Lui è la mia dolce metà… ma anche no!

di fr. Filippo Maria

Non so se vi è mai capitato di vedere appeso al collo di alcuni adolescenti (ma anche di persone un po’ più grandicelle) la metà di un cuoricino (tenero!). Quando mi capita di vederli non perdo occasione di chiedere, facendo la faccia da ebete (in realtà non è che debba sforzarmi più di tanto): “Ma guarda: ti si è rotta la medaglietta che porti al collo… ce n’è solo un pezzo!”. Per poi sentirmi dire con una certa aria di simpatica commiserazione: “Ma no, padre, l’altra metà è appesa al collo del mio ragazzo… la mia dolce metà!”.

Mentre ascolto questa risposta vedo negli occhi della mia interlocutrice (o interlocutore, ma per lo più interlocutrice – i maschi provano una certa vergogna nel dichiarare apertamente queste cose) il taglio compassionevole che cela il seguente pensiero: “Poverino, che può saperne lui… è un frate!”.

Finché il fenomeno rimane circoscritto alla fase adolescenziale dei primi amori la cosa in sé non costituisce un problema particolare… se non fosse per il fatto che quando mi capita di preparare i fidanzati al matrimonio riconosco in alcuni discorsi la stessa dinamica, cioè il sentire da parte dei due promessi sposi (anche in quelli più vicini alla chiesa, quelli praticanti per intenderci) la gioiosa e sprovveduta consapevolezza di stare per fare il passo che finalmente riunirà per sempre quei due pezzi di cuori, quelle due dolci metà. Si accorgeranno, di lì a poco (parlo per quel minimo di esperienza pastorale che posso avere) che, passati i primi anni di matrimonio, quella metà diverrà sempre meno “dolce” e, col tempo, si arriverà a chiedersi sbalorditi se quell’individuo (individua) che incidentalmente ogni tanto mi capita di intravvedere dentro casa sia proprio mio marito (moglie) con il quale un giorno, tanto tempo fa, c’eravamo scambiati una sorta di promessa (eh sì, che ci sono pure le foto e il filmino da qualche parte!).

È chiaro: non è sempre così, grazie a Dio; non è per tutti così!

Tuttavia sono personalmente convinto che se c’è un tarlo che mina alla radice la vita coniugale questo è proprio il tarlo di un marcato e frainteso senso di complementarietà tra uomo e donna, a volte esplicito altre volte no, ma comunque quasi sempre presente: “Lui è la mia metà”, cioè a dire “siamo le due parti di un’unità”, per cui lui (lei) è la parte che mi manca, quella che mi completa, quella che fa della mia porzione incompiuta una pienezza. Fermo restando che quando poi si prova a spiegare il “celibato” (che brutta parola!) dei preti bisogna arrampicarsi su svariati e imbarazzanti specchi per poter dire: “Ma no, che c’entra, loro sono delle eccezioni… sono stati chiamati… non ne hanno bisogno… loro hanno il Signore (quasi che l’amore per una donna sia concorrenziale a quello per il Signore! Che volgarità!)” e cose di questo genere.

Ebbene, lasciate che lo dica: a me questa storia della metà (dolce o amara che sia) non convince affatto!

Provo a spiegare: la differenza sessuale è indubbiamente il marchio del Creatore che ha fatto l’uomo a Sua immagine e somiglianza: “Maschio e femmina li creò”; in questa alterità non si può non intravvedere in embrione la rivelazione della stessa dinamica trinitaria di persone in relazione (avete mai notato che il libro della Genesi dice: “Facciamo (plurale) l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza”?); se da questa connaturale somiglianza col Creatore si deduce che l’alterità sessuale ci configura strutturalmente come esseri per la relazione, bene; ma credo che sia un’aberrazione considerare maschio e femmina due parti di un’unità. Essi non sono due metà di un tutto, non possono essere dichiarati complementari in questo senso; ognuno è interamente uomo ma secondo due modalità irriducibili: maschile e femminile. Del resto, a ben vedere e volendo essere onesti fino in fondo, dire: “Lui/lei è la mia dolce metà” non significa pronunciare una delle più grandi affermazioni egocentriche della storia, in cui l’altro è pensato e concepito come un prolungamento narcisistico di se stessi? Non significa dire all’altro “ti amo per quello che mi dai” (nel nostro caso l’altro mi dà l’unità della mia persona senza la quale la mia stessa esistenza sarebbe compromessa), piuttosto che dirgli “ti amo per quello che sei”? Inoltre: “i due saranno una carne sola”… una carne sola, sì, ma non una sola persona; queste (le persone) sono e rimarranno sempre due! Come spigheremmo altrimenti il detto evangelico di Gesù secondo il quale in paradiso non ci saranno né mogli né mariti ma saremo come angeli del cielo?

Il problema è serio e, a mio avviso, da esso dipendono molte unioni matrimoniali e non solo (in realtà tutto il mondo relazionale dell’essere umano, a qualsiasi livello, potrebbe risultare affetto da questa patologia): del resto la crisi in una coppia subentra sempre nel momento in cui la realtà (come manna dal cielo) mi fa salutarmente scoprire che l’altro/altra che amo mi delude e non corrisponde affatto alla mia metà, anzi. È qui che si scopre il marcio: non mi sto donando incondizionatamente, esclusivamente e indissolubilmente all’altro/altra (come è nella natura del Sacramento del Matrimonio), ma lo/la sto semplicemente “usando” per me; scopro finalmente che non gli sto dicendo “Ti amo” ma che gli sto brutalmente dichiarando: “Amo me in te, perché mi completi! Adesso perché fai così?”.

A mio avviso il grande merito di Costanza è quello di aver saputo ri-annunciare (con una freschezza e originalità tutte proprie) la differenza dei due sessi stimati come una vera e propria alterità, non come un’obiezione all’unità, ma come l’opportunità straordinaria di amare (all’interno del matrimonio) secondo il comandamento nuovo di Gesù (Gv 13,34-35), senza “ma” e senza “se”, nella distinzione dei ruoli e delle persone e non nella fusione di essi. Pensare l’uomo-donna come due metà strutturalmente incompiute e condannate alla ricerca di una fantasiosa unità originaria pian piano porta a mettere le mani sull’altro, ad impossessarmi di esso. Siamo ben lontani dalla logica evangelica del dono di sé fino alla morte, mi pare!

Per uscire da questa impasse propongo una via:

–      ri-leggere il brano evangelico di Mt 19,1-12 (sul matrimonio e la verginità per il Regno dei cieli) alla luce del comandamento nuovo di Gesù (Gv 13,34-35 ma anche Gv 15,12);

–      ri-considerare la categoria “vocazione” come pertinente allo stato matrimoniale e non solo a quello sacerdotale o della verginità consacrata;

–     ri-pensare il matrimonio-sacramento come complementare (questa volta sì) alla verginità consacrata e viceversa.

Perché se è vero che il matrimonio ha la missione di ricordare all’uomo (maschio e femmina) che, ad immagine di Dio, siamo fatti per la relazione, è altrettanto vero che la verginità consacrata ci ricorda che l’unica relazione per cui siamo fatti è quella con Dio. E tutto è in funzione di questo assoluto.

Mi fermo qui. Potrebbe esserci materiale per un altro post… ma anche no! E adesso non si offenda il mio amico San Francesco se al termine cito Sant’Agostino:

“Siamo fatti per Te, o Signore. E il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”.

97 pensieri su “Lui è la mia dolce metà… ma anche no!

  1. Marco

    tratto da

    OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
    Domenica, 3 dicembre 1978
    VISITA ALLA PARROCCHIA DI SAN FRANCESCO SAVERIO

    Dico a tutti gli sposi e ai genitori, giovani e adulti: datevi le mani come avete fatto il giorno delle vostre Nozze, nel ricevere gioiosamente il sacramento del matrimonio. Immaginate che il vostro Vescovo, oggi di nuovo vi chieda il consenso e voi pronunciate come allora, le parole della promessa matrimoniale, il giuramento del vostro matrimonio.

    Sapete perché lo ricordo? perché dall’osservanza di questi impegni dipendono la “chiesa domestica”, la qualità e la santità della famiglia, l’educazione dei vostri figli. Tutto ciò Cristo ha affidato a voi, carissimi Sposi, nel giorno in cui, mediante il ministero del sacerdote, ha unito per sempre le vostre vite, nel momento in cui avete pronunciato le parole che non dovete mai dimenticare: “fino alla morte”. Se le ricordate, se le osservate, miei carissimi Fratelli e Sorelle, siete anche apostoli di Cristo e contribuite all’opera della Salvezza

  2. Mi piace ‘sto post. Devo dire che mi ha un po’ sorpreso che sia stato scritto da un frate e mi fa piacere. Il tema, raccontato con semplicità, è molto più tosto di quello che può sembrare ad una lettura veloce.
    Aggiungo che oltre alla verginità consacrata a volte si sottovaluta il valore del celibato di per sè, anche da un punto di vista semplicemente umano. A volte pare che una persona non si possa realizzare, compiere, completare se non nel matrimonio. In alternativa c’è una strada di vocazione religiosa.
    Io penso che se una persona non è in qualche modo completa, realizzata, cercare questa completezza nel matrimonio è molto pericoloso. Il rischio è quello che ci fa notare frate Filippo: si entra in una logica di uso dell’altro e non di dono.
    Devo correre adesso, buona giornata a tutti

    1. Filippo Maria

      Buongiorno Fefral! Mi incuriosisce il fatto che ti sorprenda che un frate possa aver scritto questo post… così, per sapere… Ciao

  3. nonpuoiessereserio

    Questo post spiega meglio di quanto possa fare io di quanto intendevo ieri rispondendo ad Erika sulle cose non dette a mia moglie, avevo scritto questo:
    “Erika, il discorso è un po’ complesso in realtà. Non si tratta di nascondere tout court ma piuttosto di lasciar decantare.
    Lei ed io siamo diversi, lo riconosciamo, stiamo insieme perché ci siamo scelti per percorrere la vita su questa terra insieme, creando una famiglia, amando i nostri figli.
    Puntiamo verso lo stesso approdo. Condividiamo molte cose, ci capiamo senza parlare, a volte non ci capiamo ed io, e sapendolo, evito di parlarle di certe cose, lei farà lo stesso con me.
    Non si tratta di cose essenziali ma solo di esprimere certi sentimenti, certe emozioni.”
    A volte mi è capitato per qualche istante di provare una certa invidia nel veder certe coppie così spudoratamente unite e complici ma poi pensandoci bene un attimo dico: “Ma per carità”.

  4. 61Angeloextralarge

    Frà Filippo Maria: bellissimo post! Grazzzie! Smack! 😀
    Vado di corsaaaa….. ;.)

  5. Personalmente sono sempre stata d’accordo con San Paolo, in questo senso.
    Meglio sarebbe non sposarsi: la maritata si preoccupa di come possa piacere al marito, come se tutta la sua vita fosse incentrata su di lui, mentre la vergine, che ha il cuore libero, si preoccupa di come possa piacere a Dio.
    Non per nulla Santa Ildegarda di Bingen diceva che l’adornarsi, l’eleganza, si addice più alle vergini che alle donne sposate: la maritata si adorna per il suo uomo, mostrando così di dipendere dal suo sguardo; la vergine, libera, si adorna solo perché la sua bellezza dia gloria a Dio che l’ha creata e che le ha dato la mente per accrescerla.
    Lei, Reverendo, ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta.

    1. Filippo Maria

      Mercuriade innanzitutto grazie per il “Reverendo”; non ci sono abituato! Poi volevo dirti, magari deludendoti, che questa storia della vita religiosa non l’ho scelta io, ma Lui per me! E’ chiaro che in seconda battuta c’è la mia scelta, ma solo in seconda battuta, perché la prima è sempre la Sua!

      Per me il rischio è quello sottolineato da Ferfal: scegliere la direzione decisiva della propria vita secondo i propri gusti e secondo quello che posso permettermi; come quando si entra in una concessionaria di automobili: scelgo quella che più mi piace e che realmente ed economicamente posso permettermi! Il discorso è l’opposto! Cioè a dire: “Signore, cosa vuoi che io faccia? Come mi hai pensato Tu io voglio essere; la mia identità è quello che tu vuoi!”. E a volte si può anche scoprire che Dio può chiederti di più di quello che tu pensi possa permetterti. Per questo dicevo che è necessario ripensare alla categoria di “vocazione” non soltanto in senso “clericale”. La verità è che non c’è una scelta migliore di un’altra; è migliore per me la scelta che vuole Dio! Uno potrebbe anche scegliere di consacrarsi al Signore (con la penuria di vocazione che c’è adesso!); ma il punto è vedere se il Signore vuole questo.

      Su questo argomento mi permetto di suggerire un testo godibilissimo e prezioso: La farisea, di F. Mauriac.

  6. Bellissimo post davvero.
    Mi viene in mente un libro che, in via di romanzo, dice qualcosa di molto simile. Consiglio di lettura:
    Thomas Hardy, Via dalla pazza folla, Garzanti Libri, nona ed., tradotto da Pietro Jahier e M.L. Rissler Stoneman, circa euri 10)
    (dall’introduzione di Attilio Bertolucci “A scarnirlo dalla meravigliosa tessitura in cui è intrecciato il romanzo presenta la struttura semplice, quasi elementare, delle ballate popolari… O del melodramma, verrebbe voglia di aggiungere: non manca neppure il basso continuo del coro villereccio, con voci soliste che di tanto in tanto se ne escono fuori in effetti, per lo più comici, irresistibili. Ma come si fa a scarnirlo, se si è continuamente presi nell’incantagione della sua musica e dei suoi colori, nel suo tempo lento, bradicardico, con appena qualche accelerata convulsa nei momenti tragici?”) 🙂

  7. vale

    in inghilterra, e dopo la decisione del parlamento europeo e la sentenza della cassazione in Italia,quel cuore dovrebbe essere spezzato in tre,4,5,a seconda dei gusti…
    “Londra, tre genitori meglio di due (http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-londra-tre-genitori-meglio-di-due-4843.htm)
    ..La vicenda batte il guinness dei primati in tema di vandalismo etico e giuridico. Abbiamo infatti una coppia di “fidanzati” formata da due donne lesbiche. Queste due donne decidono di ricorrere alla fecondazione artificiale la quale fecondazione, dato che il donatore è esterno alla coppia, è tecnicamente pure di tipo eterologo (e non poteva essere altrimenti). Il donatore è anch’egli omosessuale. Le donne impongono all’uomo per contratto di non avere in futuro alcun contatto con il figlio. Questi avrà tre genitori, tutti omosessuali. Ed infine il concetto di famiglia diventa come un abito di sartoria: ognuno si sceglie la foggia, la stoffa e il taglio che più lo aggradano. Ammettiamolo: pare che la storia e la sentenza che ha suggellato la stessa sia frutto di un tiro di dadi.
    il corto circuito giuridico che ha portato ad inventarsi una bislacca famiglia con tre genitori è provocato dal fatto che la regola principe che ha voluto seguire il giudice è quella libertaria dell’assecondamento prono dei desideri del singolo.

    chissà domani che viene fuori……

  8. “Ci sono infatti degli eunuchi nati così dal seno della madre , e ci sono degli eunichi fatti tali dagli uomini, e ci sono di quelli che si sono fatti eunuchi da sé in vista del regno dei cieli. Chi può comprendere , comprenda”
    Avevo un amico, ora morto, che fin da ragazzo si era dedicato allo studio delle scritture:
    “Le scritture, mi diceva, sono un libro ineguagliabile agli altri libri, le scritture si potrebbero leggere
    partendo da qualsiasi punto e sprofondando dentro non solo le frasi lo stile la varietà de itemi e degli argomenti, ma anche la infinitezza della possibilità di interpretazione di tutto, infinita”
    Il Betti, così si chiamava, Paolo Betti, non era credente. Mai stato credente, diceva, se lo fossi credente non sarebbe la stessa cosa leggere le scritture con lo stesso sprofondamento con cui leggeva. Non con questo, diceva, che non fosse credente per questo scopo dello sprofondamento totale, non lo era, diceva, perché non gli era mai successo di esserlo. Cosiccome lui non era nemmeno mai stato attratto dalla relazione con delle donne. Il Betti era un uomo di una bellezza rara, perfettamente proporzionato, ben fatto, forte, con un viso dai lineamenti che nessuno avrebbe mai riscontrato in altri dei lineamenti così nobili e leggiadri, ma virili e forti e pieni di carattere, gli occhi verdi, quasi troppo verdi, appena un po’ grigi.
    Il Betti si era dunque dedicato allo sprofondamento nelle scritture e ne traeva gioia e appagamento
    intellettuale. Si era anche dedicato allo studio del greco e dell’ebraico per potere, diceva, capire meglio le parole e le cose. Il Betti lavorava all’Ospedale di Torre Galli, Scandicci, come infermiere,
    e mai, credo, sia mancato un sol giorno al lavoro. Donne, il Betti, mai avute. Gli piaceva guardare le donne, ne gustava le loro forme sessualmente fascinos e attraenti, ma tornando dal lavoro lo attendeva lo sprofondamento fino alle ore di notte e poi il sonno e il lavoro e di seguito. Venuto in pensione era giunto, diceva, finalmente, il momento di chiudersi in casa, per sempre, levato andare a fare la spesa o, gli ultimo tempi, dal dottore e poi all’ospedale (Torre Galli) e poi morto.
    Lui leggeva le scritture per le scritture, non ci aveva mai pensato, il Betti, di ridurre le cose del mondo sotto un preteso significato che le scritture potessero avere. Avrebbero, diceva, perso tutto il loro interesse le scritture, per lui, se le avesse studiate in un altro modo che in maniera, diceva lui, aperta, all’infinito, al massimo grado, non chiusa. Cosiccome, il Betti, era, lo diceva lui stesso, eunuco, e citava Matteo, non in vista del regno dei cieli, a cui non credeva, ma in vista della necessità, automatica, dello sprofondamento, e a quello si era dedicato, sereno, tutta la vita.

    1. Bella storia Alvise, mi sarebbe piaciuto conoscerlo il Betti, anche se in fondo ciascuno nel suo campo (medici, architetti, poliziotti…) qualche persona così l’ho conosciuta anche io, gente che trova nello studio o nel lavoro una sorta di “trascendenza naturale” se mi si perdona l’ossimoro, ma non è forse anche questo quel “Dio sconosciuto” di cui parla Paolo agli ateniesi annunciando loro il Vangelo? In fondo la Verità, la Giustizia o (nel caso del Betti) la Bellezza sono bellissime maschere dietro cui il Signore ama nascondersi.
      Naturalmente questo lo possiamo dire noi che “siamo dall’altra parte”, che abbiamo ricevuto la Grazia della Rivelazione. Senza alcun merito o spocchia, ma come un dato di fatto…

  9. Bel tema Filippo, denso e impegnativo al di là dello stile “leggero”.
    Io però devo confessarti che non vivo il celibato nello stesso modo, forse perché non essendo religioso non ho una comunità a sostenermi e me la devo vedere da solo con le mie solitudini.
    Io sempre pensato che il celibato non è una cosa naturale, tutto nella mia naura dice coppia e dice paternità, per questo sono fatti il mio corpo e la mia psiche e ne ho bisogno, altroché se ne ho bisogno.
    E allora perché negarsi questa dimensione? Perché io non aspiro alla natura, ma alla sopra-natura, non voglio essere semplicemente me stesso, ma molto di più. Se mi perdonate la metafora un po’ grossolana, non voglio un figlio solo, non voglio una sposa sola, ma voglio che tutti, maschi e femmine, siano mio figlio e mia sposa. Rinunciare alla manifestazione genitale della sessualità è un piccolo sacrificio per un ideale così alto.
    In questo modo la ferita del celibato, ferita che non cicatrizza mai, credetemi, diventa come una sorgente di vita che fa continuamente sgorgare novità. Permettetemi di regalarvi una preghiera/poesia che scrissi anni fa su questo argomento:
    ————-
    Canzone per una sera amara:

    Imparerò ad amare
    quest’aspra solitudine un giorno,
    perché è sacramento della tua presenza,
    è la ferita della tua chiamata.

    Muta la mia tristezza
    in tenerezza,
    fammi capace di sentire
    il dolore e il pianto del mondo
    come fosse mio.

    Dalla ferita che mi scava il cuore
    scaturisca una fonte.

    1. Don Fabio, adesso sei nei guai, perché stamperò questo tuo commento e comincerò a distribuirlo in ogni seminario del Globo! 🙂 🙂 🙂 Scherzi a parte, ti ringrazio per questa splendida riflessione. Certo, ritengo sia difficile da digerire se non viene letta alla luce della fede, ma arrivi dritto al cuore della questione… e di ‘sti tempi non è poco.

    1. Filippo Maria

      Don Fabio! Grazie per questo spaccato di vita sacerdotale! Certo è diverso il celibato del prete diocesano dal voto di castità del consacrato, lo è non solo per le contingenze concrete ma anche per motivazioni teologiche (e qui bisognerebbe aprire una macroscopica parentesi… ma non lo farò). Dal canto mio potrei citarti il detto monastico: vita communis maxima poenitentia! Sapessi caro don! Certe volte mi chiedo: se non riescono ad andare d’accordo due persone sposate che si sono scelte come possiamo andare d’accordo noi consacrati che non ci siamo scelti per niente? La grazia sana ogni ferita, l’ho sperimentato più volte… e poi con la mia fraternità sono in debito di accoglienza 🙂
      Dall’altra parte dicevo di considerare il matrimonio insieme alla verginità consacrata così come ci è proposta nel testo di Matteo 19,1-12. Gesù usa un’immagine forte per indicare il consacrato: l’eunuco (per il Regno dei cieli); e mi sembra che l’eunuco non è colui che NON VUOLE avere rapporti o legami con una donna ma è colui che NON PUO’ averli (a motivo del Regno!); non lo so, avrei tante cose da dire in merito ma, appunto, verrebbe fuori un altro post. Fatto è che quando un giovane mi obietta che lui non potrà mai farsi frate o prete perché “mi piacciono le donne”, io rispondo sempre che quello è il requisito sine qua non è impossibile consacrarsi al Signore 🙂

      1. Anni fa ho avuto bisogno di qualche seduta di analisi. Ricordo che mi stupì molto la risposta del mio analista quando gli chiesi se secondo lui avevo la struttura psicologica adatta al celibato e lui mi rispose: “sì, e sai perché? Perché saresti un ottimo padre”!

        1. ho detto la stessa cosa ad un amico che ha fatto una scelta di celibato quando tempo fa mi chiedeva se ce lo vedevo in una vita così 🙂

      2. G

        Beh anche in famiglia i fratelli non si scelgono tra di loro… o non possono scegiiersi i genitori.. Forse i consacrati vivono una condizione familiare anche se non si creano una vera e propria famiglia, cosi’ come i sacerdoti non si scelgono i loro parrocchiani. Non so molto della vita sacerdotale e dei consacrati, vado a buonsenso… Il post mi è piaciuto molto, complimenti!

  10. Eleonora

    Ho conosciuto il mio fidanzato quando ho smesso di sentirmi incompleta….prima era sempre un affannarsi per cercare, in maniera immatura, una persona che mi completasse, che mi facesse stare bene perchè, “solo trovando la mia dolce metà sarei stata veramente felice in quanto completa”
    Inevitabilmete la storia finiva perchè, se una persona non si considera completa, non si ama per quello che è, e ama l’altro solo per il fine egoistico della propria felicità, il rapporto non dura a lungo.
    Fortunatamente, grazie ad un cammino di crescita personale e spirituale sono arrivata, non senza problemi, a capire che potevo essere felice per la persona che ero…potevo trovare la felicità e quel senso di interezza in me e non al di fuori di me…ho smesso di affannarmi alla ricerca dell’altro e ho iniziato a dedicarmi maggiormente alla mia crescita come persona, come cristiana, come donna ….ho creato le basi per saper accogliere quel dono che il Signore ha voluto farmi nel mettermi accanto il mio fidanzato….dono non perchè rappresenta la mia metà se nza la quale non posso stare, ma perchè, anche grazie al suo aiuto,la sua preghiera, la sua pazienza e il suo amore, sono sempre più consapevole del mio valore come persona(intera), riesco a crescere,migliorare me stessa, rispondendo al progetto che il Signore ha per me.

    1. lidiafederica

      molto bello!!
      ne faccio tesoro pe me stessa e per tante mie amiche che cercano, cercano e non trovano il fidanzato e sono infelicissime (pur essendo molto credenti). Davanti a casi così mi si spezza il cure, perché non so come aiutarle.
      Poi anche io sono nella stessa situazione, ok, ma aiutare se stessi è più facile che aiutare gli altri.

  11. Alessandro

    ogni essere umano è persona tutta intera e inscindibile, nessun altro essere umano può disporsi nei suoi confronti come una sua metà mancante.
    1) la vocazione di ciascuna persona è quella di donarsi
    2) donarsi significa “donarsi a un altro/a”

    Una persona che si dona (a un altro/a) realizza la propria vocazione, e quindi, per così dire, è più compiutamente sé stessa (diventa ciò che è, per parafrasare GPII), è una persona completa/realizzata.

    Ecco perché si dice che grazie al reciproco dono sponsale del matrimonio i coniugi diventano uno complementare all’altro: non nel senso delle due metà divise che si riuniscono a ricomporre una persona, ma nel senso che, donandosi all’altro, ciascuno degli sposi, che già prima del matrimonio è persona tutta intera e inscindibile, realizza la propria vocazione (al dono di sé), cioè diventa persona realizzata/compiuta/completa. L’altro (Caia) cui (Tizio) si dona (e che gli si dona) risulta pertanto essere necessario a questa realizzazione/compimento/completamento della persona-Tizio, e perciò Caia si dispone rispetto a Tizio come colei che completa Tizio, ossia è complementare a Tizio. Vale a dire: concorre a realizzare la vocazione di Tizio, a perfezionare/completare/compiere una persona che ontologicamente esiste però già completamente, tutta intera.

    Ovviamente, come è vero che la vocazione di ciascuna persona è quella di donarsi (a un altro), così è vero che il matrimonio non è l’unica, l’esclusiva via per donarsi. Anche l’elezione dello stato virginale custodisce una vocazione alla donazione ed è intrinsecamente dischiusa alla donazione. Considerando la cosa dal lato della donna: la maternità biologica è una donazione di sé, ma esistono maternità non biologiche che sono anch’esse a pieno titolo donazioni di sé.

  12. Pingback: La grazia di non sposarsi | La fontana del villaggio

  13. Bella fregatura quella di credere che il marito o la moglie siano la metà mancante che ci completa! giorni fa parlavo con una parente che si è separata da 2 anni per “incompatibilità di carattere” dal marito. Ma che sarebbe ‘sta incompatibilità di carattere??!! siamo tutti incompatibili! si può andare d’accordo per quanto? 2-3 settimane? se ti appiccicassi anche alla tua più cara amica, la convivenza diventerebbe insopportabile dopo pochi giorni se si fondasse solo sulla pretesa che l’altra corrispondesse al tuo desiderio inespresso (o anche espresso, ma dopo ti prendi un paio di ceffoni!). Diciamo la verità: quasi tutte le coppie di fidanzati credono di essere le due metà di una mela. I nodi vengono al pettine dopo un po’, e se arrivano i figli quei nodi si devono sciogliere, altrimenti si rischia il taglio. Una balla colossale quella che dice che i figli uniscono! no! i figli dividono ancora di più se i nodi dell’egocentrismo non si sono sciolti prima o non si è disposti a lavorare con pazienza per dirimerli. Ti alzi al mattino pensando “ecco, ora lui si gira e mi sorride, così la nostra giornata sarà bellissima!”. Invece ti svegli, lui sarà di cattivo umore perchè deve prendere il treno delle 6,30, ma deve farsi la barba e forse perderà quel treno; tu allora gli chiedi “ma che hai? perchè quella faccia incavolata? potresti anche dirmi buongiorno!” Lui fa un grugnito, e tu invece di lasciarlo in pace, lo assilli con seconda domanda retorica in cui è già contenuta la risposta che vorresti serntire…. e via di seguito….. Ecco quello che succede a volersi sentire l’altra metà della mielosa medaglietta! Non ho riportato queste battute per strappare un sorriso, ma perchè la persona di cui parlavo sopra (e a volte pure io) faceva proprio così, per non parlare del fatto che ogni santo week-end trascinava il coniuge a zonzo per mezza Italia a trovare questo o quell’altro congiunto che magari era stato allietato dalla nascita di un figlio….. O
    Ecco, questo per far capire che, come ha detto bene fra’0 Filippo forse vgolersi sentire e pretendere che l’altro sia la dolce metà non è che una grande ipocrisia, la volgare copertura che mettiamo al nostro enorme Io. Senza pensare che Io sono Io perchè c’è un Tu che mi fa, ma un Tu grandissimo, non un tu che ha dei limiti come dei nostri. Quel Tu che corrisponde a ciascun essere umano creato, che è il senso del nostro andare. Il tu che invece ci è accanto, il marito, la moglie, è la via. Scandaloso, eh?! scomodo, ma è così. Non c’è storia che tenga: il marito è la via. Ogni tanto mi metto in testa di cambiarlo, di fare in modo che si diriga dove ho in mente io. E quando faccio così, salta fuori però la sua, di libertà! che ovviamente si oppone al mio disegno. E meno male! è lì, in quell’istante, che sono costretta a riconoscere quale sia il contenuto, la sostanza del nostro stare insieme. Al di là della forma vocazionale, matrimonio o consacrazione, è Colui che mi ha chiamata in quella via che devo riconoscere. Non c’è altro modo. O nella faccia di mio marito vedo Cristo, o altrimenti la delusione prenderà il sopravvento, e allora non riconoscerò più neanche me stessa, mi troverò sperduta in una storia che non conosco, da cui voglio scappare, ma senza sapere dove altro andare.

  14. Ho ricevuto l’invito al matrimonio di due carissimi amici. Nel biglietto c’era un disegno simpaticissimo: una ciliegia seguita da un segno “+” e successivamente un’altra ciliegia, poi il segno “=” e un vasetto di marmellata di ciliegie! Geniale: due “interi” che si fondono inscindibilmente per creare qualcosa che prima non c’era: una nuova famiglia. Da notare che una volta diventate marmellata le ciliegie non possono più tornare ad essere ciliegie (= indissolubilità). E che le ciliegie da sole non possono diventare marmellata, ma serve una persona “più grande 🙂 ” che compia questa operazione… (ok, sto divagando, torniamo al post…)

    Seguendo il post, pongo solo l’accento sul fatto che le due ciliegie sono due enti completi, non due metà. Potevano disegnare due mezze mele che si uniscono e formano una mela intera, e invece no. In questo (non so quanto consapevolmente… 🙂 ) i miei amici c’hanno azzeccato.

    Preciso questo perché immagino che le obiezioni a questa metafora siano innumerevoli, ma credo porterebbero off topic, per cui… lasciamo stare, và! 🙂

  15. Rossella

    come mi disse un giorno una suora (una GRANDE suora, clarissa): “non si sposa bene chi non si consacrerebbe bene. non si consacra bene chi non si sposerebbe bene” 🙂

  16. Il fatto è che l’uomo è fatto per amare, e amore è relazione. Ogni forma di amore (relazione) è immagine dell’amore di Dio. L’amore coniugale è una possibilità. Ma non è l’unica. E in fondo non è neppure quella che meglio rappresenta la relazione esistente tra le tre persone divine, ma qui mi fermo perchè non studio teologia e potrei dire stronzate.
    Quello che ho capito negli anni è che l’amore (qualunque forma di amore, anche quello amicale che tanto spesso viene considerato un gradino un po’ più giù dell’amore sponsale) è sempre fecondo. Quello che importa è amare. La strada (che sia il matrimonio, o una scelta vocazionale religiosa o laica, o un celibato magari non cercato) è in fin dei conti un accidente. Un accidente di estrema importanza (non è uguale per Fefral che Fefral sia sposata o meno) ma pur sempre accessorio rispetto alla vocazione primaria che è quella di amare e dare la vita.

    1. Filippo Maria

      Fefral mi dai l’occasione per precisare, a scanso di equivoci, che è vero quello che dici… ma anche no (tanto per rimanere in linea col post)! Ritengo che sia impossibile definire una scelta volontaria di celibato, sganciata da una motivazione di consacrazione religiosa, come una scelta propriamente evangelica, a meno che questo non sia, come lo definisci tu, un celibato non cercato. Solo in questo caso è vero quello che argutamente dici sull’amore; altrimenti la scelta celibataria del “single” altro non è che la scelta del disimpegno… ma su questo mi pare che Costanza abbia dibattuto ampiamente nel suo libro!

      Per quanto riguarda noi consacrati è terribile quando veniamo percepiti come degli “scapoloni”! Da parte mia vorrei che chi mi vede abbia la sensazione di incontrare un uomo (sentimentalmente) impegnato… spero che sia così… anche se non ne sono pienamente sicuro…

      1. 61Angeloextralarge

        Non so se è perché ho gli occhiali rosa, ma questa sensazione a me la trasmetti! E credo proprio di non essere la sola! 😀

      2. eppure io penso che sia possibile pensare ad una scelta di vita “impegnata” che non preveda il matrimonio, in cui il senso profondo sia il dono di sè agli altri, non necessariamente all’interno di una vocazione. Possibile non significa che sia frequente, generalmente la scelta del celibato è legata ad uno specifico percorso vocazionale. Ma anche parlando di celibato per vocazione esistono cammini di celibato laicale in cui il senso della rinuncia al matrimonio non si identifica con quello di un religioso nè di un sacerdote secolare. Purtroppo se non si coglie fino in fondo cosa significa dare la vita una scelta del genere appare incomprensibile a volte anche per chi la vive. D’altra parte qualunque vita è abbastanza insensata quando si dimentica la dimensione del dono, anche l’indissolubilità del matrimonio al di fuori di questa logica non ha significato (e gli stessi discepoli rimasero perplessi, “Gli dissero i discepoli: «Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». Egli rispose loro: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. »
        (per fortuna non tutti possono capirlo, altrimenti il genere umano si estinguerebbe 😉 )
        Entrando invece nella logica del “non c’è amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici” allora si capisce che in qualunque stato di vita è possibile realizzare la propria vocazione

        1. 61Angeloextralarge

          Fefral: concordo con frà Filippo Maria. Credo che la scelta di vita impegnata come dono di sé agli altri possa esistere indipendentemente dall’essere consacrato o no: abbiamo esempi di forme di volontariato nelle più svariate forme ma questo non implica la scelta propriamente vocazionale. Una forma innovativa degli ultimi 20 anni è la “casa famiglia” della Papa Giovanni XIII (don Oreste Benzi).
          Oltre alle forme di Vita Consacrata dei conventi e monasteri c’è anche l’Ordo Virginum alla quale appartengono donne che vivono nelle proprie case e lavorano. Credo che esista anche una versione maschile della cosa (non Ordo Virginum). Comunque è sempre una realtà di Vita Consacrata. Nella mia infinita fantasia non riesco a concepire una persona che “per vocazione” non si sposa né si consacra: scusa la malizia ma penso che chi sia “single per scelta” in realtà lo sia non per scelta. Single per scelta: abbiate pietà di me ma anche di voi stessi1 😉 Troppo comodo essere single per scelta perché na scelta diversa implica impegno, implica un progetto di vita dove occorre comunque e sempre rimboccarsi le maniche: niente casca addotto già preconfezionato, anzi!

          1. Scusa Angeloxl, ma già se parli di forme di volontariato che non implicano scelte vocazionali non pensi che possano esistere persone che scelgono deliberatamente di non sposarsi e trovano il senso profondo della loro vita nel servizio per gli altri? Un medico che decide di darsi completamente alla sua professione non lo fa necessariamente per motivi religiosi ma non puoi dire che la sua vita sia una scelta di comodo. Ma anche una persona che, pur senza svolgere una professione strettamente di “servizio” vive comunque una vita aperta al prossimo,non è detto che abbia fatto una scelta di comodo. Conosco persone che non si sono sposate per i più svariati motivi, qualcuna per scelta qualcuna per caso, e che per me sono esemplari per la loro dedizione al lavoro, agli amici, ai familiari. La loro secondo me non è una vita nè comoda nè sterile, anche se non è una scelta fatta per motivi religiosi.
            Se così non fosse, se cioè una persona non potesse aspirare ad essere completa, realizzata, indipendentemente dal matrimonio o dalla vita religiosa, allora per tanti questa possibilità sarebbe preclusa a priori. La vita di un omosessuale sarebbe una mezza vita, così come quella di chi è impotente. E non mi sembra giusto pensarla così, visto che tutti siamo persone e tutti siamo chiamati alla felicità. Ma senza arrivare a questi casi estremi, perchè legare la scelta di non sposarsi necessariamente ad una scelta di egoismo o di comodo? Piuttosto, quante volte ci si sposa per l’egoismo di non voler rimanere soli?
            No, xl, io penso che si debba provare a guardare con una visione un po’ più ampia.
            Non c’è amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici. E se si scopre che per dare la vita per i propri amici la strada per qualcuno non passa per il matrimonio ma neppure per i voti o per l’ordine, ben venga.
            Poi certo, c’è chi sceglie di essere single per la carriera, per il potere, o per poter passare da una relazione all’altra senza impegnarsi con nessuno. Ma non stiamo parlando di questo, mi pareva scontato.
            Sul discorso della vocazione al celibato invece ci sarebbe da aggiungere un’altra tipologia di vocazione al celibato, poco compresa, e spesso confusa con quella dei consacrati di cui parli tu, e cioè il celibato dei laici di istituzioni come l’OD. Ma poi ci perdiamo per le campagne e adesso devo andare a prendere le bambine al catechismo. Smack 🙂

            1. 61Angeloextralarge

              Fefral: il mio discorso era sottinteso che fosse inerente a chi fa un percorso di fede, in quanto si stava parlando di vocazione religiosa o matrimoniale. Il discorso che fai tu è più ampio e, secondo me, esula dalla vera e propria scelta vocazionale (sempre di fede). Conosco anche io tantissimi che fanno volontariato al di fuori di un qualsiasi percorso di fede, che svolgono professioni con dedizione ed altruismo anche se non sono credenti o “praticanti”. Non volevo minimamente sminuire nessuno di loro: semplicemente non stavo parlando di questo. Tutto qua! Grazie per lo smack ricambiatissimo! 😀
              Non conosco l’OD: mi hai incuriosita. 😉

                    1. lidiafederica

                      Io sono dell’Opus Dei, ma non ho scelto il celibato; le persone che lo scelgono nell’Opus Dei non sono consacrate ma ciò non toglie che abbiano fatto una chiara scelta vocazionale 🙂

                1. ah già, corretto…tra l’altro a loro non piace che si scriva od. E’ un’istituzione che a me piace molto per quanto riguarda il carisma, un po’ meno per altri aspetti (in realtà ho scoperto col tempo di essere io allergica in generale alle istituzioni, ai gruppi, alle associazioni, a tutto cià che implica un senso di appartenenza che non sia semplicemente la chiesa cattolica)
                  Credo che neppure i memores domini di cl siano dei consacrati, ma non ne sono sicura.

                  1. 61Angeloextralarge

                    Perché il mio commento è sopra il tuo? Boh! probabilmente questo conferma la mai imbranataggine! 😦

                    1. perchè io ho risposto come replica a joe, tu invece a te stessa 🙂
                      da quando HAL ha cambiato le impostazioni del blog è tutto un gran casino qua dentro… non ti preoccupare!

                    1. sì, stiamo parlando comunque di un celibato vocazionale, anche per l’od. Ma in questo caso il senso del celibato non è lo stesso di quello dei religiosi. Non si parla per esempio di rapporto sponsale con Cristo in alternativa alla scelta matrimoniale. Piuttosto è un celibato che prende come esempio la vita di Cristo prima della predicazione pubblica, quando “cresceva in sapienza, in età e in grazia davanti a Dio e davanti agli uomini” e che trova il suo senso fondamentalmente nell’amore di amicizia: amicizia con Cristo e amicizia con gli altri in Cristo. Questa scelta di celibato si inserisce poi in una vocazione specifica più ampia, che viene vissuta anche da persone sposate o che intendono sposarsi. Ma credo che per questo nel blog ci siano altri più esperti di me.
                      Dei memores so che sono laici ma che fanno una specie di promesse assimilabili ai voti. Non

                    2. so però il senso della loro scelta celibataria. In famiglia ho una persona che ha fatto questo tipo di scelta ma non racconta un granchè

                  2. lidiafederica

                    a me non piace quando qualcuno dice “loro” delle persone dell’Opus Dei, ma solo perché io ho idee talmente diverse da quelle di altre persone dell’OD che conosco… ma OD non mi fa né caldo né freddo, solo che a leggerlo così penso a una marca di diserbante o qualcosa del genere 😉

                    1. Una marca di diserbante 🙂 carino!
                      Comunque hai ragione: sono cascata nella trappola del “voi”. È che su questa questione del nome ho avuto qualche piccola discussione in passato con qualcuno dell’opera. Meglio OD che opus comunque 🙂

  17. Mi fai venire in mente quella volta che si discuteva animatamente tra amici su chi fosse più vicino a Dio, se le persone sposate o i consacrati/sacerdoti. Dopo un po’ che si parlava, chiediamo lumi ad una consacrata di cui avevamo fiducia e stima e la risposta fu “E’ più vicino a Dio chia ama di più”… per dirla alla Facebook: poker face! 🙂

  18. Alessandro

    “Circa la verità della persona, si deve ancora una volta ricorrere al Concilio Vaticano II: «L’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stessa, non può ritrovarsi pienamente se non mediante un dono sincero di sé» (Gaudium et Spes, 24). Questo riguarda ogni uomo, come persona creata ad immagine di Dio, sia uomo che donna. L’affermazione di natura ontologica qui contenuta indica anche la dimensione etica della vocazione della persona.
    Sin dal «principio» la donna – come l’uomo – è stata creata e «posta» da Dio proprio in questo ordine dell’amore. Il peccato delle origini non ha annullato questo ordine, non lo ha cancellato in modo irreversibile.

    Solo la persona può amare e solo la persona può essere amata. Questa è un’affermazione, anzitutto, di natura ontologica, dalla quale emerge poi un’affermazione di natura etica. L’amore è un’esigenza ontologica ed etica della persona. La persona deve essere amata, poiché solo l’amore corrisponde a quello che è la persona. Così si spiega il comandamento dell’amore, conosciuto già nell’Antico Testamento (cf. Dt 6, 5; Lv 19, 18) e posto da Cristo al centro stesso dell’«ethos» evangelico (cf. Mt 22, 3640; Mc 12, 28-34). Così si spiega anche quel primato dell’amore espresso dalle parole di Paolo nella Lettera ai Corinzi: «più grande è la carità» (cf. 1 Cor 13, 13).

    Se non si ricorre a quest’ordine e a questo primato, non si può dare una risposta completa e adeguata all’interrogativo sulla dignità della donna e sulla sua vocazione.
    Quando diciamo che la donna è colei che riceve amore per amare a sua volta, non intendiamo solo o innanzitutto lo specifico rapporto sponsale del matrimonio.
    Intendiamo qualcosa di più universale, fondato sul fatto stesso di essere donna nell’insieme delle relazioni interpersonali, che nei modi più diversi strutturano la convivenza e la collaborazione tra le persone, uomini e donne. In questo contesto, ampio e diversificato, la donna rappresenta un valore particolare come persona umana e, nello stesso tempo, come quella persona concreta, per il fatto della sua femminilità.
    Questo riguarda tutte le donne e ciascuna di esse, indipendentemente dal contesto culturale in cui ciascuna si trova e dalle sue caratteristiche spirituali, psichiche e corporali, come, ad esempio, l’età, l’istruzione, la salute, il lavoro, l’essere sposata o nubile.”

    (Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, 29-30)

    (ma anche dell’uomo, del maschio, non può dirsi lo stesso, mutatis mutandis? “Quando diciamo che il maschio è colui che riceve amore per amare a sua volta, non intendiamo solo o innanzitutto lo specifico rapporto sponsale del matrimonio. Intendiamo qualcosa di più universale, fondato sul fatto stesso di essere maschio” ecc.)

    1. Alvise ti sembrano tanto argute queste frasi ma prova a mettere Marziani al posto di Dio e leggi:

      “…naturalmente per chi non crede nei marziani è anche impossibile credere che i marziani siano COMUNQUE presenti nella vita di tutti i giorni.”

      ….OVVIAMENTE!

      1. Non mi sembra arguta. Era solo per dire come si aprono due strade completamente, se non divergenti,
        ma almeno segnate in maniera diversa. e quindi, alla fine, forse, anche, persone che non si possono capire tra loro.
        Come posso io capire quelli che credono. Forse invece, magari più facile che sia uno che crede che riesca a capire un altro che non crede (ma non tutti non credono, penso, allo stesso modo) essendoci, lui, mettiamo, digià passato dallo stato della non-credenza. Impossibile invece il contrario.
        Sei te Joe Turner (e Paolo Pugni)che vedete dappertutto frasi presuntuose maliziose o boriose o velenose o che so io.

  19. 61Angeloextralarge

    A proposito della metà della mela, questo è un link che mi ha inviato un ragazzo tempo fa, molto convinto che da qualche parte del mondo ci sia la sua metà:

  20. Caro Filippo, ti ringrazio per questo bel post. Concordo con ciò che dici: ” Essi non sono due metà di un tutto, non possono essere dichiarati complementari in questo senso; ognuno è interamente uomo ma secondo due modalità irriducibili: maschile e femminile. Del resto, a ben vedere e volendo essere onesti fino in fondo, dire: “Lui/lei è la mia dolce metà” non significa pronunciare una delle più grandi affermazioni egocentriche della storia, in cui l’altro è pensato e concepito come un prolungamento narcisistico di se stessi? ”
    Spesso l’altra persona viene usata- concedimi il termine- come balsamo per curare le proprie ferite, quelle che non siamo riusciti a curare da soli. Legge di natura poi vuole che incontriamo un’altra persona con una ferita grande quanto la nostra e il legame diventa una dipendenza emotiva e affettiva che non lascia più spazio alla personale evoluzione interiore, la spontaneità viene controllata e senza spontaneità ogni cosa muore. Ognuno di noi è qui per essere quello che è… E in seguito a questa consapevolezza e riconoscimento, puo’ offrirsi agli altri non mutilato ma completo 🙂

  21. Mi piace il post, anche se credo che una coppia debba vivere l’unità e cercarla, proprio per rendere testimonianza a Dio della loro scelta. Più che due metà, vedo la coppia come due parti di una scelta che unisce. Piuttosto mi rattristo quando leggo nell’espressione “Ti amo”, e non solo detta dagli altri ma anche da me, una subdola espressione egoistica che si tradurrebbe meglio nel “Mi amo”. E da qui spesso nascono i fraintendimenti. Donarsi infatti è un’altra cosa.
    Stefano

  22. Io non penso che due persone decidano di vivere insieme perché si sentono due metà da unire.
    L’unica ragione che posso immaginare è che sia per amore e cioè che due siano innamorati e che
    sia per loro inimagginabile di non vivere insieme.Poi potrà anche darsi che l’amore passi e che subentrino altre ragioni forse anche più mature e più profonde, questo è stato anche detto nel blog. Ma due non si innamorano perché si sentono due metà complementari , ma perché si innamorano e basta!!!
    Importantissimo è non andare MAI a corsi prematrimoniali!!!

          1. ti preoccuperai ancora di più se ti dico che anch’io “sono allergico in generale alle istituzioni, ai gruppi, alle associazioni, a tutto cià che implica un senso di appartenenza che non sia semplicemente la chiesa cattolica”

            1. Marco

              I “corsi” premamatrimoniali, sono stupendi.
              E ogni tanto andrebbero riseguiti anche postmatrimoniali.
              Non si tratta di andare a scuola ad imparare qualcosa, ma di andare a nutrirsi dell’Amore di Dio che Lui ha voluto passasse attraverso la “stoltezza della Predicazione”.

                1. Io per fortuna ho fatto solo 4 incontri rispetto ai circa 30 previsti: abbiamo deciso di sposarci e in tre mesi abbiamo fatto tutto. Ma uscivo dall’incontro tutte le volte più nervosa per le sciocchezze che dovevo ascoltare. Il parroco però ci ha fatto il terzo grado prima di lasciarci il nulla osta, visto che non avevamo partecipato a tutto il corso!

    1. Filippo Maria

      Ecco, questo è un film che andrebbe assolutamente fatto vedere ai corsi pre-matrimoniali! Per quanto grottesche e caricaturali le storie che si intrecciano in questo film sono di un realismo impietoso!

      E poi c’è pure il frate che non se la finisce più con la predica… troppo forte! 😀

  23. Francesca Miriano

    @don Fabio h 11:26. Bello! E’ la prima volta che sento un prete esprimersi così sul sacrificio richiestogli da contratto. Mi hai aperto uno squarcio e mi hai fatto capire diverse cose perchè quanto scrivi è molto ‘terreno’. Non credo però che questa limpidezza sia dote così diffusa tra i religiosi, o almeno tra quelli che ho avuto la ventura di conoscere e che hanno contribuito non poco al mio allontanamento dapprima dalla religione e poi dalla ‘credenza’.
    Nonostante il rispetto che ti devo non posso fare a meno di augurarti che qualcosa cambi anche nelle regole del sacerdozio.

    1. Cara Francesca, io invece spero proprio di no. Non è dottrina immutabile, perché è una disciplina ecclesiastice e non appartiene al deposito della fede, e tuttavia mi sembra che sia quantomai opportuna. Specialmente in un tempo come il nostro.
      Pensaci un attimo, non è bello che in un mondo prostrato ai piedi di Priapo ci siano degli uomini che hanno scelto di realizzarsi come maschi voltando le spalle a questo idolo? Concedo pure che qualche volta qualcuno non sia fedele, e con questo? Siamo povera gente e non sempre siamo all’altezza dei nostri ideali e non per questo però l’ideale smette di essere vero, non per questo dobbiamo smettere di farcene attirare come una falena da un fuoco.
      Che poi quel fuoco ti brucia eh? Fa male, ma come le falene moriamo felici in questo fuoco…

  24. che liberazione sentire queste parole!
    Ho venticinque anni, e tutte noi coetanee siamo ossessionate dall’idea di scandagliare un ragazzo come un fondale marino per trovare uguaglianze-affinità-mancanze-eccedenze del nostro carattere.
    E il mondo non ci aiuta: chi si somiglia si piglia.
    No, aspetta, gli opposti si attraggono.
    Anzi, tu mi completi.
    Meglio, ci trasformiamo e diventiamo una cosa sola. No, scherzavo, facciamo uno più uno che farà tre.
    Sembra un trattato di trigonometria.
    Insomma, che qualcuno mi dica che ho il diritto di non sposare quello che più mi assomiglia secondo un metodo di valutazione vettoriale e che non devo portare in giro per il mondo il mio mezzo cuore (e il mio mezzo fegato, il mio mezzo pancreas, il mio mezzo sistema nervoso centrale…)alla ricerca di qualcosa perché non sono una persona “intera”, mi rende davvero sollevata.

  25. Marco

    Senza giudicare nessuno e sena entrare nei singoli fati specifici che ignoro, ma i corsi prematrimoniali dovrebbero servire a far comprendere la serita’ del Sacramento che si vuole ricevere per chi forse non ha chiaro cosa sta per chiedere.
    Servono a far capire quanto il Signore li ami.
    Per chi lo sa sono un aiuto ed un sostegno ulteriore. e ben vengano anche 30000 incontri.
    Non sono una mera formalita’ da espletare cosi’ tanto per potre dire l’ho fatto.
    Se non si riceve l’Amore che solo Cristo puo’ dare, cosa possiamo dare al coniuge?
    Ognuno da quel che ha; se ricevi l’Amore di Cristo lo puoi donare a tua volta, altrimenti dai quel che hai che in genere sono richieste d’amore (cioe’ non dai ma chiedi sempre).
    Il segreto non e’ l’Amore, ma e’ l’Amare e l’Amare fino a dare la propria vita per l’altro.
    Il matrimonio non si fa in due ma in tre dove il terzo e’ Cristo.
    Una base a tre e’ di sostegno una base a due cade.

  26. mi presento: sono piccola (ancora negli enta!!!), non credo, sono separata di fatto, sono una stronza.
    No, dico, giusto per sapere da subito che io non dovrei pensarla come te (posso darti del tu? Da bambina andavo a messa dai frati e gli davo sempre del tu e così mi è rimasta l’abitudine, non è mancanza di rispetto, è una forma affettiva).
    Da persona di cultura avrai di certo notato il condizionale, non dovrei pensarla come te e invece condivido molte cose, ma siccome non son molto brava a rispondere da qui scriverò un nuovo post, col mio pensiero.

    La cultura greca, ci ha lascito l’idea che l’altro ci debba completare. Non mi riferisco solo al celeberrimo racconto della mela di Platone, ma anche alla mitologia che insegna che Zeus tagliò a metà gli esseri umani e girò loro la testa verso l’interno in modo che guardandosi l’ombelico ricordassero la lezione e non si permettessero più di sfidare la sua ira pena un’ulteriore smezzatura! L’idea collocata nell’epoca in cui fu concepita è una buona idea, perché suggerisce l’importanza di trovare un partner adeguato alle nostre esigenze, ma non è un’idea buona in assoluto perché in realtà nessuno mi può completare come persona in senso letterale.
    Io devo sforzarmi di crescere e diventare una persona completa e per farlo mi è necessario incontrarmi con molte persone, condividere i pensieri, difendere le mie idee o cambiarle, vivere esperienze e maturare.
    Questo processo durerà per tutta la vita e nonostante questo morirò quando non avrò ancora finito di formarmi, è il destino degli esseri umani, e se c’è un Dio spero che mi dia l’opportunità di continuare anche da dopo morta.
    Ora è ovvio che a questo punto non si può considerare Dio colui che completa la mia persona. Io, le manoche, i preti i frati, i single, ecc… siamo tutti persone complete.

    E allora perché sposarsi? Non lo so, probabilmente perché quando si ama si ha voglia di camminare fianco a fianco con l’amato/a per tuttala vita, io da questo punto di vista sono un fallimento, mi sono sposata per inerzia e non c’è nulla di peggio, era ovvio che non funzionasse, era ovvio che servisse qualcosa di più… ma evidentemente non era così ovvio per me… beh, dicono che dagli errori si impara, io sono fiduciosa! 🙂

    1. Filippo Maria

      Ciao Tartarugola! Dalla presentazione che hai fatto di te stessa vedo che siamo abbastanza simili; a parte il fatto che io sono maschio e credente (in realtà non lo si è mai abbastanza… credenti, intendo dire), sono negli enta anche io (anche se i prossimi mondiali di calcio li vedrò appena entrato nel gota dei quarantenni!) e… per quanto riguarda il tuo ultimo aggettivo… beh, lo sono anche io, di famiglia; chiedi a quelli che mi conoscono e non smentiranno… 🙂 ). Beh, non sono neanche separato di fatto, in effetti… ma non per merito mio ma di Qualcuno che mi tiene stretto a sé! Faccio difficoltà a pensarmi come una “persona di cultura” (nel comodino accanto al mio letto ci sono i giornalini di Topolino che mi passa un ottenne ai quali già cominciano ad andare stretti… 🙂 . Non capisco quindi perché tu debba darmi del lei!!!

      Del mito dell’androginismo ellenico ho solo qualche vago ricordo dagli studi del liceo, ma la domanda che tu poni mi sembra più che sensata: “Siamo tutti persone complete. E allora perché sposarsi?”. O consacrarsi, aggiungerei io?
      Vado per le corte (e forse ti sembrerà che la frase l’abbia letta sui baci perugina): noi siamo stati pensati e creati non per essere persone complete ma più propriamente per essere persone che amano, fatti strutturalmente per amare! Decisamente per amare! Suggerivo nel post di rileggere i testi del vangelo che parlano del comandamento che Gesù definisce essere il “suo”: ci viene comandato (non suggerito) di amare nella stessa modalità con cui Lui ama noi. Quella modalità è la croce! La croce non tanto come simbolo di sofferenza ma come emblema di donazione gratuita e incondizionata! Un fallimento, umanamente parlando; ma, divinamente pensando, una piena realizzazione! Ecco, io vedo il matrimonio (sacramento) e la consacrazione religiosa solo all’interno di questo sfondo senza il quale il resto sarebbe solo aria fritta. Mi dirai che, per te che non credi, la mia è solo aria fritta… tuttavia anche senza la fede il discorso di una donazione scandalosa fino all’estremo mi pare quanto mai intrigante, umanamente parlando!
      Mi fermo qui, Tartarugola… sto già partendo con la predica, te ne sei accorta? Sarà deformazione professionale…
      Da ultimo mi permetto di consigliarti, qualora tu non lo avessi già fatto, di leggere il libro di Costanza… lì ci sono tante risposte date con umiltà e sapienza… da parte mia una preghiera, di cuore!

  27. Il libro non l’ho letto, ma me lo appunto così rimedierò.
    Tornando al dialogo che abbiamo iniziato: forse sarà vero, forse è davvero una frase da baci perugina, ma questo non rende il concetto meno vero. Almeno io sento che è così, ma tutto sommato non è possibile amare e far dono di sé anche senza il matrimonio? Chi crede ha il valore aggiunto del sacramento, ma per chi come me non crede?
    Non che io avverta qualcosa di sbagliato nell’idea di sposarsi, anzi, mi appare naturale, ma non potrebbe essere una semplice abitudine sociale entrata dentro di me? Diffice rispodnersi, io so di tante coppie che convivono e si amano, il loro amore ai miei occhi non vale meno di quello di chi credendo si è sposato in Chiesa (maiuscola perché non indico l’edificio ma la comunità che è assai più importante).
    A che pro dunque il matrimonio per chi è ateo? (a restare single si hanno persino sgravi fiscali!) Non lo so, quel che so è che sento che è una cosa giusta.

    Riguardo alla mia conoscenza dei miti non è dovuta a profondi studi, ma al fatto che il pomeriggio non dormivo così mi son potuta godere De Crescenzo che spiegava i miti greci in TV… oltre ai documentari di Quark ovviamente, cosa che mi ha fornito conoscenze da liceo prima ancora di terminare le elementari, ma per i bambini le storie son sempre storie, a prescindere dal fatto che gli adulti le chiamino miti, documentari, o con altri strani nomi che piacciono a loro 😉

    Buona giornata e grazie per la pazienza

  28. Paola

    Ogni volta che fra Filippo parla (o scrive)ringrazio Dio Padre per la Chiesa (sia essa edificio, comunità, gerarchia) e per tutti coloro che la compongono (quindi anche per me? presuntuosa!!) e per lo Spirito che continuamente ed inesorabilmente ci riempie. Grazie!!!!

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