Non desiderare il lavoro d’altri

Estratto dal libro “NON DESIDERARE LA VITA D’ALTRI” di Costanza Miriano – Sonzogno (2025)

 

Se parliamo di desiderio e di quello che suscita in noi il vedere quello che altri hanno (dico “se” perché, come afferma – calunniandomi – mio marito, io tendo un po’ a divagare, e ora essendo un tardo sabato sera piuttosto che scrivere di questo vorrei soffermarmi a riflettere sul perché, quando i miei figli escono, il numero di ambulanze che si sentono suonare da casa mia aumenta del 127%, è un dato statistico; purtroppo però devo rimanere sul tema del capitolo, perché non posso dare ragione a mio marito, la mia religione me lo vieta), insomma, dicevo, se parliamo di desiderio e di sguardo sugli altri, una parte importante, direi una novantina di capitoli, andrebbe dedicata al tema del lavoro. Perché credo siano molte le persone che, per così dire, “prendono la vita” dal loro lavoro, cioè ritengono che sia il lavoro che fanno a determinare il loro valore, a dire chi sono, e in tanti sono tentati di credere che se ne facessero uno diverso da quello che hanno – più prestigioso, meglio retribuito, più gratificante, più utile – sarebbero più felici. Potrei dire che lo afferma una ricerca del New England Institute Journal, sarebbe un’affermazione più incisiva, ma non so manco se esista questo Institute, e a dire il vero ignoro persino dove sia il New England. In realtà è un mio giudizio, una mia impressione formatasi del tutto empiricamente, ma sarei contenta di essere smentita; sinceramente però non credo di essere molto lontana dal vero.

Uno dei luoghi delle mie osservazioni scientifiche, di certo non il solo, è il treno che prendo quasi due volte a settimana (una all’andata, una al ritorno).  Lo so, un po’ poco come campione di osservazione, però sono centinaia di viaggi ormai, migliaia di persone che ho cercato di guardare, per molte, molte ore. Uomini con le facce accigliate che fanno interminabili call – non “chiamate”, per carità, loro sono importanti – sul nothing, perché devono fare un urgente assessment e poi vedere il Giovanni delle eiciar (risorse umane sarebbe troppo poco imbruttito, peggio ancora termini antichi come “persone”) con cui devono discutere i benefits e il welfare, tutto il lavoro di back office. Una volta o l’altra glielo dico: don’t pull it too much to yourselves (non ve la tirate troppo) perché FYI (for your information) me too ho fatto una startup con il mio partner, abbiamo messo in piedi quattro projects, il nostro brand è già sul mercato, my dear, con i due maschi grandi che sono fuori casa mentre due femmine sono ancora in the classical liceo e io e il mio socio tutte le sere facciamo un briefing per capire come sopravvivere e un debriefing per capire chi ha sbagliato (mio marito) cosa (tutto quello che ha fatto diversamente da come gli avevo dolcemente suggerito).

A parte questa urticante anglofonia, ho come l’impressione che tanta parte dei lavori contemporanei serva a risolvere problemi che vengono appositamente creati perché la gente possa avere qualcosa da fare. Un grande dispendio di energie investite nel rispetto di regole non sempre pensate tenendo il bene dell’uomo come bussola. Mi chiedo se tanta custodia delle procedure, di normative divenute progressivamente più invasive, per non parlare della burocrazia, non servano in realtà a nascondere quella che diversi economisti hanno chiamato “la fine del lavoro”, una trasformazione profondissima che ha investito tutto l’occidente, e sulla quale, ancora una volta, non sono in grado di fare un discorso organico (come dico anche a proposito dell’arte e della musica sacra, la mia ignoranza è enciclopedica, e quasi senza lacune, a parte forse qualche sbiadita inutile nozione che riemerge completamente a caso, tipo quando cerco di ricordare come si chiama questa simpatica signora con cui parlo da un po’ e dal fondo del cervello alza la mano saltellando un verbo politematico greco che non mi serve a niente, per cui alla fine mi congedo dalla signora ben consapevole che op e vid sono i temi di orào ma totalmente ignara della di lei identità).

Comunque, questo non è un trattato di economia, e quello che mi preme dire è che credo che il criterio con il quale si lavora e il motivo per cui lo si fa sia decisivo, mentre il non avere chiaro quello sia la causa principale dell’insoddisfazione, delle invidie, dei problemi che si autoalimentano, delle questioni sul nulla, di quelle facce accigliate che si vedono in giro, di quelle ridicole rivalità e competizioni che ci sono nei luoghi di lavoro, di quelle gare a chi ce l’ha più lungo (tra i maschi) o a chi controlla più territorio (tra le femmine), del fatto che nelle sale del potere tre persone appena si riuniscono cerchino di darsi da fare perché una quarta che dovesse arrivare possa sentirsi esclusa.

Il primo motivo per cui si lavora lo dice la Genesi: ti guadagnerai il pane col sudore della fronte. (Come si dice: – dammi un motivo per alzarmi e andare al lavoro stamattina. – Sei povero). Il lavoro però non è una vendetta di Dio per la nostra disobbedienza, ma, come tutto quello che Lui dispone, è una cura, una custodia, un rimedio. Il lavoro è l’obbedienza alla realtà, è una educazione, ed è, infine, anche una via per migliorare il mondo. Il lavoro è mettere a disposizione degli altri quello che si sa fare, provvedendo nello stesso tempo a noi stessi.

Quindi il lavoro prima di tutto è per noi: come è triste distinguere il tempo del lavoro da “il tempo per me”. Tutto il lavoro può, deve essere per noi: ci custodisce, ci aiuta nel cammino, in moltissimi modi. Ci dà un ordine, ci educa. Non oso pensare in quanti infiniti, fantasiosi modi riuscirei a perdere tempo se non lavorassi, adesso che i figli sono grandi e non solo non hanno bisogno di me, ma anzi stappano un Lambrusco quando me ne vado, godendosi la serata rutto libero sul divano. Adesso che il mio lavoro di accudimento è finito – continuo a essere una tassista e una colf, ma da parecchio non lavo manine e sederini e non imbocco – se non avessi da fare sarei capace di stare un’ora a fissare il vuoto assaggiando caramelle da un sacchetto mentre mi chiedo perché le giraffe abbiano quasi lo stesso sapore degli elefanti.

Tutto il lavoro in senso lato è prima di tutto per noi, non solo quello retribuito fuori casa, ma anche quello delle mogli, delle mamme, il lavoro di cura, insomma qualunque attività spesa in modo continuativo e organizzato per uno scopo. Per noi, ma anche per la comunità. Ripenso spesso a quello che racconta la mia amica medico Elisabetta Buscarini che, indecisa se tentare o meno un concorso da primario, chiese consiglio al collega e amico Enzo Piccinini – oggi servo di Dio – il quale le disse, più o meno: noi in questo dobbiamo imparare dagli Ebrei. Un talento che Dio ti ha dato, te lo ha dato per tutta la comunità, non per te stessa. Devi metterlo al servizio, a disposizione di tutti.

Insomma, se sono capace di dare qualcosa che può far stare meglio qualcuno, ho il dovere di farlo, e questo dovrebbe cambiare lo sguardo sul lavoro degli altri: se tu sei bravo, io non sono invidiosa, è un vantaggio anche per me. Qualsiasi lavoro si può fare con questo spirito di servizio: come mi si apre il cuore quando vedo una commessa gentile che davvero cerca di aiutarti, un cassiere che ti apre la busta, un dipendente delle poste che non ti dice scocciato che spedire un pacco è molto complicato, però forse ci proverà, un vigile che risponde gentile a qualcuno, come quello che, poiché con una processione per le strade di Roma interrompevamo il traffico e un automobilista dava in escandescenze, gli si avvicinò e gli disse: “devi sta’ carmo, questi qua stanno a prega’ pure pe’ noi”.

Quello che invece induce a desiderare il lavoro di altri, di solito è l’idea che il lavoro deve essere fare qualcosa che ti piace, e possibilmente farti diventare ricco. Per alcuni anche solo la seconda, secondo il ben noto principio per cui “non è necessario essere ricchi e famosi per essere felici, basta essere ricchi”. Così, le premesse per essere scontenti del proprio lavoro ci sono tutte (“se vai a lavorare canticchiando ha tre possibilità: sei miliardario, ti droghi, sei uno dei sette nani”).

Sicuramente bisogna chiedere la grazia di cambiare lo sguardo sul nostro lavoro, e imparare ad amare il servizio che ci permette di fare agli altri, e la cura che è per noi (rammentatemelo al prossimo cazziatone ingiusto che mi prendo): il lavoro che piace, che realizza, non è un diritto, se con piacere intendiamo qualcosa di assolutamente gratificante, che non richieda sforzo. Se invece intendiamo qualcosa che pur nella fatica si impara ad amare, allora sicuramente le persone a cui piace il proprio lavoro sono di più, ma credo comunque che alzarsi la mattina abbandonando le calde coltri per precipitarsi per esempio nel traffico romano, dove anche se provi a dire il rosario lo infioretti di giaculatorie tipo (Santa Maria anvedi sto deficiente, prega per noi ma quello deve mori’ gonfio), richiede un piccolo atto di eroismo. Il famoso minuto eroico, appunto, di cui parlava san Josemaria, che consiste nel compiere con amore un’azione proprio nel momento in cui è stabilito che venga compiuta, e non dopo sessantadue snooze.

[…]

Estratto dal libro “NON DESIDERARE LA VITA D’ALTRI” di Costanza Miriano – Sonzogno (2025)

 

2 pensieri su “Non desiderare il lavoro d’altri

  1. nike

    Mi spiace, ma non riesco a edulcorare la situazione. Lavorare otto ore al giorno non è semplicemente umano, servizio o non servizio. Si dovrebbe lavorare meno.

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