#Ondegravitazionali… e a noi?

di autori vari

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di Francesca Nardini    

In questi giorni si è sentito molto parlare di onde gravitazionali, ma solo pochi si sono avventurati a pubblicare inofmrazioni tecniche dettagliate sull’argomento. Tra questi pochi, spicca il pezzo di Serena Pizzi (Il Giornale) cioè l’intervista al prof. Giovanni Prodi, nella quale troviamo una spiegazione semplificata e abbastanza fruibile del fenomeno. Un altro valido supporto per chi mastica un po’ di inglese è un video abbastanza popolare su Youtube: in sintesi, lo spazio-tempo viene paragonato ad un materasso morbido ed i corpi celesti a palline che vi affondano deformandolo. I punti del materasso che si deformano condizionano il movimento di altri corpi e si hanno così le orbite ad esempio dei pianeti. Continuando nel paragone molto efficace, il video spiega come qualunque corpo dotato di massa influenzi la quantità e qualità di queste deformazioni (“increspature” nel linguaggio usato dagli addetti ai lavori, che non siamo noi).Dov’è la notizia? La notizia sta nel fatto che tutto ciò, il materasso, le palline, le deformazioni era soltanto un modello immaginato da Einstein 100 anni fa e finora non supportato da prove sperimentali. Anzi, la notizia è che chi ha tirato banane in questo lungo secolo contro coloro che ci credevano, che spendevano la loro vita per dimostrarne la validità tenendo conferenze in tutto il mondo, ora dovrà di corsa trovarsi un posticino isolato per andare a nascondersi e riflettere un po’, dal momento che la teoria è stata ufficialmente dimostrata.

Ci piace molto che l’Italia sia citata tra quelli bravi, che lo sapevano e che ci stavano lavorando sodo, anche se un po’ fa ridere dato che sino al 13 febbraio scorso nessuno si curava dei nostri ricercatori di Cascina (Pisa) e del Virgo. In ogni caso, va bene così purchè Renzi non attribuisca al proprio esecutivo, come fa di solito, il merito della scoperta.

Ora, le conseguenze derivanti da questi titoli cubitali per la nostra grama vita di terrestri, preoccupati di arrivare a fine mese, sono essenzialmente tre. Una è quasi insignificante, una è piuttosto negativa ma una è decisamente positiva. Partirei rispettando proprio questo ordine, per sfruttare l’effetto benefico del “dulcis in fundo”, altrimenti perchè leggere questo post?

Primo: i buchi neri esistono veramente e, forse, tra 100 anni ma non garantisco, vedremo il filmino del Big Bang, cioè il filmino di quando eravamo piccoli (a livello di masse). Okay, lasceremo un post-it ai nostri pronipoti.

Secondo: toccherà comprare nuovi libri di fisica ai nostri figli, cioè per il 2017 nessuna speranza di cavarsela con quelli di seconda mano, in quanto dal 13 febbraio scorso la mela di Newton cade dall’albero per motivi completamente diversi dalla conosciutissima forza di gravità – e qui rimando per intero al pezzo della Pizzi.

Terzo: fermiamoci un attimo e facciamo mente locale. Ci è stato appena comunicato che un uomo con carta e matita aveva intuito come funziona lo spazio-tempo già 100 anni fa. Poi ci sono voluti giorni, mesi, anni di lavoro per averne l’evidenza sperimentale e sigillare la sua visione. Ma questo cosa significa se non che ha vinto una “visione del mondo” prima ancora dell’osservazione sperimentale? Avete presente i tiratori di banane di prima? Bene, insieme a loro, a meditare dovranno andarci anche un sacco di predicatori odierni che parlano di scienza come di sperimentazione, che antepongono l’ ”osservazione” alla “visione” e che si riempiono la bocca di paroloni come “metodo sperimentale” o “metodo galileiano” senza sapere di che parlano. Einstein, dal lontano 1916, ci sta urlando che non esiste scienza senza un modello, che non basta osservare se non si sa cosa cercare. E per avere un modello, una “visione del mondo”, il mondo bisogna immaginarselo, bisogna fantasticarci un po’ su e immedesimarsi in chi lo ha fatto (che sia Dio, che sia qualcun altro, che sia Nessuno). Aveva detto, Einstein, che Dio non gioca a dadi, ma perchè? Perchè gli dava fastidio la casualità in sé per sé? Sarebbe curioso in bocca ad uno scienziato, dato che il caso fa parte della realtà. Io penso che gli desse fastidio quello che dà fastidio anche a noi oggi: l’idea di stare a perdere tempo con qualcosa senza senso, con una vita senza senso, con obiettivi mediocri. Lui credeva nel fatto che il mondo fosse necessariamente eccitante, che dovesse essere bello, che solo la bellezza potesse essere il motore dell’esistenza.

I soggetti che Giorgio Israel chiamava qualche anno fa “nemici della scienza” in un bellissimo libro (Ed Lindau) sarebbero proprio i difensori selvaggi dell’empirico, per cui “ciò che conta è ciò che vedo” ma senza precisare che ciò che vedo va sfidato con ciò che cerco, ovvero con ciò che io penso esista. Il dibattito si spacca sempre su questo nodo fondamentale: ci inculcano a scuola che la natura sia un libro pieno di informazioni da leggere con gli strumenti giusti, per cui un lettore vale l’altro. E dimenticano di raccontarci che prima del libro c’è proprio il lettore, c’è un’aspettativa simile a quando compri un romanzo o vai al cinema che condiziona quello che troverai. Uno scienziato non vale l’altro per lo stesso motivo per cui I Promessi Sposi non piace a tutti.

Insomma, che lezione di stile, Albert! Oggi mentre stiro, mentre guido o faccio una riunione, penso a quel taccuino pieno di fantasia che portavi con te e un po’ mi salva. Mi ricorda che c’è una bellezza da cercare e stranamente mi basta.

@Fam_Rondinelli

16 commenti to “#Ondegravitazionali… e a noi?”

  1. E il link al video su YouTube,? Grazie

  2. Hmm… purtroppo Einstein viene sempre abusato in qualche modo, specialmente in ambito cattolico.

    La gran parte dell’articolo è condivisibile, ma ad esempio è il caso di affrontare tutte le conseguenze di quel “Dio non gioca a dadi”: nella visione essenzialmente spinoziana di Einstein – ovvero panteista, ovvero di fatto atea, anche se lui accusava gli atei “puri” di avere una posizione assurda – trovava spazio solo il determinismo puro: il che vuol dire, per esempio, nessuna libertà per l’uomo. E infatti su quella frase, detta in rigetto della meccanica quantistica, aveva torto.

    Interessante il discorso su “visione” che precede “l’osservazione”… ma va ricordato che Einstein è uno dei pionieri, nella sua visione spinoziana, dell’elezione della scienza a religione, con conseguente accantonamento della metafisica. In poche parole, è proprio uno dei padri putativi di quei “nemici della scienza” citati dal compianto Israel. E il fatto che credesse in una bellezza intrinseca del mondo non vuol dire molto: ci credono in molti, compreso gli atei. Feynman scrisse qualche ficcante aforisma sul tema, eppure si professava apertamente ateo.

    Qualche giorno fa è uscito un ottimo articolo di Paolo Pasqualucci sulla critica di Einstein in prospettiva cattolica:

    http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2016/03/p-pasqualucci-il-perdurante-equivoco.html

    • Grazie per l’intervento, sicuramente più consistente del mio almeno storicamente rispetto alla figura di Einstein. Ovviamente non era mia intenzione fare un ritratto dello scienziato (che meriterebbe una conoscenza da parte mia più approfondita, senz’altro) ma di avvicinarlo, se questo può essere possibile, al nostro immaginario di comuni mortali. Mi piace l’idea, e tutt’ora sono convinta della sua veridicità, che quest’uomo come molti suoi colleghi abbia sfidato col suo improbabile taccuino ciò che sembrava noto per scommettere su qualcosa di rischioso e accattivante.

      Grazie anche per l’articolo di Pasqualucci, necessario e chiarificatore . Mi permetto timidamente di contestarne solo un punto: “[Einstein non] riconosceva la validità di un’etica basata sulla Rivelazione: e difatti fu un incorreggibile cacciatore di gonnelle – come si diceva una volta – nonostante si fosse sposato due volte.” Mi sembra un po’ obsoleta l’idea per la quale la caccia alle gonnelle non vada a braccetto con la Rivelazione e un po’ vecchiotta anche la questione che sposarsi significhi essere credenti. Ma, ripeto, a parte ciò, è un articolo che trovo molto interessante.

  3. …nulla è nell’intelleto che non sia prima nei sesni, se non l’intelletto stesso!
    …sfiziosissima, ovviamente, una critica di Einstein in prospettiva cattolica,
    o anche buddista (vedi il libro “Il Tao della fisica”)

  4. @ Fabrizio Giudici

    Interessante l’articolo che hai postato di Pasqualucci, soprattutto nel paragrafo in cui riporta la filosofia della religione di Einstein, nel paragrafo 6. È interessante perché questa visione delle cose, molto affascinante, è quella che attrae la maggior parte delle persone istruite del mondo. Il problema è, perché? Credo dipenda dal fatto che è quella che meglio si adatta ad un mondo globalizzato. Non credo che questa “religiosità cosmica” sia un’invenzione di Einstein, sembra essersi formata gradualmente tra gli uomini di scienza negli ultimi 300 anni. Quando Einstein dice:

    “Questa “religiosità cosmica” la si ritrova in modo inconsapevole “in molti Salmi di Davide e in alcuni dei Profeti. Il Buddismo, specialmente come inteso da Schopenhauer nei suoi meravigliosi scritti, ne mostra una componente ancora più intensa”. L’hanno sentita, questa “religiosità”, continua audacemente Einstein, “i geni religiosi di ogni epoca”. È una religiosità “che non conosce dogma e non contiene immagini antropomorfiche di Dio, in modo da non produrre alcuna Chiesa che possa fondare la sua autorità esclusiva su di essa”. Tale religiosità si trova “tra gli eretici di ogni epoca”, uomini considerati dai loro contemporanei ora come atei ora come santi. “Visti in questa prospettiva, uomini come Democrito, Francesco d’Assisi e Spinoza, sono strettamente affini tra di loro”.

    Dimostra una conoscenza superficiale di varie tradizioni culturali. Ed è proprio il tipo di conoscenza che l’occidentale moderno si può formare leggiucchiando qua e là. In questo è sostenuto da rappresentanti del mondo della cultura. In fondo il successo di molte opere contemporanee sul cristianesimo (anche molto diverse tra loro come) nasce dal fatto che rispondono ad un’aspettativa culturale: assorbire il cristianesimo (possibilmente, se non fosse possibile almeno Gesù) in questa tradizione di spiritualità mondiale.

    Solo che c’è il rischio di prendere un atteggiamento poco costruttivo: di fronte a questa visione, la Chiesa può lamentare quanto sia inconciliabile con la tradizione o confrontarsi.

    • “Non credo che questa “religiosità cosmica” sia un’invenzione di Einstein, sembra essersi formata gradualmente tra gli uomini di scienza negli ultimi 300 anni. Quando Einstein dice:”.

      Sì. Effettivamente sopra mi sono espresso male: con quel “pionieri … padri” non intendevo dire che è una sua idea originale, ma che è stato uno dei primissimi scienziati “famosi”, che tutti conoscono (fino al punto di essere un’icona pop), e quindi ha contribuito a rendere popolare quel modo di pensare. La sua fama legittima dovuta alla relatività lo fa ritenere esperto anche in altre cose, dove invece si rivela superficiale, come scrivi, quando non addirittura ignorante (San Francesco panteista!).

  5. sulla religione cosmica:

    http://www.mondolibri.it/immagini/pdf/assaggio_780106.pdf

    i grandi iniziati di e.schuré. introduzione.

  6. Forse possiamo dire che San Francesco era meravigliato dalla natura, in quanto Creazione, e strabiliato dall’Incarnazione. Ma comunque il senso del mistero di Eistein, e di altri grandi scienziati, è un passo verso il decentramento da sé, che va coltivato. In fondo può corrispondere a quello che Giussani chiamava “senso religioso”. Ho grande rispetto per chi riesce a tenerlo vivo tutta la vita, anche senza mai approdare ad una prospettiva di fede. Un esempio italiano può essere la Montalcini.

    • “Ma comunque il senso del mistero di Eistein, e di altri grandi scienziati, è un passo verso il decentramento da sé…”

      Siamo sicuri? Non sarà che il rifiuto delle religioni organizzate, dei dogmi e alla fine di un Dio personale nient’altro è che la volontà di poter fare quel che pare, ennesima versione di religione fai da te? Perché poi, Einstein, non era uno stinco di santo. Insomma, può convincermi del decentramento uno ascetico come San Francesco, non un donnaiolo…

      • Perché, un donnaiolo non può sperimentare un decentramento da s’è?
        Su Fabrizio non cadermi nel moralismo…

        Certo che un ascetico può sembrare più credibile, ma un asceta è già “decentrato” per definizione 😉

        • “Perché, un donnaiolo non può sperimentare un decentramento da sé?”

          Direi che non aiuta, specialmente se si è convinti di non violare nessuna legge morale (o, peggio, se si è convinti che non esiste o che il proprio ego è l’unico metro).

          “[…] Ulisse […] stigmatizzare tutti quelli che partendo da un sano stupore della realtà hanno ripiegato su una curiosità puramente orizzontale ”

          Direi di sì – e visto che citi Nembrini, sì, ho sentito il suo commento e mi pare appropriato. Sempre per citare un concetto espresso da Nembrini: ma come è possibile rimanere estasiati dalle “sfere celesti”, oltretutto arrivando ad un così alto grado di conoscenza, e fermarsi lì, senza desiderare niente di più?

  7. Sì, ma un uomo può giustificare metafisicamente i suoi difetti E anche perdere il senso di stupore per la realtà.
    Tu forse vuoi dire che la consapevolezza di essere “uomini-che-hanno-un-senso-di-meraviglia” “uomini-che-si-interrogano” “filosofi” può portare ad un orgoglio che rende più facile l’autoassoluzione in altri aspetti della vita?
    Direi di sì, visti certi intellettuali che propugnano la “religione cosmica”.
    Ma sono molti più, credo, quelli che non coltivando più il senso di stupore si abbandonano a “viver come bruti”.

  8. Ecco in realtà quello dell’Ulisse può essere uno spunto ulteriore: non sarà che in quel canto Dante ha voluto stigmatizzare tutti quelli che partendo da un sano stupore della realtà hanno ripiegato su una curiosità puramente orizzontale (devo aver letto qualche commento del genere durante il liceo)?
    Questo ripiegare sull’esplorazione del mondo-universo non ricorda un po’ l’universo incurvato di Einstein?
    Però anche così, sarebbe il ripiegamento di una virtù fondamentale. In molti canti dell’Inferno sembra che Dante voglia mostrare come le cose più importanti della vita non perfezionate dalla fede falliscano (questo l’ho ripreso da Nembrini). Quindi si può dire Dante di fronte a Paolo e Francesca piange l’insufficienza dell’amore umano ma sa che è fondamentale (perché fa del suo primo amore un anello della sua salvezza), così di fronte ad Ulisse piange l’insufficienza del desiderio di conoscenza, che è pure fondamentale.

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