che vi è qualcosa  che essa non può capire, o –in modo ancor più preciso– qualcosa di cui essa con chiarezza può ‘capire che non può capire’, allora tutto è sconvolto. È pertanto un compito della conoscenza umana capire che vi sono e quali sono le cose che essa non può capire” [7].

2. Fede e senso del Sacro

È da attendersi che questo tipo di contestazione reciproca tra fede e ragione continui anche in futuro. È inevitabile che ogni epoca rifaccia il cammino per conto proprio, ma né i razionalisti convertiranno con i loro argomenti i credenti, né i credenti i razionalisti. Bisogna trovare una via per rompere questo circolo e liberare la fede da questa strettoia. In tutto questo dibattito su ragione e fede, è la ragione che impone la sua scelta e costringe la fede, per così dire, a giocare fuori casa e sulla difensiva.

Ne aveva ben coscienza il cardinal Newman che in un altro dei suoi discorsi universitari mette in guardia dal rischio di una mondanizzazione della fede nel suo desiderio di correre dietro la ragione. Egli dice di capire, anche se non può accettarle fino in fondo, le ragioni di coloro che sono tentati di sganciare completamente la fede dall’indagine razionale, a causa “degli antagonismi e le divisioni fomentati dall’argomentare e dibattere, l’orgogliosa confidenza che spesso accompagna lo studio delle prove apologetiche, la freddezza, il formalismo, lo spirito secolaristico e carnale, mentre la Scrittura parla della religione come di una vita divina, radicata negli affetti e manifestantesi in grazie spirituali” [8].

In tutti gli interventi di Newman sul rapporto tra ragione e fede, allora non meno dibattuto di oggi, si avverte un ammonimento: non si può combattere il razionalismo con un altro razionalismo, magari di segno contrario. Bisogna dunque trovare un’altra strada che non pretenda di sostituire quella della difesa razionale della fede, ma almeno che l’affianchi, anche perché i destinatari dell’annuncio cristiano non sono solo degli intellettuali, capaci di impegnarsi in questo tipo di confronto, ma anche la massa delle persone comuni indifferenti ad esso e più sensibili ad altri argomenti.

Pascal proponeva la strada del cuore: “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce” [9]; i romantici (per esempio Schleiermacher) proponevano quella del sentimento. Ci resta, penso, una via da battere: quella dell’esperienza e della testimonianza. Non intendo qui parlare dell’esperienza personale, soggettiva, della fede, ma di una esperienza  universale e oggettiva che possiamo perciò far valere anche nei confronti di persone ancora estranee alla fede. Essa non ci porta fino alla fede piena e che salva: la fede in Gesù Cristo morto e risorto, ma ci può aiutare a crearne il presupposto che è l’apertura al mistero, la percezione di qualcosa che è al di sopra del mondo e della ragione.

Il contributo più notevole che la moderna fenomenologia della religione ha dato alla fede, soprattutto nella forma che essa riveste nell’opera classica di Rudolph Otto Il sacro [10], è di aver mostrato che l’affermazione tradizionale che c’è qualcosa che non si spiega con la ragione, non è un postulato teorico o di fede, ma un dato primordiale di esperienza.

Esiste un sentimento che accompagna l’umanità fin dai suoi primordi ed è presente in tutte le religioni e le culture: L’autore lo chiama il sentimento del numinoso. Esso è un dato primario, irriducibile a ogni altro sentimento o esperienza umana; coglie l’uomo con un brivido quando, per qualche circostanza esterna o interna a lui, si trova davanti alla rivelazione del mistero “tremendo e affascinante” del soprannaturale.

Otto designa l’oggetto di questa esperienza  con l’aggettivo “irrazionale” (il sottotitolo dell’opera è “L’irrazionale nell’idea del divino e la sua relazione al razionale”); ma tutta l’opera dimostra che il senso che egli da al termine “irrazionale” non è quello di “contrario alla ragione”, ma quello di “fuori della ragione”, di non traducibile in termini razionali. Il numinoso si manifesta in gradi diversi di purezza: dallo stadio più grezzo che è la reazione inquietante suscitata dalle storie di spiriti e di spettri, allo stadio più puro che è la manifestazione della santità di Dio –il Qadosh biblico–, come nella celebre scena della vocazione di Isaia (Is 6,1-6).

Se è così, la rievangelizzazione del mondo secolarizzato passa anche attraverso un recupero del senso del sacro. Il terreno di cultura del razionalismo –sua causa ed insieme suo effetto– è la perdita del senso del sacro, è necessario perciò che la Chiesa aiuti gli uomini a rimontare la china e riscoprire la presenza e la bellezza del sacro nel mondo. Charles Péguy ha detto che “la spaventosa penuria del Sacro è il marchio profondo del mondo moderno”. Lo si nota in ogni aspetto della vita, ma in particolare nell’arte, nella letteratura e nel linguaggio di tutti i giorni. Per molti autori, essere definiti “dissacranti” non è più un’offesa, ma un complimento.

La Bibbia viene accusata a volte di aver “desacralizzato” il mondo per aver scacciato ninfe e divinità dai monti, dai mari e dai boschi, e aver fatto di essi semplici creature a servizio dell’uomo. Questo è vero, ma è proprio spogliandole di questa falsa pretesa di essere essi stessi delle divinità, che la Scrittura  le ha restituite alla loro genuina natura di “segno” del divino. È l’idolatria delle creature che la Bibbia combatte, non la loro sacralità.

Così “secolarizzato”, il creato ha ancora più potere di provocare l’esperienza del numinoso e del divino. Di una esperienza del genere reca il segno, a mio parere, la celebre dichiarazione di Kant, il rappresentante più illustre del razionalismo filosofico:

Due cose riempiono l’animo mio di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. […]. La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata” [11].

Uno scienziato vivente, Francis Collins, da poco nominato accademico pontificio, nel suo libro Il Linguaggio di Dio, descrive così il momento del suo ritorno alla fede: “In un bel mattino di autunno, mentre per la prima volta, passeggiando sulle montagne, mi spingevo all’ovest del Mississippi, la maestà e bellezza della creazione vinsero la mia resistenza. Capii che la ricerca era arrivata al termine. Il mattino seguente, al sorgere del sole, mi inginocchiai sull’erba bagnata e mi arresi a Gesù Cristo” [12]. Le stesse scoperte meravigliose della scienza e della tecnica, anziché portare al disincanto, possono diventare occasioni di stupore e di esperienza del divino. Il momento finale della scoperta del genoma umano viene descritto dallo stesso Francis Collins che fu a capo dell’equipe governativa che portò a tale scoperta, “una esperienza di esaltazione scientifica e al tempo stesso di adorazione religiosa”. Tra le meraviglie del creato, nulla è più meraviglioso dell’uomo e, nell’uomo, della sua intelligenza creata da Dio.

La scienza dispera ormai di toccare un limite estremo nell’esplorazione dell’infinitamente grande che è l’universo e nell’esplorazione dell’infinitamente piccolo che sono le particelle sub-atomiche. Alcuni fanno di queste “sproporzioni” un argomento a favore dell’inesistenza di un Creatore  e dell’insignificanza dell’uomo. Per il credente esse sono il segno per eccellenza, non solo dell’esistenza, ma anche degli attributi di Dio: la vastità dell’universo, è segno della sua infinita grandezza e trascendenza, la piccolezza dell’atomo, della sua immanenza e dell’umiltà della sua incarnazione che lo ha portato a farsi bambino nel seno di una madre e minuscolo pezzo di pane nelle mani del sacerdote.

Anche nella vita umana quotidiana non mancano occasioni in cui è possibile fare l’esperienza di un’”altra” dimensione: l’innamoramento, la nascita del primo figlio, una grande gioia. Bisogna aiutare le persone ad aprire gli occhi e a ritrovare la capacità di stupirsi. “Chi si stupisce, regnerà”, dice un detto attribuito a Gesù fuori dei vangeli [13].  Nel romanzo I fratelli Karamazov, Dostoevskij riferisce le parole che lo starez Zosima, ancora ufficiale dell’esercito, rivolge ai presenti, nel momento in cui, folgorato dalla grazia, rinuncia a battersi in duello con l’avversario: “Signori, girate intorno lo sguardo ai doni di Dio: questo cielo limpido, quest’aria pura, quest’erba tenera, questi uccellini: la natura è così bella e innocente, mentre noi, noi soli, siamo lontani da Dio e siamo stupidi e non comprendiamo che la vita è un paradiso, giacché basterebbe che lo volessimo comprendere, e subito quello s’instaurerebbe in tutta la sua bellezza, e noi ci abbracceremmo e romperemmo in lacrime” [14]. Questo è genuino senso della sacralità del mondo e della vita!

3. Bisogno di testimoni

Quando l’esperienza del sacro e del divino che ci giunge improvvisa e inattesa da fuori di noi, è accolta e coltivata, diventa esperienza soggettiva vissuta. Si hanno così i “testimoni” di Dio che sono i santi e, in modo tutto particolare, una categoria di essi, i mistici.

I mistici, dice una celebre definizione di Dionigi Areopagita, sono coloro che hanno “patito Dio” [15], cioè che hanno sperimentato e vissuto il divino. Sono, per il resto dell’umanità, come gli esploratori che entrarono per primi, di nascosto, nella Terra Promessa e poi tornarono  indietro per riferire ciò che avevano veduto – “una terra dove scorre latte e miele” –, esortando tutto il popolo ad attraversare il Giordano (cf. Num 14,6-9). Per mezzo di essi giungono a noi, in questa vita, i primi bagliori della vita eterna.

Quando si leggono i loro scritti, come appaiono lontane e perfino ingenue le più sottili argomentazioni degli atei e dei razionalisti! Nasce, nei confronti di questi ultimi, un senso di stupore e anche di pena, come davanti a qualcuno che parla di cose che manifestamente non conosce. Come chi credesse di scoprire continui errori di grammatica in un interlocutore,  e non si accorgesse che questi sta semplicemente parlando un’altra lingua che lui non conosce. Ma non si ha nessuna voglia di mettersi a confutarli, tanto le stesse parole dette in difesa di Dio appaiono, in quel momento, vuote e fuori luogo.

I mistici sono, per eccellenza, coloro che hanno scoperto che Dio “esiste”; anzi, che egli solo esiste davvero e che è infinitamente più reale di ciò che di solito chiamiamo realtà. Fu precisamente da uno di questi incontri che una discepola del filosofo  Husserl, ebrea e atea convinta, una notte scoprì il Dio vivente. Parlo di Edith Stein, ora Santa Teresa Benedetta della Croce. Era ospite di amici cristiani e una sera che questi si erano dovuti assentare, rimasta sola in casa e non sapendo cosa fare, prese un libro dalla loro biblioteca e si mise a leggerlo. Era l’autobiografia di santa Tersa d’Avila. Andò avanti a leggere tutta la notte. Giunta alla fine, esclamò semplicemente: “Questa è la verità!”. Di buon mattino andò in città a comprare un catechismo cattolico e un messalino e, dopo averli studiati, si recò a una vicina chiesa e domandò al sacerdote di essere battezzata.

Ho fatto anch’io una piccola esperienza del potere che hanno i mistici di far toccare con mano il soprannaturale.  Era l’anno in cui si discuteva molto sul libro di un teologo intitolato “Esiste Dio?” (Existiert Gott?) ma, giunti alla fine della lettura, ben pochi erano pronti a cambiare il punto interrogativo del titolo in un punto esclamativo. Andando a un congresso mi portai dietro il libro degli scritti della Beata Angela da Foligno che non conoscevo ancora. Ne rimasi letteralmente abbagliato; lo portavo con me alle conferenze, lo riaprivo a ogni intervallo, e alla fine lo richiusi dicendo a me stesso: “Se Dio esiste? Non solo esiste, ma è davvero fuoco divorante!”

Purtroppo una certa moda letteraria è riuscita a neutralizzare anche la “prova” vivente dell’esistenza di Dio che sono i mistici. Lo ha fatto con un metodo singolarissimo: non riducendo il loro numero, ma aumentandolo, non restringendo il fenomeno, ma dilatandolo a dismisura. Mi riferisco a coloro che in una rassegna dei mistici, in antologie dei loro scritti, o in una storia della mistica, mettono uno accanto all’altro, come appartenenti allo stesso genere di fenomeni, san Giovanni della Croce e Nostradamus, santi ed eccentrici, mistica cristiana e cabala medievale, ermetismo, teosofismo, forme di panteismo e perfino l’alchimia. I mistici veri sono un’altra cosa e la Chiesa ha ragione di essere così rigorosa nel suo giudizio su di loro.

Il teologo Karl Rahner, riprendendo, pare, una frase di Raimondo Pannikar, ha affermato: “Il cristiano di domani, o sarà un mistico, o non sarà”. Intendeva dire che, in futuro, a tener viva la fede sarà la testimonianza di persone che hanno una profonda esperienza di Dio, più che la dimostrazione della sua plausibilità razionale. Paolo VI diceva, in fondo, la stessa cosa quando affermava, nella Evangelii nuntiandi (n. 41): “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”.

Quando l’apostolo Pietro raccomandava ai cristiani di essere pronti a ”dar ragione della loro speranza” (1 Pt 3,15), è certo, dal contesto, che anche lui non intendeva parlare di ragioni speculative o dialettiche, ma delle ragioni pratiche, cioè la loro esperienza di Cristo, unita alla testimonianza apostolica che la garantiva. In un commento a questo testo, il cardinal Newman, parla di “ragioni implicite”, che sono, per il credente, più intimamente persuasive che non le ragioni esplicite e argomentative [16].

4. Un soprassalto di fede a Natale

Arriviamo così alla conclusione pratica che più ci interessa in una meditazione come questa. Di irruzioni improvvise del soprannaturale nella vita, non hanno bisogno soltanto i non credenti e i razionalisti per venire alla fede; ne abbiamo bisogno anche noi credenti per ravvivare la nostra fede. Il pericolo maggiore che corrono le persone religiose è di ridurre la fede a una sequenza di riti e di formule, ripetute magari anche con scrupolo, ma meccanicamente e senza intima partecipazione di tutto l’essere. “Questo popolo si avvicina a me solo con la bocca – si lamenta Dio in Isaia – e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e la venerazione che ha verso di me è un imparaticcio di precetti umani” (Is 29,13).

Il Natale può essere un’occasione privilegiata per avere questo soprassalto di fede. Esso è la suprema “teofania” di Dio, la più alta “manifestazione del Sacro”. Purtroppo il fenomeno del secolarismo sta spogliando questa festa del suo carattere di “mistero tremendo” –cioè che induce al santo timore e all’adorazione–, per ridurlo al solo aspetto di “mistero affascinante”. Affascinante, quel che è peggio, in senso solo naturale, non soprannaturale: una festa dei valori familiari, dell’inverno, dell’albero, delle renne e di Babbo Natale. È in atto in qualche paese il tentativo di cambiare anche il nome di Natale in quello di “festa della luce”. In pochi casi la secolarizzazione è così visibile come a Natale.

Per me, il carattere “numinoso” del Natale è legato a un ricordo. Assistevo un anno alla Messa di Mezzanotte presieduta da Giovanni Paolo II in San Pietro. Arrivò il momento del canto della Kalenda, cioè la solenne proclamazione della nascita del Salvatore, presente nell’antico Martirologio e reintrodotta nella liturgia natalizia dopo il Vaticano II:

“Molti secoli dalla creazione del mondo…

Tredici secoli dopo l’uscita dall’Egitto…

Nella centonovantacinquesima Olimpiade,

Nell’anno 752 dalla fondazione di Roma…

Nel  quarantaduesimo anno dell’impero di Cesare Augusto,

Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’eterno Padre, essendo stato concepito per opera dello Spirito Santo, trascorsi nove mesi, nasce a Betlemme di Giudea dalla Vergine Maria, fatto uomo”.

Giunti a queste ultime parole provai quella che viene chiamata “l’unzione della fede”: una improvvisa chiarezza interiore, per cui ricordo che dicevo tra me: “È vero! È tutto vero questo che si canta! Non sono soltanto parole. L’eterno entra nel tempo. L’ultimo avvenimento della serie ha rotto la serie; ha creato un “prima” e un “dopo” irreversibili; il computo del tempo che prima avveniva in relazione a diversi avvenimenti (olimpiade tale, regno del tale), ora avviene in relazione a un unico avvenimento”. Una commozione improvvisa mi attraversò tutta la persona, mentre potevo solo dire: “Grazie, Santissima Trinità, e grazie anche a te, Santa Madre di Dio!”.

Aiuta molto a fare del Natale l’occasione per un soprassalto di fede trovare spazi di silenzio. La liturgia avvolge la nascita di Gesù nel silenzio:Dum medium silentium tenerent omnia, mentre tutto intorno era silenzio. Stille Nacht, notte di silenzio, viene chiamato il Natale nel più diffuso e caro dei canti natalizi. A Natale dovremmo sentire come rivolto personalmente a noi l’invito del Salmo: “Fermatevi e sappiate che io sono Dio” (Sal 46,11).

La Madre di Dio è il modello insuperabile di questo silenzio natalizio: “Maria –è scritto–, da parte sua, serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19). Il silenzio di Maria a Natale è più che un semplice tacere; è meraviglia, è adorazione; è un “religioso silenzio”, un essere sopraffatta dalla realtà. L’interpretazione più vera del silenzio di Maria è quella che si ha nelle antiche icone bizantine, dove la Madre di Dio ci appare immobile, con lo sguardo fisso, gli occhi spalancati, come chi ha visto cose che non si possono ridire a parole. Maria, per prima, ha elevato a Dio quello che san Gregorio Nazianzeno chiama un “inno di silenzio” [17].

Fa veramente il Natale chi è capace di fare oggi, a distanza di secoli, quello che avrebbe fatto, se fosse stato presente quel giorno. Chi fa quello che ci ha insegnato a fare Maria: inginocchiarsi, adorare e tacere!

fonte> DISF.org

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[1] J.H. Newman, Oxford University Sermons, London 1900, pp. 54-74; trad. ital. di L. Chitarin, Bologna, Edizioni Studio Domenicano, 2004, pp. 465-481.

[2] Ibidem, p. XV (trad. ital. Cit. p. 726).

[3] Ibidem, p. 183 (trad. ital. cit. p. 575).

[4] Ibidem.

[5] B.Pascal, Pensieri n. 267 Br.

[6] S. Agostino, Epist. 130,28 (PL 33, 505).

[7] S. Kierkegaard, Diario VIII A 11.

[8] Newman, op. cit., p. 262 (trad. ital. cit., p. 640s).

[9] B. Pascal, Pensieri, n. 277 Br.

[10] R. Otto, Das Heilige. Über das Irrationale in der Idee des Göttlichen und seine Verhältnis zum Rationalem, 1917 (trad. ital. di E. Bonaiuti,Il Sacro, Milano, Feltrinelli 1966).

[11] I. Kant, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1974, p. 197.

[12] F. Collins, The Language of God. A Scientist Presents Evidence for Belief, Free Press 2006, pp. 219 e 255.

[13] In Clemente Alessandrino, Stromati, 2, 9.

[14] F. Dostoevskij, I Fratelli Karamazov, parte II, VI,

[15] Dionigi Areopagita, Nomi divini II, 9 (PG 3, 648) (“pati divina”).

[16] Cf. Newman, “Implicit and Explicit Reason”, in University Sermons, XIII, cit., pp. 251-277

[17] S. Gregorio Nazianzeno, Carmi, XXIX (PG 37, 507).

58 pensieri su “La risposta cristiana al razionalismo

  1. “La nostra concezione di Dio deriva dall’antico dispotismo orientale, ed è una concezione indegna di uomini liberi. Non ha rispetto di sé stesso chi si disprezza e si definisce miserabile peccatore”

    [Bertrand Russel]

    1. Giovanni da Patmos

      “Non ha rispetto di sé stesso chi si disprezza e si definisce miserabile peccatore”

      Capisco che la parola peccatore possa dare fastidio. Ma se la sostituissimo con qualche altro sinonimo tipo: limitato, fragile, imperfetto, manchevole, cambia qualcosa nella sostanza? Mi domando se, terminologia a parte, l’uomo non possa dirsi limitato, per una causa o per l’altra. Se fosse vero quanto detto da Russel la terra dovrebbe essere il paradiso

  2. “Quando si dice che il vangelo esige una fede razionale, si vuole soltanto dire che la fede concorda con la retta ragione in astratto”

    …a me, ma non solo a me, non mi sembra che la ragione concordi 1 col fatto che Gesù sia morto per i nostri peccati, e 2 che poi sia risorto 3 c’è stato, invece, un uomo di nome Gesù che predicò in Galilea, che fu messo a morte a Gerusalemme e che poi, si racconta, fu resuscitato.
    4 non importa mica essere razionalisti o non razionalisti per forza 5 uno può essere razionalista e essere sensibile e umano anche più di un cattolico!

      1. Giusi

        Per questi va tutto bene, mai un provvedimento disciplinare, niente. A Padova di recente, in occasione di un funerale, un sacerdote eretico (perchè chi nega il peccato originale è eretico) ha ribadito pubblicamente (l’anno scorso lo fece il giorno di Natale): potete fare tutti la comunione, non c’è bisogno di confessarsi. Ho scritto al vescovo, hanno scritto altre persone ma è ancora lì, chiesa gremita (la maggior parte va solo da lui).

    1. Alessandro

      Non meravigliamoci di questi avvenimenti.

      Il cattolicesimo in Italia va scemando, molti cattolici praticanti dissentono dal Magistero (sovente perché ne hanno una consocenza superficiale) e si fabbricano una specie di cattolicesimo-fai-da-te, e molti pastori (si fa per dire) si adeguano.

      Introvigne: “il 70 per cento degli italiani è lontano dalla Chiesa, c’è invece un 30 per cento che si sente vicino alla Chiesa, che difende la Chiesa quando viene attaccata. C’è un’identificazione: queste persone si sentono nella Chiesa, vogliono bene alla Chiesa, la difendono anche quando viene attaccata.

      Però, poi, quando vengono interrogati su materie come “cosa c’è dopo la morte?”, “cosa sono e che cosa significano i Sacramenti?”, mostrano delle gravissime lacune.”

      http://www.cesnur.org/2012/03gentili.htm

      Tra l’altro, “c’è discrepanza tra le dichiarazioni rese durante le interviste telefoniche circa la partecipazione alla messa domenicale e la partecipazione effettiva, come i ricercatori hanno potuto sondare monitorando tutte le celebrazioni nell’area interessata in un determinato giorno. A fronte di un 30,1 per cento di dichiarazioni, si è riscontrata una presenza reale nelle chiese del 18,5 per cento.”

      http://www.cesnur.org/2012/01gentili.htm

    1. Giusi

      Vale non sarai mica omofobo? E il calendario gay? san mario mieli, santa luxuria, santo niki vendola, san scalfarotto…

  3. fortebraccio

    Francamente @Alessandro,
    la cosa non mi sorprende, purtroppo.
    Sapete chi fa (vicino a casa mia) corsi sulla Bibbia? La Coop.
    E li fa bene! Coinvolgendo persone di “valore”, preparate.
    Anche pastori protestanti, un rabbino, laici.
    E gli incontri sono molto affollati
    Ma non sono in parrocchia.

    Vent’anni fa ci provò il prete locale: discreto successo (incredibilmente più under30 che over60), zero risonanza (tra le parrocchie intendo, almeno un rigo o un annuncio a fine Messa, sarebbe bastato). Il prete in questione era un divulgatore nato, accostava le Sacre Scritture a pitture, sculture, evidenze archologiche: era uno spettacolo! E si passavano le serate (mi pare il martedì) ad ascoltarlo rapiti.
    Purtroppo le lezioni durarono solo un anno. Con il cambio del parroco (per malattia del primo) tutto cambiò (per inciso, quello nuovo profuse enormi energie in altre aree, lavoro egregio anche quello – ma erano aspetti che non mi coinvolgevano, allora).
    L’impressione è che manchino le persone in grado di sostenere quest’impegno (sia come preparazione ma soprattutto come disponibilità di tempo), e questo è di fatto, un’impoverimento.
    E’ vero: certe volte dobbiamo essere “stanati” per partecipare a certe manifestazioni; però credo che ci sia molta fame di cultura cattolica, fatta ai livelli più vari.

      1. Consentimi Giusi, ad ascoltare un Rabbino sulle Scritture, un bravo Rabbino… c’è molto da imparare 😉
        E cmq loro sono e restano il Popolo eletto.

        1. Giusi

          Essere popolo eletto vuol dire essere uno strumento come strumenti sono i veggenti nelle apparizioni riconosciute. Questo non deve portare ad inorgoglirsi ma anzi a riconoscere la propria piccolezza per far risaltare la Verità. Hanno fatto così gli ebrei? Inoltre con la Nuova Alleanza questa loro funzione transitoria e di servizio cessa ma loro non l’hanno capito. Non nego che un rabbino possa essere colto e preparato ma io preferisco andare ad ascoltare un sacerdote santo che ha riconosciuto il Messia. Non mi interessa una predicazione monca comunque poichè la Coop sei tu se vuoi puoi andare ad ascoltarlo (:-D)… Io salto…

          1. Salta pure cara Giusi, ma la tua, lasciatelo dire, è una visone preconcetta… noto un giudizio perentorio e senza appello. “Hanno fatto così?” “…ma loro non l’hanno capito”.

            Spero tu non sia rimasta agli Ebrei Deicidi 😐

            Poi certo tu poni la scelta tra un Rabbino e un Santo Sacerdote…. ma la questione non è questa…

            1. Giusi

              Oddio preconcetta: mi pare un fatto che si sentano ancora il popolo eletto e che non abbiano riconosciuto il Messia, in quanto a Gesù continuiamo a crocifiggerlo tutti. Preferisco sentir parlare del Vecchio Testamento illuminato dalla luce di Cristo poi non nego che possa essere interessante ascoltare un rabbino ma io non ci vado.

              1. Il preconcetto partiva da: “dato che sono – oggettivamente – quello che sono, non possono dirmi nulla di buono, quindi…”.
                Ma tu l’avevi capito… 😉

                1. Giusi

                  No, no, giuro questo non lo penso, so che sono un popolo di grande cultura, possono sicuramente dirmi qualcosa di buono ma di un buono incompleto.

  4. Giusi

    D’altro canto la cosa ha un senso: Se Vendola va a leggere le letture della Passione durante la Via Crucis nel mentre sogna di convolare a nozze col suo fidanzato davanti a Dio (fossi in lui mi metterei pure il velo bianco, perchè no?), la Bibbia alla Coop ci sta. Alla fine del corso, per farsi due risate, potrebbero chiamare la Littizzetto, magari al raggiungimento di un certo numero di punti spesa.

    1. fortebraccio

      No giusi, ti assicuro che la cosa è fatta bene.
      La coop presta gli spazi e suppongo coordini l’evento – oltre che pubblicizzarlo adeguatamente.
      I relatori sono tutte persone di spessore e si sente nella chiarezza dell’esposizioni.
      Niente improvvisazioni.

      E ti dirò: non ci sono, ma si chiudessero gli incontri con qualche battuta, nessuno se ne avrebbe a male, perchè la vitalità di una religione si vede anche dal suo sapersi (al momento e nei modi adeguati) prendersi in giro.

    2. Alessandro

      E che fanno i Pastori per rimediare a tutto questo?

      E’ terminato l’Anno della fede. Su impulso di Benedetto XVI, la CDF redasse una nota “con indicazioni pastorali per l’Anno della fede”.

      Chi se l’è filate queste indicazioni? Pochini, mi sembra:

      “Sarà opportuno organizzare in ogni diocesi del mondo una giornata sul Catechismo della Chiesa Cattolica, invitando in modo particolare i sacerdoti, le persone consacrate e i catechisti…

      Sarà opportuno verificare la recezione del Concilio Vaticano II e del Catechismo della Chiesa Cattolica nella vita e nella missione di ogni singola Chiesa particolare, specialmente in ambito catechistico.
      In tal senso, si auspica un rinnovato impegno da parte degli Uffici catechistici delle diocesi, che – sostenuti dalle Commissioni per la Catechesi delle Conferenze Episcopali – hanno il dovere di curare la formazione dei catechisti sul piano dei contenuti della fede…

      I sacerdoti potranno dedicare maggior attenzione allo studio dei Documenti del Concilio Vaticano II e del Catechismo della Chiesa Cattolica, traendone frutto per la pastorale parrocchiale – la catechesi, la predicazione, la preparazione ai sacramenti – e proponendo cicli di omelie sulla fede o su alcuni suoi aspetti specifici, come ad esempio, “l’incontro con Cristo”, “i contenuti fondamentali del Credo”, “la fede e la Chiesa” ”

      http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20120106_nota-anno-fede_it.html

      Di tutto ciò ho visto poco (salvo lodevoli eccezioni, in tanto più lodevoli in quanto appunto eccezionali). Ma può essere solo un’impressione mia…

      1. @Alessandro, non è neppure semplice per un parroco (credo) organizzare “corsi”, incontri, catechesi individuando “chi potrebbe fare cosa”, non solo riguardo disponibilità di tempo.

        A volte credo manchino realmente persone adeguatamente preparate, come, mi pare, in altri casi le persone ci potrebbero essere ma – diciamoci la verità – vince la preoccupazione sulle “meschinerie” (mio giudizio) di tanti buoni e bravi fedeli, che vedono la scelta fatta per altri rispetto a sé come un affronto di “lesa maestà” o di non riconoscimento del proprio (presunto) valore.

        Poi ci sono da superare gli scogli dei benedetti consigli pastorali, a volte, veri e propri campi di scontro di opposte fazioni… questo no, quello nemmeno. perché questo è di quello o di questo e non è dei “nostri” (SIC!)

        E così, per timore, per quieto vivere, per “piccineria”, tutto resta come sta… “pastorale di conservazione”, salvo poi prendere coscienza che nessuno di noi è eterno e la “pastorale di conservazione” porta un’etichetta stampata con data di scadenza (a noi ignota ma certa…) come per gli yogurt 😉 😐

        1. Alessandro

          Sì, hai ragione, le cose da fare sono molte e le difficoltà sono tante (le invidie parrocchiali – “questo è compito mio e soltanto mio, altrimenti me ne vado” – sono tra le più indomite e generano ingorghi burocratici e ostacoli inaggirabili che manco la pubblica amministrazione italiana)… le tue annotazioni concrete “dalla trincea” sono sacrosante…

          Che devo dire, diamoci tutti da fare per quanto è nelle nostre competenze, possiamo migliorare, lo dico anzitutto a me stesso, non è che voglio puntare il dito e chiamarmi fuori… 😉 .

          1. Resta da dire un cosa a consolazione: le persone semplici, i “semplici fedeli” per capirci, quando iniziano a “gustare della Parola” (come di tutto ciò che riguarda la sapienza della Chiesa), presentata nel modo di cui si è detto, non ne sarebbero mai sazi e non è poi difficile farli uscire di casa”… perché e proprio vero che è “come un’acqua zampillante” che disseta ma che desideri sempre tornare a bere. Oggi ce n’è veramente sete e bisogno.
            Permettimi anche di dire che per chi ha il dono di fare questo servizio nella Chiesa, credo non ci sia gioia più grande di vedere gli occhi luminosi e attenti di chi ascolta una Sapienza che non ti appartiene (perché anch’Essa è Grazia ricevuta) e ti supera.

            Per me, una delle cosa che danno senso al proprio esistere. 😉

  5. fortebraccio

    @Alessandro
    Si dissente dal Magistero quando non lo si capisce (certo, sto cercando di assolutizzare la mia esperienza, con tutti i limiti del caso, ma non credo di andare troppo lontano) o, nel peggiore dei caso, non lo si ricorda più.

    Pensando a quello che mi è successo, alla mia formazione, ai corsi che (fortunatamente) ho seguito -e soprattutto alle persone che ho incontrato-, mi vien da pensare che la più grande occasione sprecata dal cattolicesimo “divulgativo” sia la televisione.
    Possibile che non possa esistere una trasmissione interessante e coinvolgente, fatta raccontando le fondamenta del cattolicesimo? Possibile che non si riesca a trovare una “narrativa” che non sia noiosa?
    (in questo vorrei ricollegarmi al post legato alla musica di qualche giorno fa)
    Non credo che manchi una richiesta, “un mercato” da soddisfare. Evidentemente manca una capacità sia dal punto di vista della produzione che del metodo realizzativo.
    (per capirsi, seguirei volentieri un “Ulisse” cattolico, con puntate a tema che sapessero unire aspetti culturali diversi che fanno perno su un minimo comune di ispirazione “cattolica”. Possibile che non ci sia spazio per altro che non sia vita di Papi, Santi (dall’improbabile accento).. tutte cose da nonne, perdonatemi l’estremizzazione.) Il documentario sui Musei Vaticani che gira su sky in questi giorni è mille volte più avvincente! Ma vi rendete conto?
    Chi fa davvero danni sono i pastoral-chic, incapaci ormai di considerare la cultura come grimaldello per ottenere il giusto fine (piuttosto che come punto d’arrivo di una cultura diventata arida, poiché non divulgata).
    Ribadisco: non è la”materia letteraria” a mancare (letteraria, ma anche pittorica, musicale, architetturale eccetera), ma il “modo” di raccontarla, un modo nuovo capace di coinvolgere (giovani delle superiori, universitari, mariti addivanati).

    1. Bisogna però sempre tenere presente che il Cristianesimo NON è un fatto “culturale”… è esperienza di Cristo.
      Tutta la cultura Biblica che un uomo possa avere non lo salva, né ne fa un Testimone credibile, tant’é che alcuni preparatissimi teologi sono praticamente eretici.
      Non si può neppure dire che non siano esempi di Sapienza e di Fede personalmente non attrezzate “culturalmente”…

      Con ciò non voglio ovviamente sostenere che il Cristiano possa tranquillamente essere un ignorante, soprattutto riguardo la propria Fede e gli insegnamenti della Chiesa, ma credo ancora tutto parta dalla “passione” – se mi passate il termine – la passione per Cristo, l’amore per Dio che ti spinge a sempre più conoscere, comprendere, sapere.

      Il problema della “trasmissione del sapere” riguardo la Fede è trovare persone preparate, ma nel contempo appassionate, maestri, ma anche testimoni…
      Non c’è nulla di più noioso, difficile da assimilare e da trattenere di un insegnamento che parli delle “cose di Dio” come se parlasse, di… una qualunque materia che non ci dice nulla, né ci trasmette alcuna emozione (chiaro poi che c’è chi si emoziona anche a sentir parlare di chimica – nulla da dire contro la chimica ;-))

      Spero di aver reso il concetto…

      1. Roberto

        In sintesi: Dio ci salvi dall’esegesi biblica.
        Trasformare la Fede in “fatto di cultura” è uno dei migliori modi per diventare (e far diventare) agnostici. Sarebbero possibili numerosi esempi.

        Però va detto che certi teologi e certi esegeti più che preparatissimi sono famosissimi – chissà come mai il mondo li coccola con tanto-tanto amore…

        1. @Roberto. “Dio ci salvi dall’esegesi biblica”. Non arrivo a dire tanto e non è quello che intendevo… certo da “certa esegesi” libera nos… 😉

        2. Giusi

          Sotto Natale dovrei star zitta. Vabbè, non farò nomi. Tanti anni fa, con la mia paghetta, mi comprai una Bibbia in fascicoli commentata da un cardinale venduta con una famosa rivista cristiana che all’epoca non sapevo stesse secolarizzandosi nè avevo motivo di dubitare di un cardinale di Santa Madre Chiesa. Decisi di finirla tutta e poi di principiare a leggerla. Comprai pure le copertine ma non la rilegai perchè pensai che sarebbe stato più comodo leggerla in fascicoli. Finiti gli otto volumi, tutta contenta presi in mano il primo fascicolo pensando: adesso capirò proprio tutto. Insomma, per farvela breve, secondo questo cardinale, nulla, proprio nulla era come era scritto, tutto era un simbolo, una metafora, significava qualche altra cosa. Prima ancora della fede ti toglieva la poesia! Dopo i primi tre fascicoli mi stava venendo la depressione. Li ho rimessi a posto e non l’ho mai più toccata, A me le scritture le ha raccontate da bambina mia zia Lina, la sorella di mia nonna, una donna di grande fede, Le raccontava a me e ai miei fratelli, con occhi di innamorata, lasciandoci con la bocca aperta: non ho mai trovato una teologa più grande di lei! Adesso ho visto che la stessa rivista sta riproponendo la stessa Bibbia commentata dallo stesso cardinale! E’ una disgrazia ciclica! Si Roberto: Dio ci salvi dall’esegesi biblica!

          1. Roberto

            Tranquillo Bariom, so che non volevi dirlo tu; lo dico io 😉
            Un cattivo esegeta biblico infilerà un’eresia a pagina (o all’ora, se sta esponendo a voce). Se è un sacerdote, emanerà un tanfo insopportabile e soffocante. Credo di sapere di che cardinale si parla.

            Ma anche un buon esegeta può far danni: questo perché l’esegesi biblica è una scienza particolare, e sottoporre anche buona esegesi a persone non preparate, può far più male che bene, portando inavvertitamente a vedere la Bibbia non come Parola di Dio, ma come parola di uomini e del loro contesto storico-archeologico-culturale. Tende a formare in spiriti poco avvezzi un approccio rischioso. L’esegesi è lavoro da dietro le quinte, il lavoro da cucina che viene visto dai cuochi e pochi altri.

            I buoni esegeti in linea di massima lo sanno e se proprio non possono farne a meno somministrano con grande cautela la loro scienza.

            Così, di solito restano sotto i riflettori i pavonazzi, quelli che non si capacitano di come la Chiesa abbia fatto a sopravvivere 2000 anni senza il contributo della loro scienza; ma che adesso ci penseranno loro a offrire la fede (non si sa quale) in modo che sia “sopportabile” al palato dell’uomo d’oggi, perché loro si che sanno le “secrete cose” e son pronti a diffonderle magnanimamente su quei poveri tapini che sono rimasti fermi a una fede “devozionale” – quanto di più ripugnante possano immaginare…

            E pensa Giusi che comunque la tua depressione, come l’hai definita, era la reazione dei tuoi sani anticorpi ortodossi a certe porcherie. Pensa a chi beve certi veleni inavvertitamente!! Ma chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli, meglio sarebbe per lui che gli venisse legata una pietra da macina al collo e… si facesse un bel tuffo.

            1. @Roberto, certa esegesi “…può far più male che bene, portando inavvertitamente a vedere la Bibbia non come Parola di Dio, ma come parola di uomini e del loro contesto storico-archeologico-culturale.”

              Sottoscrivo assolutimissimamente 😉

      2. Giovanni da Patmos

        Mi permetto parzialmente di dissentire. Quando mi sono avvicinato al cattolicesimo credevo che il concilio vaticano II fosse roba da facoltà di Teologia, invece dopo ho scoperto che è materia che ci riguarda in prima persona. In questo senso la fede fa “cultura”. Lungi dal dire che più sai più esperienza di fede hai. Non so se ho reso l’idea.

        1. @Giovanni, non mi pare ci sia un gran dissenso in quanto affermi (neppure “parziale”) o quanto meno, io non dissento affatto dalle tue considerazioni sui Documenti del Concilio Vat II… 😉

  6. vale

    corsi sulla Bibbia? La Coop.
    Anche pastori protestanti, un rabbino, laici.
    insomma, ci manca l’interpretazione biblica di hans kung,del dalai lama e di un muftì per fare il buon sano ecumenismo,va da sé, culturale, che tutti auspicano.
    resta sempre da capire- al di là delle valutazioni storiche( e perché non invitare uno storico e un archeologo-questi sì, a prescindere dalla fede ,avrebbero detto qualcosa di attinenete alla realtà- che tipo di “corso biblico “abbiano potuto dare tante letture diverse se non il regno dell’opinione. che è, perlappunto, ciò a cui si tende. a seconda di ciò che scegli avrai la tua interpretazione. protestante,laica o quant’altro.
    l’importante è comprare alla coop.( che ,notoriamente , si sa da che parte pende e come-bell’esempio di correttezza, leggersi “falce e carrello”- è arrivata dove è arrivata.
    chapeau.

  7. Alessandro

    @ fortebraccio

    fermo restando che uno può conoscere a menadito la dottrina cattolica e rifiutarla (per la serie: il diavolo non è ateo), certo occorrerebbe lavorare ad una apologetica che sappia comunicare la sana dottrina cattolica usando tutti gli strumenti comunicativi più adatti, dai classici agli ultramoderni. L’arte mi sembra una via formidabile. Il racconto avvincente di testimoni delle fede mi sembra un’altra via da potenziare…

    Perché se è vero che che ognuno è libero di conoscere a puntino l’ortodossia cattolica e di infischiarsene, è innegabile che oggi ci sia molta ignoranza al riguardo, addebitabile anche al fatto che sovente gli stessi pastori non presentano più il cattolicesimo ma un vago cristianesimo frammisto a pacifismo, ecologismo, un ecumenismo malinteso ecc.

  8. fortebraccio

    Evidentemente non riesco a farvi vedere l’obiettivo di questa iniziativa.
    Se da una parte (gli incontri base) si cerca di creare una familiarità col Libro (l’Antico Testamento), le sue metafore, l’inquadramento storico (ed in effetti si fa “parecchia” storia ed archeologia: le varie tribù israelitiche, egiziani, romani), patendo da ciò che accomuna tutti i cristiani -e non solo- dall’altra si supplisce a quella che (di riffa o di raffa) è una domanda che rimane inevasa nelle parrocchie: la voglia di approfondire, guidati da persone con preparazione adeguata, la conoscenza della Bibbia.
    E mica tutti viviamo a Roma o un’altra grande città!

    E francamente, se lo spazio lo concede la coop, tanto meglio. E’ tutto gratuito, e tanto mi basta. Anzi, la coop ci mette personale, riscaldamento e luce (oltre a pulizia degli spazi e un minimo rinfresco a fine corso). Nessuno chiede nulla in cambio anzi, adesso ho tre bibbie in casa: la Cei, quella di Gerusalemme e l’Interconfessionale (ed altri libri vari, comprati (nessuno alla coop) sulla scia della curiosità, o perché citati o per libera associazione mia).

    Ecumenismo culturale? Mah, forse. Ma poi è solo sapendo (capendo) ciò che ci accomuna che si delinea perbene ciò che ci differenzia (e viceversa, ovviamente). Non insegnare nulla per paura che “il messaggio non si capisca”, perché “le menti fragili non possono contenere grandi verità” è roba da oscurantismo (che per inciso, alla lunga porta alla rivoluzione, prima delle anime, poi dell’ordine costituito), un discorso che pensavo fosse stato archiviato da tempo perché fallimentare.

    PS. se credi che Caprotti sia un “santo” poi, cadi male. E’ dicembre, rimettiti pure il cappello che prendi freddo.

  9. vale

    non è un santo. e comunque non sarò io a giudicarlo. mi basta sapere quel che han fatto e fanno le coop e i loro referenti.( l’ultima è accaduta in liguria, tanto per la cronaca).
    a te basta il rinfresco.a gratis, ovviamente. capisco….
    in quanto al resto, confermi che si fa parecchia storia ed archeologia sul testo. questo può aver senso.
    resta sempre da capire cosa mi unisce ad un eretico. perché il protestante, piaccia o meno, tale è e resta.e la “sua”lettura- la famosa sola scriptura- della bibbia.in particolare del nuovo testamento.( a meno che non si sia puntato solo sull’antico)
    sul rabbino non giudico. anche perché, l’antico testamento è indubitabilmente prodotto della loro cultura e storia e religione.
    del laico( ma che vuol dire laico? ateo? buddista? modernista? scientista? o solo che non è un esponente ufficiale od ufficioso di una confessione religiosa?) non so che dire poiché non ne conosco le competenze.
    quanto al fatto delle varie bibbie che hai in casa , l’unica cosa che servirebbe, sarebbe il testo originale. affinché, qualora uno avesse le competenze o la curiosità o la voglia, andasse a rivedersi perché vi sono traduzioni diverse dello stesso passo. ( consiglierei anche il Kittel, se si ha proprio curiosità)
    e trarne le conseguenze.
    resta sempre il fatto che vengono discriminati gli ufologi ed altri con interpretazioni alternative.
    🙂

    1. fortebraccio

      Il primo ciclo, quello più “aperto” diciamo, è riferito al solo Antico Testamento, sì.
      il secondo, se non ricordo male, approfondisce -partendo da frasi/azioni del Vangelo- la continuità tra Antico e Nuovo Testamento -e approfondisce l’interpretazione successiva (per fare un esempio banale: l’arianesimo, la traccia nel Credo, sculture, quadri eccetera).
      Il terzo ciclo (al quale non ho mai avuto la fortuna di partecipare) è invece rivolto alla Fede così come s’è andata “formando” dopo Cristo. Un anno hanno fatto 8 incontri su S.Paolo, per dire (quasi tutti tenuti da preti cattolici). Trinità; Virtù cardinali e teologali hanno preso altri due cicli (ma non ricordo dove si siano tenuti quest’incontri).

      Francamente son contento che si organizzino questi incontri – anche se non in parrocchia. Certo, mi dispiace constatare che la diocesi non riesca a trovare le risorse per fare le cose “in proprio”, ma va bene così (in fin dei conti non è estranea all’organizzazione, anzi i religiosi cattolici (ordinati e non) rappresentano la spina dorsale di tutte queste serate).

      Quello che mi sembra strano, è constatare che questa fame di “cultura cristiana”, non trovi eco altrove in forma più strutturata. Perché non credo che sia soltanto una “necessità locale”, ecco.
      Trovo questo discorso molto simile a quello che abbiamo fatto per la musica qualche giorno fa.

      @Bariom. Personalmente non credo che questi incontri convertano nessuno. Però per qualcuno possono essere occasioni di riscoprire cose che si erano dimenticate. Ammirare un’affresco, o un salmo, o una preghiera, avvicinandosi alle intenzioni dell’autore può (ri)avvicinarsi a quell’esperienza di Cristo che ci rende credenti. In questo senso credo che la “cultura” sia un valido supporto alla fede. Ma ci siamo capiti.
      Oh, visto che siamo a Natale -periodo anche di regali… facciamo che ti ti regalo virtualmente questi due libri che mi hanno proprio emozionato al loro tempo:
      http://www.minerva.unito.it/Recensioni/BellaP.htm (altre recensioni: http://librinuovi.net/87/bella-e-potente-la-chimica-del-novecento-tra-scienza-e-societa; http://www.hyle.org/journal/issues/11-2/rev_villani.htm)

      che ti devo dire: a livello moolto base, m’è sempre piaciuta!
      😉

        1. fortebraccio

          proprio lui.
          e da ragazzino (mi sembra tra i 9 e i 12 anni) andava pazzo per la chimica.
          In pratica questo libro racconta quegli anni della sua fanciullezza, a Londra, immerso in una famiglia (di origine ebraiche) alle prese con la sua educazione scientifica -ed occasionalmente, la II guerra mondiale.

  10. …in realtà chi crede crede e basta. Non ha da rispondere né al razionalismo né a nessun altra “dottrina”.
    Queste risposte importano solo alle genti di poca fede. Nel Vangelo chi ha fede ha fede, senza tanti discorsi.

    1. Lalla

      Be’, veramente ha da rispondere a Gesù Cristo, che oggi ci parla attraverso la Chiesa secondo la giusta dottrina; sennò finisce che ognuno risponde a tutti e a nessuno, oppure a Quelo.

  11. « Se uno di noi è in grado di dire a se stesso, come se si trovasse alla presenza di Dio, che non deve agire in conformità di quanto gli viene comandato dal papa, egli è obbligato a obbedire, e, se disobbedisse, commetterebbe un peccato […] Certamente se sarò costretto a coinvolgere la religione in un brindisi al termine di un pranzo, brinderò al papa – se vi farà piacere -, ma prima alla coscienza, e poi al papa »

    [Cardinale Newmann]
    (wikipedia)

    1. Giovanni da Patmos

      Niente di nuovo sotto il sole. Tommaso d’Aquino, 600 anni prima di Newman, sosteneva che era illecito persino l’atto di fede in Cristo qualora questo fosse stato compiuto contro la propria coscienza. Inoltre basta andare nei documenti conciliari e nel catechismo per vedere che la coscienza non è avversata dalla Chiesa, tutt’altro; proprio per questo ricorre l’espressione di “primato della coscienza” a condizione che però che essa sia rettamente formata.

      Qui la parte relativa al catechismo:

      http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s1c1a6_it.htm

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