È questo che volevamo?

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di Paolo Pugni

Abbiamo inseguito la libertà totale e ci troviamo immersi in un mondo di dolore e di diffidenza. Il solito proclama apocalittico?  Vediamo i fatti.

Libero amore tra due persone che vogliono vivere insieme: tolti i vincoli, della natura non della legge, che partendo dalla persona precisavano che ci dovesse essere una dimensione senza fine, l’unica che garantisse che i due fini della relazione – mutuo aiuto e procreazione- non andassero persi, ci troviamo a dover lottare con femminicidi, famiglie allo sbando, figli persi, bamboccioni, bambagioni, adolescenti killer e così via.

L’amore trasformato in possesso, in soddisfazione persone, in passione produce uomini violenti, fragili, incapaci di rinunciare, di essere sconfitti, che preferisco dar(si) la morte che accettare il dolore, che è parte della vita se non credi che l’esistenza sia una sequenza di diritti personali senza alcun dovere. E donne che rinunciano all’amore per scimmiottare uomini piccoli piccoli.

Questa degenerazione dell’amore da atto della persona, quindi con il coinvolgimento di volontà ed intelletto e non solo istinto o emozione, ha introdotto un nuovo fenomeno noto come pedofilia, cioè la passione sessuale per quelli che rientrano ancora nella categoria di bambini. Ma non è di questa depravazione che voglio parlare quanto del fatto che ora il normale affetto di un adulto per un bimbo, che nella storia di ogni civiltà è stato visto come un elemento di rispetto e di crescita, è visto e giudicato come un possibile atto di pedofilia: il maestro che accarezza l’alunno, il negoziante o il passante che aiuta il bambino smarrito, l’aiuto che veniva offerto ad un piccolo al supermercato, sul tram, per strada e del quale io piccolo ho beneficiato con fiducia oggi è impossibile.

Non che in quegli anni “i mostri” come li chiamavano all’ora non esistessero, e ci dicevano bene di stare all’erta, ma la fiducia verso gli adulti era una delle certezze sulle quali costruire la nostra vita.

Uscire a cena con un figlio alla volta è un modo per stabilire una relazione personale con ognuno di loro, eppure anche questa bella abitudine viene insozzata dal sentire comune che, se maschera dietro un “tutto e lecito” la presunta assenza di giudizio, in realtà giudica e condanna eccome, fingendo di essere politically correct, e ti prende o per un matricolate e attempato playboy, e questo ormai sia se esci con la figlia che con il figlio, o per un padre separato a cena con la prole senza la compagna. E personalmente entrambe le cose mi seccano assai.

Insomma tolto il senso della verità abbia raggiunto la perfetta condizione di homo homini lupus, siamo riusciti a scatenare l’accusa preventiva contro ogni situazione. È questo il mondo che desideravamo?

18 pensieri su “È questo che volevamo?

  1. Simone

    Avrei un florilegio di episodi in cui la morte della fiducia mi ha ferito. Ne cito qualcuno: 1) in spiaggia, una bambina apparentemente smarrita chiama a lungo “mamma”. Lo osservo un po’ poi prima di avvicinarmi, per sicurezza una mia amica si offre (“meglio che vada io”) che accerta i capricci della bambina, ma sotto l’occhio vigile della mamma, poco distante.
    2) dal benzinaio, all’imbrunire, vedo un giovane ciclista evidentemente alle prese con una foratura. Gli chiedo se posso essergli utile (macchina grossa, carico anche uno scooter): muso duro “ma te l’ho chiesto?”.
    Ad essere sincero, la somma degli episodi è positiva verso i casi di fiducia, sicuramente mi avvicino ai bambini con la massima cautela.

  2. E’ un ben triste “mi piace” che pongo sotto questo tuo articolo Paolo…
    Ancor più triste perché descrivi un triste realtà. “E’ questo il mondo che desideravamo?”

    No… ma è quello che guardiamo, è quello che vediamo e la stortura sta spesso proprio nei nostri occhi, non nel mondo attorno. Nel modo in cui noi uomini guardiamo una donna, una donna un uomo o un uomo un altro uomo, un nero, un bianco, un povero, uno zingaro, uno straniero, un vecchio, un malato, un giovane, un bambino… nel modo in cui a volte guardiamo noi stessi.

    L’occhio è lo specchio dell’anima, si usava dire… e quand’è che il nostro occhio si è offuscato, ha perso la sua limpidezza e insieme la sua profondità? Quand’è che la luce spenta del nostro occhio ha iniziato a “riflettere” il buio del nostro animo, le sue paure, la sua cecità senza fondo?

    Se non torneremo alla Luce, la Luce che è venuta nel mondo ma alla quale gli uomini hanno preferito le tenebre, non usciremo dai torbidi sguardi e sarà solo buio all’intorno (e nel buio, la solitudine).

  3. Caro Paolo, il tema non ti è nuovo, te ne ho sentito parlare molte volte e si vede che ti sta proprio a cuore.
    Condivido in buona sostanza quello che dici e mi chiedo: quando è cominciato esattamente tutto questo? Quanto si dovrebbe riportare indietro le lancette dell’orologio per correggere questa deformazione? Ed ha poi senso voltarsi indietro o piuttosto non è meglio guardare avanti nel desiderio di ricominciare a costruire dopo tanta distruzione?
    Il problema va da sé non è il vizio, che il vizio c’è da che mondo e mondo, ma la sua pretesa di elevarsi a virtù (o corruzione come direbbe Franz) e il tentativo di ottenere questo uccidendo il padre ed ogni figura autoritativa e valoriale: niente padri niente peccati, così si è illusa un intera generazione ed ha ucciso il padre per poi accorgersi che aveva ucciso il solo che la poteva perdonare, ché se il padre ricorda il peccato non è per condannare, ma per assolvere e redimere…
    Così siamo rimasti soli con quel male che, anche se non c’è più un padre a dargli un nome, è ancora ben vivo e forte e radicato in noi ed anzi semmai il fatto di non poterlo chiamare per nome lo rende ancora più oscuro e pericoloso.
    Solo il padre ci può salvare, il padre che libera, come dice Claudio Risè nel suo ultimo bellissimo libro, il padre che fonda, che sostiene, che dà senso e misura alle nostre azioni.
    Però vale la pena di provarci, e forse qui mi distinguo da te. Vale la pena di non ripiegarsi indietro nella rivendicazione e lasciarsi avvelenare dalla soddisfazione perversa del “ve l’avevo detto”. Guardare avanti, al futuro. Siamo figli di una generazione forse perduta, però si può ancora costruire sulle macerie della guerra al padre, come i nostri padri hanno costruito sulle macerie della seconda guerra mondiale.
    Solo l’educazione ci può salvare, tornare al sacrificio al lavoro alla dedizione, tornare ad insegnare tutto questo ai nostri figli e ai nostri ragazzi, che questa è l’essenza del padre: il sacrificio,

    1. Film “Sacrificio” di A. Tarkovskij:

      “Nella sua casa su un’isola svedese l’anziano intellettuale Alexander festeggia con i familiari il suo compleanno quando arriva per televisione l’annuncio di una catastrofe misteriosa. Ritrovando le parole del Pater Noster, Alexander loinvoca, offrendogli tutto quel che ha pur che tutto ritorni come prima. Dà fuoco alla sua casa, rinuncia al figlioletto, si vota al silenzio, accetta di essere scambiato per un folle. Caso più unico che raro di film in forma di preghiera, è una parabola mistica sull’assenza di spiritualità nella nostra cultura occidentale, fondata sull’avere più che sull’essere, e un apologo metafisico sulla paura e la disperazione rimossa dell’apocalisse nucleare. È anche una variazione sul tema dell’uccisione del Padre, ossia della figura che di generazione in generazione dev’essere venerata e, insieme, sacrificata, come suggerisce l’immagine finale del bambino, figlio amatissimo di Alexander, sdraiato sotto un albero spoglio. Questo film sul silenzio ha un fascino sonoro pari, se non superiore, a quello visivo, affidato al cromatismo depurato di Svan Nykvist, operatore prediletto di Ingmar Bergman. Lento e austero come una cantata di Bach, il film diTarkovskij è uno dei suoi più limpidi, fondato su una drammaturgia semplice, persino didascalica, sebbene non vi manchino i nodi enigmatici né i personaggi misteriosi (la moglie Adelaide; il postino che cita Nietzsche; l’umile serva islandese Marie dai poteri benefici; il medico di famiglia), ciascuno dei quali è una porta attraverso la quale, a sua scelta, lo spettatore può entrare nel film e dargli la sua interpretazione.”

    2. Sara

      Don Fabio, sottoscrivo tutto: ottimo commento! Pur constatando il male che oggettivamente esiste ed agisce, rimaniamo fiduciosi che, se il male è così grande, è perché il bene è ancora più grande. E, guardando bene, si vede! Non dobbiamo temere! Duc in altum!

    3. Per la verità sono in piena sintonia con ciò che scrivi don Fabio. Nessun rimpianto per un passato che non può tornare. Semmai nostalgia, ma una vena leggera e passeggera, un vezzo. Un peccato? Forse anche. Diciamo che questa è la parte analitica, credo che se non si va alla radice dei problemi è più difficile, forse impossibile, trovare la strada per sbrogliare i nodi. Che poi il problema è l’Impero, per dirla con parole tue, e i suoi inganni.
      Hai ragione quando dici che bisogna trovare dentro di sé, e in Dio, la soluzione. Diciamo che il mio lavoro è per ampliare e chiarire la consapevolezza.

    1. Alèudin

      no, sintetizzando la “libertà totale” tanto agognata non porta alla felicità ma alla nevrosi isterica, però si fà finta di no, basta cambiarle nome in, appunto, felicità; per poi dire che tanto la felicità non esiste.
      Non bisogna cercare la felicità, bisogna cercare Dio (Vangelo) e allora la trovi.

  4. Carlo

    FILOSOFIAZZERO: diceva Jorge Louis Borges…”sono nato, come tutti, in tempi difficili…quindi, sintetizzando, MALA TEMPORA CURRUNT o, anche, O TEMPORA O MORES!

  5. 61Angeloextralarge

    Paolo: grazie per le tue parole, purtroppo vere. Non era questo il mondo che desideravamo? Personalmente no, come non lo desideravi né tu, né altri, ma in qualche maniera siamo riusciti ad ottenere solo questo. E’ deludente. E’ triste, tristissimo. La mancanza di fiducia uccide l’altro, uccide la vita e la sua bellezza.
    Quane volte, soprattutto a causa di esperienze negative, ci chiudiamo agli altri e temiamo che possano farci del male? Quante volte, invece, siamo noi a trovare un muro da parte degli altri? Tante purtroppo.
    Comincio a detestare la parola “purtroppo”. E’ “troppo” limitata e limitante. Amo la speranza, amo la fiducia. Non riesco a farne a meno. Ma questo non mi preserva dalle delusioni e dalle sofferenze che le chiusure, date e ricevute, procurano.

  6. Mi permetto di riportare una lettera che ho ricevuto da un mio carissimo amico:

    “Ieri sono andato a visitare la Biennale D’Arte a Venezia (Giardini + Arsenale): E’ stata una esperienza faticosa e dolorosa per le tante ore in piedi per la mia gamba sofferente, ma anche, e molto di più per la “nullità” di ciò che hovisto. La sagra delle carabattole!! Massimiliano Gioni, l’organizzatore, se voleva darci con questo esempio di degenerazione disgregativa una metafora della degenerazione disgregativa dell’attuale mondo c’é riuscito benissimo, ma non c’é da esserne felici. Sempre di più – mi riferisco sia alla degenerazione della metafora sia a quella della realtà – mi sembra che tutto si stia decomponendo, marcendo, disgregando nel silenzio e nell’indifferenza generale. Ho la sensazione netta che la colossale torta su cui abbiamo depositato i nostri figli alla nascita, si stia trasformando in una
    altrettanto colossale merda. Poveri!!!!
    Allora é come se avessi una disperata voglia di fare qualcosa perché da quella dannata merda escano, senza imparare a nuotarci. Particelle di speranza! Sprazzi di luce, mesoni e fotoni a cui aggrapparsi piccolissimi, ma almeno alla velocità della luce!
    Resteremo noi con le mani in mano?”

    1. La lettera che riporti Alvise è significativa, soprattutto perché si riferisce alla Biennale…

      Anche l’Arte è (o dovrebbe essere) specchio dell’anima dell’uomo, non solo di quello dell’uomo-artista, ma dell’uomo-umanità, delle sue tensioni, della sua ricerca, delle sue domande, ma anche delle sue gioie, del suo senso del bello (dov’è oggi il “senso del bello”?!), delle sue “lodi”.

      Guardiamo ala parabola percorsa dalle arti, soprattutto quelle definite “figurative”, da quando queste hanno smesso di cantare le “lodi a Dio” e al suo creato, non voglio dire non ci sia stata più Arte, ma dalla fine della metà del ‘900 (poco prima o poco dopo a seconda dei “gusti”) cosa è rimasto delle arti figurative? Cosa ci è rimasto oggi (guardiamo pure agli ultimi decenni di Biennali)?

      Direi ci sia una profonda aderenza con l’articolo di Paolo e con quello che mi sono permesso di commentare.

  7. Paolo Pugni:

    Te scrivi, rispondendo a Fabio: “Che poi il problema è l’Impero, per dirla con parole tue, e i suoi inganni.”
    Dove si trovano queste parole di Fabio?
    Il fatto è che la storia del mondo è andata e sta andando nel modo che sta andando
    e che andrà o non andrà (ivi inclusi i nostri sforzi) (se qualcuno si sforza) per farla andare in qualche altro
    modo che sarà lo stesso incluso nella grande (per dire) storia del mondo.
    Impero è il nome che (sempre noi) abbiamo dato al dominio del potere capitalistico su tutto il pianeta.
    Altri credono invece che tutto sia dovuto a misteriose congiure non meglio specificate e dimostrate (ma sempre collegate all’Impero?)
    Altri ancora tirano in ballo il potere di Satana eccetra…

    1. Volevo ben dire… fino a qui ero stranamente colpito dal fatto che ero in pieno accordo con quello che avevi scritto…!
      Scherzo!
      Comunque hai ragione, si trattava di un piccolo scherzo tra me e lui, e che fa riferimento al suo libro sull’apocalisse in cui parla di Impero come forza negativa e guarda caso molto collegata con il potere economico e capitalista… ma don Fabio saprà dirti di più….

  8. Cavaliere di San Michele

    Peró in qualcuno (e soprattutto in Qualcuno, che è il suo “datore di lavoro” …) si puó ancora aver fiducia.

    http://www.tempi.it/papa-francesco-aborto-telefona-battesimo-anna-che-ha-rinunciato-ad-abortire-battezzero-tuo-figlio

    Spero che questo aiuti !

    OT(e magari aiuti anche qualcuno a stare zitto sul fatto che “questo Papa non parla contro l’aborto” e cavolate varie del genere! Direi che questo ha aiutato quella ragazza più di un pronunciamento contro l’aborto e basta… E perchè non mi si sospetti a sproposito di polemica con altre figure della Chiesa ricordo – giusto due esempi ma la lista potrebbe essere più lunga, molto più lunga – che Madre Teresa diceva alle donne di darli a lei, piuttosto, i bimbi non voluti, e che l’allora Arcivescovo di Cracovia aveva dato indicazioni alle suore di clausura di accogliere le ragazze madri nei conventi e di ospitarle fino a che avessero avuto bisogno e fossero in grado di far crescere i loro figli)

    1. Grazie. Bisogna continuare a ricordare a quante più persone possibili questi “esempi”, come dici tu, cose così semplici e normali e comuni ma che oggi sembrano perfino incredibili a tutti coloro che senza rendersene conto si sono fatti e si fanno indottrinare e abbindolare dai superpotenti mezzi di disinformazione di massa.

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