I ♥ my mom

 

Credo che presto riceverò un avviso di garanzia da parte della procura competente in seguito a una denuncia della Federazione Italiana Lavoretti di Scuola. Il fatto è che io ammucchio portagioie con angioletti, vasi con la neve dentro, rose di pasta di sale, cravatte di carta e vari altri orrori dentro uno scatolone nel quale – al termine di una esposizione limitata allo stretto necessario – i lavoretti amorevolmente confezionati dai miei virgulti fanno una fine indecorosa (una collana di pasta ha prodotto dei vermi, tanto per dire). Lo so, sono una madre degenere, e presto incorrerò nella sanzione che merito.

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I figli peluche

di Costanza Miriano

Le sto ancora aspettando. Adesso arriveranno, mi dico. Sicuramente le faranno.

Senza dubbio le femministe organizzeranno delle manifestazioni di piazza contro l’uso del corpo delle donne. I giornali leveranno gli scudi, gli editorialisti faranno sentire le loro voci indignate e piene di compassione, contro questa cattiveria che si fa alle donne. No, non a quelle fotografate in pose discinte per vendere qualcosa, che non è niente in confronto. E neanche a quelle che si vendono al piacere degli uomini.

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L’autografo di Abramo

La piattaforma satellitare di casa nostra offre un bouquet di multicanalità integrata.

Il canale sportivo propone partite di calciocorridoio di durata biblica (il triplice fischio finale arriva quando la mia palletta per i Pilates regolarmente sottrattami colpisce il lampadario), sfide a due di muro altalena (quale gemella andando in altalena riesce a sfiorare il muro coi piedi), e anche rischiosi match di palla monopattino (colpire alla testa il fratello che passa in monopattino cercando di prenderlo, possibilmente senza accopparlo).

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Grazie a Dio non sono adolescente

 

Da adolescenti essere maschi e femmine significa vivere non su due pianeti, come da adulti, ma su due universi mai in nessun momento collidenti. Ne ho avuta l’ennesima conferma vedendo ieri in anteprima europea il film Il diario di una schiappa, tratto dall’omonimo libro di Jeff Kinney. Anzi dal primo dei quattro (più due) volumi che in casa mia si leggono, si rileggono e si venerano con devozione religiosa. Il signor Kinney fra parentesi ha venduto una quarantina di milioni di copie con i suoi esilaranti volumi (ma nonostante sia miliardario si è tenuto la mia penna da tre euro, ieri mattina, adesso che ci penso), mantenendo la sua aria da bambinone, quella che caratterizza quasi tutti gli americani che conosco.

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Dove va la mamma tigre?

 

Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?” E’ questo il commento che mi è salito alle labbra, leggendo “Il ruggito della mamma tigre”, il libro con cui una docente cinese di Harvard, Amy Chua, sta facendo discutere mezzo mondo.

La citazione di Totò non è probabilmente la più colta che avrei potuto reperire nella mia memoria: Aristotele, Seneca hanno detto sicuramente parole più perentorie sul senso dell’educazione, ma tant’è, ognuno ha i riferimenti culturali che si merita.

Quello che manca nel progetto educativo di mamma tigre è questo, il senso, la direzione, il dove dobbiamo andare. She goes nowhere fast: la signora non va da nessuna parte, ma ci va veloce.

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