Pensare a voce alta

di Paolo Pugni

Faccio una cosa da donne: ragiono a voce alta. Anzi per iscritto. E faccio una cosa da uomo, anzi da paolo pugni: provoco. Non perché mi diverta particolarmente a suscitare risse. Tutt’altro. Né per copiare il clima da talk show. Piuttosto perché oggi temo che solo una scossa forte ci permetta di uscire da quella apatia indotta, per osmosi, che ha sfarinato lo stupore annacquandolo nel “l’abbiamo già visto” o nel “tutto è lecito”. E’ lo stupore che salverà il mondo, e noi, uno per uno.

Convien quindi urlare, con letizia e lievità, per rompere la crosta e ragionare, che anche io non so ora dove mi condurrà questo pensar per battute di tastiera, che già sento di avviarmi per impervie cengie che mi menano in terreni aspri e rovi, che non mi piacciono eppure affascinano.

Orribile favelle -perché diverse lingue al mio orecchio- aspre, roche, taglienti invadono il mio quartiere la domenica, come cavallette travolgono senza rispetto, e assediano come alghe la marina ogni prato e sentiero. Orribili perché nordafricane, e slave, con quelle parole tutte di consonanti, che peraltro stonerebbero al mio orecchio quanto l’olandese, il finlandese o l’ungherese, così per non offendere nessuno.

Ed eccolo lì il leghista, s’alza un coro, il falso cattolico, il razzista che spara nel mucchio a condannare.

No. Rifiuto questa aggressione. Rivendico il diritto di cercare di spiegare, prima a me che a chi legge, da dove nasce questo fastidio, quasi avversione, che vorrei respingere in nome di quella fede che indegnamente cerco di tradurre in volontà attuale, e combatto, e mi sforzo, e non ci riesco. Perché sarà vero che il peccato come lupo si aggira per mordere, ma è anche vero che non è sempre e solo dalla mia parte.

Ora ci ho pensato e non so se c’è della logica, anche se mi sembra, e ho raccolto una manciata di ragioni che cominciano da una che ragione non ha perché non è se non irrazionale: la paura.

Lo cantava Phil Collin nell’ultimo album decente dei Genesis, quando già l’assillo per il conto in banca prevaleva sulla qualità delle scelte musicali:

And you kill what you fear, And you fear what you don’t under stand

E che non conosciamo è palese, non so dove collocare l’astina tra i due opposti, tra chi non vuol capire e chi non vuol farsi conoscere, ma riconosco con evidenza il risultato finale.

Ciò detto c’è altro in ciò che osservo, e che mi infastidisce ed è questo sguardo da invasori, questa camminata da occupanti, questo modo di fare sfrontato di chi ha fatto proprio. Hai ben a dire che anche gli italiani sono stati emigranti con tutto quello che segue, ma ci siamo sempre sentiti ospiti, sommessi fortunati, mai oppressori. E siamo andati quando di lavoro ce n’era, che se adesso provi a fare la stessa cosa negli stessi territori vedi come ti spalancano le porte di Ellis Island!

Ok, fermi tutti, non mi dimentico di Al Capone e compagnia bella. Non siamo andati là solo a faticare. Abbiamo importato la mafia. D’accordo. E la violenza. E non si può definirlo solo un effetto collaterale. Non so come inquadrarlo, di certo però non era l’atteggiamento dei più, della massa, di quelli che erano ben accetti perché sgobbavano in silenzio. Con rispetto e onestà.

Ecco questo cipiglio da chi ormai ha conquistato, e lo vedi da come si impossessano dello spazio, come lasciano dopo il loro passaggio, quasi che poi ci fossero gli schiavi a mettere ordine, a raccogliere le cartacce, a riaggiustare.

La terra è loro, sovrappongono il loro modo di vivere al nostro con la palese volontà di cancellarlo.

Se devo cercare una ragione per questa ostilità che scorre sulla pelle, che irrita in profondità è l’apparente totale mancanza di rispetto, nello sprezzo non del pericolo, ma dell’umanità altrui, dell’accoglienza; è in questo pretendere, ritenere che tutto sia dovuto, alimentato da un certo populismo di mille colori che senza sforzarsi di capire sentenzia, rimprovera, impone, giudica sempre a senso unico.

Va bene e adesso? E adesso che ho sparigliato i pensieri? Dov’è l’asso da calare? Non ce l’ho. Non so che cosa proporre né che cosa additare come errore. So solo che mi sento a disagio, sento che questo fastidio, più intellettuale che praticato, è errore, stride e geme, non si allinea.

Eppure non se ne va.

88 pensieri su “Pensare a voce alta

    1. Fk

      Beh, il sesso tira un po’ di più… pensavo che ormai il filone editoriale l’avessi imbroccato… (è solo una battuta, Paolo!).
      Buona Festa di Cristo Re dell’Universo!!!

  1. Caro Paolo, la scarsezza di commenti dipende probabilmente dal fatto che hai posto un tema oggettivamente difficile.
    Sai bene che su questo argomento la pensiamo molto diversamente e adesso non ho tempo per una risposta articolata (è Domenica mattina), mi limito a far notare un punto di vista un po’ diverso:

    “Un’Africa che avanza, gioiosa e vivente, manifesta la lode di Dio”

    Benedetto XVI (esortazione apostolica post-sinodale “Africae munus”)

  2. Grazie donFa e buona domenica, curioso che credi che la pensiamo diversamente, dato che non so neppure io come la penso 😉
    Perché un conto è provare oggettivo fastidio per comportamenti aggressivi, altro è ritenere che non si debba offrire accoglienza ed ospitalità, senza dimenticare quelli di casa, come scrive san Paolo….

  3. E’ proprio così, all’animale che è in noi non piace che altri animali vengano a gironzolare
    dalle nostre parti. E’ un fatto difficilmente contestabile. Come quando a Torino andavano a lavorare i “terroni” alla FIAT o che altro. Quanto alla scia di cartacce e di rifiuti lasciati in giro credo che noi Italiani in questo si sia sempre stati imbattibili!!!

    1. Angela

      Purtroppo l’esperienza mi porta a darti ragione sull’ultima parte! Mooooolto a malincuore ma non posso fare a meno di ricordare le volte che sono stata all’estero e di come “noi” (mi ci metto anche io!) siamo “casciaroni”, irrispettosi delle regole, padroni fuori di casa nostra, se abbiamo il cestino dei rifiuti sotto il naso buttiamo comunque per terra… Ma questo, purtroppo lo facciamo anche in italia. Non è antipatriottismo ma cruda realtà. Un esempio? Chiedete ai frati che custodiscono il santuario di Medjugorje come si comportano gli italiani!

  4. Ragazzi. Per iniziare Buona Domenica. Per continuare………..nell’altro post ho scritto che mentre cammino per starada con il mio ragazzo la gente ci fissa.
    Semplice, lui è di colore io bianca come un lenzuolo candeggiato. Io lo conosco da quando avevamo 14 anni, e il colore della sua pelle per me fà parte di tutto quello che lui è. Non lo vorrei mai diverso da come è, anche se la gente ha spesso dei sussulti e dei sussurri sconvolti.
    . Lui è italianissimo, il suo aspetto no, così ogni tanto gli capitano cose tipo essere fermato più spesso dalle forze dell’ordine, non trovare su di un treno chi gli presta una penna, i miei parenti che chiamano a casa per far sapere a mia madre che stò con un ” nero “. Lei se la ride, perché lo conosce da una vita e adora suo genero. Lui se la ride e dice: ” dì ai tuoi parenti che sono anche islamico integralista e che ti faccio portare il velo. ”
    La gente, sa essere davvero stupida davanti a quello che non conosce.
    Poi ci sono anche le ragazze che lo fissano per strada, perché diciamocelo al di là del colore sconcertante è davvero bello, in ogni senso possa esserlo una persona.

  5. Poi io sarò una matta, ma spero tanto che i due figli che sogno, somigliano a lui, anche mia madre non vede l’ora di avere due nipoti un pò fuori dai ” canoni comuni “. Mio fratello più piccolo ha commentato dicendo che è ” un pò colorato ” e lo guarda estasiato tutte le volte che è nei paraggi. I bambini a volte sono molto meno propensi dei grandi ha guardare male il prossimo, dipende da come noi gli facciamo vivere ” l’altro “.

  6. Erika

    Caro Paolo, hai senz’altro posto un tema scomodo. Io sono tra quelli che si ostinano a dire, ormai fuori moda, che l’immigrazione e’un fenomeno irreversibile in un mondo la cui ricchezza e’ cosi’ mal distribuita. E non sono una radical chic: i miei vicini di casa, nella zona piu’ vecchia e malandata di Ravenna, sono vedove con la pensione minima, badanti rumene, commercianti pachistani. E tutti triboliamo con le stesse preoccupazioni. Orribili favelle dici? Non piu’ di quelle che si possono sentire in prima serata in tv, sprezzanti di Dante e di tutta la nostra storia. Sguardi da conquistatori dici?Come tutti i giovanotti, e comunque non piu’ delle mamme in fuoristrada (che costano quanto la mia casa) che parcheggiano in tripla fila per non fare 300 metri a piedi. Conosco, ho conosciuto, troppa gente che mi tratta con maleducazione finche’ non scopre che ricopro una carica pubblica che potrebbe far comodo. Un popolo che ha paura si chiama PAVIDO. E i pavidi non hanno futuro. P. S. Sono una , e di solito non penso a voce alta ne’ per iscritto, bensì in silenzio. E in solitudine. 😉

    1. Ciao Erika e grazie innanzitutto. E’ chiaro e sono d’accordo con te che siamo di fronte ad un fenomeno irreversibile che può e deve portare ricchezza (in senso ampio e completo) a tutti.

      Mi spaventa un certo pauperismo che è altrettanto ottuso del più banale razzismo, altrettanto deprecabile degli sguardi torvi, dei consigli sottovoce (o a voce alta) delle insolenze ingiustificabili.

      E, permettimi come contributo alla discussione alla provocazione se vuoi ma senza alcuna malizia: se ci sono conterranei che si comportano male -e gli esempi che hai fatto sono limpidi e condivisibilissimi si intende- non è che allora devo importarne altri che si comportano al medesimo modo, non credi?

      Piuttosto cercherò di capire perché si parcheggia in tripla fila o si guardano show indegni.

      Sì, siamo un popolo pavido, forse più ancora che impaurito direi egoista. E in un prossimo post vorrei ragionare, se l’editore me lo consente, proprio su questo tema.

      Ti assicuro che gli sguardi da conquistatori ci sono, li vedi. Non si può generalizzare né in un senso né nell’altro.

      Comprendo che l’accoglienza è un doppio dovere: etico e religioso.
      Ripeto: un dovere. Ineludibile. Un punto non negoziabile.

      Ma mi fa paura, e non di quella che porta alla pavidità mi auguro, vedere questa cessione dei nostri valori in cambio di un terzomondismo sbracato, sciatto, senza giudizio e riflessione. Condito spesso con un innocentismo per definizione. E una colpevolezza per definizione agli italiani. Il quale anche loro soffrono, fanno fatica, tribolano, hanno preoccupazioni. E non solo SUV parcheggiati in terza fila.

      Spero di aver illustrato con sufficiente lucidità ciò che intendo e come non riesca a trovare la quadra, prima dentro di me che nella società.

      Grazie ancora.

      1. Erika

        Paolo, apprezzo davvero la tua onesta’ intellettuale. Ma qual e’ la soluzione? L’accoglienza e ‘ una parola vuota finche’ non ci troviamo davanti l’ “ospite”, e non lo troviamo un tantino piu’ “sporco” e maleducato di quanto ci mostrano certe pubblicita’ progresso in cui i poveri sono tutti sorridenti, grati e servili. Credo che l’unica soluzione sia quella di accettare che il mondo e’ cambiato, forse si sta un po’ più’ stretti, ma non sempre e’ un male. Certo, certi comportamenti non possono essere tollerati, ma la reazione va riservata al colpevole, non a tutto il suo popolo. Io non mi sento affatto responsabile dei misfatti della mafia in America, quindi…Ancora complimenti per la scelta dell’argomento, molto interessante.

    2. vale

      @erikaconosco abbastanza Ravenna ed anche amici che ci abitano per saper che non è differentedaaltre città o paesi dove chi immigra tende a vivere secondo le proprie abitudini d’origine invece che tentare-almenoun poco-d’adeguarsi alle nostre.
      non dubito che ci sia qlcosa di buono anche nelle loro tradizioni e modi di vita.se funzionasseronon avrebbero avuto bisogno di emigrare.
      sulle cariche pubbliche come vengono attribuite nell’ultimo ridotto del socialismo reale che va dala Romagna al centro Italia,visto che per 20anni,per un quotidiano,ho girato mezzo paese, non entro nel merito poiché si creerebbe una polemica politica inutile e che esula dal blog. ma ne so abbastanza, anche di non pubblicabili o riferibili-per sapere che ,salvo eccezioni personali, il cosidetto modello emiliano-romagnolo,toscano,marchigiano,umbro,ecc è fuffa al 9%
      se dopo aver scoperto quel che fai usano deferenza, è perchè,per lavorare.non vogliono problemi.sopratutto da burocrati(senza nessuna connotazione-in questocaso-denigratoria.non ti conosco.potresti essere una persona,fra le poche, che anno per quel che sono pagate dalla comunità.
      auguri

  7. Mi colpisce questa faccenda dello “sguardo da conquistatore” e faccio una riflessione: sempre quando una minoranza vuole conservare gelosamente la propria identità viene sospettata dalla maggioranza di voler imporre la propria cultura e il proprio modo di vedere. Non accade la stessa cosa a noi cristiani (non per nulla siamo anche noi stranieri in questo mondo!) se proviamo ad essere semplicemente noi stessi? Noi lo sappiamo bene di non avere alcuna volontà egemonica eppure sempre dobbiamo superare un sospetto, rassicurare e il più delle volte ovviamente neppure ci riusciamo.
    Non sarà che invece questo sospetto nasconde un complesso di inferiorità?
    Ti confesso che quando vedo il senso della famiglia, la solidarietà che hanno tra loro, il pudore delle loro donne (bhe della maggioranza è ovvio, le mele marce ci sono sempre, ma ci facciamo credito l’un l’altro di onestà intellettuale) penso sempre: speriamo che sappiano fare un giusto discernimento nell’integrarsi e prendere da noi solo il buono.
    Cosa altro dovrebbero desiderare di prendere da noi a parte i nostri soldi? Che valori abbiamo da insegnargli? E quindi, dal loro punto di vista, perché dovrebbero desiderare di integrarsi?
    Cristianesimo a parte è ovvio, ma certo se voglio trasmettere loro la fede la prima cosa che dovrò fare è aprire mente e cuore, farmi uno con loro, come fanno i missionari.
    In passato la Chiesa spendeva risorse economiche e spirituali enormi nella missione “ad gentes”, che così è diventata l’opera di pochi specialisti. Adesso tutti possono essere missionari, perché le gentes sono venute a casa nostra e questa a me sembra un’opportunità straordinaria!

    1. Comprendo e vedo la necessità e colgo il bisogno. La sfida se vuoi.
      Ma vedo anche in alcuni, sia chiaro non in tutti, quello sguardo da padroni di casa, forse basato proprio dalla povertà dei nostri valori, dal vuoto della società che loro riempiono.
      Ma alcuni hanno questo sguardo che non paura, non è autodifesa. Non è lo sguardo degli emigranti italiani del secolo scorso.
      E quanto alle donne, beh è chiaro che nel mare magnum degli (extra)comunitari trovi di tutto, ma per una buona parte di loro mi sembra che il loro concetto di donna… sia per lo meno imbarazzante. Non trovi?
      Ciò detto, diamoci da fare per rendere ricca di valore questa società.

      1. In fatti io credo che alla fine dei conti il problema siamo proprio noi.
        Ti faccio un esempio: io ho una carissima amica brasiliana, che vive in Italia da 20 anni, ormai ha la cittadinanza ed è perfettamente in regola, tanto che mi dice che si sente straniera quando torna in Brasile.
        Questa donna gestisce una piccola impresa e lo fa con discreto successo, insomma non è una che ci sfrutta, anzi semmai è una che nel nostro paese ha portato ricchezza.
        Eppure non ama l’Italia, o meglio non ama gli italiani e come darle torto? In pochi anni noi che eravamo universalmente conosciuti come “italiani brava gente” siamo diventati un popolo meschino, gretto e feroce…

        Onestamente Paolo io con molti di loro cerco di “viverci” insieme per ragioni di ministero e perché la mia carità non sappia di elemosina pelosa e ti dico che ne ho conosciuti tanti, ma tanti, sopra la media degli italiani.

        La concezione della donna… esiste anche una povertà culturale che si esprime in violenza e arretratezza e che le donne son sempre le prime a pagare. Non per nulla uno dei fronti più importanti su cui i missionari sono impegnati è proprio quello della promozione femminile, ma questo non può certo andare a discapito del loro pudore e della loro dignità, che restano un valore altissimo.

        Sono proprio quelle donne sai a non voler essere affatto “liberate” se hanno anche solo il sospetto che la liberazione che portiamo sia una liberazione sessuale. Se promozione femminile significa insegnare la tutela del corpo, l’igiene, il rispetto reciproco, la promozione culturale va benissimo, ma da questo punto di vista mediamente noi italiani (guarda la TV, guarda il mondo della politica e della cultura) abbiamo davvero qualcosa da insegnare loro?

          1. Alessandro

            Non facciamo di ogni erba un fascio (lo dico anzitutto a me). Ci sono italiani e italiani, stranieri e stranieri. Certi italiani hanno da imparare e molto da certi stranieri, e certi stranieri hanno da imparare e molto da certi italiani.
            Il popolo italiano non è questo popolo pavido, tarlato, furbastro, inurbano che spesso si dipinge. Così come c’è da guardarsi dall’idealizzazione dell’ “altro”, dell’immigrato. Occorrono realismo e pragmatismo.

  8. Adriano

    Ma questo post non era già stato pubblicato qualche giorno fa, e poi misteriosamente scomparso? Be’ dopo averlo letto, capisco forse anche i motivi…

    Quanto ai presunti sguardi da invasori, alla ipotetica camminata da occupanti, alle lingue straniere percepite come di “orribili favelle”, c’è un modo molto semplice per risolvere la questione. Ed è viaggiare. Non come i turisti che stanno tutto il tempo in una bolla protetta, uno scafandro da cui escono coi vestiti asciutti e stirati come se niente fosse successo.

    No, non questo. Trasferirsi. Emigrare. Con tutto quello che comporta. Cercare casa e vedersi sbattere la porta in faccia. Lavoro, e non ricevere alcuna risposta. Sentirsi insultati con titoli come “Tschinggeli”, “Spagettifresser”, “Macaronì” (con l’accento finale). Essere etichettati con le quattro parole italiane più conosciute (mafia, pizza, spaghetti, mandolino). E con tutti quei pregiudizi che queste parole comportano. Dover faticare il doppio per dimostrare quanto si vale. Ed essere obbligati a sopportare quel sorriso di scherno che, durante un recente vertice internazionale, è stato riservato a un ormai ex rappresentante del Bel Paese. Tanto scandalo per quella smorfia, quando milioni di italiani all’estero (e non solo loro) l’hanno dovuta affrontare per anni. Ah non parlo per sentito dire. Ma per esperienza diretta.

    Se questo non è possibile, consiglio la lettura di un libro: “L’orda, quando gli albanesi eravamo noi”. E anche conoscere, da vicino, senza pregiudizi o senza quello che avevo in precedenza chiamato “vasetti di wasabi”, questi presunti “occupanti dello spazio” con “totale mancanza di rispetto”. Così ci si può rendere conto che questo “non è l’atteggiamento dei più, della massa” e che che c’è gente anche tra questi immigrati che “sgobba in silenzio”, “con rispetto e onestà” ma che, ciò nonostante, non è ben accetto.

    E così tutti gli sguardi e atteggiamenti ostili nono saranno diversi da quelli degli italiani da generazioni e le parole strane non saranno poi differenti dal gergo giovanile o dai dialetti locali.

    Così scompare questo desiderio, questa voglia impellente di annientare cosa (o chi) non si conosce.

    1. admin

      @Adriano:
      nei giorni scorsi durante una revisione del testo per errore il post è stato pubblicato e non semplicemente salvato. E’ rimasto probabilmente per 2 minuti quindi non c’è niente da capire sui motivi e sul perchè è stato rimosso e qualsiasi allusione è maliziosa e fuori luogo.

      1. Adriano

        Meglio così… Qualche dubbio mi era venuto anche perché mi sembrava proprio di aver trovato traccia anche di commenti in alcune cache.

  9. Paolo Pugni:
    io credo di avere capito cosa vuoi dire, è un PROBLEMONE ENORME; che ha a che fare con la trasformazione dell’uomo in un altro uomo, o della nostra “civiltà” in un’altra, o della nostra politica in un’altra, completamente altra…
    Come la religione, la trasformazione totale assoluta definitiva. Però intanto, che uno aspetta questa operazione (immediata?) non ci resta che di comportarci il meglio che possiamo in tutte le circo-stanze.

  10. lidiafederica

    Innanzi tutto dico che il tema è interessante, e merita una discussione. Poi dico che faccio il dottorato in linguistica slava, mi occupo di bielorusso e lituano, ho raramento visto una lingua con tante vocali come il finlandese ( in finlandese “Sono a Roma” = Roomassa olen, “ho un libro”: minulla on kirjat. Il finlandese, come l’ungherese, ha addirittura l’armonia vocalica! ioè in una parola possono starci solo vocali con simile luogo d’articolazione, proprio per rendere l’articolazione armoniosa :)) e una con tante consonanti quanto il napoletano.Volevo studiare l’ebraico e lì con i suoni stridenti non si scherza…(è simile all’arabo). Perciò diciamo che l’aggettivo “orribile” mi trova all’opposizione più netta. Ma è questione di gusti, perciò nulla quaestio.
    due considerazioni: 1. ma qual’è il problema del post? IO mica l’ho capito….la criminalità? La mera presenza degli immigrati? La loro presenza troppo numerosa nelle aree pubbliche (e che facciamo, i ghetti? la domanda è stupida, ma non capisco davvero il punto del post…)
    2. Facciamo finta che il punto sia la criminalità e la “conquista” culturale
    Sul tema dell’immigrazione, certo che bisogna regolarla, ma regolala come vuoi, non puoi impedire alla gente di venire.
    Io ogni tanto, quando penso alla fame, gli stupri, i viaggi, il freddo, e tutto ciò che questa gente ha sofferto per arrivare qua, mi sento male. Così come mi sento male quando vedo come vivono qui (io sono di Roma, ci sono scene da sentirsi male).Poi penso alle donne (rumene, italiane) stuprate dai rumeni e moldavi a Roma, e mi viene una voglia di sbattere via tutti i maschi rumeni e moldavi da Roma (PS: Rumeni, moldavi e albanesi non sono slavi. So che lo sapete, ma anto per chiarire ;)). Sicuramente lo stesso hanno pensato di noi gli americani, alla decima o centesima vittima di mafia aChicago. Poi penso ai miei nonni, che oltre a figli e noi nipoti vivono, e mio nonno è morto, (perciò adesso è solo nonna che vive, ok) accompagnati da una famiglia di indiani meravigliosi, senza il cui aiuto noi non ce l’avremmo fatta….e poi…e poi…e poi…mille sfaccettature.
    Io credo che il problema legato alla criminalità sia soprattutto un problema di miseria: chiaro che se l’immigrato vive per strada, di espedienti, questi saranno criminosi, per la maggior parte. Ergo una politica giusta dovrebbe essere legata al lavoro, secondo me.
    Per il problema culturale: Non è che “gli immigrati” vogliono imporre la loro cultura, di solito, è che pretendono il diritto di vivere le loro tradizioni anche qui, il che mi pare pure giusto. Non è che se vado a vivere in Israele mi devo fare ebrea per forza e il sabato non girare in macchina. Se le tradizioni sono portare il velo, per esempio, a me va benissimo; se la tradizione è combinare i matrimoni delle figlie a 12 anni no, ma questa è questione di legge, non di cultura. Io ho vissuto (e conto di vivere in futuro per un po’) in Germania: dove satvo io, gli italiani erano 7.000 (in una vittà di tipo 250.000 abitanti!!): c’era la chiesa italiana, si sentiva italiano per strada, pienodi ristoranti italiani…come da noi per gli arabi e i kebab. Magari ai tedeschi dà fastidio e la nostra lingua suona loro orribile, boh.
    Secondo me, poi, per esempio, in ogni comune italiano dove i musulmani sono tanti andrebbe costruita (a spese della loro comunità, magari con sgravi fiscali) una moschea, perché è sacrosanto che l’uomo abbia un luogo dove adorare Dio secondo i propri riti. E se ci sono buddisti il tempio buddista, etc. In fono, quando andiamo in Paesi stranieri e vediamo una chiesa siamo felici. Sarà così pure per loro, credo.
    Ciò detto, la questione andrebbe sviscerata più a fondo, ma devo per l’appunto andare a Messa (in una chiesa esteticamente orribile, italiana al 100%, mannaggia…).
    Un caro saluto!

    1. Non necessariamente c’è un problema, quanto forse una riflessione che nasce dall’osservazione dei fatti e da quella del cuore.
      E dalla constatazione che tra cuore e volontà a volte c’è un abisso difficile da colmare che costituisce una vera e propria sfida personale (e per fortuna c’è la grazia…).
      Sull’orribili favelle come spero fisse evidente… si tratta di una battuta, pura e semplice. Al nostro orecchio, al mio, suonano soavi il francese, l’inglese, lo spagnolo, la dolcissima nenia portoghese… il napoletano e il romano, il mio adorato milanese, già il bergamasco stona, figuriamoci tedesco o olandese, gutturali.
      Del resto Tolkien per creare il linguaggio degli orchetti e di Mordor aveva attinto dalle lingue balcaniche…
      Grazie per la tua riflessione che apprezzo e ritengo di aiuto per fare luce nel cuore.

      1. lidiafederica

        Davvero?! Non lo sapevo delle lingue balcaniche e Tolkien (e mi consideravo un’esperta, ho deciso già a 15 anni di fare la linguista proprio per lui!)!. Grazie dell’info. Chissà però da quali lingue balcaniche: slave (serbo,bulgaro e macedone), albanese, greco, rumeno…
        Lo spagnolo di Spagna, per es., a me suona invece di un aggressivo allucinante, con le “jota” sparate a mille e la “s” serpentina…a me, romana, il milanese suona come se uno avesse preso tutte le “e” e le “o” e si divertisse a pronunciarle “sbagliate” (“béne” invece di “bène”, “perchè” invece di “perché”…) 🙂
        Ho pensato poco fa che, purtroppo, dopo tutto quello che il lombardissimo Berlusconi ha detto (e fatto, ma vabbè) sulle donne nelle sue “storielle”, dopo l’uso schifoso del corpo femminile nelle pubblicità e in TV ( le “veline” sono ovunque, ormai) e persino nei manifesti dell’Unità e di SEL, noi italiani prima di parlare di dignità femminile dovremmo fare un minuto di vergogna..sigh (sia inteso: ovvio che la concezione della donna nei Paesi musulmani è ben peggiore, lungi da me fare il paragone con loro. Resta il fatto che in Germania non ti fischiano dietro per strada, mentre qui sì, e non è bello…)

        1. vale

          per l’uso schifoso dellle donne e del loro corpo basta-visto che è stata sdoganata con questa risposta-la politica, guardare il sito internet di Repubblica…

          1. lidiafederica

            verissimo. Poi l’ipocrisia di giornali come il Corriere, Repubblica e l’Unità è scandalosa – tanti begli articoli e supporto alle manifestazioni, ma alle donnine nude in prima pagina non rinunciano.

  11. Angela

    Admin, aiuto! Non mi è arrivata la newsletter di questo post. Per fortuna sono venuta nel blog a “caccianasare” lo stesso! Mo’ leggo tutto!

  12. nonpuoiessereserio

    Paolo, condivido le tue perplessità e dico che gli stranieri, potendo dovrebbero poter vivere nel loro paese di origine. Purtroppo le politiche economiche hanno sbilanciato il mondo e ora ci ritroviamo masse di gente immigrata che avanza diritti e pretese. Qui nel mio Veneto ci sono un sacco di stranieri e per fortuna lavorano e sono ben integrati per la maggior parte salvo qualche situazione di eccessiva concentrazione nelle città (penso a Padova) dove io non vivrei mai. Molti stranieri che sono impiantati da tempo votano lega alla faccia dei sinistroidi che se li leccano nei loro discorsi. In passato anch’io ho votato lega e poi ho votato Ferrara nella sua lista contro l’aborto, devo essere stato uno dei pochissimi visti i risultati. Ora sarei propenso a votare un partito antieuropeista, non voglio andare in pensione a 70 anni e poi godermela solo un paio d’anni prima di fare la fila fuori e dentro gli ospedali. Vorrei vivere la mia vecchiaia facendo il nonno, facendo passeggiate, andando in osteria, facendo qualche viaggio, pellegrinaggio, passare un po’ di tempo con mia moglie io e lei, e soprattutto vorrei avere il tempo di prepararmi con calma all’incontro con Dio, devo fare un resentin come dicono qui.

    1. vale

      così,a spanne, i tuoi “desiderata”per la vecchiaia, mi sembrano delle illusioni.in tempi di grandi cambiamenti, incluso quello di diventareschiavi -in casa propria-di tecnocrati che campano di stipendi e pensioni statatli(cioè della comunità), la vedo dura…..

  13. Roberto

    Avevo già trovato condivisibile l’analisi sull’immigrazione fatta dal Cardinal Biffi 10 anni fa, quando la lessi la prima volta.
    Qui mi limito a ricordare che, Dottrina della Chiesa Cattolica alla mano, il dovere dell’accoglienza non è un valore assoluto, ma relativo, e deve essere bilanciato assieme ad altri, quali il bene della propria Patria, la necessità di conservarne la specifica cultura e di permettere un assorbimento razionale dell’immigrazione. Se il migrante ha sempre un diritto a migrare, lo Stato d’accoglienza non ha sempre il dovere di accogliere.
    Uno Stato può essere, certo, multietnico, ma non può essere multiculturale (sono due cose diverse) pena, presto o tardi, la sua dissoluzione.
    Ovviamente, il mantice culturale della nostra Italia sarebbe stata la nostra Fede cattolica, ma poiché 150 anni di sforzi indefessi hanno portato a ferire gravemente e infrangere tale identità, gli immigrati si trovano spesso davanti un vuoto senza particolari proposte e agiscono, del tutto naturalmente, come chiuque si trovasse in una terra straniera priva di un volto ben identificabile: cioè (se ne hanno voglia) si comportano un po’ da padroni; e questo è logico in quanto le persone spesso non trovano ragione di rispettare chi non ha rispetto e/o si vergogna della propria identità. Direi che è… “normale”.
    Ovviamente, gli eredi culturali di coloro che fecero di tutto per spappolare la nostra identità patria così da poterla sostituire con un modellino ideologico costruito a tavolino (prima la mancata “rivoluzione protestante” che avrebbe tenuto l’Italia nelle tenebre del medioevo, poi il “sol dell’avvenire” che prometteva la venuta del paradiso sulla terra, poi…) sono del tutto favorevoli a un’immigrazione sregolata e irriflessiva, posta al di fuori di qualsiasi regola di diritto naturale, in quanto portatori (insani) di quel virus frenetico che spinge l’Europa ad essere “apostata da se stessa prima ancora che da Dio: fino a dubitare della sua stessa identità”, come giustamente disse nel 2007 Papa Benedetto XVI

    1. Adriano

      “Uno Stato può essere, certo, multietnico, ma non può essere multiculturale (sono due cose diverse) pena, presto o tardi, la sua dissoluzione.”

      Mmm. Gli Stati Uniti sono decisamente multiculturali (e pure multilingue). Nel Regno Unito pure (così, per esempio, le corti e il diritto ebraico possono essere usate, entro certi limiti, nelle liti all’interno delle comunità giudee). In India, Cina e Sudafrica sono tante le culture che si incontrano (e si scontrano), Iughuri, Tibet, afrikaans, il mondo delle caste vs. chi non le riconosce ecc.

      Eppure non mi pare che questi stati godano di pessima salute. Anzi.

      1. Angela

        E’ vero, ma alcuni di questi paesi sono multietnici da secoli. Significa che bene o male il problema che abbiamo noi oggi, loro lo hanno avuto tanto tempo fa. Leggendo la loro storia si trovano lotte interne non indifferenti, proprio perché multietnici. Che salute può godere uno stato se già, per esempio, gli scozzesi e gli inglesi non sono in rapporti idilliaci nemmeno tra di loro? Leggi la vita attuale: i cristiani sono perseguitati, soprattutto nei paesi asiatici! Questo significa che di salute non ce n’è poi così tanta!

    2. lidiafederica

      Mi viene un dubbio, così, a pelle: ma allora, se l’identità è anche religiosa, fanno bene i musulmani pakistani e gli induisti indiani a non volere la cristianizzazione dei loro Paesi per preservarne l’identità? Facevano bene a voler limitare l’immigrazione occidentale cristiana in Giappone nel XVII-XIX sec.? E come la mettiamo allora con l’evangelizzazione? … è una questione difficile..

      1. Angela

        Il mio mito di evangelizzatore è un frate marchigiano: padre Matteo Ricci. Lui è stato missionario in Asia e la sua grande caratteristica è che non ha mai cercato di snaturalizzare l’identità, la cultura e le tradizioni dei paesi dove andava, ma si limitava a portare Cristo e la Parola di Dio. E’ bellissima una sua immagine in abiti cinesi!

    3. Angela

      Il Card. Biffi la sa lunga!
      Mi viene in mente una frase (Parola di Dio… detta da un santo… boh!): “Il bene bisogna farlo bene”. E’ un po’ come la storia del “sì” e del “no”: bisogna usarli per un bene futuro e non per un bene immediato che può nuocere a lungo andare. Se a uno che ha il diabete offro il dolcetto perché “lo vuole”, lo faccio contento ma non è il suo bene. E poi? Il bene di uno non può essere il male di altri: la mia libertà finisce quando inizia la tua: RISPETTO!

  14. Erika

    Un piccolo aneddoto: qualche mese fa le vecchiette mie vicine di casa mi hanno fermato per chiedermi di scrivere una petizione al Comune per risolvere il problema di alcuni romeni, anche loro nostri vicini, che erano soliti lasciare i sacchi dell’immondizia davanti a casa. Allora ho chiesto: ma avete provato a parlare con loro? Mi guardano terrorizzate dicendo “ma e’ pazza? Sono rumeni…” Be

    1. Erika

      (scusate, ho premuto invio per errore!) Insomma, con sprezzo del pericolo suono a casa dei terribili muratori rumeni, espongo la questione e spiego loro come funziona la raccolta porta a porta. Problema risolto. Certo, non e’ sempre cosi’ facile, ma a volte la soluzione piu’banale e’ anche quella giusta.

  15. Paolo,
    che devo commentare? Se uno ha un atteggiamento arrogante, lo mando a quel paese, senza interessarmi alle sue origini, religione o quant’altro. Devo dire che non mi capita più spesso con gli immigrati che con gli italiani.
    Ho conosciuto immigrati civilissimi e desiderosi di avvicinarsi alla nostra civiltà e altri con cui ho litigato di brutto. Ma non ho mai pensato “sei a casa mia e quindi devi comportarti come voglio io”, ho sempre pensato:”ci sono dei valori non negoziabili, tra cui il rispetto per le persone e quindi mi devi rispettare come io devo rispettare te.” Sarà che sono stata per un breve periodo immigrante a Londra e qualche inglese razzista l’ho pure incontrato.

  16. Argomento difficile, io non ho soluzioni, parlo per esperienza (da extracomunitaria credo di aver titolo). Non solo, per parte di padre io sono discendente di immigrati italiani in Brasile (nonna veneta e nonno cremonese), ho un fratello a Boston, ho cugine a Miami, a Bruxelles, insomma, una famiglia di immigranti. Quel che seguirà saranno dei pensieri in libertà…
    Io credo che la paura dell’ignoto, dello sconosciuto sia naturale, faccia parte dell’istinto di conservazione. La soluzione non è alimentare la paura, ma rendere l’ignoto noto. C’erto, per farlo sono necessarie due cose: che io mi apra verso lo sconosciuto e che lo sconosciuto si apra verso di me.
    Spesso non è così, ma non sempre per colpa degli italiani.
    Chiunque si sposti subirà in qualche modo una prima valutazione, sia essa positiva o negativa, legata ai luoghi comuni che si danno al proprio popolo. Italiani “tutti buona gente ma tutti ladri”, si diceva degli italiani in Brasile ai tempi dei miei nonni, brasiliani “trans, calciatori e puttane”, quando sono arrivata qui io. Questi luoghi comuni sono offensivi, fanno male, ma spesso nascono da una minoranza di nostri connazionali che hanno, purtroppo, lasciato segno nel paese nei quali sono stati accolti.
    Quando mio marito ha annunciato ai suoi che era insieme ad una brasiliana, la prima domanda che li fece suo padre fu “sei sicuro che sia una donna”. Ovviamente non è bello, ma la soluzione sicuramente non è quella di fare la vittima. Inoltre, ogni volta che tornavo in Brasile a vedere i miei, al ritorno, non c’era volta che non mi fermassero a controllare i bagagli, nonostante la mia doppia cittadinanza. Una ragazza (allora) che viaggia da sola e fa avanti indietro dal Brasile è una grande sospettata per il traffico di droghe (se aggiungi che mi portavo il caffè ed altre cose che poi, chiedendo, ho scoperto usate regolarmente per nascondere le droghe, allora la frittata è fatta).
    Ma, vi assicuro, non ho mai percepito queste cose come un “ce l’hanno con me”. Per quanto riguarda i controlli, credo che se, per sfortuna, io rientrassi nelle caratteristiche da “ricercare”, dovevo essere controllata. Ci saranno state tante mia connazionali prima di me che hanno sbagliato ed io pago. Ma credo anche che fosse un dovere di quei poliziotti quello di difendere il proprio paese. In Brasile, per esempio, esistono leggi e procedure severissime per uscire dal paese con un bambino, ogni volta è uno stress se io e mio marito viaggiamo separati e uno di noi deve uscire da solo con nostro figlio. Non possiamo prenderla con la polizia federale brasiliana, lo fanno per difendere i bambini, compreso il mio.
    Nel mio primo lavoro italiano c’era un ragazzo croato che lavorava con me. Il capo trattava tutti malissimo. Lui si metteva a dire che era perché lui era straniero. No! C’era anche una poveretta italiana che lavorava lì e veniva massacrata forse più di noi, ha avuto persino un esaurimento nervoso. Non c’entrava nulla l’essere straniero! Una cosa che io non sopporto è la sindrome di persecuzione! Io ero in italia da tre mesi, sbagliavo parecchio con la lingua, lui era qui da dieci anni e non metteva un articolo manco a morire e chiedeva a me dove mettere le doppie. Credo che la prima cosa da fare quando arrivi in un altro paese è quella di imparare la lingua! E’ un dovere, è una barriera che abbatti! E in Italia ci sono corsi gratuiti per gli stranieri (almeno c’erano)!
    Una delle prime cose che feci fu iscrivermi alla biblioteca del paese che abitavo. Leggevo un libro alla settimana, a fatica, con la testa che mi scoppiava alla fine della giornata, Prima i libri per ragazzi, poi Calvino, Tolkien, insomma, quello che trovavo. Mi ricordo la difficoltà con i termini che descrivevano le montagne nel “Il Signore degli Anelli”, io che la montagna l’avevo vista solo in TV.
    Recentemente ho conosciuto Nasser, un Egiziano che abbiamo praticamente adottato in ufficio, 14 anni in Italia e uno non riesce a capirlo! Io l’ho intimato a frequentare un corso! Non è possibile! Come fai a integrarti se non riesci a comunicare?
    Un’altro punto è quello delle frequentazioni: spesso sono le comunità che arrivano a non mischiarsi, a vivere tra di loro e non ammettere che altri si inseriscano. Questo succedeva anche in Brasile, dove italiani e tedeschi si sono integrati con i portoghesi e spagnoli già presenti, si sono mischiati e non c’è nessuno nella mia città che non abbia nel sangue un poco di uno o dell’altro (i miei bisnonni sono 3 italiani, 1 austriaca, 2 portoghesi, 1 francese, 1 tedesco). Sempre a Porto Alegre, gli ebrei difficilmente si sposano con chi ebreo non è, ancora oggi. Nella mia città, per la cronaca, sono presenti più di 30 etnie, mescolate tra di loro, ma ci sono tanti giornali di comunità risalenti al periodo di boom delle immigrazioni (dalla seconda metà dell’800 alla prima metà del ‘900) che raccontano le difficoltà iniziali di quella gente.
    Credo che il senso del post di Paolo sia questo: io ho paura, lo ammetto. Il GAP tra quello che sono e quello che vorrei essere è enorme, ma non credo di essere solo io ad avere dei problemi.
    Su questo io sono d’accordo con lui: l’eccesso di buonismo fa male a tutti, in primo luogo agli stranieri di buona volontà che abitano in questo paese. Se si aprono le porte a tutti, indiscriminatamente, se non si puniscono e spediscono a casa quelli cattivi, le prime vittime sono gli stranieri stessi, quelli validi, che lavorano e che si integrano.
    Mia madre mi diceva sempre che essere buoni non significa essere fessi, la bontà non può esistere senza giustizia. Disciplina è libertà. Io voglio essere libera, accolta e integrata non solo in quanto straniera, ma in quanto buona cittadina.

    P.S.:
    “Resta il fatto che in Germania non ti fischiano dietro per strada”, non sono d’accordo, per niente. 🙂

    1. nonpuoiessereserio

      I miei suoceri si sono conosciuti in Svizzera dove emigrarono per lavoro e lì erano trattati da stranieri nonostante fossero grandi lavoratori e persone per bene.

    2. lidiafederica

      certo, magari fischiano, io parlo solo della mia esperienza – a me è capitato solo una volta, ma erano due ragazzi turchi. è anche vero che se magari fossi più bella (e chi è di razza così mista come te lo è di sicuro!) fischierebbero di più 🙂
      però devo dire che tutti i ragazzi tedeschi che ho conosciuto (tra cui il mio fidanzato, con cui stiamo insieme da due anni, perciò direi che una certa esperienza di cose tedesche c’è) rispettano le ragazze – in generale, ne parlano con più rispetto – di quelli italiani…almeno, quelli che ho conosciuto io.

  17. Angela

    Mio padre è stato 9 anni a lavorare a Bonn (Germania): era riuscito ad andarci solo perché il fratello (arrivato a sua volta tramite un amico) aveva garantito sulla serietà e sulla voglia di lavorare di mio padre, al proprietario della fabbrichetta. Per 3 anni ha dormito insieme agli altri operai nelle “baracche”, cioé strutture apposite prefabbricate, dove erano tutti ammassati. Dopo 3 anni è riuscito ad avere un “certificato di onestà” per poter cercare un appartamento: non era necessario averlo ma nessun tedesco dava appartementi in affitto se non lo presentavi. A quel punto ha chiamato mia madre per lavorare con lui (ovviamente garantendo sulla sua serietà, etc. I miei fratelli e sorelle sono finiti in collegio ed io, troppo piccola, sono andata in Germania. Ho pochissimi ricordi ma so che la padrona di casa si prendeva cura di me quando mamma era in fabbrica: mi trattava come una piccola regina! Altro che i vizi delle nonne! A volte ripenso alle pesche sciroppate che mi faceva mangiare o ai fantastici formaggini. A 6 anni sono tornata in Italia, in collegio anche io, per frequentare la scuola. Il fatto che noi figli (tutti sotto i 13 anni) fossimo in Italia ha fatto sì che i miei rientrassero in patria. Il fratello di mio padre e altri parenti che nel frattempo erano emigrati prima in Germania e poi in Belgio, invece, si sono stabiliti: nonni e bisnonni di nipotini italo-belgi. Tornano soltano in agosto.

  18. Roberto

    La società americana non è multiculturale, ma multietnica. Poiché aspettavo tale obiezione, rinvio a questo “antidoto” di Rino Cammilleri che trovo solo qui.
    http://www.rassegnastampa-totustuus.it/modules.php?name=News&file=print&sid=700
    Gli inglesi stanno provando a essere multiculturali, ma lasciare la possibilità a delle minoranze etniche di creare delle “nicchie giuridiche” all’interno delle quali poter esercitare, per esempio, norme tratte dalla sharia, è un’aberrazione che solo chi è imbevuto di quella mentalità mondialista e politically correct a cui mi riferivo prima, può trovare sano o normale. Il risultato che ne deriva è impedire qualsiasi autentica integrazione. Mi pare che questa estate il Regno Unito “non se la sia passata tanto bene”, ma ahime la memoria corta e selettiva è una brutta bestia…

    1. Angela

      Da donna: conosco mussulmane e africane che desiderano integrarsi e perdere alcune tradizioni del loro paese d’origine, ad esempio molte regole integraliste sul trattamente delle donne (di serie B o anche peggio), Altro esempio: l’infibulazione e altre pratiche. Ah, dimenticavo: i matrimoni combinati.

  19. Franz

    Forse bisognerebbe dirlo: l’emigrazione è una sconfitta, dettata dalla necessità (triste) o dal rincorrere miraggi (tristissimo). Noi che nostro malgrado ci troviamo a subire questa immigrazione, noi che al di là delle ipocrisie sociali non desideriamo ed anzi temiamo di rapportarci a questa gente, non possiamo continuare a fingere: gli immigrati ci danno fastidio. Non sono una risorsa, ma un problema enorme. Eppure siamo chiamati in virtù della fede che professiamo a comportarci da cristiani. E’ uno scandalo, una violenza su noi stessi. Non è logico, non è normale, non è umano provare benevolenza verso questa gente così diversa da noi, che pretende di sedersi al nostro ormai non più tanto lauto banchetto terreno, facendosi largo a forza. Sono brutti, poveri, puzzolenti, arrabbiati, tristi. Lo sono davvero. Non hanno nulla da darci, tutto da prendere. Parlano lingue oscene, che non possiamo capire. Hanno usanze detestabili. Il più delle volte sono dei miscredenti, dei bestemmiatori. Spesso si comportano in modo selvaggio, anche violento. Ma da cristiani non possiamo accontentarci della repulsione che proviamo, che pure è umanamente giustificata. Non possiamo accontentarci della nostra umanità. In nome di Cristo, dobbiamo andare oltre. Per Cristo, dobbiamo essere santi, esigenti con noi stessi; poi Dio avrà misericordia di noi e dei nostri sforzi, che resteranno magari privi di risultato.
    Per chi ha una famiglia: nel momento in cui abbiamo deciso di sposarci e di avere dei figli abbiamo compiuto una scelta assurda, ma anche la più bella e la più importante della nostra vita. E non abbiamo nessun merito in questo, perché dopo aver dato la nostra disponibilità, dopo aver detto il nostro piccolo sì, tutto è avvenuto per grazia.
    Forse per risolvere il problema dell’immigrazione dobbiamo ripartire dalla pietà cristiana, dalla compassione per ciascuno di loro, riconoscendo gli ultimi come ultimi, senza infingimenti. E pregando Dio perché converta i nostri cuori. E quelli di questi nuovi prossimi.

    1. lidiafederica

      Cito: “Sono brutti (?? Io sono italiana al 100%, ma non Miss Italia, anche se mi difendo); poveri (sennò sarebbero rimasti a casa, dove suppongo sarebbero rimasti più che volentieri), puzzolenti (questo spesso è causa della miseria), arrabbiati (se mi avessero ucciso famiglia e amici nella guerra civile, o se fossi costretta a emigare lo sarei anch’io), tristi (idem). Lo sono davvero (idem.). Non hanno nulla da darci (ripeto: se non avessimo avuto degli indiani meravigliosi al nostro fianco, la malattia di mio nonno sarebbe stata ingestibile. E invece – con sforzo da parte loro e da parte nostra – ce l’abbiamo fatta), tutto da prendere (gli indiani di cui sopra hanno invitato più volte la mia famiglia alle loro feste; quando la figlia di uno di loro ha compiuto 18 anni, mia nonna è andata alla festa e l’hanno accolta col BATTIMANI – ovviamente il cibo l’hanno offerto loro. Mia nonna era al settimo cielo). Parlano lingue oscene (oddio, la lingua di Tolstoj e Dostoveskij definita oscena no!! E quella di Cervantes e Garcia Marquez, no! Tutto, ma non questo!), che non possiamo capire (l’ignoranza degli studenti italiani in fatto di lingue è tristemente risaputa, infatti…).
      Detto ciò, i problemi ci sono, e io sono l’ultima a negarli (vedi sopra, dove ho scritto che a volte, irrazionalmente, vorrei solo che i rumeni maschi se ne andassero a casa). Ma non credo che gli immigrati siano tutti come li ha descritti lei. alcuni sì. Altri -molti – no.
      E soprattutto nessuno parla lingue oscene, perché osceni sono i filmini pornografici che tanti italiani amano guardare, non le splendide manifestazioni del linguaggio umano. Scusi la polemica, ma “orribile” ancora ancora ci sta (de gustibus…), “osceno” no.

      1. lidiafederica

        Avevo saltato inavvertitamente la parte del “pretendono di sedersi al nostro non più così lauto banchetto”.
        Giusto, devono restare a morire di fame a casa loro, ma che pretendono adesso. Mi ero dimenticata che il Vangelo dice

        “il ricco Epulone mangiava, e Lazzaro prendeva le briciole. Alla loro morte il ricco andò in Paradiso e il povero all’inferno, perché aveva preteso sgomitando le briciole della non poi così lauta mensa del ricco”.

        (PS: NON dico che l’immigrazione senza regole vada bene, anzi. La politica degli aiuti e dell’immigrazione, poi, sta strangolando l’Africa. Ma davanti ad aberrazioni come questa, mi si perdoni il termine, mi viene una spontanea rivolta! Non lo dico polemizzando contro il sig. Franz – suppongo non si sia reso conto fino in fondo di cosa ha scritto – ma contro l’idea che si possano scrivere cose così, e pensare che tutto ciò sia ben fatto. Lo stesso vale per le mie perole, ovviamente, e ringrazuo chi me lo farà notare

          1. lidiafederica

            Ho riletto. Il senso lo capisco, ed è anche, in un certo senso, ammirabile (cioè da cristiani, dobbiamo esigerci di più di ciò che faremmo umanamente, come dice il sig. Franz qui sotto), ma ciò non toglie che da essere umano (prescindendo dal cristiano) parole come quelle ciatte sopra, o come “Hanno usanze detestabili. Il più delle volte (sono dei miscredenti, dei bestemmiatori?!in chiesa ci sono più immigrati che italiani nelle Messe feriali!) ” mi fanno male. Perché se è vero che alcuni sono così, non tutti!

        1. Volevo dire che quando San Francesco andava ad abbracciare e a curare i lebbrosi, mica lo faceva per amore del “diverso”. Gli avranno fatto schifo, io credo, e sarà stato ben conscio del pericolo di contagio. Ma si è vinto per amore di Cristo. Per imitazione di Cristo. Perché vedeva Cristo nei loro volti deformi. E’ lì il senso dell’atto eroico, del dono di sé: per amore di Cristo! Ed è lì che dobbiamo tendere. Ma forse ho sbagliato a usare la prima persona plurale, quelle che ho descritto sono le mie difficoltà nel rapportarmi agli immigrati e in aggiunta riconosco di aver calcato un po’ troppo la mano. Forse il problema è solo mio, forse la realtà è che sono tutte rose e fiori. Però io faccio veramente fatica e mi sono accorto che solo con la compassione apro una breccia nel mio (umanamente giustificato, ripeto) rifiuto. Da lì in poi, la strada è ancora molto lunga …

          1. lidiafederica

            Signor Franz, io la capisco, davvero. a me fanno una repulsione incredibile gli zingari, mi sento male solo a pensare ai campi Rom. Perciò capisco ciò che dice e ammiro la sua capacità di esigersi di più.
            Ma capisce bene, lei parla di tutti gli immigrati. Io le dico: quanti anziani soli, quante famiglie in difficoltà, quanti alati sono salvati da questi immigrati “sporchi, brutti, miscredenti e bestemmiatori!” Le chiese sono piene di polacchi (dire che le ragazze polacche sono brutte..), indiani e filippini, mentre gli italiani le disertano. Oggi, in ospedale dove sono andata a trovare mia zia ricoverata, la paziente accanto a lei era una signora indiana simpaticissima, con dei parenti empre allegri, che si prodigavano a chiaccherare e aiutare mia zia che era una perfetta sconosciuta per loro.
            Io non dico siano tutte rose e fiori, ma le pare così cristiano dire che gli immigrati sono “umanamente repellenti”? No! Alcuni saranno pure poveri, maleodoranti e sporchi, ma molti faticano in vite di onestissimo lavoro, sono puliti, sono simpatici, aiutano gli anziani italiani abbandonati dalle italianissime famiglie o, come nel caso dei mie nonni, le cui famiglie non possono garantire una presenza 24h su 24. IO le confesso, di tanti immigrati che conosco, lungi da me il provare repulsione. Quando Lei va a Messa, ha notato gli sguardi allegri e devoti dei polacchi, degli ucraini (alcuni martiri davvero per la fede nell’Unione sovietica!!), degli indiani? Le fanno “umanamente repulsione” anche loro?
            Ecco, a me gli zingari fanno repulsione, sì, e come loro alcuni immigrati che incontro per strada. Di quelli sono pronta ad accettare la sua visione che dobbiamo farci forza per il Signore. Ma definire “tutti” gli immigrati così…le ripeto, non so dove viva Lei, se è in una grande città avrà notato che a Messa gli immigrati sono molto presenti (così è a Roma, dove vivo io). Ecco, la prossima volta che capita in chiesa (domani o domenica prox) li guardi e pensi se anche loro le fanno “umanamente repulsione”. Magari stringa loro la mano nel gesto di pace. Poi mi dica, a me farà paicere avere la Sua opinione! Magari anche contraria. però almeno non sarà un’opnione generica, ma fondata su alcune persone in particolare. Le va?
            Un saluto da Roma.

            1. Orpo, non ci capiamo. E’ proprio perché generalizzo (=astraggo) che ritengo di poter dire quello che ho detto. Parlo dello straniero in generale, di chi non fa parte del mio branco, della mia comunità, della mia cultura. E faccio il suo stesso distinguo, per paradosso: se mi fermo alla mia umanità, “prescindendo dal cristiano”, come lei dice, in nome di chi o di che cosa dovrei accettare lo straniero? in nome di chi o di che cosa dovrei dividere con lui i miei beni, accettare la sua concorrenza, spartire il mio territorio? in nome forse dei diritti universali dell’uomo, o di altre simili baggianate? in nome della legge, della democrazia? troppo umane, e tutto ciò che è umano passa e va. Vanitas vanitatum. “Prescindendo dal cristiano”: ma se togli Dio, che cosa resta dell’etica?

  20. Adriano

    Mi spiace solo che ci siano tante persone che vedono nell’altro una minaccia, solo e unicamente perché diverso. Immagino non si viva bene in questo modo, a sentirsi in pericolo, alto e costante anche a casa propria, solo e unicamente perché ci sono vicini che parlano una lingua diversa.
    Posso solo suggerire che, a generalizzare di meno e a conoscere di più, nella pratica, molte di queste paure scompaiono… ma capisco che la paura è una brutta bestia da gestire.

    1. lidiafederica

      Mah, io una volta mi sono presa una lavata di capo incredibile dal mio fidanzato (non battezzato e non credente) perché avevo osato dire che gli zingari non li sopporto: lui mi ha fatto (giustamente) notare che è una generalizzazione,e che gli zingari sono nostri Mit-menschen, in tedesco ‘con-uomini’, cioè persone umane come noi, che vanno accolte e rispettate proprio perché esseri umani, in nome dell’eguale dignità che tutti abbiamo. Lui prescinde da Dio e ha un’etica miglior della mia. Credo ciò risponda alla sua domanda.
      Poi, le ho detto che generalizzare, astrarre, va bene fino a quando, astraendo, non si offendono persone reali: lei diche astraendo che gli immigrati sono sporchi, brutti e cattivi, e io le dico che, concretizzando, questo è lungi dall’essere vero.
      Per me lei può astrarre quanto vuole, ma a me, stavolta proprio da cristiana, sentire una generalizzazione che suona “gli immigrati mi fanno schifo, io sono ricco e voglio continuare ad esserlo senza che degli africani mi rompano le scatole a casa mia, cosa a cui non hanno nessun diritto anzi pretendono pure di essere aiutati, ma per amore di Cristo li accolgo e dò loro lavoro” mi dà fastidio, pur apprezzando (come ho detto) il senso della sua fatica.
      (A parte il fatto che l’Italia non è mia, ci sono nata ma non me la sono comprata, siamo un pianeta libero e fino a prova contraria un nigeriano è padrone di questo pianeta -tutto- quanto me).
      Ciò detto, ribadisco che questo è lungi da essere un commento tipo “ciò che Lei dice non è cristiano”, perché io non sono nessuno per giudicare la cristianità delle Sue parole, non mi intenda male!

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