Il Concilio Vaticano II e la Chiesa del futuro

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo ampi stralci della Conclusione de Il Concilio Vaticano II spiegato ai miei figli, il nuovo libro di Luca Del Pozzo ora nelle librerie per Cantagalli (720 pp., 28€).

concilio vaticano ii – 12 ottobre 2012

“Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8). Non una società più giusta, un mondo pacificato e solidale, l’umanità finalmente emancipata dalla sofferenza e dal dolore, un eco-sistema più salubre, no. Ma, appunto, la fede. Alla fine, vedete, tutto ruota attorno a questa domanda di Gesù. E il fatto stesso che l’abbia posta vuol dire che non è affatto scontato che, quando tornerà alla fine dei tempi, ci sarà ancora fede sulla terra. Per questo è una domanda che va presa molto sul serio, e che in ogni epoca interpella la Chiesa costringendola ad interrogarsi sulla coscienza che ha di sé e della sua missione nel mondo. Soprattutto, è una domanda che interpella la Chiesa oggi, tenuto conto della situazione di crisi in cui si trova la quale, come dimostra il dilagare dell’apostasia, è primariamente crisi di fede. Va da sé (o, meglio, dovrebbe andare da sé) che se il problema da cui tutto deriva è la crisi di fede, è da lì che si dovrebbe ripartire. Ora la cosa interessante è che se sulla messa a fuoco della “malattia” c’è (abbastanza) consenso, è quando si passa alla “cura” da intraprendere che, invece, emergono i problemi. Accade infatti che se la parola d’ordine che risuona ovunque è che bisogna tornare ad annunciare il Vangelo, è di tutta evidenza come ci sia una certa confusione su cosa si intenda per evangelizzazione, col rischio di replicare, mutatis mutandis, lo stesso errore dei decenni passati quando la progressiva scristianizzazione della società coincise con uno dei periodi di maggiore e prolungato sforzo missionario da parte della Chiesa…

 

Da qui la domanda, tanto più impellente ora che si è in attesa degli sviluppi del doppio Sinodo sulla Sinodalità e delle decisioni che dovranno essere prese anche sulla base dei lavori dei gruppi di studio ai quali sono stati affidati i temi più delicati emersi durante il primo round del Sinodo generale: cosa vuole fare la Chiesa del terzo millennio? Adottare come in Germania il “modello Aronne”, abbassando l’asticella del Vangelo alla statura della (poca) fede delle persone per dare al popolo ciò che il popolo chiede semplicemente accogliendo e ascoltando e accompagnando l’umanità nel suo cammino senza disturbare troppo, quasi che essere o non essere cristiani sia tutto sommato indifferente; oppure scegliere il “modello Mosè”, elevando gli uomini alla statura del Vangelo, con ciò adempiendo alla missione che Cristo le ha affidato – “Andate dunque e ammaestrate tulle le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi comandato” (Mt 28,19-20) – ossia evangelizzare il mondo perché il mondo, convertendosi a Cristo, si salvi? Detto in altri termini, vale ancora l’extra ecclesia nulla salus o no? E allora, per dirla con Pascal, bien penser pur bien agir. Tradotto: se la crisi che attanaglia la Chiesa è innanzitutto crisi fede, è di palmare evidenza che la Chiesa non ha altra via davanti a sé che provare a riaccendere la fiamma della fede nel cuore degli uomini. Nella consapevolezza che tanto grave è la situazione, tanto più forte e incisivo dev’essere il rimedio. Essa ha già dove attingere, senza bisogno di inventarsi nulla ed anzi rifuggendo la tentazione, sempre alle porte, di cercare improbabili mediazioni o soluzioni pastorali che rischiano di confondere ciò che è il bene per le persone con quello che gli individui pensano essere il bene per sé stessi o, peggio ancora, con ciò che l’opinione pubblica chiede. Di fronte alla crisi attuale la cura non è fare marcia indietro né vagheggiare balzi in avanti, ma riprendere e attuare il Concilio Vaticano II. Beninteso, quello vero. Cioè quello dei documenti visti nella seconda parte e il cui vero spirito fu illustrato da Karol Wojtyła nel già citato Alle fonti del rinnovamento, dove mise in luce come il rinnovamento conciliare fosse prima di tutto rinnovamento degli atteggiamenti, cioè della persona e non delle strutture. Ma cosa vuol dire, in concreto, attuare il Concilio? Non si tratta di pensare terapie, tattiche o piani, cioè di riflettere sul “come” attuare; si tratta piuttosto di tradurre in comportamenti, atteggiamenti, opere quello che il Concilio ha detto. A partire dall’atteggiamento fondamentale della fede, che il Vaticano II ha posto come carta d’identità dei cristiani nel mondo d’oggi. Fede che, lo abbiamo visto, coerentemente con la sua impostazione filosofica Wojtyła considerava non soltanto adesione dell’intelletto a delle verità, ma abbandono totale in Dio di tutta la persona. Ciò che richiede che le verità di fede si incarnino in uno “stile di vita”, in atteggiamenti che testimonino il modo d’essere cristiani.

Se dunque attuare il Vaticano II vuol dire tradurre in atteggiamenti concreti i suoi insegnamenti, vivere cioè in prima persona il principio dell’“arricchimento della fede” che Wojtyła aveva indicato come postulato di tutto il rinnovamento conciliare, ecco che la risposta alla crisi attuale assume la fisionomia del “resto”; vale a dire un gregge di cristiani adulti che con la loro sola esistenza fanno presente il regno di Dio in mezzo al mondo testimoniando e annunciando il Vangelo di sempre – quello di Gesù Cristo, non quello politicamente corretto predicato oggi – con un linguaggio nuovo, più esistenziale, meno astratto e moralistico, in linea con lo spirito più genuino del Concilio. Naturalmente tutto ciò non è, non sarà indolore. Essere “resto” implica, infatti, entrare in rotta di collisione con la mentalità dominante…

Stando così le cose capite bene come oggi e più ancora domani diventi fondamentale il tema della formazione. Come formare quegli atteggiamenti, primo fra tutti quello della fede, che devono tradurre ciò che il Concilio ha trasmesso circa lo stile, il modo d’essere dei cristiani nel mondo? In altre parole: dove e come formare quel “resto” che dovrà chiamare gli uomini alla fede? E che fisionomia avrà tale Chiesa del futuro (ma che è già presente)? Quale modello di presenza della Chiesa di domani nel mondo? Chiaro che stante il clima di sostanziale neopaganesimo in cui siamo immersi che fa sì che la Chiesa si trovi a dover fare i conti con una realtà simile a quella dei primi secoli, non serviranno certo pannicelli caldi. Una prima indicazione è rintracciabile nei già visti “Appunti” di Benedetto XVI sugli abusi sessuali del clero, laddove scrive: “Nella Chiesa antica, rispetto a una cultura sempre più depravata, fu istituito il catecumenato come spazio di esistenza nel quale quel che era specifico e nuovo del modo di vivere cristiano veniva insegnato e anche salvaguardato rispetto al modo di vivere comune. Penso che anche oggi sia necessario qualcosa di simile a comunità catecumenali affinché la vita cristiana possa affermarsi nella sua peculiarità”[1]. Un’indicazione tanto più significativa, questa di Ratzinger, tenuto conto del fatto, lo accennammo parlando della Sacrosanctum concilium, che è stato proprio il Concilio Vaticano II a ripristinare il catecumenato per adulti…

Un ruolo di assoluto rilievo sempre in vista dell’attuazione del Concilio lo avranno ancora i movimenti e le nuove comunità, i quali pur con tutti i limiti dell’umana debolezza rappresentano tuttora luoghi privilegiati dove maturare una fede adulta. A tal riguardo, è importante sottolineare che è necessario che le parrocchie sappiano valorizzare queste realtà, in particolare lo slancio missionario di cui sono portatrici e che proprio nelle parrocchie è del tutto assente o quasi. Esse, rileva mons. Camisasca, “parlano a coloro che sono già cristiani, ma faticano a raggiungere le persone che hanno perduto la fede o non l’hanno mai avuta. Lo slancio missionario dei movimenti dovrebbe perciò essere accolto e integrarsi con la quotidianità della vita parrocchiale”[2]. Pensare di rievangelizzare un mondo, come quello contemporaneo, compiutamente scristianizzato e secolarizzato con la vecchia pastorale sacramentale, i centri di ascolto, i corsi di teologia biblica, le conferenze dell’esperto di turno e via dicendo, significa aver perso la battaglia prima ancora di cominciare. Più ancora, strettamente correlata con il tema della missione c’è l’esigenza di ripensare l’idea stessa di parrocchia legata ad un territorio, per andare verso un modello di parrocchia “diffusa”, non più legata ad un luogo delimitato bensì calibrata in funzione dei territori esistenziali e delle realtà ecclesiali (gruppi, associazioni, movimenti, comunità, ecc.) che, prese nel loro insieme, costituiscono la comunità parrocchiale a prescindere dalla residenza dei fedeli. Si tratta, insomma, di passare da una concezione verticistica e istituzionale della parrocchia, a sua volta figlia di una ben precisa ecclesiologia, ad una che metta più l’accento sull’aspetto comunitario, fermo restando che c’è bisogno di entrambe le dimensioni. In tal modo verrebbe superata quella visione esclusiva della parrocchia che in passato è stata all’origine non soltanto di contrasti tra le parrocchie e i movimenti, gli ordini religiosi e le nuove comunità, ma anche di situazioni di grave imbarazzo per non dire scandalo. Basti pensare, per fare un esempio, alle famiglie che frequentano da anni una parrocchia diversa da quella territoriale, e che si vedono rifiutare dal parroco fresco di nomina nella parrocchia d’elezione la comunione o la cresima dei loro figli perché, appunto, appartenenti ad altro territorio parrocchiale. Anche basta, grazie…

 

Accanto a laici seriamente formati ad una fede adulta, non meno importante nel “resto” che dovrà attrarre di nuovo gli uomini a Cristo, sarà avere vescovi e sacerdoti all’altezza della situazione. A partire ovviamente dal vescovo di Roma. Il prossimo papa[3] di George Weigel offre a tal riguardo interessanti spunti di riflessione. Dieci sono gli ambiti identificati dal biografo di Wojtyła rispetto ai quali dovrà misurarsi il futuro Pontefice: si va dalla nuova evangelizzazione, che nell’ottica di Weigel funge da bussola e pietra miliare dell’intero pontificato, al modo di concepire il ministero petrino; dalla necessità di ripensare il rapporto tra dottrina e misericordia all’esigenza di proporre un nuovo umanesimo cristiano; e ancora, il ruolo dei vescovi, dei sacerdoti e dei laici come anche la riforma del Vaticano. Per finire, gli ultimi due capitoli dedicati al tema dell’ecumenismo e del rapporto Chiesa-mondo…

 

Quanto detto da Weigel in chiusura del suo ritratto del futuro Pontefice vale ovviamente non solo per il papa, e con lui i vescovi, ma anche per i presbiteri della Chiesa di domani. I quali prima di tutto dovranno essere uomini di Dio. “Il prete – ricorda mons. Camisasca – è un uomo di Dio tra gli uomini. Se perde il dialogo con Dio non ha più nulla da dire né da portare agli uomini. Dirà loro le parole di tutti, porterà le soluzioni che qualunque sapiente potrebbe rivelare. Ma non è questo ciò che la gente vuole dal prete, ciò che si attende da lui”42. L’urgenza di avere sacerdoti santi, la cui vita sia profondamente innestata in Dio, e non dei funzionari o preti in carriera o, peggio, dediti ad attività pur lodevoli e meritorie, ma che con il sacerdozio fanno a sportellate, chiama in causa, di nuovo, la questione della formazione. Questione la quale, è bene dirlo fin da subito, è di gran lunga più importante di quella delle vocazioni…

 

Più che il numero dei sacerdoti conta la qualità della loro vita. Il che, come dicevamo poc’anzi, pone il tema della formazione. E su questo permettetemi di essere diretto: se i seminari continueranno a sfornare preti come buona parte dei preti in circolazione, forse bisognerà cominciare a vedere la crisi delle vocazioni (al netto di quanto detto finora) sotto tutt’altra luce. Intendiamoci, ce ne sono, eccome, di preti santi che, nelle parrocchie o in missione o dove sia, svolgono un lavoro encomiabile dando testimonianza di Cristo; ma si tratta di una minoranza, lodevole quanto si vuole, ma pur sempre una minoranza. E forse non è un caso se uno come Vittorio Messori nella già citata intervista che gli feci, alla domanda se fosse preoccupato per il calo delle vocazioni così rispose: “Per dirla crudamente: sapendo come funzionano e cosa insegnano buona parte dei seminari, ogni prete in più è un problema, se non un pericolo, in più… Se i preti facessero solo le cose che solamente loro possono fare – l’amministrazione dei sacramenti e l’annuncio del Vangelo – non ne occorrerebbero molti. Al resto potremmo (e dovremmo) pensare noi laici”[4]. Della serie: meglio pochi e buoni (ovvio che, se poi i buoni fossero anche tanti, ancora meglio). Formazione, dunque. Tema certamente non facile che ha tante dimensioni e componenti. A partire dalla qualità dei formatori, perché è da essi che dipende la vita di un seminario. Sotto questo profilo ha ragioni da vendere mons. Camisasca quando dice che per la formazione dei futuri presbiteri vanno destinati “i sacerdoti migliori della diocesi… Innanzitutto quelli più felici del loro sacerdozio, quelli più convinti di aver scelto la parte migliore, uomini realizzati che irraggino positività. Non perfetti, che non esistono, e neppure uomini dal carattere angelico, ma uomini capaci di ascoltare, di comprendere la personalità dell’altro, di aiutarlo a vedere se la strada del sacerdozio è ragionevolmente quella a cui Dio lo ha chiamato, oppure no”[5]. Quattro sono gli ambiti dove più che altrove i formatori hanno un ruolo molto importante: il rapporto con la Scrittura, l’amore e la cura per la liturgia, la preghiera e la vita comunitaria…

 

Ultimo, ma un ultimo, essendo in realtà la questione forse più delicata e per certi aspetti irrisolta: oggi più che mai è fondamentale formare preti non clericali. Che molti dei problemi che affliggono oggi la Chiesa siano dovuti al clericalismo è un dato di fatto inoppugnabile (non però, come abbiamo visto, la pedofilia). Dal che la domanda se e in che misura l’ecclesiologia del Vaticano II sia stata recepita, e più ancora venga insegnata e praticata nei seminari. L’impressione, spiace dirlo, è che la risposta sia alquanto negativa. Nessuno, sia chiaro, mette in discussione il ruolo e l’importanza del clero, non è questo il punto. Con buona pace di chi si trastulla in progetti di riforma lunari, la struttura essenziale e immodificabile della Chiesa è e resta sacramentale, ciò che richiede e implica il ministero ordinato. È però un fatto che la formazione del clero, almeno a certe latitudini, risenta ancora di una impostazione preconciliare, un’impostazione cioè che sembra ignorare che il Vaticano II ha riproposto un’ecclesiologia in cui il ministero ordinato, quantunque differisca – come recita Sacrosanctum concilium – “non solo per grado ma per essenza”[6] da quello comune dei fedeli, va visto e inquadrato nel contesto di una concezione della Chiesa come Corpo di Cristo e popolo di Dio, all’interno della quale ciascun fedele, in virtù del battesimo, partecipa all’unico sacerdozio di Cristo. Il fenomeno in questione poi è tanto più stridente quanto più si consideri che lo si rintraccia anche tra le fila dei sacerdoti provenienti proprio da quei movimenti e nuove comunità dove la ricchezza del rinnovamento conciliare ha dato e continua a dare frutti enormi (tra cui, come si diceva poc’anzi, un gran numero di vocazioni). Come è possibile che ragazzi cresciuti all’interno di quei carismi e in essi sostenuti nel loro percorso vocazionale e formativo (a livello spirituale, ma anche, è bene ricordarlo, a livello materiale), quando poi escono dai seminari e iniziano a svolgere il loro ministero assumono atteggiamenti e modi di fare, appunto, clericali – che cioè riflettono la vecchia e superata ecclesiologia “piramidale” – non di rado accompagnati anche da una immotivata e in alcuni casi quasi ostentata presa di distanza dal carisma di provenienza? Fino ad arrivare alle situazioni da teatro dell’assurdo di quei preti la cui vocazione è sorta all’interno di un dato carisma, e che poi te li ritrovi essi stessi interpreti di quel clericalismo di ritorno che, tra le altre cose, ha sempre osteggiato e continua ad osteggiare proprio i movimenti e le nuove comunità. C’è solo un problema di immaturità e scarso buon senso (quando non si tratti di malcelata superbia) o c’è un problema più serio “a monte”, che riguarda, cioè, la concezione del sacerdozio e del rapporto clero-laicato, quindi la concezione della Chiesa, da cui discende il modo in cui vengono formati i futuri preti e il ruolo che in tale ottica rivestono i seminari? Probabilmente, come spesso succede, la verità sta nel mezzo. In ogni caso, è evidente che da qualche parte si è creato un cortocircuito. Ed è altrettanto evidente che è su quel cortocircuito che bisogna intervenire se si vuole risolvere il problema. Tenendo bene a mente ciò che dice Gesù di sé stesso e della sua missione: “il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mc 10,45).

 

Siamo arrivati alla conclusione. In tutte le epoche la Chiesa si è confrontata con l’esigenza di rinnovamento. Anche oggi si fa un gran parlare di riforme, della necessità di riformare la Chiesa perché sappia rendere di nuovo appetibile il cristianesimo a un mondo che ha voltato le spalle al Vangelo. Da questo punto di vista, alla domanda di T. S. Eliot se è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa”[7], guardando a ciò che accaduto in particolare negli ultimi sessant’anni, a come è cambiata la società e a quello che sta succedendo sotto i nostri occhi, non avrei alcun dubbio a rispondere che è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa. E abbandonando la Chiesa ha abbandonato Dio, ma, attenzione: “non per altri déi, dicono, ma per nessun dio; e questo – nota Eliot – non era mai accaduto prima”[8]. Che poi anche la Chiesa abbia avuto e abbia tuttora la sua parte di responsabilità, posso anche essere d’accordo. Non però, come vuole la vulgata, per le mancanze, le debolezze e i peccati commessi dai suoi figli, quanto piuttosto per il fatto che da un certo momento in poi ha smesso di essere sé stessa, ha messo di parlare agli uomini della morte, del male e del peccato. Ha venduto la sua primogenitura per un piatto di lenticchie. Se proprio dobbiamo trovarne una, questa è stata l’unica e vera responsabilità della Chiesa; e fermo restando che anche così l’apostasia sarebbe arrivata lo stesso. Immagino vi starete chiedendo cosa c’entri tutto ciò con il Concilio. Quello che abbiamo cercato di spiegare in questo libro è stato innanzitutto ciò che il Concilio ha detto, quale è stato il suo significato, in che senso vada inteso il rinnovamento che esso ha promosso; in secondo luogo, come e perché il Vaticano II è la riposta alla crisi di oggi. Dall’attuazione del Concilio è sorta, sta sorgendo la Chiesa di domani. Chiesa che, come aveva lucidamente intravisto Ratzinger non sarà più come prima. Sarà un “resto”, un piccolo gregge che avrà il compito di illuminare con la testimonianza e l’annuncio le tenebre in cui per molti aspetti è immerso il mondo. “La nostra epoca – scrive il card. Sarah – ha bisogno del Vangelo come di una bussola per non perdersi, come di una immobile stella polare nel firmamento che indichi la direzione della Terra Promessa che tutti gli uomini cercano. Perché questa stella brilli, il mondo ha bisogno, in ogni epoca, di uomini e donne che hanno scelto Dio senza compromessi e che con coraggio offrono l’esempio”[9]. Sappiamo bene che combattere la “buona battaglia” della fede, come dice s. Paolo, non è facile. Gesù stesso non ha promesso ai suoi discepoli una vita spensierata e tranquilla: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me… Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,18a. 20a). Sappiamo anche però che questo è ciò che salva il mondo, il quale “non ha bisogno di approvazione, ma di trasformazione: il mondo ha bisogno della radicalità del Vangelo. Ha urgente bisogno di Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo. Poco importa se la rigorosa purezza del Vangelo lo infastidisce”[10]. Vedete, alla fine ciò che davvero farà la differenza anche nella crisi attuale sarà una cosa sola: la santità. Come disse Ratzinger nella sua profezia: “anche questa volta, come sempre, il futuro della Chiesa verrà fuori dai nuovi santi”. E questo perché “l’unico vero riformatore è Dio, e dietro di lui gli uomini di Dio”[11].

Miei cari figli, mi riterrò più che ripagato della fatica di questo libro se dopo averlo letto una cosa vi sarà rimasta impressa nel cuore e nella mente: è la santità ciò che il mondo attende. Null’altro. Il mondo che soprattutto oggi cerca spasmodicamente di essere come Dio ha un bisogno disperato di vedere che si può vivere così – perché effettivamente l’uomo è chiamato a partecipare della vita divina – ma, questo il punto, con Dio, non senza di Lui, come si illude di poter fare l’uomo contemporaneo avendo creduto alla menzogna del Nemico. Ecco perché è importante che sorga un “resto” che faccia presente che c’è solo un modo per essere realmente e felicemente divinizzati: essere cristiani. Questo, d’altra parte, è l’obiettivo ultimo del rinnovamento conciliare: che nella Chiesa torni a splendere la santità alla quale, non ci stancheremo di ripeterlo, tutti sono chiamati. Nessuno escluso.

“La Chiesa – diceva Bernanos – non ha bisogno di riformatori, ma di santi”[12].

Se dunque la Chiesa vuole davvero riformare sé stessa, ciò che serve non è rivedere il celibato, ammettere le donne al sacerdozio, benedire coppie samesex, dare la comunione ai divorziati risposati, cambiare la governance e via dicendo; se la Chiesa vuole riformare sé stessa non ha che da formare nuovi santi. Perché solo la santità può cambiare, e in meglio, il mondo e la storia trasformando dal di dentro il cuore dell’uomo da cui tutto nasce. E io mi auguro e vi auguro che tra i nuovi santi ci sarete anche voi.

* * *

[1] Benedetto XVI, Che cos’è il cristianesimo…, op. cit., pp. 148-149.

[2] M. Camisasca, La luce…, op. cit., p. 262.

[3] Cfr. G. Weigel, Il prossimo papa. L’ufficio di Pietro e la missione della Chiesa, Verona, Fede & Cultura, 2021.

[4] Cfr. L. Del Pozzo, Messori…, op. cit.

[5] M. Camisasca, La luce…, op. cit., p. 171.

[6] SC, n. 10.

[7] Cfr. T. S. Eliot, Cori da “La Rocca”, Milano, Rizzoli, 2020, p. 101.

[8] Ibidem.

[9] R. Sarah, Catechismo…, op. cit., p. 303.

[10] Ivi, p. 305.

[11] M. Camisasca, La luce…, op. cit., p. 303.

[12] G. Bernanos, Un uomo solo, Vicenza, La Locusta, 1972, p. 23.

8 pensieri su “Il Concilio Vaticano II e la Chiesa del futuro

  1. roberto

    NON PENSATE CHE SIA PROPRIO DAL CONCILIO VATICANO II CHE TUTTO E’ ANDATO A ROTOLI?!?!

  2. Forum Coscienza Maschile

    C’è una storia che mi ha impressionato. Romano Amerio, che partecipò in qualità di esperto al Concilio, convertì molti non cristiani. Un fatto raro in Occidente. Dopo il Concilio, i neo-convertiti abbandonarono la fede cristiana. “Non avevano capito niente” oppure il Concilio aveva fallito, per non dire fatto danni, sul piano pastorale? Non azzardo risposte. Forse è meglio non raccontarla ai figli (i pochi che ancora li fanno), sperando che non sbadiglino al catechismo e un bel giorno abbandonino la pratica religiosa per interessarsi soltanto di social e videogiochi.

    Dalla corrispondenza privata di Clare Boothe Luce:
    “Come spieghi il motivo per cui il Vaticano II, che si è concluso con un’esplosione di fervore ecumenico da cui ci si aspettava che ravvivasse la fede del mondo cattolico nelle istituzioni e nell’insegnamento della Chiesa, fu invece seguito (e così presto) dalla più grave perdita di fede in essi che si sia mai vista dalla Riforma in poi? La causa è stata proprio il Vaticano II?”
    Anche qui non azzardo risposte. Posso soltanto osservare che il calo di vocazioni accelerò e non accenna a risalire. Seminari e conventi vengono chiusi; ormai anche chiese vengono demolite o adibite a sfilate di moda.

    Tanti (ma di rado semplici fedeli) continuano a vedere non si sa dove “primavere della Chiesa”, oppure dicono che che ci vorranno anche secoli prima che il Concilio sia compreso, non dagli europei suppongo perché saranno già estinti come i fenici.
    Qualunque opinione si abbia in merito, sembra certo che di questo passo il Concilio sarà salvo ma (cf. Amerio, McLuhan, Paolo VI, Benedetto XVI) non ci saranno quasi più cristiani

  3. nike

    Una cosa non detta è altresì fondamentale: liberalizzare la liturgia Vetus Ordo. La bellezza e la ieraticità non possono fare danni, semmai il contrario. La crisi post conciliare è anche (per alcuni soprattutto) una crisi liturgica.

    1. Marina Umbra

      Infatti se si prega degnamente (cioè non si danza intorno ad un tavolo nè ci si passa di mano in mano il Sacro Corpo di Cristo) si crede rettamente. Per questo la Messa di Sempre è strenuamente perseguitata mentre vediamo di tutto nelle messa “nuove” con l’avvallo delle gerarchie. Naturalmente la Messa NO è perfettamente lecita ed io la frequento tutti i giorni (ho la Messa VO solo due volte al mese …quando va bene) ma chi le frequenta entrambi sa bene così ci innalza e cosa ci avvilisce….

  4. Marina Umbra

    Paolo VI ha parlato di AUTODEMOLIZIONE della Chiesa….peccato che l’aveva favorita proprio lui. Questa logorroica difesa d’ufficio di un Concilio solo Pastorale che ha distrutto la Fede e la Morale in risposta ai giusti rilievi nell’articolo precedente …cara Costanza non Le fanno onore. Lei che ha giustamente gridato contro Fiducia Supplicans scoprirà (spero presto) che la morale della situazione, l’idolatria dell’uomo, il relativismo morale, l’ecumania …era già tutti lì in quel tragico 1962. E’ ora di svegliarsi.
    Quanto ai movimenti laicali…basta vedere come trattano l’Eucarestia i neocatemunali!

  5. Marina Umbra

    Guardate il documentario in tre puntate Mass of Ages (liberamente visibile su youtube) e capirete tutto.

  6. Francesco N.

    È proprio vero, la Chiesa non è un’associazione o una onlus. Porta un tesoro anche se in vasi di creta! L’amore per i poveri e gli ultimi però rafforza l’annuncio del Vangelo.

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