“ADORAZIONE: abitare nell’Eucarestia” – MonasteroWiFi Roma

Se esci dalla messa e due secondi dopo stai con le testa al cappuccino o al pranzo, ti perdi quell’intimità con Cristo che è il più grande regalo dell’eucaristia… Ecco, rimanere in Cristo è stato il tema dell’ultima catechesi al battistero, tenuta da don Fabio Bartoli, che qui vi proponiamo trascritta. E vi invitiamo alla prossima, tenuta da padre Nicola Commisso, che verrà a proporci un modo di vivere la Messa che può darci una consapecolezza e un’intimità nuove.
Come sempre l’incontro si tiene dalle 21 al Battistero di San Giovanni in Laterano, ma dalle 20.30 saremo in una sala vicina (si entra sempre dalla sbarra della Lateranense, si può parcheggiare, parola d’ordine Monastero wifi) a fare uno spuntino insieme: siete tutti invitati, sia che portiate qualcosa, sia a mani vuote.
L’ultimo incontro prima dell’estate sarà il 1 luglio.
Qui sotto la catechesi di lunedì 6 maggio di don Fabio Bartoli

Monastero Wi-Fi Roma

CATECHESI del 6 MAGGIO 2024 di don Fabio Bartoli

“ADORAZIONE: abitare nell’Eucarestia”: la continuità tra la Santa Messa e l’adorazione

Ci mettiamo, per prima cosa, alla presenza di Dio: “ Nel nome del Padre….Gloria al Padre….Amen. Madre della Sapienza prega per noi, San Tommaso D’Aquino prega per noi…”.

Allora, prima di tutto sento il bisogno di confessare una mia mancanza. Mi spiego meglio; sapete che in questo periodo nella nostra parrocchia, un po’ in tutte le parrocchie naturalmente, stiamo facendo le prime Comunioni, e questo significa che il tempo dei poveri vice-parroci è molto complicato.                                                                   Allora avevo pensato di ricorrere ad un vecchio trucco, da predicatore esperto: cioè quello di tirare fuori una scheda di un ritiro che avevo fatto anni fa, e di rivenderla…. Per cui ho detto a Costanza va bene, commentiamo l’Adoro Te Devote, tanto poi ero sicuro che nel computer avrei trovato la scheda in questione.

Stamattina vado, e la scheda in questione…. Non c’era! Quindi ho detto: “Vabbè, poco male, prego un po’ oggi, studio un po’ e… oggi naturalmente è successo di tutto…. E quindi , a questo punto,  non rimane che farsi prendere per mano dallo Spirito Santo, e sperare che ci porti Lui.

Io ho abbastanza chiaro da dove voglio partire, e dove voglio andare.                                     Tutto quello che succederà nel mezzo non lo so. Sinceramente non lo so. Quindi vedremo un po’ appunto, cosa ci suggerisce il Signore.

La prima considerazione che volevo fare con voi è legata al Vangelo di ieri.                     Avete sentito il Vangelo si ? Ecco, c’è una parola chiave, che è essenziale per capire l’Eucaristia. Non capiamo l’Eucaristia se non partiamo da quella parola, che è il verbo RIMANERE.

Il vangelo di Giovanni è tutto centrato su quest’idea del “rimanere”.                         Specialmente l’ultimo e straordinario discorso di Gesù, il cosiddetto discorso dell’addio, quello che comprende i capitoli dal 13 fino al 17. “Io dal Padre, il Padre in me, voi in me nel Padre,  rimaniamo l’uno dentro l’altro. Rimanete nel mio amore , se conoscerete la Mia Parola rimarrete nel mio Amore”.

Decine di volte lo ripete, “ Rimanete”.  Del resto fin dall’inizio Giovanni ce lo presenta così:  “ Il Verbo è venuto per rimanere, ha posto la Sua tenda in mezzo a noi”.  Dunque, appunto, è venuto a “Rimanere”.

Nel battesimo di Gesù nel Giordano, lo Spirito Santo scende, e rimane su Gesù, e così via.  Continuamente Giovanni usa questo verbo “Rimanere“, che è fondamentale, e si capisce, perché chi ama rimane.

Il rimanere è proprio una caratteristica essenziale dell’amore; e si capisce che facciamo così fatica a capirlo , in questo nostro tempo così fluido, così mobile, no… c’è l’esaltazione della mobilità : il lavoro mobile, l’abitazione mobile,… la donna è mobile… qual piuma al vento…e così via.. allora viviamo in un tempo fluido.

Ecco, questa idea del rimanere ci risulta estranea, anche forse perfino un po’ fastidiosa… sempre uguale, sempre la stessa cosa eh; si, si, sempre  uguale, sempre la stessa cosa, perché questa qui è la natura dell’amore.                                                         L’amore consiste nel rimanere, nel non andarsene, nel non avere paura di restare anche nel momento della difficoltà, anche nel momento della paura, anche nel momento dell’incomprensione. L’amore consiste nel rimanere: chi ama rimane.

Chiaro che Gesù non poteva non desiderare di rimanere con noi.                                                      E l’Eucaristia è proprio il modo che Lui ha inventato per rimanere con noi.

Ad un certo punto il popolo cristiano ha cominciato a sentire il desiderio di rimanere con Gesù,  visto che Gesù vuole rimanere con me; però per rimanere bisogna essere in due, e allora dovremmo anche noi desiderare di rimanere con Lui.

L’adorazione eucaristica nasce precisamente come una risposta a questo desiderio del popolo cristiano di rimanere con Gesù.

E notate che è una cosa piuttosto recente eh… per tutto il primo millennio cristiano non si parla di adorazione eucaristica.                                                                                               Diventa veramente popolare soltanto dopo il Concilio di Trento.  Forse il frutto più bello del Concilio di Trento è l’adorazione eucaristica.

Perché?  Perché i Padri Conciliari la vedono, giustamente, in funzione anche dei luterani.

Come sapete, i nostri fratelli luterani hanno un’idea dell’Eucaristia completamente diversa dalla nostra.  Per loro l’Eucaristia è un simbolo, dunque non c’è una permanenza, e allora, naturalmente, non ha senso un’adorazione eucaristica in un contesto protestante, perché Quello è soltanto un pezzo di pane che mi ricorda Gesù: mi metto davanti una fotografia dell’attore che fa The Chosen, ha lo stesso effetto, no..?                                                                                                                                                     In realtà no, in realtà appunto l’esperienza cattolica è tutta centrata su questo, e nel corso dei secoli, dal Concilio di Trento ad oggi, l’adorazione eucaristica acquista sempre più significato, sempre più importanza, sempre più valore, e ha forgiato centinaia di santi.

Oggi è talmente intrinseca alla spiritualità cattolica, l’adorazione eucaristica, che quasi non ci viene in mente un altro modo di pregare.                                                                       Se noi pensiamo alla preghiera, intesa come momento individuale, contemplativo, personale , la pensiamo davanti al Santissimo Sacramento.

È sorprendente immaginare che almeno fino a sei, sette secoli fa, nessuno la immaginava così la preghiera personale.

La preghiera personale si faceva di solito all’aperto, in uno spazio verde, per lo più, potendo, in qualche giardino – ecco perché i conventi hanno questi giardini meravigliosi – ma non c’era l’idea di fermarsi a pregare davanti al tabernacolo.

Questa è proprio una intuizione – ripeto – recente, ma che è diventata talmente intrinseca – per fortuna eh, sono felice di questo, che sia diventata così intrinseca – è diventata talmente intrinseca al nostro popolo che non riusciamo a pensare la preghiera diversamente da questo.

La maggior parte di voi siete abbastanza giovani per non ricordare che, negli anni 80, nella facoltà pontificia, c’era un po’ di casino. Io ricordo, in quel periodo, una discussione molto accesa che ebbi – ahimè – con un professore (di cui taccio il nome per carità cristiana) proprio a proposito dell’adorazione eucaristica. Questi diceva anche in tono piuttosto veemente: “ma se Gesù avesse voluto essere adorato, avrebbe scelto di farsi pietra non di farsi pane. Si è fatto pane perché vuole essere mangiato non perché vuole essere adorato”. Questo per dire il clima culturale di quel tempo.

Come spesso succede alle idee balzane, la storia lo ha giudicato in maniera piuttosto impietosa, diciamo così … e va bene… Ma lo dico per dire che, fino a poco tempo fa, realmente, c’era ancora un certo sospetto, una certa diffidenza verso questo modo di pregare: troppo intimista, troppo personale, troppo individuale.

In quel periodo si puntava tanto sul collettivo, si puntava tanto sull’esperienza comunitaria, quindi c’era una bella attenzione alla liturgia, lodevole, non dico di no, mancava questa dimensione personale, mancava questa dimensione individuale.

Il mio obiettivo, dove voglio arrivare, appunto, è farvi comprendere come la messa e l’adorazione eucaristica non sono due cose contrapposte, ma sono il logico prolungamento l’una dell’altra e sono due aspetti di un’unica cosa, due facce di una stessa medaglia. Questo appunto è il punto di arrivo.

Per partire ecco partiamo dall’ Adoro Te devote. Questo testo che ho in mano, formidabile, che è presumibilmente scritto da San Tommaso D’Aquino, dico presumibilmente, perché non abbiamo attestazioni di questo inno se non la prima, la più antica che abbiamo, è di 50 anni dopo la morte di San Tommaso, quindi non siamo sicurissimi che lo abbia proprio scritto lui. Però diciamo che è quanto meno probabile, sarebbe uno dei cinque inni che San Tommaso ha scritto, commissionato da papa Urbano IV, in occasione della costituzione della festa del Corpus Domini.

Ora a prescindere dal fatto che l’abbia scritto San Tommaso o meno – in realtà questo è un dettaglio secondario –  l’Adoro Te Devote è un testo di una ricchezza spirituale pazzesca e mi piace commentarlo con voi perché siccome di solito lo si legge in latino (e meno male perché le traduzioni, compresa questa che abbiamo qui adesso, sono piuttosto spaventose, senza offesa per chi lo ha tradotto, ma è difficile il latino dell’Adoro Te Devote), allora meno male che lo cantiamo in latino perché così non ne perdiamo il senso. Però bisogna conoscerlo.

Adoro Te devote, latens Deitas,/ Quae sub his figuris vere latitas: / Tibi se cor meum totum subiicit, / Quia te contemplans totum deficit.

Ti adoro devotamente – se permettete traduco io, voi seguite la vostra traduzione, io correggerò due o tre parole – Ti adoro devotamente, Dio nascosto, che veramente Ti nascondi sotto questa apparenza – evidentemente l’apparenza del pane eucaristico a Te tutto il mio cuore si sottomette perché contemplando Te tutto svanisce.

Fermiamoci su questa prima strofa un momento. “Latens Deitas, Dio nascosto, le Verità nascoste…, il Dio della Bibbia è un Dio che ama nascondersi. Perché Dio si nasconde? Dio si nasconde perché vuole essere cercato. Dio si nasconde perché nascondendosi ci incita. È come se si ritirasse apposta per eccitare il nostro desiderio, per stimolarci a cercarlo di più. È una strategia di seduzione tipica, sono sicuro che non sto dicendo niente di nuovo.

Mi nascondo per essere cercato e in questo modo eccita il nostro desiderio, aumenta la nostra volontà di cercarlo. Si nasconde dietro il volto del nostro prossimo, si nasconde dietro il volto del cosmo, si nasconde dentro la Parola, si nasconde in tutti i sacramenti. Si nasconde perché noi non potremmo sopportarne la visione diretta. Anche vedendolo nascosto, appunto, facciamo questa esperienza che davanti a Lui “Te contemplans totum deficit”, quando Lo guardiamo tutto svanisce.

Svaniscono i problemi, svaniscono le difficoltà , svaniscono le paure.

Come diceva Leopardi un grande mare in cui “è dolce naufragar”, con la differenza che in Leopardi questo naufragare era un mistero sconosciuto, per noi è naufragare in un mistero conosciutissimo.

Ci sono due eccezioni in italiano della parola mistero: si può dire mistero nel senso di qualche cosa che non si può conoscere, qualcosa che è al di là della nostra comprensione, troppo oscuro per esser visto; oppure si può dire mistero anche di qualche cosa di talmente grande che ci separa in ogni direzione. In questo caso la non conoscibilità del mistero non dipende dal fatto che il mistero è troppo scuro ma dal fatto che è troppo luminoso.

Non posso conoscere il mistero eucaristico perché non posso sopportarlo, è come se cercassi di guardare fisso il sole, dopo un po’ mi brucerebbero le retine!.
Totum deficit”: tutto viene meno, è talmente grande questa realtà che mi sgomenta. È talmente grande la realtà eucaristica che mi incute timore.

È il timore di Dio. Oggi va di moda dare a Gesù dell’amico, del compagno. Lui lo è, non è che non lo sia, ma accanto a questo è il Signore e guai a dimenticarlo perché allora lo facciamo una sorta di pupazzo buono per ogni cosa. Invece l’eucarestia ci pone continuamente davanti a questo mistero e ci suggerisce questa diminuzione del timore.

La vista, il tatto, il gusto con te falliscono. Solo l’udito crede con sicurezza..” cosa sta dicendo S.Tommaso?

Sta dicendo che non credo nell’eucarestia per esperienza ma per fede e la fede nasce dall’ascolto, dall’udito. Ecco perché solo l’udito crede con certezza.

Credo perché credo a quella Parola, “quidquid dixit Dei filius”. Credo a tutto ciò che ha detto figlio di Dio. Nulla è più vero di questa Parola di verità.

La fede nasce dall’ascolto: anche qui il legame tra l’eucarestia e la Parola è un legame intrinseco, strettissimo, è la Parola che ci porta all’eucarestia, senza la Parola l’eucarestia resta un mistero incompiuto, troppo alto, troppo lontano, irraggiungibile. È la Parola che mi porta lì ed ho bisogno della Parola per arrivare davanti al Signore e poter rimanere lì.
Sulla croce era nascosta solo la divinità. Mentre qui ugualmente è nascosta pure l’umanità. Dunque mentre Gesù morendo sulla croce nasconde la sua divinità, mentre la sua umanità è evidente proprio nel fatto che sta morendo, qui nel pane eucaristico è nascosta sia la divinità che l’umanità. Eppure credendo e confessando l’una e l’altra, cioè la divinità e l’umanità, chiedo ciò che ha chiesto il ladrone penitente, quello che moriva accanto a Gesù sulla croce, quello che gli ha detto:” Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno!”. Così, come S Tommaso, cioè non vedo le tue piaghe quelle che ha visto S Tommaso, ma tuttavia come lui io ti confesso ”Mio Signore e mio Dio”.

Ecco, questa è la prima preghiera da fare durante la celebrazione eucaristica. S.Tommaso ci sta offrendo un modello di preghiera. E come S.Tommaso protende la mano nella ferita di Cristo, attraverso il pane eucaristico io protendo per così dire i miei occhi dentro il Gesù crocifisso, perché è quello che era nascosto sulla croce e continua ad esser nascosto nel pane. Innanzitutto perché il pane eucaristico è il memoriale della morte del Signore, quindi è quel Gesù morente che io vedo in quel pane.

Come Tommaso quindi stendo, protendo me stesso dentro questa ferita e prego: mio Signore e mio Dio.

C’è tutta una spiritualità medioevale, San Francesco (ma anche prima di San Francesco) che invoca di nascondersi dentro le ferite del Signore, conoscete sicuramente l’inno anime Christi, “intra vultiera tua absconde me”, dentro le tue ferite nascondimi.

Cosa vuol dire? Come si fa a nascondersi? Un po’ cruenta anche l’immagine, fra l’altro; se voi doveste pensare così, fa un po’ senso!

Cosa vuol dire nascondersi dentro le ferite di Gesù? Vuol dire questo: vuol dire rifare la stessa esperienza di San Tommaso: stare davanti a Gesù nello stesso modo, contemplando la stessa ferita, contemplando lo stesso squarcio d’amore verso di te e dirgli, nello stesso modo, mio Signore e mio Dio!

E ti credo che di fronte a questo, totum deficit, tutto scompare; se arrivi a focalizzare questo dentro di te, veramente, al paragone di questo, tutto scompare.

“O memoriale della morte del Signore”. Il memoriale è qualcosa di più di un ricordo, non è semplicemente un ricordo. È un ricordo che rende presente.

In genere quando spiego ai bambini del catechismo questa cosa utilizzo, per capirci, l’immagine della fede nuziale. La fede nuziale non è semplicemente un ricordo del matrimonio, in qualche maniera è qualcosa che rende presente il matrimonio, tant’è vero che se un uomo vuole tradire sua moglie per prima cosa si sfila la fede vero? (voi non ne avete esperienza, per carità!).

Però è importante capire questo: non è semplicemente un oggetto estrinseco che mi ricorda qualcosa, capite? Ma è la stessa sostanza dell’evento che è reso presente dal memoriale. La bandiera è il memoriale di un concetto astratto come la patria, ma in un certo senso la rende presente, tant’è vero che addirittura la legge italiana, non so adesso, ma almeno una volta, riconosceva il reato di vilipendio della bandiera.

Dunque, l’Eucarestia è un memoriale, cioè, è qualche cosa che rende presente la morte del Signore.

Così torniamo al discorso del rimanere. Se mi permettete il gioco di parole, non rappresenta ma ripresenta, cioè, rende nuovamente presente.

A un certo punto, specialmente seguendo la filosofia scolastica, ci siamo imbarcati in una serie di discussioni infinite a proposito di essenza, di sostanza, per capire in che modo fosse possibile questa benedetta presenza reale dentro il pane Eucaristico.

Non è mia intenzione stasera annoiarvi con queste questioni che sono estremamente sofisticate e, oltre tutto secondo me, lasciano il tempo che trovano; trovo più bello lasciare spazio al mistero piuttosto che pretendere di spiegare tutto. Io più che un teologo sono un poeta e ragiono da poeta. E ragionando da poeta mi sembra perfettamente comprensibile quello, perché provo a capirlo al rovescio. Mi spiego meglio. In che senso dentro questo pane c’è la presenza reale di Gesù? Che cosa è questo pane?

San Paolo ci dice che alla fine dei tempi tutto sarà Eucarestia. Ci dice che Gesù Cristo sarà tutto in tutti; dunque, non soltanto il pane Eucaristico sarà Eucarestia. Anche questo leggio a cui sono appoggiato sarà Eucarestia, anche la balaustra a cui si regge il leggio sarà Eucarestia, anche il microfono dentro cui sto parlando sarà Eucarestia, io sarò Eucarestia.

Se Cristo sarà tutto in tutti, allora tutto è Eucarestia. Quel pane è un pezzo del mondo nuovo trapiantato nell’oggi. È una anticipazione di ciò che tutti noi saremo alla fine dei tempi

In questo è presenza reale del Signore, perché anticipa la realtà di quello che sarà tutto il mondo. Tutto il mondo è in cammino verso l’eucarestia, tutto il mondo è in un processo di EUCARESTIZZAZIONE, se così si può dire, ma compreso evidentemente.
Allora questo vuol dire “memoriale”, capite.

Tutto questo sta dentro questa parola, “MEMORIALE”, bellissima.
Pane vivo che dai vita all’uomo

Sant’Agostino spiega questa cosa in maniera molto divertente, lo dicevo l’altro giorno ai bambini della prima comunione e si sono fatti un sacco di risate. Dice Sant’Agostino “se io mi mangio una bistecca, quella bistecca diventa parte di me, non tutto, parte la butto via, ma il grosso, la parte importante diventa me in un certo modo. Il Pane Eucaristico è diverso, se io mangio di quel pane, io divento quel pane che mangio. Non sono io che trasformo il cibo in me, ma è il cibo che mi trasforma e mi rende più simile a Lui. Per questo, spiegavo ai bambini, c’è una comunione che conta molto di più della prima comunione, che è la seconda comunione, e più della seconda comunione conta la terza, e poi la quarta perché evidentemente non serve a niente fare la comunione una volta sola. Se ogni comunione è un passo avanti in questo processo di CRISTIFICAZIONE, quando avrò fatto 10mila comunioni, forse sarò più vicino a essere Cristo di come sono adesso, capite. Appunto perché, più mi comunico più mi cristifico. Questo avviene nella Santa Messa.

Come avviene nell’Adorazione? In realtà è la stessa cosa. Ed è la stessa cosa per un principio molto semplice e molto umano, molto naturale. Gli uomini diventano ciò che ammirano. Ci avete mai fatto caso. Le vostre figlie si vestono come le cantanti che gli piacciono, le attrici che gli piacciono. I vostri figli vanno alla scuola calcio, sognano di essere Totti, sognano di essere Dibala; si vestono nello stesso modo, si atteggiano, si pettinano, fanno gli stessi gesti.

Gli uomini diventano ciò che ammirano. L’ammirazione è la cosa del linguaggio laico più simile alla contemplazione. L’uomo è l’unico animale capace di ammirare e quindi a fortiori è l’unico animale capace di contemplare. Ecco io più ammiro e più contemplo e più assomiglio a ciò che ammiro e che contemplo. Quindi, così come nutrirvi dell’Eucarestia, vi rende sempre più simili a quel pane che mangio; così contemplarla mi rende sempre più simile a quel Cristo che “vere latitas, veramente è nascosto dentro quel pane.

Praesta meae menti de te vivere Et te illi semper dulce sapere”.  Che meraviglia “Dona, concedi al mio spirito, alla mia anima di vivere di te e di gustarti sempre dolcemente”.

E qui mi piace notare che San Tommaso si contraddice, succede raramente, ma quando succede mi piace mettere il dito “Tommaso si è contraddetto” perché un attimo prima aveva detto che il gusto falliva nel conoscere Gesù, e invece qui dice io voglio sentire il sapore di Gesù sulle labbra. Ma non è una contraddizione, perché non sta parlando del gusto della lingua, sta parlando di un altro gusto, di quel gusto che è il SENSO SPIRITUALE.

Che cosa vuole dire? Che cos’é il senso spirituale? Il senso spirituale è il senso della presenza di Dio. Ce l’hanno tutti, anche i non credenti.

Altri lo chiamano il senso religioso, ma il concetto è lo stesso. Cioè è la consapevolezza del fatto che qui qualcosa di più grande è presente. Qui qualcosa di più grande sta agendo, e quel senso di dolcezza, di stupore, di incanto che ti prende in quel momento. Parlando un attimo di Leopardi, Leopardi è cintura nera di senso religioso. Ma c’è né tanti, di non credenti che hanno fortissima questa esperienza del senso religioso. Noi siamo più fortunati perché gli possiamo dare un nome, è il GUSTO DI DIO, LA DOLCEZZA DI DIO.

Diadoco di Fotice, Padre della Chiesa, dice “quando l’organismo è sano, l’uomo è capace di sentire questo gusto.” Cioè riconosce quella dolcezza che nasce dal senso della presenza di Dio.

Cerco di farvi capire con un esempio: quando posso a me piace tanto andare a pregare la liturgia delle ore in qualche abbazia, generalmente Cistercensi, cantano molto bene i cistercensi. Quando ascolto il canto dei vespri, di compieta; la compieta cistercense è un canto che… ecco io faccio diverse esperienze. Faccio l’esperienza dei sensi, quelli fisici, la bellezza dell’architettura, la bellezza della musica. Dunque c’è una prima esperienza di dolcezza che è legata ai sensi fisici. Poi c’è un esperienza di dolcezza che è legata alla mente, quelli che potremmo chiamare i sensi intellettuali.

Cioè sono lì, penso alla santità di questi monaci, penso alla loro devozione e questo mi comunica ugualmente un senso di dolcezza.

Però, se sono onesto con me stesso, devo dire che c’è un terzo livello, che non dipende né dall’intelligenza, né dai sensi fisici: io sento, so, che Dio è lì.

Ed è questa la vera dolcezza, quella che non si può paragonare con nient’altro, che proverei anche in una chiesetta di campagna deserta, senza tutto l’apparato e l’ambaradan dei monaci cistercensi. “Praesta meae menti de te vivere…”, dona alla mia anima di vivere di te, “…et te illi semper dulce sapere.”, e di sentire il tuo sapore dolcemente.

A proposito di cistercensi, San Bernardo di Chiaravalle spiegava questa cosa della dolcezza di Dio con un inno famosissimo, “Jesu dulcis memoria”, con delle parole che probabilmente nessun altro ha mai detto di uguale. Dolce memoria della presenza di Dio, che dai veramente gioia al cuore, “Jesu dulcis memoria, dans vera cordis gaudia”. “Sed”, tuttavia (nonostante che la memoria della presenza di Dio sia così dolce), “super mel et omnia”, ancora più del miele e di qualsiasi altra cosa, la sua dolce presenza. La memoria di Dio è dolcissima, la memoria di Gesù è dolcissima, ma la sua presenza è più del miele (super mel et omnia), più del miele e di qualsiasi altra cosa. E’ dell’eucaristia che sta parlando San Bernardo, eh?

Con tre secoli di anticipo, quattro secoli di anticipo, perché, come vi ho detto, non era così popolare ai tempi di San Bernardo l’adorazione eucaristica; lui aveva già capito tutto: non per nulla era San Bernardo!

 

“Oh pio pellicano”: vi sembrerà strano questo appellativo rivolto a Gesù come pellicano. In che senso Gesù è un pellicano? Dovete sapere che nella mitologia medievale il pellicano (ma non è vero storicamente, però nel medioevo così credevano) aveva questa abitudine di nutrire i suoi piccoli, in caso di necessità, ferendosi sul petto e nutrendoli con il suo sangue. In questo modo da qui si capisce l’immagine: cioè Gesù è il pellicano divino che si ferisce, o meglio che si lascia ferire, pur di nutrirci con il suo sangue.

O Pio pellicano, signore Gesù,me immundum munda”, purifica me che sono impuro con il tuo sanguecuiusdel quale una stilla, una sola goccia, “salvum facere totum mundum”, può salvare tutto il mondo.

Una sola goccia del sangue di Gesù può salvare tutto il mondo e Gesù quel sangue lo ha versato per me. Oh Gesù che ora guardo nascosto, ti prego, “oro fiat illud quod tam sitio”, ti prego perché accada quello che tanto desidero, affinché contemplandoti con il volto rivelato, “ut te revelata cernens facie, visu sim beatus tuae gloriae”, “affinché contemplandoti io finisca con l’assomigliarti”, quello che dicevamo prima: l’uomo diventa ciò che adora. Allora la preghiera finale di San Tommaso davanti all’eucaristia è questa: Signore fammi diventare come te, rendimi uguale a te, voglio essere come te, voglio somigliarti. Mio Signore e mio Dio (abbiamo detto), nascondimi nelle tue ferite (abbiamo detto), fammi sentire la tua dolcezza (abbiamo detto), ma lo scopo di tutto è questo (è lì che voglio arrivare): voglio essere come te, fammi come te, rendimi come te.

Ora, in che modo tutto questo si lega alla Santa Messa?

In una maniera fondamentale. Abbiamo detto che il Signore vuole rimanere, che il mistero dell’eucaristia è fondamentalmente un rimanere. Bene, quando noi facciamo la comunione tutto questo che io mantengo è dentro di me, realmente e mi si stringe il cuore, come prete, vedere alla fine della messa la gente che fugge e scappa via. Di solito, tipicamente, c’hanno i bambini sul collo che battono e piangono e quindi scappano di corsa, ma in realtà molte volte nemmeno quello: hanno soltanto bisogno di mettersi a chiacchierare.

E’ impressionante la rapidità: a volte, manco il tempo di dire il canto finale e già stanno lì a chiacchierare…. Ma volete dare due minuti, dedicare due minuti a contemplare il Signore che è presente dentro di voi, a gustarvi questa presenza che rimane.

C’è una messa, che dovrebbe essere il prototipo e il modello di tutte le messe, che si conclude con l’adorazione eucaristica, proprio è previsto statutariamente dal messale, ed è la messa del giovedì santo.

La messa del giovedì santo è l’unica messa che i non si conclude con i riti della benedizione, ma sfocia in maniera naturale nell’adorazione eucaristica. E quindi, al termine della messa, tutti accompagnano il Santissimo sacramento all’altare della reposizione e il popolo di Dio è invitato a rimanere in adorazione. Questo dovrebbe accadere in ogni messa. Qualche sacerdote un pò più coraggioso, dopo aver fatto la purificazione dei sacri vasi, ha il coraggio di mettersi seduto e di invitare il popolo di Dio a fare un momento di silenzio, che in genere dura pochi secondi, perché cominciano i brusii, le chiacchiere… allora a quel punto il prete si alza e finisce la Messa perché tanto non serve a niente che sta lì seduto se deve far chiacchierare la gente….ma…capite il valore, l’importanza di questa cosa?

Ci sono tre momenti di silenzio nella Messa e sono pochissimi i preti che li rispettano tutti e tre.

Il primo è all’inizio…c’è la colletta, quando il sacerdote dice: “Preghiamo”…poi fa una pausa di silenzio, pensa te!

Quella pausa di silenzio è fondamentale, perché quel “Preghiamo” non è tanto per dire…quel “Preghiamo” significa che tutte le vostre preghiere…voi siete venuti qui perché ognuno c’ha la sua preghiera dentro il cuore…c’ha uno che cerca lavoro, uno che c’ha il parente ammalato, uno c’ha il figlio che deve far l’esame…un’infinità di motivi…li mettiamo tutti insieme, li raccogliamo…per questo l’orazione si chiama “colletta” perché raccoglie le preghiere di tutti.

“Preghiamo”, attimo di silenzio, ognuno presenta a Dio la sua preghiera, il sacerdote le raccoglie e le presenta a Dio…primo momento di silenzio.

Secondo momento di silenzio…anche qui lo fanno in pochissimi: terminata l’omelia il sacerdote si siede…quel minuto o minuto e mezzo serve a darvi tempo di decantare, di memorizzare, di assorbire la parola che avete ricevuto…ora, già ti dicono che sei lungo quando parli più di dieci minuti, figurati se fai un minuto di silenzio dopo! Però di per sé andrebbe fatto.

Terzo è questo di cui stiamo parlando…è il silenzio dell’Adorazione Eucaristica che non va fatto al momento della consacrazione…ci sono sacerdoti che tengono alzato il calice e le specie consacrate per minuti …allora, se stai celebrando da solo lo puoi fare, ha senso, ma in una celebrazione comunitaria non mi piace…non mi piace perché in realtà è un invito a fermare l’attenzione quando il mistero è ancora incompleto…è meglio fermare l’attenzione dopo che hai fatto la Comunione perché a quel punto il percorso dell’Eucarestia è completato …capite?…a quel punto l’Eucarestia è dentro di te e quindi è la presenza dentro di te che stai adorando, che stai venerando…non la vedi con gli occhi ma ce l’hai dentro, dentro al cuore e puoi sentire di più quel gusto di cui sopra.

Secondo la prescrizione liturgica quello è il terzo momento di silenzio della Messa e appunto, ahimè, anche lì…

Bene…allora…è bene concludere la meditazione con un invito pratico…l’invito pratico è questo, è molto semplice: scopriamo in silenzio l’Eucarestia al termine della Messa…se il sacerdote ha fretta di dare la benedizione e concludere, nulla vi vieta di fermarvi voi invece di fuggire a chiacchierare!

Concedetevi cinque minuti per adorare la presenza di Gesù dentro di voi…sono abbastanza sicuro che presto vi accorgerete che il tempo non vi basta…presto i cinque minuti diventeranno dieci, non perché ve lo dice qualcuno ma perché sarà il desiderio naturale del cuore, perché vi accorgerete che non è la stessa cosa rispetto ad altri momenti di preghiera e non è la stessa cosa perché realmente avete presente Gesù in voi…capite?…sentirete la differenza.

Bene, io avrei finito…sono arrivato dove volevo arrivare…adesso è molto più importante capire che cercheremo di tradurre in pratica tutto questo insegnamento mettendoci veramente alla presenza del Signore che rimane con noi.

Grazie e buona preghiera.

5 pensieri su ““ADORAZIONE: abitare nell’Eucarestia” – MonasteroWiFi Roma

  1. Ernestina Berzoni

    Carissima Costanza ti ringrazio per tutto ciò che fai..sei davvero speciale frizzante simpatica ma vera..

  2. exdemocristianononpentito

    Cara sig.ra Costanza e carissimi utenti del blog, io credo che in questo momento i credenti siano a pregare intensamente per scongiurare il pericolo di 3a guerra mondiale, ipotesi che mi sembra purtroppo sempre più possibile.

    A tal fine l’adorazione eucaristica da parte dei cattolici è oggi particolarmente raccomandabile, soprattutto a fronte del fatto che una guerra mondiale NON potrà non essere una guerra atomica.

    1. exdemocristianononpentito

      errata corrige: “i credenti siano a pregare intensamente” = “i credenti siano CHIAMATI a pregare intensamente”

    2. Alda Tosoni

      A me veramente capita anche durante la Messa di pensare al pranzo…
      Signore pieta’!

  3. La Santa Eucarestia ci trasforma in amore per Gesù Maria Ss e con tutti
    Grazie cara Costanza. E Sia lodato ringraziato Benedetto il Divinissimo Sacramento . Pace e bene. E grazie

I commenti sono chiusi.