Margherita, 4 ore di vita piene d’amore

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di Elvira Parravicini

Tutto al giorno d’oggi tende a diventare più veloce, quasi a voler togliere il tempo necessario affinché noi, medici e pazienti, possiamo prendere coscienza della ferita che sorge nell’istante della morte. Perché avviene questo? Perché in noi c’è qualcosa che desidera vivere per sempre e il paradosso della morte è “come una freccia che qualcuno scocca e che viene a trafiggere il cuore e a ridestarlo, a risvegliarlo dall’anestesia al suo dolore, al dolore che è suo, solo suo, al dolore che solo il cuore prova; quello della solitudine, della mancanza di un Altro” (Mauro Giuseppe Lepori, OCist). Vorrei raccontarvi la storia di Margherita. Margherita è una bambina che ha vissuto quattro ore.

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Battere l’aborto con la «comfort care»

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di Giorgio Paolucci  Avvenire

New York  – «Quando studiavo medi­cina all’università, de­cisi di diventare neo­natologa perché vole­vo aiutare con le mie conoscenze i bambini che venivano al mondo con problemi di salute. Il mio desiderio era di vederli guarire per poi poterli mandare a casa sani e felici con i lo­ro genitori. Ma poi mi è accaduto di prendermi cura anche di quelli che hanno una vita brevissima, e che a casa non tornano. Non è stato per un progetto, mi ci sono trovata in mezzo. E dicendo sì a quelle circo­stanze ho imparato cos’è la vita e co­sa vuol dire fare il medico».

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