Ansia, depressione, dipendenze: malattie della mente e dello spirito

Intervista a Wenceslao Vial, medico e sacerdote, professore della Santa Croce, autore del libro Psicologia e vita cristiana Cura della salute mentale e spirituale

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di Rocío Lancho García 

Sono responsabile del mio modo di essere? Si può uscire dalla depressione? Come vincere l’ansia? Esistono rimedi per superare le dipendenze da droga come da internet? La famiglia di una persona con disturbi mentali come deve comportarsi? Quando c’è bisogno di uno psicologo o semplicemente di un sacerdote? Il sesso è una invenzione antiquata, un gioco o un tabù? Sono, tutti questi, interrogativi fondamentali per la vita delle persone. Ad alcuni di tali quesiti ha provato a dare una risposta Wenceslao Vial, medico e sacerdote, professore di psicologia e vita spirituale presso la Pontificia Università della Santa Croce, di Roma, nel suo nuovo libro Psicologia e vita cristiana. Cura della salute mentale e spirituale, (Edusc). Per saperne di più, ZENIT lo ha intervistato.

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Come sono collegate salute, malattia e vita spirituale?

La salute e la vita spirituale sono strettamente collegate, per la sorprendente unità degli esseri umani nella loro dimensione fisica, psichica e spirituale. La malattia psicofisica colpisce la spiritualità, ma non in modo assolutamente necessario. Molte persone in cattive condizioni di salute si sviluppano nel loro rapporto con gli altri e con Dio, piene di pace. Per capire questo è utile l’esempio di san Tommaso, che compara lo spirito ad un musicista e il corpo al suo strumento. Il musicista, lo spirito umano, anche se non è malato, può non essere in grado di riprodurre la melodia, se lo strumento è stonato o rotto. Tante volte, tuttavia, lo spirito supera le limitazioni dello strumento e suona in modo splendido.

Nei casi più gravi, quando lo spirito non è in grado di manifestarsi, come in alcune forme di demenza o nelle condizioni con significativa compromissione dell’intelligenza e della volontà, una vita spirituale fino ad allora ricca può continuare a dare i suoi frutti, anche se non visibili dall’esterno. Non solo la persona malata cresce e si avvicina di più a Dio, ma pure coloro che si prendono cura di lei e la servono con amore.

Vi è anche una malattia dello spirito: abbandonare la ricerca del significato dell’esistenza o negarlo a priori; smettere di chiedersi perché esistiamo in un universo ordinato, escludere arbitrariamente Dio e credersi autosufficienti. Queste sono le radici del peccato, l’incoerenza vitale che compromette il benessere globale della persona. Quanto è buono aver cura del corpo e dell’anima, per servire sempre di più Dio e agli altri!

Fino a che punto siamo condizionati dal nostro carattere?

Il carattere è costituito dagli aspetti del nostro modo di essere acquisiti con l’educazione, la famiglia, la scuola, l’ambiente in cui viviamo, gli eventi positivi o negativi. Il termine deriva dalle incisioni che i greci facevano nelle loro monete. Lasciavano in esse una profonda impressione, indelebile. Così è il carattere, ma noi non siamo un pezzo di metallo inerte.

La forza dello spirito umano e l’azione della grazia sono in grado di modificare il nostro modo di essere. Altrimenti, come potrebbe il cristiano assomigliare sempre di più a Cristo? È un compito che richiede tempo, tutto il tempo … perché la personalità si forma fino alla fine della vita. Per modificare il modo di essere si deve tener conto di altri fattori come il temperamento ereditato e le tendenze. Ma non ci sono scuse del tipo: “I miei genitori erano già così” o, “sono cose del mio istinto.” L’essere umano trasforma gli istinti in tendenze – lui conosce la meta alla quale si dirige – e riesce a governarli con intelligenza e volontà. Nella sfida per migliorare non siamo soli: tante persone ci aiutano con il loro esempio e i loro consigli; e Dio agisce nel profondo del nostro essere, anche nell’inconscio, se lo lasciamo fare.

La buona formazione del carattere segue il detto: “Se il tuo progetto dura mesi semina del riso, se dura anni pianta alberi, se dura tutta la vita forma degli uomini”.

Depressione, ansia, stress, sono problemi molto importanti oggi. È possibile combatterli a partire dalla vita spirituale?

Più del 15% della popolazione soffre qualche forma di depressione e fino al 25% lamenta disturbi d’ansia. Lo stress si trova di solito alla base dei due fenomeni. Questo termine è preso in prestito dall’ingegneria di materiali, e si riferisce alla pressione che interessa il nostro corpo e lo consuma. Anche le persone più forti possono rompersi con lo stress sostenuto, come il ferro si frantuma quando viene forzato per lungo tempo.

Le risorse spirituali aiutano a prevenire molti problemi psicologici, come dimostrato da studi scientifici. La spiritualità sana allontana alcuni fattori che producono ansia e depressione, senza dimenticare che le malattie mentali hanno molteplici cause, molte di esse involontarie. È logico, perché la vita di relazione con Dio dà senso all’esistenza, stabilità, pace e serenità, soprattutto se ci consideriamo nelle mani di un Padre che non gioca alla cieca con i destini delle persone. Tra le “armi”, spunta il sacramento della confessione: essere perdonati, sapersi perdonati e perdonare ha grandi proprietà curative, oltre a quanto sarebbe umanamente comprensibile.

Se, per qualsiasi motivo, si verifica una rottura, la vita spirituale contribuisce a sostenerci e ci aiuta a prendere delle misure per ridurre il più possibile la sofferenza e trovarle un significato. Queste misure includono la visita medica, nei casi di depressione e disturbi d’ansia.

Nel suo libro parla anche di disturbi sessuali: come si possono affrontare con la fede?

Le realtà umane si devono capire con la ragione. La fede dunque non è necessaria per affrontare le questioni legate alla sessualità. Di fronte a una malattia o un disturbo, il credente andrà da un medico esperto, come chiunque persona con buon senso. Tuttavia vorrei citare due fenomeni che oggi ostacolano la comprensione della sessualità con la ragione: l’ideologia del gender e la banalizzazione della sessualità.

La prima è illustrata da un evento recente. In un museo di Vienna, un gruppo di bambini da sette a nove anni guardano il ritratto dell’infanta Maria Teresa dipinto da Velázquez. Mi sono divertito nel vedere l’insegnante che offriva alle ragazze un abito dell’epoca, simile a quello della principessa, con una sorta di telaio metallico sul quale viene messa la gonna. Le ragazze erano contente e si facevano fotografare con orgoglio. Ad un certo punto, l’insegnante ha offerto il vestito anche ad un ragazzo, che lo rifiutò, e la maestra disse: “Ma dai, così puoi essere come Conchita Wurst” (cantante transgender). Eventi come questo a volte non sono scherzi, ma indottrinamento dei bambini che non hanno ancora la capacità di discernere. Alcuni tentano oggi di negare le differenze tra femminilità e mascolinità. Mettono in dubbio un’identità essenziale. Freud stesso sarebbe sorpreso di vedere che il concetto di sesso inizia ad essere ancora un tabù, e viene sostituito dal termine “genere”, che più si assomiglia a “tessuto”, che si può indossare o meno e cambiare a piacimento.

Il secondo fenomeno, più antico, è la banalizzazione della sessualità che porta molti giovani a non aspettare il momento giusto per iniziare la pratica sessuale. Molti psicologi avvertono i rischi di questi comportamenti. Bruciare le tappe troppo precocemente non solo spegne l’amore, ma lo stesso piacere che finisce per sparire. Come la terra sfruttata ha bisogno di quantità crescenti di prodotti per essere ancora fertile, chi abusa del suo corpo come un semplice oggetto di piacere, diventa schiavo di un consumo inarrestabile di stimolanti, pillole, immagini… Su questa base, sorgono problemi o crimini come la pornografia, la prostituzione, la pedofilia: “la danza intorno al maiale d’oro”, nelle parole di Viktor Frankl.

Come affrontare questa situazione da una visione di fede? Con lo sforzo di comprendere meglio la natura umana, pregando per la famiglia e l’identità, con ottimismo. La fede non è essenziale per comprendere la sessualità, ma credere in Dio e nel destino eterno dell’uomo aiuta a rispettare il significato del corpo e saper aspettare l’amore nel matrimonio.

Perché è importante che sacerdoti, educatori, formatori dei centri religiosi e direttori spirituali siano in grado di collegare la psicologia con la vita spirituale?

Una profonda conoscenza dell’essere umano implica conoscere la psicologia, senza essere psicologi: sarà la scienza di un buon padre o madre. Spesso, chi soffre per sentimenti di colpa patologici, sprofonda nella disperazione o nell’angoscia, non andrà per primo da un medico o da uno psicologo, ma da un amico, da un insegnante, da un sacerdote. Da qui l’importanza di essere preparati e saper indirizzare la persona, se il caso lo richiede, verso altre forme di assistenza.

La familiarità con lo “strumento”, menzionato in precedenza, permette orientare meglio perché si possa suonare nel modo giusto. Pertanto, chi accompagna altri nel loro cammino verso la maturità umana e spirituale è responsabile di formarsi nella comprensione della persona e della moralità. Così potrà dare i consigli più adatti e saprà discernere e guidare. L’autentica e piena autorealizzazione è possibile solo quando si sceglie e si agisce secondo il bene morale.

Come si fa a sapere se uno ha bisogno di un medico, di uno psicologo o di un prete?

In alcuni casi è semplice, come quando si ha mal di stomaco o si soffre di un delirio. In altri, la situazione è così complessa che non è facile rispondere in poche righe. Spesso sono utili il medico, per affrontare le malattie stesse; lo psicologo, che aiuta a scoprire e superare i conflitti e trovare dei potenziali pensieri distorti; e il sacerdote, che mostra Cristo come Modello e sarà lo strumento perché la persona riceva la grazia di Dio. Non ci sono delle ricette sempre efficaci, perché ogni persona è unica e irripetibile.

Possono essere dati, tuttavia, alcuni suggerimenti. Il primo è quello di capire quale sia il problema e il suo sfondo o radice che spiega il sintomo: spesso sarà una cattiva idea di noi stessi, considerarsi inutile, eventi passati che tormentano, o l’incapacità di perdonare. Se non si riesce ad arrivare rapidamente alle cause, decifrarle e alleviare il disagio, sarà più importante cercare l’aiuto di esperti e lasciarsi guidare dalle persone che ci amano. Se ci sono sintomi come indifferenza di fronte a tutto, apatia o eccessivo nervosismo, che si prolungano per settimane, nonostante si seguano i consigli di un sacerdote o del direttore spirituale, può essere prudente consultare un medico o uno psicologo.

Come differenziare i problemi psicologici delle difficoltà spirituali?

Nel libro ho cercato di dare suggerimenti e soluzioni pratiche per affrontare situazioni diverse, che non è sempre possibile distinguere. Un problema psicologico può innescare problemi spirituali, e un problema spirituale può favorire l’insorgere di disturbi psicologici. La preghiera, il sincero esame di coscienza e l’aiuto di un direttore spirituale che sappia ascoltare pazientemente, di solito riescono ad arrivare al fondo della questione.

È importante saper valutare i diversi aspetti del modo di essere, per determinare se sono normali, se si possono affrontare come dei normali difetti che ogni persona ha, o se c’è un disturbo di personalità che richiede l’intervento di uno specialista. Se ci sono grandi difficoltà come perfezionismo ossessivo, scrupoli, gelosia, esagerazione dell’impulsività, dell’emotività, della sensibilità, irresponsabilità, abuso di sostanze o alcool, eccentricità, ecc., è più probabile che ci sia bisogno di un medico o psicologo esperto. Il punto che divide il normale e il patologico non è netto. Si può considerare che un rapporto è anormale, quando la persona soffre e fa soffrire, per il suo modo di essere o per le conseguenze.

La vita cristiana comprende necessariamente concetti psicologici e spirituali. Essa si basa sull’identità personale, sapere chi siamo, riconoscersi limitati e finiti, e nella fede che siamo creature. Su questa realtà poggia un’autonomia non assoluta, che consente di scegliere i mezzi per il proprio progetto di esistenza, che è possibile solo con la speranza: cioè, se crediamo di avere una missione e speriamo di raggiungere l’obiettivo. Al culmine del processo si trova la stima di sé e la carità: solo chi conosce quanto sia importante riesce a svilupparsi in pienezza. La più grande fonte di autostima è quella di sentirsi amati da Dio, trasformati in suoi figli! Questa convinzione permette di uscire da sé verso gli altri, amare e comprendere tutti

fonte: Zenit

5 pensieri su “Ansia, depressione, dipendenze: malattie della mente e dello spirito

  1. Bruna

    Accidenti Serena! Che pena per questa persona…e che stima! Sarebbe molto più facile cedere ai propri impulsi e autogiustificarsi, tanto le persone lo guarderanno (comprensibilmente) sempre con sospetto. Invece accetta l’autocensura, seppure senza colpa per la sua attrazione. Spero davvero che il Signore lo aiuti ad abituarsi alla sua condizione (se irreversibile) e lo ricompensi con tante altre gioie, e che magari abbia preparato per lui una donna intelligente e piena d’amore con cui costruire una famiglia.

    P.S. Grazie agli autori, trovo il tema interessantissimo e attualissimo! ho già ordinato il libro

  2. fra' Centanni

    Vi è anche una malattia dello spirito: abbandonare la ricerca del significato dell’esistenza o negarlo a priori; smettere di chiedersi perché esistiamo in un universo ordinato, escludere arbitrariamente Dio e credersi autosufficienti. Queste sono le radici del peccato, l’incoerenza vitale che compromette il benessere globale della persona. Quanto è buono aver cura del corpo e dell’anima, per servire sempre di più Dio e agli altri!

    La pedofilia è una malattia dello spirito, come l’omosessualità del resto. Sembra che ci siano persone che non comprendono questo, come se la pedofilia fosse una caratteristica peculiare di alcune persone, un qualcosa di innato, di connaturato alla persona. Chi ragiona così non capisce, o non vuole capire, che la pedofilia, proprio come l’omosessualità, alla fine è un comportamento. Solo un comportamento. Un comportamento sbagliato che può diventare un terribile vizio.

    Io ci andrei piano con l’avere pietà dei pedofili. Preferisco avere pietà delle vittime. Tuttavia anche un pedofilo può meritare la mia pietà: a patto che riconosca la sua condizione di vizioso nella quale è (quasi certamente colpevolmente) caduto. Se condanna il proprio comportamento pedofilo e promette di impegnarsi in ogni modo ad astenersi da questo comportamento, allora è certamente meritevole di pietà e di perdono. Diversamente… lontano!

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