La vera accoglienza delle persone omosessuali non è incoraggiarle a vivere relazioni intrinsecamente disordinate (così le chiama il Catechismo), che quindi fanno il loro male, il che vuol dire soffrire e vivere male (altro che allegria delle parate); la vera accoglienza è affermare con chiarezza che l’attrazione verso lo stesso sesso può essere vissuta secondo il Battesimo, può essere anche una via per la santità, una via fatta di castità, preghiera e dedizione, fraternità, supporto reciproco e testimonianza di vita cristiana.
DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO “ONE HUMANITY, ONE PLANET”
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Sala Clementina
Sabato, 31 gennaio
Cari fratelli e sorelle!
Sono molto contento di incontrare giovani come voi, provenienti da ogni parte del mondo, uniti nell’impegno politico alla ricerca del bene comune. Le diverse nazioni, culture e religioni cui appartenete non sono per voi motivo di rivalità, ma di collaborazione e di crescita secondo uno stile sinodale. Questo metodo di ascolto e discernimento non è indifferente rispetto ai temi che trattate, ma funziona come una lente, attraverso la quale osservare il mondo. In quanto forma della comunione che ci lega, la sinodalità rende attenti allo sguardo di chi abbiamo accanto, e non solo a ciò che osserviamo, esercitandoci nel comporre visioni d’insieme che rispettano la complessità senza cadere in confusione e cercano la verità senza temere il confronto.
Bene, almeno ancora per un po’ non si insegnerà educazione sessuale nelle scuole. Ottimo risultato. Noi cattolici siamo contrari perché noi siamo quelli veramente liberi, quelli che non vogliono indottrinare, quelli che non vogliono che i loro figli siano indottrinati. Noi cattolici pensiamo che a scuola si debba imparare a usare il cervello, si debba faticare per conoscere il sapere conquistato da altri per impadronirsene, affinché con gli strumenti acquisiti a scuola ci si possano fare delle idee proprie, e ci si possa difendere dall’indottrinamento. La scuola non deve imporre contenuti, ma sviluppare un pensiero critico, e a questo fine è sicuramente molto più utile rompersi la testa su un problema di matematica, sulla fisica, affrontare la sfida quasi estrema di tradurre Aristotele senza copiare dal traduttore, che sorbirsi le lezioncine sulla fragilità della drag queen. E invece la scuola sta abbassando sempre più l’asticella, sempre meno fatica, sempre maggiore comprensione per chi non studia, sempre più lezioncine di morale già confezionata e masticata da altri (ovviamente solo una, quella del pensiero unico, ignorante, approssimativo e ovviamente chiuso a qualsiasi prospettiva ultraterrena).
Oggi è il giorno in cui faccio pace con Roma, il giorno in cui quasi amo le reti arancioni che circondano buche per anni, il traffico, lo sporco, la confusione, le strisce di plastica che impediscono il parcheggio perché arriva l’ambasciatore del Tuvalu e che spuntano come funghi appena ti giri, le ore necessarie a fare qualsiasi cosa, la disorganizzazione e, ogni tanto, quell’euforia incredula quando trovi un posto sulle strisce bianche proprio davanti a dove devi andare, e ti guardi intorno con fare circospetto, in attesa dell’asteroide che decreterà la fine della vita sulla terra, perché non c’è altra spiegazione a un evento tanto eccezionale. Oggi però festeggiamo i santi patroni della città, i santi Pietro e Paolo, e allora mi ricordo del privilegio che abbiamo noi che possiamo andare a trovarli senza dover fare ore di viaggio.
“La mia preghiera preferita? C’è una preghiera nella messa che il sacerdote non dice ad alta voce.
“Che io non mi separi mai da te”. Questa è la preghiera che mi ripeto durante la giornata. Un giorno senza eucaristia sarebbe difficile, molto difficile”.
Ascolto l’intervista che la mia collega di Rai Vaticano ha fatto all’allora Card. Prevost e il mio cuore sussulta.
Mi sento a casa. A dare la vita per mia madre, la Chiesa, c’è un padre che vuole solo sparire, perché si manifesti sempre di più Cristo, come ha detto nella sua prima omelia da Leone XIV. Questa è l’essenza del cristianesimo, essere immagine di un Altro. L’opposto di ciò che chiede per sé l’uomo contemporaneo: essere sé stesso, determinarsi in tutto (compresa l’identità). È precisamente questo che prende assolutamente inconciliabile il cristianesimo con l’epoca moderna, nonostante tutti i tentativi.
Alle ore 11.00 di questa mattina, nella Cappella Sistina, il Santo Padre Leone XIV presiede da Pontefice la sua prima Celebrazione Eucaristica con i Cardinali elettori. Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa pronuncia dopo la proclamazione del Vangelo.
«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). Con queste parole Pietro, interrogato dal Maestro, assieme agli altri discepoli, circa la sua fede in Lui, esprime in sintesi il patrimonio che da duemila anni la Chiesa, attraverso la successione apostolica, custodisce, approfondisce e trasmette.
Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè l’unico Salvatore e il rivelatore del volto del Padre.
In Lui Dio, per rendersi vicino e accessibile agli uomini, si è rivelato a noi negli occhi fiduciosi di un bambino, nella mente vivace di un giovane, nei lineamenti maturi di un uomo (cfr CONC. VAT. II, Cost. Past. Gaudium et spes, 22), fino ad apparire ai suoi, dopo la risurrezione, con il suo corpo glorioso. Ci ha mostrato così un modello di umanità santa che tutti possiamo imitare, insieme alla
promessa di un destino eterno che invece supera ogni nostro limite e capacità.
IL DISCORSO INTEGRALE DI PAPA LEONE XIV ALLA LOGGIA DELLA BASILICA DI SAN PIETRO DOPO L’ELEZIONE
La Pace sia con tutti voi.
Fratelli, sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il buon pastore che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel nostro cuore, le vostre famiglie, a tutte le persone, ovunque siano, a tutti i popoli, a tutta la terra. La pace sia con voi. Questa è la pace di Cristo risorto. Una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio. Dio che ci ama tutti incondizionatamente.
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