Il puzzle (elogio della precarietà)

di Gerardo Ferrara  lacapannadellozioblog

Oggi mi sento particolarmente a corto di parole. Sarà perché sono ancora assonnato e reduce da un fine settimana particolarmente intenso, sarà perché a volte può sembrare che la vita quotidiana non sia particolarmente ispirante. Eppure, mi dico, molte persone al mondo darebbero qualsiasi cosa per avere una parvenza di stabilità quotidiana, qualcosa che somigli ad un fine settimana, ad un lunedì mattina, ad un lavoro e ad una famiglia, tutte cose che io ho.

Tuttavia, non parlerò di quanto sono fortunato rispetto ad altri né di quanto gli altri abbiano di più o di meno rispetto a me.

Voglio parlare, invece, di crisi: non di quella economica, del differenziale (più noto come spread) tra titoli di Stato italiani e tedeschi, di inflazione, di disoccupazione et cetera. No, per crisi intendo il senso profondo del termine secondo l’etimologia greca (in greco κρίσις, scelta) che indica un cambiamento traumatico o stressante per un individuo, oltre che una situazione sociale instabile e pericolosa.

Nel mio caso particolare, nulla ha prodotto più frutti positivi di quei cambiamenti traumatici o stressanti, di quelle situazioni dolorose, di quelle angoscianti revisioni che siamo costretti a fare di tanto in tanto (più spesso di quanto non desideriamo) sulla nostra esistenza passata e presente e che chiamiamo crisi. Traumi, male subito, sogni mancati, soddisfazioni non arrivate costringono un individuo a rimettersi in discussione e quindi in gioco. Nel puzzle della nostra vita, una crisi equivale allo staccare con fatica un pezzo che era stato collocato dove non doveva esserlo, per poter poi procedere, con maggiore creatività ed esperienza, al completamento dell’opera, mirando quest’ultima con un punto di vista rinnovato.

Oggi sono un giovane uomo alle prese con un lavoro che non ritengo assolutamente all’altezza dei miei sogni; non ho ancora raggiunto una stabilità sentimentale e familiare; sono sempre, costantemente, alle prese con fantasmi del passato che ancora mi tormentano. Evviva! Questo vuol dire, appunto, che sono un essere umano e che vivo ancora in questo mondo (il che mi fa molto piacere). La conseguenza di tale consapevolezza ha prodotto, da parte mia, parecchie azioni: il lavoro non mi soddisfa? Bene, me lo terrò stretto, perché, per molte ed ovvie ragioni, devo, ma non smetterò di coltivare i miei sogni, le mie aspirazioni ed i miei progetti, cercando di scavare nel profondo e di trovare qualcosa che avevo abbandonato per via di un futuro che credevo certo, “a tempo indeterminato”, ma che aveva imprigionato la mia mente ad una scrivania; non sono ancora sposato? Vivrò come se lo fossi: pur tenendo aperto il mio cuore alla possibilità di incontrare la mia “anima gemella”, mi fidanzerò con Dio, con i miei amici, con la mia vita di ogni giorno, sapendo che non occorre avere una moglie per essere marito e padre di qualcuno; il mio passato mi tormenta? Chiederò a Dio di riconciliarmi con esso, il che vuol dire perdonare, essere perdonato e, senza dimenticare, lasciare che il patrimonio di gioie, dolori, incapacità, rimpianti e ricordi si trasformi in un valore aggiunto che, con l’aiuto di Dio, può trasformarsi in benedizione per me e per chi mi circonda e può, addirittura, divenire arte!

Sì, è questo che voglio essere: un artista. Desidero essere capace di mutare anche la spazzatura in un’opera bella a guardarsi e che doni qualcosa a chiunque vi si avvicini. Questa è la ragione per cui scrivo e continuo a lasciarmi leggere: mi alleno, mi tengo in esercizio, provo a lasciarmi lasciarmi lavorare da Colui che dona le parole e diventare, se Egli lo vorrà, uno scrittore, cosa che ancora non sono.

In mezzo alle catastrofi, alle cattive notizie, al nichilismo e al relativismo imperanti, come può un uomo non sentirsi insoddisfatto e sconfitto? Scegliendo di lasciarsi strappare, anche con dolore, dall ’Artista supremo, Colui che sa dove e come collocare tutte le componenti, un pezzo di puzzle piazzato al posto sbagliato. Nella mia esperienza personale (e sento di dover precisare che, non essendo io un relativista, per “personale” intendo “universale”), l’unico modo per non soccombere, per scoprirsi continuamente persone rinnovate e arricchite, per rivedere con creatività la propria esistenza, per non smettere di sognare, di progettare, di amare, per essere sempre, incomparabilmente, saldamente felici è una persona: Gesù Cristo Figlio di Dio.

Molti troveranno banale questa mia affermazione (mi dispiace per loro), ma la mia fede in Gesù, incanalata in un serio e costante cammino spirituale nella Chiesa cattolica, è l’unica cosa che ha dato senso e stabilità alla mia vita e che mi fa avere ogni giorno voglia di viverla. Tutto il resto sono parole al vento che non mi va di scrivere.

Preferisco concludere con uno dei miei salmi preferiti, che ho scelto come motivo portante della mia vita:

Salmo 16

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto a Dio: «Sei tu il mio Signore,
senza di te non ho alcun bene».
Per i santi, che sono sulla terra,
uomini nobili, è tutto il mio amore.
Si affrettino altri a costruire idoli:
io non spanderò le loro libazioni di sangue
né pronunzierò con le mie labbra i loro nomi.
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.
Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi,
è magnifica la mia eredità.
Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio cuore mi istruisce.
Io pongo sempre innanzi a me il Signore,
sta alla mia destra, non posso vacillare.
Di questo gioisce il mio cuore,
esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro,
né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.
Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena nella tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.

29 pensieri su “Il puzzle (elogio della precarietà)

  1. Marco

    heila’, sonlenoveettrenta ed ancora nessun commento?
    Tutti assonnati per via del cambio dell’ora?
    Condivido con te Gerardo che Dio vuole fare della nostra vita una grandosa opera d’arte, noi dobbiamo dire solo di si’ al suo progetto ed invece spesso ci intestardiamo ad accontentarci di qualche scarabocchio.
    Bel Samo, piace anche a me ed ho trovato sul sito del Vaticano un commento del Cadrdinale Tarcisio Bertone di cui riporto un estratto:

    “Il coraggio che Pietro dimostra dal giorno di Pentecoste in poi lo porta a mettere subito al cuore della sua predicazione l’evento centrale della missione del suo Maestro: la Risurrezione dai morti. L’Apostolo Pietro, nel suo primo discorso, si avvale del retroterra biblico del Salmo 16, dove è descritta l’apertura dell’uomo all’eternità: “Perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal 16,10-11). Parlando a un uditorio in cui non tutti erano pronti a capire la Risurrezione, l’Apostolo cita un Salmo che esplicitamente fa menzione di una vita oltre la morte, nella dolcezza della presenza di Dio.

    Oggi, come al tempo di Pietro, la verità della Risurrezione viene a volte banalizzata, a volte vista come un mito, ma la fede cristiana non esisterebbe senza la certezza della Risurrezione di Cristo. Il Tempo liturgico pasquale ci invita a riconoscerla come il fatto costitutivo e più importante della nostra fede. Senza la Risurrezione di Cristo il messaggio cristiano sarebbe una semplice filosofia o un nobile insegnamento morale. È la Risurrezione invece il fattore discriminante e qualificante del Vangelo rispetto a qualunque altro messaggio filosofico e religioso.

    Possa lo Spirito Santo suscitare lo stesso coraggio di Pietro e degli altri Apostoli nella Chiesa di oggi e in ogni cristiano, perché sappiamo accogliere ed annunziare la Risurrezione di Cristo, senza tacerla, nasconderla o minimizzarla.”

    OMELIA DEL CARD. TARCISIO BERTONE,
    SEGRETARIO DI STATO DEL SANTO PADRE

    Basilica di San Pietro
    Sabato, 7 maggio 2011

  2. luisalanari

    Complimenti, bellissimo scritto!
    E mi ci ritrovo in pieno, anche io sono in continua discussione con me stessa e mi trovo continuamente a ricostruire il mio puzzle interiore.
    E anch’io, nei miei miseri scritti, cerco quello che cerchi tu, sicura che una stabilità, una ordinarietà non è possibile: la chiamo stra-ordinaria follia, la mia.
    Buona domenica!

  3. Alessandro

    “«Anche se vado per una valle oscura,
    non temo alcun male, perché tu sei con me.
    Il tuo bastone e il tuo vincastro
    mi danno sicurezza» (v. 4, [salmo 23]).

    Chi va col Signore anche nelle vali oscure della sofferenza, dell’incertezza e di tutti i problemi umani, si sente sicuro.
    Tu sei con me: questa è la nostra certezza, quella che ci sostiene. Il buio della notte fa paura, con le sue ombre mutevoli, la difficoltà a distinguere i pericoli, il suo silenzio riempito di rumori indecifrabili. Se il gregge si muove dopo il calar del sole, quando la visibilità si fa incerta, è normale che le pecore siano inquiete, c’è il rischio di inciampare oppure di allontanarsi e di perdersi, e c’è ancora il timore di possibili aggressori che si nascondano nell’oscurità.

    Per parlare della valle “oscura”, il Salmista usa un’espressione ebraica che evoca le tenebre della morte, per cui la valle da attraversare è un luogo di angoscia, di minacce terribili, di pericolo di morte.
    Eppure, l’orante procede sicuro, senza paura, perché sa che il Signore è con lui.

    Quel «tu sei con me» è una proclamazione di fiducia incrollabile, e sintetizza l’esperienza di fede radicale; la vicinanza di Dio trasforma la realtà, la valle oscura perde ogni pericolosità, si svuota di ogni minaccia. Il gregge ora può camminare tranquillo, accompagnato dal rumore familiare del bastone che batte sul terreno e segnala la presenza rassicurante del pastore.”

    (Benedetto XVI, Udienza generale, 5 ottobre 2011)

  4. Alessandro

    “Non tutti sono chiamati ad essere artisti nel senso specifico del termine.
    Secondo l’espressione della Genesi, tuttavia, ad ogni uomo è affidato il compito di essere artefice della propria vita: in un certo senso, egli deve farne un’opera d’arte, un capolavoro.”

    (Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti, 4 aprile 1999)

  5. Alessandro

    “La conversione del cuore è, per così dire, opera d’arte comune dello Spirito e della nostra libertà.

    Voi artisti, abituati a modellare le più diverse materie secondo l’estro del vostro genio, sapete quanto somigli alla fatica artistica lo sforzo quotidiano di migliorare la propria esistenza.
    Come scrivevo nella Lettera a voi dedicata, “nella «creazione artistica» l’uomo si rivela più che mai «immagine di Dio», e realizza questo compito prima di tutto plasmando la stupenda «materia» della propria umanità e poi anche esercitando un dominio creativo sull’universo che lo circonda” (Lettera agli artisti, 1).
    Tra l’arte di formare se stessi e quella che si esplica nella trasformazione della materia c’è una singolare analogia…

    Proprio a questa elevazione, cari artisti, vi chiama l’odierna celebrazione giubilare. Essa è invito a praticare la stupenda «arte» della santità.
    Se essa dovesse sembrare troppo difficile, vi sia di conforto il pensiero che in questo cammino non siamo soli: la grazia ci sostiene anche attraverso quell’accompagnamento ecclesiale, con cui la Chiesa si fa madre per ciascuno di noi, ottenendo dallo Sposo divino sovrabbondanza di misericordia e di doni.”

    (Giovanni Paolo II, Giubileo degli Artisti, 18 febbraio 2000)

  6. Claudia

    “Tagliati gli ormeggi, passate le colonne d’Ercole, valicato il limite invalicabile, mi trovo in mare aperto. (…). E’ volo folle, illusione che approda alla delusione, cammino che affoga nel nulla? Oppure è l’inizio vero del viaggio dell’uomo, che finalmente nasce come tale, consegnato a se stesso e alla sua libertà?” (Fausti).

    In “Elogio del nostro tempo”, Silvano Fausti descrive in più modi quanto oggi la modernità ci porti a lasciare da parte una tradizione vissuta in termini assolutistici e finiti. I continui contatti tra i popoli portano a chiederci con più forza chi siamo e dove andiamo, facendo a volte più fatica a riconoscere ciò da cui proveniamo e questo a prescindere dalla nostra cultura passata. L’indefinitezza della società di oggi, con la precarietà che comporta, e della propria identità psicologica e culturale spesso spaventa, ma forse è proprio quando ci si sente in balia delle onde, di ciò che esce fuori dai canoni del prevedibile e dell’aspettato, che l’uomo ritrova la sua vera natura.
    In termini cristiani, questa natura corrisponde a quella di un essere che ritrova la sua dignità proprio nella sua libertà di essere, e nel rispetto della libertà altrui. Questo stato è, secondo me, ciò che ci fa abbassare le maschere e spezzare, anche se solo a intervalli intermittenti, le catene di schiavitù con cui viviamo, sottomessi a idolatrie, apparenze, convenzioni, schemi di “dover essere” e “dover fare” troppo rigidi, prestabiliti e talvolta omologati.
    In questa libertà si trova la propria originalità, la propria verità, la propria unicità e irripetibilità, di fronte a se stessi, agli altri, e a Dio.
    Grazie allo zio Blog che con il suo bellissimo post mi ha ricordato tutto questo. E buona domenica a tutti!

  7. Erika

    Il post e’ molto bello, e’ bello anche pensare che ciascuno di noi e’ chiamato a fare un capolavoro della propria vita.
    Ma attenzione, questo si può facilmente tradurre in un atteggiamento “ognun per se'” nei confronti della politica, della società .
    Le crisi sono momenti in cui, se ben affrontate, si fanno i conti, si cresce, ma richiedono azioni collettive, la propria fede e’ uno splendido sostegno, ma che non diventi un alibi per estraniarsi da un momento storico che richiede la presenza, la “presa di posizione” di tutti, in qualunque modo la pensino.

  8. lidiafederica

    Ciao Gerardo io (suppongo) di avere più o meno la tua età e sono nellatua stessa situazione, con la differenza che il lavoro l’ho appena iniziato a cercare dopo il dottorato e speriamo bene..anche io mi tengo ben stretti i sogni! E chi non ha fantasmi del passato…anche i miei vanno e vengono. Sul fatto di lasciarsi riconcilaire da Dio col proprio passato hai proprio ragione – è importantissimo. Lui è l’unico che può farlo, noi da soli continuiamo solo a rimestare e rimestare. Questa assurda precarietà che ci circonda può persino diventare fonte di stabilità, perché ti costringe come poche altri situazioni nella vita a chiederti ma io, per cosa vivo?
    Perciò ti capisco bene e condivido tutto ciò che dici 🙂

    Ora un’altra cosa. leggo stamane il Corsera (dopo tutta la notte in bianco a lavorare altro che ora legale) ed ecco il risultato: il papa a Cuba non incontrerà (pare) i dissidenti e i vescovi hanno chiamato la polizia per mandar via dei dissidenti che si erano rifugiati in chiesa (e ho pensato sigh sigh, non era una buona occasione per scostarsi dalla real politik?); Martini ha scritto un libro di “apertura agli omosessuali” (così è stato interpretato, io credo sinceramente che Martini abbia ben altre idee ma le comunica malissimo) e non mi ricordo più cos’altro.
    Insomma….da una parte io credo che chiunque ci sia ad organizzare la strategia informativa della Santa Sede abbia forse sbagliato mestiere, non so voi che ne pensate; e un pochino speravo proprio che il Papa incontrase i dissidenti cattolici. Dall’altra so che lui (o meglio chi gli organizza il viaggio) non vuole occuparsi di politica. Però scusate…un po’ sono delusa. La Chiesa dovrebbe essere dalla parte dei dissidenti, non di Raul Castro, o no?
    Quanto a Martini, io apprezzo l’evidente ricerca della verità di questo sacerdote (e non mi accodo a chi, forse temerariamente, lo prende come bersaglio buono per tutte le accuse possibili), ma penso anche che dovrebbe quanto meno ripensare il proprio modo di esporre le sue idee (come detto, secondo me Martini è molto meno “transigente” di quanto non si pensi). Io penso però anche che sarebbe sbagliato dire “anathema!” e chiudere qui la riflessione sui temi di morale sessuale. penso che anzi ci dovrebbe essere un movimento sempre più ampio che spieghi esattamente come stanno le cose, che trovi parole di comprensione, di accoglienza per tutti, che renda la Chiesa – ferme restando le posizioni che essa ha – un luogo di accoglienza vera. E non di “vabbè t’accontento” o di “vade retro Satanasso”.
    Sia come sia, a me leggere certe cose fa proprio innervosire. Anzi peggio. Mi fa stare proprio male. E continuo a pensare che Gesù – come nella leggenda dostoevskiana del Grande Inquisitore – sia la vittima in tutto ciò.
    Voi che ne pensate?

  9. lidiafederica

    Mumble mumble…c’è da considerare forse il fatto che se il Papa incontrava dieci dissidenti, a quei dieci faceva pubblicità, ma altri cento venivano torturati di più nelle prigioni…adesso che rileggo il post mi viene in mente che forse fare le anime candide da Roma (dove sto io) è facile, farlo in un’isola dove se il regime si mette in testa di vietare la religione (di nuovo) per un incontro del Papa mette in carcere tutti quelli che vanno in chiesa senza por tempo in mezzo…forse è questa la ragione del mancato (sembra) incontro.

    1. Concordo! Dover agire a 360 gradi e riflettere su ogni passo non ha vita facile.
      Ricordiamo il discorso a Ratisbona e le reazioni,,, Sappiamo che il Papa non le manda a dire, ma agisce secondo scienza e coscienza.
      Credo che da Cardinale aveva una vita molto più facile e libera per esprimere il suo pensiero.

  10. Tralascio qualsisi discorso sulla politica e in particolare sulla “non-politica lateranense.
    Leggendo le prime schermate di Alessandro ho notato che il pap rivolge il suo saluto agli artisti. (il giorno prima l’aveva rivolto ai postini) E prima ho anche letto nel post che Gerardo vorrebbe, anche lui, con l’aiuto di Dio diventare un artista.
    Ma non esiste la qualifica di artista!!!: esitsono gli scrittori, i giornalisti, i poeti, i pittori, gli scultori, i muratori, gli imbianchini, i pastori, i dottori eccetra,gli artisti no. Potrebbe succedre che qualcuno scrittore pittore eccetra potesse a un certo punto essere tenuto in conto di artista come per esempio il Divino Poeta o il lagnoso Leopardi o Pascoli o Leonardo pittore o Raffello Michelangelo, o Rembrandt o Caravaggio etc etc. Quello a cui aspira Gerardo è diventare uno di questi?
    Perchè o uno diventa uno di questi o di altri sommi antichi e moderni, senza fare tutti i nomi o, al massimo, come Pistoletto, Baricco, Celentano, Cammileri, Miriano. Vuole Gerardo diventare che cosa? Artista quale?

    1. Marco

      L’Artista è Dio e noi siamo le sue opere d’arte.
      Ma abbiamo la libertà di far diminuire o meno Marco (parlo per me) per far aumentare Cristo, se io sono pieno di Marco per Cristo dentro di me non c’e’ spazio.
      Come dieva anche San Paolo, non sono piu’ io che vivo ma Cristo che vive in me.
      E se l’opera d’arte viene alla luce, diventa qualcosa di stupendo che attrae.
      Per dirla con parole piu’ “alte” se non erro postate proprio su questo blog, come ha detto l’allora Cadrinale Ratzinger al meeting di rimini credo del 1990:

      “Con lo sguardo dell’artista, Michelangelo vedeva già nella pietra che gli stava davanti l’immagine-guida che nascostamente attendeva di venir liberata e messa in luce. Il compito dell’artista – secondo lui – era solo quello di toglier via ciò che ancora ricopriva l’immagine. Michelangelo concepiva l’autentica azione artistica come un riportare alla luce, un rimettere in libertà, non come un fare.

      La stessa idea applicata però all’ambito antropologico, si trovava già in san Bonaventura, il quale spiega il cammino attraverso cui l’uomo diviene autenticamente se stesso, prendendo lo spunto dal paragone con l’intagliatore di immagini, cioè con lo scultore. Lo scultore non fa qualcosa, dice il grande teologo francescano. La sua opera è invece una ablatio: essa consiste nell’eliminare, nel togliere via ciò che è inautentico. In questa maniera, attraverso la ablatio, emerge la nobilis forma, cioè la figura preziosa. Così anche l’uomo, affinché risplenda in lui l’immagine di Dio, deve soprattutto e prima di tutto accogliere quella purificazione, attraverso la quale lo scultore, cioè Dio, lo libera da tutte quelle scorie che oscurano l’aspetto autentico del suo essere, facendolo apparire solo come un blocco di pietra grossolano, mentre invece inabita in lui la forma divina.”

      1. Bellissimo (e abusato) il discorso su “I Prigioni” di Michelangelo.
        Più difficile applicarlo (per esempio) alla pittura.
        O forse vuoi dire che, per esempio, anche io nel mio piccolo, quando provo a fare un muro, ho in mente
        un’idea platonica (divina) di muro e non resta altro che metterla in atto, zac!!!!

        1. angelina

          “so che sono un Work In Progress e che continuo a lottare per sganciarmi dal personaggio che tendenzialmente sarei…

          In un momento in cui sento che non servo a nessuno, ho deciso di seguire il consiglio di amici e parenti e di riaprire un cassetto in cui avevo chiuso alcuni sogni, speranze e progetti messi da parte per la paura di non avere nessun talento. …

          … non penso di riuscirvi, ma ho sperimentato che, nella vita, è più importante e più fruttuoso fare le cose per amore e servizio nei confronti degli altri: è allora che si porta frutto. …..

          Magari non diventerò mai uno scrittore e avrò la conferma, come temo, di non averne la stoffa; magari, imparerò qualcosa; magari, scrivere non diventerà mai un fine ma resterà il mezzo. …..

          si tratta solo di un blog. Nulla, però, vieta di sognare che esso possa divenire, per chi l’ha creato, per i suoi amici e per chiunque vorrà usarlo, una casa e un focolare per liberare i pensieri, e questo non è affatto cosa da poco ”

          Interessante, una persona così. Si mette in gioco, si apre, ringrazia, si lascia coinvolgere e coinvolge, riflette, narra, cerca, si affida, ….sogna.
          Crisi come scelta, ma ancor più come discernimento, giudizio, capacità di separare: e scegliere di ricevere la parte di eredità che è per sempre.
          Ognuno di noi ha una storia, ben vengano storie che mi aiutano a sorridere, a riflettere, a bene-dire il mio prossimo invece di vedere tutto nero, o peggio, inutile. 🙂

  11. Marco

    Quello che volevo dire e’ che bisogna lasciare operare Dio in noi in modo che la nostra vita possa diventare una vera opera d’arte come lui vuole che sia.
    Ci ha creati per avere la vita e la felicita’ e per averla in abbondanza, indipendentemente dal ruolo o dal lavoro che si ricopre nela societa’.
    E dalla nostra vita dipende la vita e la felicita’ di quella di molti altri.
    Basta guardare alla vita di tanti santi: alcuni colti, altri non colti, ma tutte vite straordinarie: vere opere d’arte.

  12. ho letto solo ora il discorso di Scola alla fine del primo commento.
    Dice che senza la resurrezione il cristianesimo sarebbe una religione qualsiasi, come le altre, rispettabili, certo, ma qualsiasi, una morale come un’altra, pur nobile.
    Eh, ci credo che la pensi così!!! Sarebbe, la resurrezione: la “prova” storica dell’esistenza di DIO..

      1. Avevo detto Scola perché mi riferivo al sermone di Scola. Quello che penso io è che l’importante è credre, non che sia vero.
        Sennò che credenza sarebbe credre a una cosa indiscutibilmente vera. Solo un demente, come me, per esempio, potrebbe non credere al vero.

  13. Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:
    ore e ore di solitudine sono il solo modo
    perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono,
    vizio, libertà, per dare stile al caos.

    Io tempo ormai ne ho poco: per colpa della morte
    che viene avanti, al tramonto della gioventù.
    Ma per colpa anche di questo nostro mondo umano,
    che ai poveri toglie il pane, ai poeti la pace.

    (P. Pasolini “al principe”)

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