L’attesa di qualcosa che riempia il cuore

di Costanza Miriano

Di solito a casa quando qualcuno guarda la tv le sfreccio come una meteora, facendo altro. Oppure mi fermo qualche secondo, do il mio parere (non richiesto), faccio una veloce critica, predìco un finale (lo sbaglio sempre), e poi ricomincio a fare quello che stavo facendo. Qualche sera fa, però, i pochi secondi si sono allungati. Sono diventati un minuto, poi due, da in piedi mi sono messa seduta sul bracciolo del divano. I minuti sono diventati dieci e il bracciolo è diventato cuscino. Alla fine ho deposto il cesto dei panni, e mi sono lasciata risucchiare. Mio marito stava guardando la serie sugli 883, Hanno ucciso l’uomo ragno. Non mi capita mai di rimanere avvinta da qualcosa, di solito mi interessa più fare una telefonata, leggere qualcosa, sbrigare un arretrato oppure, più spesso, vince l’Adalgisa, la cattivissima allenatrice immaginaria che abita dentro la mia testa e che mi spedisce a correre anche alle 11 di sera, se non l’ho fatto prima.

Mi sono chiesta perché io stia persino aspettando la prossima puntata. Non sono mai neanche stata una fan degli 883, eppure sullo schermo li trovo irresistibili. È troppo simpatica la loro storia, la parabola che parte dal banco di un liceo di provincia, quando uno è accompagnato dalla mamma a tutti gli allenamenti, e l’altro, bocciato, per punizione in estate deve aiutare il padre fioraio e portare le corone ai funerali per tutto agosto. Eppure inseguono un sogno, e fa quasi tenerezza la tenacia con cui lo fanno, la cassetta coi soldi dei compleanni svuotata per comprare le tastiere, ma solo dopo un’estate di lavoro, le strimpellate sulla chitarra, le porte chiuse in faccia, il viaggio a RadioDeejay col furgoncino dei fiori, il nastro col demo col titolo a pennarello, il poco spazio rimanente per scrivere il nome del gruppo, la scoperta che il letto su cui stavano dormendo è di un loro mito. Un’avventura che ha il sapore degli inizi, dell’attesa, e credo che sia anche questo il segreto del successo di questa serie (bene scritta, ben girata).

Lascia stare che poi il loro sogno non mi dice nulla, non mi corrisponde. Lascia stare che è parecchio discutibile l’idea che “diventare famosi” o andare in tv sia considerato il traguardo massimo. È l’attesa che ispira simpatia, cioè che ci fa – come dice l’etimo – “sentire con” loro. L’attesa di qualcosa che riempia il cuore, qualcosa di non commisurato al proprio punto di partenza. Che poi il successo non potrà mai riempirlo, questo cuore sconfinato che tutti abbiamo, lo sappiamo. Ma l’attesa, è quella che ci accomuna.

Mi aveva colpito una volta in una meditazione di don Vincent Nagle proprio questo; diceva che lui amava fotografare gli sguardi, quando questi rivelavano un’attesa. Gli sguardi di quelli che dirigevano gli occhi verso quello che pensavano avrebbe potuto riempirle la mancanza. E spesso questi sguardi li hanno i bambini. Un’amica mi ha fatto vedere di recente il video di una bambina che spegne la candeline per il suo terzo compleanno, la figlia di una sua amica. La gratitudine con cui allarga le braccia e fa le giravolte dicendo “grazie, grazie a tutti, grazieeeeee, è il mio compleannooo” è qualcosa che mi ha lasciata un sorriso stampato in faccia per giorni. Ed è l’atteggiamento che mi sembra più di tutti mancare intorno a noi. Non so dire sinceramente se manchi in modo particolare, in questo momento storico, perché a me è dato di vivere solo questo, di tempo. Forse, a occhio, direi di sì.

Credo che sia un tempo in cui a mancare sia soprattutto l’attesa e la gratitudine per la bellezza che ci è dato di vivere, credo che sia il demone più insidioso, tra quelli che giorno e notte ci svolazzano attorno per perdere le anime. Cioè, per carità, ci sono tutti, ma forse altri hanno già vinto. Ed è anche per questo che in molti sembra rimanere solo la tristezza.

Quello sguardo di attesa, invece, mi sembra di vederlo in coloro che cercano l’incontro con Cristo. Spero di vederne tante paia, di occhi in attesa, pronti a ricevere, il 9 novembre. I miei sono sgranati, per non perdermi nulla.

 

11 pensieri su “L’attesa di qualcosa che riempia il cuore

  1. Forum Coscienza Maschile

    Costanza è tra le pochissime a creare aggregazione fuori dal virtuale, una necessità vitale per la sopravvivenza della fede cattolica in Italia. Sarebbe importante che ci fossero comunità vive che non si limitassero ad andare a Messa senza mai parlare col vicino di banco, ma si creassero legami (come aviene ad esempio tra i cattolici d’Oriente) nella vita quotidiana

    1. Stefano

      Costanza fa un gran bel lavoro (che cerco tra varie difficoltà di seguire), però devo dire che attorno a me vedo molte comunità che oltre alla Messa condividono la vita. Io stesso (grazie ha Dio) ho un gruppo di amici, o meglio una fraternità, che mi permette di stare diritto davanti ai problemi della vita. Speriamo di vederci a Roma.

      1. admin @CostanzaMBlog

        Per fortuna ce ne sono tantissime di comunità! La Chiesa è molto più viva e ricca di quello che dicono le statistiche!

  2. Bruna Lionetti

    Grazie Costanza di questa riflessione. La condivido. Inoltre, a parte la mancanza dell’ attesa, proprio ieri pensavo peró a quanto poco ci fermiamo sul considerare ció che di bello c’ è nella nostra vita! Diamo tutto per scontato! Forse, prima ancora di attendere, ci manca il saper riconoscere giá ora il Vivente in noi e intorno a noi per gioirne, e ringraziando, goderne! Oggi come domani. La bimba insegna come entrare nella Vita piena, adesso, dove siamo e con chi siamo. In attesa di vedere ed essere il tutto nella sua piena veritá, finalmente Uno con l’ Uno. Per sempre! Questo attendo nel profondo, mentre mi preparo all’ incontro del 9, con voi! E con tutti i santi che oggi ricordiamo. Saluti Brunella

  3. Nat

    La tristezza è il desiderio di un bene assente.
    Così la definiva San Tommaso, ma gli sguardi tristi che vediamo spesso intorno a noi più che tristezza a volte sembrano manifestare disperazione, cioè mancanza di speranza, perché non si crede più che ci sia un Bene che possa corrispondere al nostro desiderio.
    Per questo Don Giussani un giorno se ne uscì con una espressione molto particolare: Se non fossimo tristi, saremmo disperati.

    1. Forum Coscienza Maschile

      Mi pare una tristezza fondata e per più di un motivo… Ma si può essere tristi riguardo a questo mondo e lieti nella fede, la vita dello spirito è su un piano differente e forse il vero disperato è l’allegrone.
      Del resto non si vedono facce disperate, solo un’umanità “serenamente” atea. Il materialismo abbrutisce

  4. Alessandro

    Cara Costanza, ti dico anche io il mio parere (non richiesto, ovviamente). Io ho sempre creduto che l’anima, creata a immagine e somiglianza di Dio, sia infinita. L’errore che si commette da quando siamo piccoli in poi, è che quest’anima la mettiamo “in attesa” di qualcosa che si trova nel mondo. Ma le cose del mondo sono finite, limitate, non potranno mai colmare la sete d’infinito che ha la nostra anima. Io sono cristiano (certo che lo sono, se sono qui), ma non lo sono sempre stato. Da adolescente mi sembrava che il Giappone fosse l’isola che non c’è, e mi innamorai di tutta la loro produzione artistica letteraria, che sapeva di mare e di cielo azzurro. E fu così che conobbi uno scrittore, Yukio Mishima, che si suicidò per harakiri nel 1970. E così l’attesa divenne attesa di fare anche io, un giorno, harakiri. Addirittura comprai un pugnale con una lama di ventuno centimetri. Poi è accaduto che ho conosciuto l’amore della Vergine, e mi sono convertito. Ma mi è rimasta l'”attesa”. Ora che ho quarant’anni, e dodici anni mi separano dal me di una volta e dai suoi folli progetti, sono tuttora convinto che l’attesa, per tutti noi, sia l’attesa della morte. Cerchiamo di darle altri nomi, perché la nostra anima è prigioniera della carne, e sogna il giorno in cui i legami del corpo si scioglieranno e volerà libera. La morte, quando la vedremo faccia a faccia, non sarà uno scheletro con falce e mantello nero, ma avrà il sorriso radioso di una ragazza di diciott’anni, con una tunica bianca, una fascia rosa ed un mantello azzurro come il cielo. La vita terrena non è che un’imitazione, anche mal riuscita: “Il primo amore dell’uomo è il cielo. La terra è solo una sostituta”. Mi pare che l’abbia detto Chesterton. Buona giornata, carissima Costanza! Un tuo ammiratore.

    1. Alessandro, credo (e spero) che il primo che vedremo al nostro definitivo chiudere gli occhi su questo mondo sarà Cristo Nostro Signore, il nostro Salvatore, il nostro Sposo, il nostro Amato, Colui che per primo ci ama incondizionatamente, ma anche Colui al quale dovremo rendere conto durante il nostro “giudizio particolare” come la Chiesa insegna.

      Questo senza nulla togliere a Maria nostra Madre, Nostro aiuto, a cui anche io devo tanto nel mio cammino di conversione.

      Il vivere qui e adesso, su questa terra, non è tanto male se si pensa che è il luogo in cui prepararci all’incontro con Lui, dove compiere quelle opere di bene che Dio ha preparato perché le compissimo, il luogo in cui a Dio piacendo, possiamo far conoscere Cristo a chi brancola nelle tenebre, in una attesa operosa vissuta nella lode.

      Certo non è il Paradiso ma è il luogo in cui Cristo si è manifestato, si è fatto uomo e si fa nostro compagno e maestro, vita nostra, come ci ricordano i Santi che oggi onoriamo.

  5. tullia

    Chiedo scusa in anticipo perchè nn so usare bene il computer. Vorrei chiedere di cambiare il mio indirizzo mail con: ****** Ho problemi con Alice e nn c’è nessuno che mi aiuta. Ho 73 anni, e seguo sempre gli articoli.

    1. admin @CostanzaMBlog

      Noi non possiamo modificare l’iscrizione, provi semplicemente a fare una nuova iscrizione con la mail che desidera.

  6. Michela Zucchini

    Ciao Costanza,
    Grazie di questo tuo commento!…e’ proprio una “sorellanza “ che ci unisce in wi-fi…
    Mi spiego, anche io sono stata davvero colpita da questa serie Tv e notare che non ho mai guardato serie tv.
    Ma ho scoperto che davvero la realtà di una storia vera, anche se sicuramente romanzata, è ciò che più mi attrae perché mi fa vedere come Lui opera.
    Mi fa vedere come ognuno di noi dentro la suora storia ha un cammino da fare e mi ha particolarmente affascinato il personaggio di Mauro che, pur sembrando il perdente, é il vero motore di tutto quello che porterà loro a vivere il sogno.
    “L’io rinasce in un incontro” diceva Giussani e questa loro storia lo fa vedere molto bene!
    Un abbraccio

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