Il mio eroe e il dolore

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di Emanuele Fant

Il tremore del Ragioniere fa cigolare la vecchia sedia a rotelle. Ha un cerotto sulla tempia perché si è grattato tutta notte, fino a scavarsi. Lo stimolo del prurito, nel suo cervello in cortocircuito, vince su quello del dolore. E a volte si riduce così. E’ stato pure sui giornali quando fratel Ettore lo ha catturato. Era detto “il cavernicolo della Centrale” perché si aggirava tra le sale d’attesa con i piedi scalzi (e neri), gli abiti a brandelli e i capelli lunghi fino a terra. La gente aveva paura, e lui di più.  Il nuovo battesimo lo aveva ricevuto una volta ripulito e messo a letto. Visti i calcoli che continuava a ripetere, probabilmente era stato un contabile. Anche se non lo era stato, da quel momento e per sempre si chiamava “il Ragioniere”. Un bel salto di qualità: da uomo preistorico a diplomato. 

Il Ragioniere è uno dei sessanta poveri con cui trascorro parte del mio tempo. E’ la famiglia messa insieme da fratel Ettore Boschini, il camilliano folle e profetico che nell’ultimo trentennio del  ‘900 ha fatto scuola di carità a Milano. Io sto con loro col compito di mettere in piedi degli spettacoli teatrali. Ma la mia è un’altra (bellissima) storia.

La storia del Ragioniere assomiglia a quella dei suoi vicini di posto. In questo periodo tutti e sessanta stanno stipati nella “cappellina invernale”, che si differenzia dalla “chiesa estiva” non per il maggiore riscaldamento, ma per la minore superficie da rendere temperata con gli aliti. Con accenti sconosciuti, biascicamenti, rutti, ognuno dice il rosario a suo modo, ottenendo però un salmodiare compatto, che è prerogativa delle vere comunità. I sessanta ex barboni in pensione fanno  concorrenza al Crocifisso che li scruta. Ognuno esibisce gemendo la sua patente di inchiodato. Un composito corpo agonizzante che prega, che respira (non si sa ancora per quanto), che si assopisce. Gambe mozzate, nervi a pezzi, postumi della poliomelite o dell’alcool. Il visitatore in cerca di uno spunto per meditare sui Misteri del dolore, qui non ha che l’imbarazzo della scelta.

Concentrare in pochi metri quadri una tale mole di sventure non sembra una operazione dettata dal buon senso.  A  molti parrebbe più logico spalmare le sofferenze di pochi sul resto dell’umanità più fortunata, in modo che ogni, diciamo, cinque panche di gente sana e benestante, ci sia una sedia a rotelle da accudire. Purtroppo il mondo non gira secondo le nostre giuste intenzioni, e i disperati stanno ai margini, non chiedono aiuto e, pure se glielo offri, fanno di tutto per non farsi salvare. Per occuparsi di loro è necessario uscire dagli schemi e, possibilmente, anche di casa. Per occuparsi di loro bisogna essere sordi agli insulti, insensibili al vomito sui sedili della propria auto, in grado di dormire vicino a uno sconosciuto che molto probabilmente cercherà di soffocarti nel sonno. Un tale coraggio io l’ho conosciuto solo in fratel Ettore, ed è per questo che per quanto mi riguarda spetta a lui, e non ai “molti”, il diritto di decidere le regole di convivenza di centinaia di esseri umani in dismissione.

La differenza tra fratel Ettore e noi gente comune non sta tanto nella commozione davanti alle ingiustizie, che tocca tutti i cuori. La differenza sta nel livello di urgenza del sovrannaturale da cui si è posseduti. Solo in cerca di un Principio Eterno si scende nelle cantine abbandonate della Stazione Centrale, sotto la minaccia delle siringhe infette dei tossici, tra le urla delle prostitute appena stuprate e derubate,  scoprendo piaghe abitate dagli insetti. Questo non si fa perché si ha buoncuore, si fa se si è tenuti sulle spine dalla santa inquietudine che può muovere o a Dio, o alla propria rovina.

Fratel Ettore non era un filantropo. Certo, non poteva  vedere la gente lasciata a marcire sul marciapiede, ma c’è forse qualcuno che ama un tale spettacolo? La virtù eroica di Fratel Ettore stava nella sua vera professione: indagatore del dolore. E’ una cosa ben diversa.  Ecco perché rapiva i poveri. Per allestire i suoi centri di osservazione.

Fratel Ettore nel dolore ci viveva, ci sguazzava. Dolore non solo intorno, pure dentro. Nuovo di zecca o retaggio del passato. Un tumore mal superato, la colonna vertebrale compromessa dai lavori in campagna troppo presto, i denti rotti dalle botte dei suoi “amici”. In più l’assenza di cura, la mancanza di riposo, il cibo cattivo e trangugiato in piedi. Una povertà intransigente, che non sembra nemmeno sorellastra di quella beata delle leggende postume sui santi. Freddo provato sulla pelle, quello vero, che fa screpolare. E mancanza di crema idratante, di guanti senza buchi, di suole. Proprio in questo rapporto (dolore-povertà) c’è una prima chiave che apre il talento numero uno del soffrire: il dolore è privazione, obbliga pure i più cocciuti all’abbandono.

La mia modesta anima di adolescente rimase folgorata da una frase di Fratel Ettore a prima vista proprio banale: “Se io non credessi che c’è Gesù nei poveri, uscirei fuori subito, e andrei a prendermi un gelato”. Io lo vedo ancora quel gelato, pietrificato in potenza, quella delicata allusione a una soddisfazione infantile, che per me è stata un’esplosione. Mi ha detto meglio di una omelia la fatica concreta di chi rinuncia senza sosta per servire. Sembra scontato, sembra un dovere, lui è santo e noi no. Invece, con quella affermazione, facevo la conoscenza di un inedito Ettore senza il “fratel”, affaticato e umanissimo nemico di minuscole gioie fuorvianti.

Fratel Ettore rimestava i catini di pianto per vederci chiaro sotto, tolta la patina nera e densa. Aveva ricevuto in dono un indizio-chiave che ogni uomo educato nella fede possiede: “Scava nel fango, vale la pena”. Con fiducia, eseguiva. Più disperati si caricava sulle spalle, più sprofondava e si illuminava.

Qualche volta ho provato a chiedermi cosa ha imparato il mio eroe giovanile frequentando il baratro dei suoi poveri. Se io avessi già trovato la risposta, forse sarei pronto per la vita eterna, ma è evidente che mi resta ancora molto da scoprire. Posso solo balbettare qualche intuizione, per lo più negativa: fratel Ettore non ha imparato dai suoi poveri un metodo stoico per affrontare il dolore, perché quasi tutti sono ignoranti e lo vivono malissimo, con imprecazioni e lamentele; non ha imparato dai suoi poveri come scamparle, le sofferenze, dato che loro, per primi, hanno sperimentato mille maniere di rovinarsi salute e anima. Di certo ha osservato molti casi in cui l’asfissia di una tragedia personale ha dato ossigeno a chi si avvicinava con compassione. Non è un effetto positivo sul derelitto, ma può indicare un secondo talento che agisce, diciamo, per riflesso: il pianto feconda.

C’è poi la parte più eccitante, perché ancora incartata: l’universo segreto delle risposte che lui ha già avuto in Paradiso e io no. Tipo: a che giova il buco sulla tempia del Ragioniere? Chi glielo spiega che può essere uno strumento di redenzione se non capisce nemmeno come si chiama? Vaglielo a dire che il suo corpo sfasciato non è inutile, ma serve all’accumulo di punti-paradiso dei bravi volontari che gli allacciano il maglione.

Con tutte queste cose la mia interiorità preferisce per ora non avere troppo a che fare. Mi accontento di fidarmi, di leggere gli indizi che mi dicono che poi sarà così facile capire. O non servirà nemmeno, capire.

Un indizio l’ho avuto proprio da fratel Ettore, per bocca di un amico, pochi giorni fa. Mi ha raccontato commuovendosi che quando è andato a trovarlo poco prima che morisse, da dietro al vetro, dal citofono, ha gracchiato: “Mi sembra di vedere un angolo di Paradiso in terra”. Era esausto, pallidissimo, gonfio per il cortisone.

La cosa eccezionale, che fa davvero tremare i polsi, è l’improvvisa sparizione della catasta di copri derelitti dalle spalle del frate nel momento in cui lui, il buon samaritano in persona, si è trovato di fronte al suo stesso, personalissimo, dolore.

Per un eloquente contrasto, gli ultimi mesi di fratel Ettore sono trascorsi nella quiete inoperosa di una clinica milanese, in mezzo al candore accecante di lenzuola ben pulite, di garze sterili, di capelli soffici lavati con affetto dalle infermiere. Fratel Ettore, al colmo della sua avventura terrena, è stato privato della sua collezione di esempi vivi di disperazione. E’ stato trasferito in ambiente sterile, addirittura sottovetro, senza germi. Come a dire: fin’ora hai studiato; adesso non sbirci i testi, e dai l’esame.

E chi se lo immagina “il gigante della carità” senza il gusto di salvare una vita, di farsi picchiare, di tirare i rosari ai lavavetri, di guidare tutta notte, di cucinare il minestrone, di schizzarsi di calce, di contrarre la scabbia, di prendere fuoco per errore, di inginocchiarsi in autostrada, di regalare le sue scarpe quando nevica? Condannato alla pulizia, al silenzio, all’immobilità. E, come se non bastasse, proprio nell’istante fondamentale.

La caposala ricorda ancora con quale impeto, i primi tempi, chiedeva il telefono, con quale zelo domandava ancora un giorno, ancora un’ora, per poter finire di riparare un tetto, per poter ricordare quella cosa importantissima a quel caro collaboratore, per potersi dare ancora un po’ in pasto.

Ma era il momento della quieta obbligatoria. All’inizio gli ha fatto impressione. Poi ha capito perché proprio lì, proprio ai saluti. E allora che bello, finalmente, nessuno che ti tira la veste, che ti suona il campanello, che ti intervista in piazza Duomo. Avere il solo dovere di soffrire tu in persona, e meditare. E risoffrire. E sulla nuova sofferenza, un’altra volta, meditare.

Così è tornato a galla il primo impulso di quella esaltante, interminabile, logorante caccia al dolore: acciuffare una risposta che passa dagli altri, ma che serve alla propria anima, bene privato e personale. Sono fiero di svelarvi come fratel Ettore, sulla soglia della vita, ha avuto finalmente il coraggio di usare qualcosa per sé. E non ha più sentito male.

40 pensieri su “Il mio eroe e il dolore

  1. Alvaro.

    Mi batte forte forte il cuore e mi domando: chi, e cosa, siamo noi con il nostro perbenismo vissuto nella quiete della nostra casa, dei nostri affetti e delle nostre certezze? E a questa domanda non riesco a dare risposta. Alvaro

  2. Daniela Yeshua

    Forse – forse – ho bisogno di capolinare un po’ in un minimo di socialità.
    Vediamo se era questo.
    – Quello di cui avevo bisogno.

    Buongiorno, Coky,
    buongiorno Paul, b.giorno tutti tutti.
    E ora passo addirittura a leggermi il post.
    Ecco.

    Daniela Yeshua / Turris

  3. Fratello Ettore: una persona straordinaria!!!
    p.s. non c’è nessun mistero dietro dolore, C’è solo dolore e il modo in cui si riesce (se si riesce)a affrontarlo.

    1. Alex67

      bell’esempio di contraddizione: secondo quel che dici Fratel Ettore era un imbecille allora…parli della tua esperienza forse, che dietro il dolore non vedi niente. Niente di nuovo, è il parlare del demonio da sempre il tuo: è solo tutto nero, sempre e comunque. La tua settimana è corta,arrivi solo al venerdì…
      Ma il Venerdì precede la Domenica; noi dietro il dolore della Croce abbiamo sperimentato la Resurrezione.
      Prova, o taci su cose che non conosci, please.

      1. C’è differenza? Ti senti da più di un fungo? Siamo da più che i funghi? A leggere quello che si scrive non sembrerebbe.
        Ma voi interrogatevi pure, come già si interrogava Giobbe, e non ebbe nessuna risposta che l’accettazione di ciò che è.
        (che è l’unica)

        1. Giusi

          Ma che libro di Giobbe hai letto? Giobbe, nel momento della prova è colui che dice: “il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore”. Giobbe non si rivolta. Non ascolta la moglie che gli dice: “Maledici Dio e muori!”. Gli amici, dopo averlo compiatito, cercano di darsi una spiegazione accusandolo: Giobbe sarà colpevole di qualcosa dicono. Giobbe è un uomo e dunque ad un certo punto leva il suo grido di dolore ma non accusa Dio, esprime il suo dolore, quel dolore che diventa preghiera, la preghiera più alta, la stessa del Signore: “Dio mio, Dio mio perchè mi hai abbandonato?” Giobbe è colui che osa l’impensabile: che sia Dio a parlare. “Allora il Signore parlò a Giobbe di mezzo alla tempesta”. Cosa gli disse noi non lo sappiamo, non possiamo saperlo. Perchè siamo come la moglie, siamo come gli amici: malediciamo, cerchiamo una spiegazione razionale. Giobbe accetta che ci sia un altro piano, abbraccia il mistero. Si arrende a Dio e viene guarito. “Ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti hanno veduto”. Magari riuscissimo ad essere come Giobbe!

          1. “E il Signore rispose a Giobbe di mezzo al turbine dicendo:
            Chi è costui che oscura il mio consiglio
            con parole prive di sapere?
            Cingi, come un prode, i tuoi lombi,
            Io ti interrogherò e tu istrusiscimi.
            Dove eri tu quando io fondavo la terra?
            Dillo, se sei tanto intelligente!
            Chi hya fissato mle sue dimensioni, lo sai?
            o chi ha teso su di essa la corda?
            Su di che sono fissati i suoi cardini?
            ………….
            Sei tu mai giunto alle sorgenti del mare
            e nel fondo dell’abisso hai passeggiato?
            Ti sono state svelate le porte di Morte
            e la tenebra dov’ha la sua dimora,
            affinchè tu le conduca al loro dominio
            e tu conosca i sentieri della loro casa?”

            Questa è grande poesia!!!
            Il significato delle parole di Dio è che l’uomo Giobbe)
            è un microbo e non può pretendere di sapere nulla.

            1. Giusi

              Io ti ho fatto una sintesi di tutto il Libro di Giobbe, tu hai estrapolato un pezzo interpretandolo in maniera funzionale a quello che hai stabilito debba significare: chiamasi operazione scorretta. Tu ti senti un microbo disperato perchè non credi in Dio, io pure mi sento una “microba”, ma amata da Dio ed è grazie a questo amore che confido un giorno di sapere tutto.

            2. @Alvise, Non possiamo “pretendere” ma a chi piace Dio dona la Sua Sapienza:

              Salmi 50,8
              Ma tu vuoi la sincerità del cuore
              e nell’intimo m’insegni la sapienza.

              Proverbi 9,10
              Fondamento della sapienza è il timore di Dio,
              la scienza del Santo è intelligenza.

              Proverbi 10,31
              La bocca del giusto esprime la sapienza,
              la lingua perversa sarà tagliata.

              Sapienza 7,7
              Per questo pregai e mi fu elargita la prudenza;
              implorai e venne in me lo spirito della sapienza.

              Sapienza 7,21
              Tutto ciò che è nascosto e ciò che è palese io lo so,
              poiché mi ha istruito la sapienza,
              artefice di tutte le cose.

              Sapienza 9,17
              Chi ha conosciuto il tuo pensiero,
              se tu non gli hai concesso la sapienza
              e non gli hai inviato il tuo santo spirito dall’alto?

              Siracide 1
              5 A chi fu rivelata la radice della sapienza?
              Chi conosce i suoi disegni?
              6 Uno solo è sapiente, molto terribile,
              seduto sopra il trono.
              7 Il Signore ha creato la sapienza;
              l’ha vista e l’ha misurata,
              l’ha diffusa su tutte le sue opere,
              8 su ogni mortale, secondo la sua generosità,
              la elargì a quanti lo amano.

              1Corinzi 2,7
              parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria.

              Efesini 3,10
              perché sia manifestata ora nel cielo, per mezzo della Chiesa, ai Principati e alle Potestà la multiforme sapienza di Dio,

              Giacomo 1,5
              Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data.

              Quindi come vedi (o leggi) caro Alvise, ancora una volta non sai esattamente di che stai parlando… Ti manca un pizzico di Sapienza. Giusto un pizzico 😉

              1. Bariom:
                …molto più di un pizzico me ne manca, di sapienza!

                Così parla Giobbe, alla fine, dopo la brontolatura da parte di Dio:

                “Allora Giobbe si rivolse al Signore e disse:
                comprendo che puoi tutto e non arduo è per te il tuo disegno.
                “Chi è colui che senza conoscenza oscura il consiglio?”
                Ho profferito dunque senza discernimento
                cose ardue troppo per me, che io non capisco.
                “ascoltami ed io parlerò,
                io ti interrogherò e Tu istruiscimi”
                il mio orecchio aveva udito di Te,
                ma ora i miei occhi ti vedono.
                E perciò io mi ricredo
                e mi pento sopra polvere e cenere.

    2. Giusi

      Ha parlato l’oracolo! Che ne sai tu? Mi fai venire in mente Jago nell’Otello con libretto di Arrigo Boito: “Credo in un Dio crudele”. Ecco se fosse come dici tu ci avrebbe creati un Dio crudele. Ti dò un consiglio: venerdì è venerdì santo vai ad una Via Crucis e meditala: forse è la volta buona che capisci che Dio è morto per noi, si è fatto crocifiggere per liberarci da ogni dolore e che quando soffriamo siamo cirenei, lo aiutamo a portare la Croce, forse capirai che i poveri e i sofferenti di Fratel Ettore Boschini sono più importanti di tutti i potenti della terra, che il loro dolore è la nostra salvezza, che i nostri destini non sono indipendenti, che nessuna lacrima andrà perduta, che più il Ragioniere si scava la testa e più tu ed io avremo la possibilità di guardare Dio faccia a faccia…

  4. Grazie Emanuele. Mi hai riaperto la scatola dei ricordi quando, quasi 30 anni fa, viaggiavo di notte per sfruttare la massimo le licenze (il servizio militare era obbligatorio, allora!) per tornare sul lago di Bracciano. E a Bologna si passava un’ora per la coincidenza, in questa enorme sala d’attesa, fra varia umanità, abbandonata, persa derelitta. E fra tutti un signore con lungo pastrano, che continuava a battere i tasti della sua macchina da scrivere, sempre sullo stesso foglio, sempre sulla stessa riga… che tenerezza!

    Nella mia giovanile incapacità di accettare ciò che è storto, che non è secondo i canoni, avrei voluto abbracciarlo, stringerlo, e dirgli “nonno, ma non vedi che non si capisce niente? Dài, riposati un po’, vieni qua a dormire in un angolino…” ma per fortuna non ne avevo il coraggio, non he ho mai avuto il coraggio, per fortuna: non mi avrebbe capito, come il ragioniere, probabilmente.

    Però qualcosa in più avrei potuto farlo: una carezza, un sorriso, una parola gentile, una birra: ecco i rimpianti della nostra vita: il bene che potevamo fare e che non abbiamo fatto. Chiedo scusa.

  5. “Vecchierel bianco, infermo,
    mezzo vestito e scalzo,
    con gravissimo fascio in su le spalle,
    per montagna e per valle,
    per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
    al vento, alla tempesta, e quando avvampa
    l’ora, e quando poi gela,
    corre via, corre, anela,
    varca torrenti e stagni,
    cade, risorge, e piú e piú s’affretta,
    senza posa o ristoro,
    lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
    colà dove la via
    e dove il tanto affaticar fu vòlto:
    abisso orrido, immenso,
    ov’ei precipitando, il tutto obblia.
    Vergine luna, tale
    è la vita mortale.
    Nasce l’uomo a fatica,
    ed è rischio di morte il nascimento.
    Prova pena e tormento
    per prima cosa; e in sul principio stesso
    la madre e il genitore
    il prende a consolar dell’esser nato.
    Poi che crescendo viene,
    l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
    con atti e con parole
    studiasi fargli core,
    e consolarlo dell’umano stato:
    altro ufficio piú grato
    non si fa da parenti alla lor prole.”

    1. E secondo te un uomo – che a tuo dire non si può ritenere più di un fungo – o che non si pone domande perché non ci sono risposte, potrebbe scrivere simili cose (condivisibili o meno)?

  6. 61Angeloextralarge

    Fratel Ettore mi piace sempre di più! Grazie per questo post su di lui. Smack! 😀

  7. vale

    ecco, ci mancava solo lo gnosticismo del Leopardi-e magari anche il suo inno ad arimane-.o l’ha scritto un fungo?forse un licheno….

    1. “La differenza tra fratel Ettore e noi gente comune non sta tanto nella commozione davanti alle ingiustizie, che tocca tutti i cuori. La differenza sta nel livello di urgenza del sovrannaturale da cui si è posseduti. ”

      La differenza sta nel fatto che noi gente comune siamo degli omettini qualsiasi, e fratel Ettore invece era un grand’uomo. Cosa c’entra il sovrannaturale?

      1. Giusi

        Non conosco eventuali scritti di Fratel Ettore ma ho letto quelli di Madre Teresa di Calcutta, di San Giovanni Bosco, di Chiara Amirante, di Madre Speranza, di tanti altri santi e non che si sono dedicati agli “ultimi”. Se li leggessi ti renderesti conto di cosa c’entri il sovrannaturale e di come è proprio grazie a quel sovrannaturale che queste persone (“omettini qualsiasi” mica superuomini) abbiano potuto fare miracoli!

          1. Giusi

            E io che ho detto? Santi e non. I Santi non sono mica superuomini. Tutti siamo chiamati ad essere Santi.

  8. Mio marito era un volontario di Fratel Ettore e andavamo a trovarlo quando ancora era nelle vicinanze della Stazione Centrale di Milano. Quante volte l’avevamo visto pestato a sangue o con il corpo e li viso coperto di lividi. Quanta gratitudine per piccoli gesti, ma ora darò la notizia a mio marito e sarà felicissimo per la beatificazione. Sarà un giorno di festa. Grazie per questo articolo, di cuore!

  9. …L’episodio biblico parte dalla
    scommessa sull’infedeltà di GioBBe, proposta da Sàtana
    e accettata da Dio, e si sviluppa sull’incomprensibile
    infierire di Jahwèh su questo fe-
    delissimo servo che, ostinatamente fiducioso nella giustizia
    e nella comprensione divina non si arrende alla speranza di
    avere da Dio una spiegazione. Non ci sarà spiegazione ma
    una tuonante requisitoria costruita sull’evidenza della
    potenza divina e dell’umana nullità, di fronte alla quale il
    miserabile Giobbe non può che opporre un eterno silenzio:
    « Che cosa io miserabile potrei replicarti? Mi turerò la
    bocca con la mano. Una volta ho parlato. Due volte non
    parlerò. E non continuerò » .
    Anche l’epilogo felice, con il totale risarcimento di Giobbe,
    ben lontano dall’essere un riconoscimento delle sue
    ragioni, appare come un’ennesima ostentazione della
    potenza divina.
    Ma quell’immagine di Giobbe, con la mano sulla bocca,
    piegato finalmente al silenzio, è il reale epilogo
    dell’impossibile dialogo con Dio di un uomo che, fiducioso
    nelle ragioni del diritto, della giustizia e della morale, deve
    arrendersi all’evidenza di un interlocutore che non è
    all’altezza, che non potrà mai essere in sintonia con le
    esigenze dell’altro, proprio perché inferiore sul piano
    morale, o più precisamente, che è espressione di quella
    premoralità che a una coscienza riflessiva e interrogante
    qual è quella dell’uomo non può fornire spiegazioni.
    Delle molte prospettive da cui il racconto biblico può essere
    affrontato, Jung sceglie quella che possa illuminare le
    tappe e l’esito di quel drammatico conflitto divino di cui
    Giobbe è l’occasione estremizzata. Se si tiene presente il
    presupposto di Jung che l’immagine divina è immagine
    psichica e rappresentazione antropomorfica della divinità,
    l’episodio di Giobbe risulta un intreccio inestricabile della
    vicenda umana con quella divina, entrambe segnate e modificate
    dal reciproco gioco dialettico. Fra i due protagonisti
    il peso della contraddizione è tutto su Jahwèh. Giobbe,
    ostinatamente immobile nella sua richiesta di giustizia, non
    sappiamo come utilizzerà le nuove acquisizioni del suo
    scontro con Dio. Dio ne uscirà invece, come da ogni
    conflitto che non venga negato, profondamente modificato
    e deciso a scelte radicali.
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