Non di soli sgravi vive la famiglia

di Andreas Hofer

famiglia

di Andreas Hofer

«Credere ai fatti, non alle parole». Come se i fatti non potessero essere tanto menzogneri quanto le parole! Esigono più sforzi, non contengono necessariamente più verità…
(Gustave Thibon)

Il nuovo anno è stato salutato dai cattolici italiani con un dibattito tutto loro sulle priorità della loro azione politica. È parso allora per un attimo che si contrapponessero l’equità fiscale e la protezione valoriale, mentre una lettura più attenta suggerisce che l’una non possa darsi senza l’altra.

Oggi è il tempo degli uomini “pratici”. La loro parola d’ordine è “concretezza”. La crisi della famiglia, ci dicono questi uomini della praticità, è soprattutto una crisi economica. Date loro più soldi, o meno tasse, e le famiglie rifioriranno a nuova vita.

Sembra di sentire le parole del drammaturgo socialista Bertolt Brecht: Erst kommt das Fressen, dann kommt die Moral («Prima viene il mangiare, poi viene la morale»). Prima di parlare, fa dire al furfantello dell’Opera da tre soldi, bisogna aver qualcosa da mettere sotto i denti: «Della gran forma di pane, una fetta anche ai reietti e ai poverelli spetta».

Brecht, certo, sbaglia quando afferma che l’uomo non ha altro pane che quello terreno. È in errore quando pensa che la terra non soltanto sia tutto il pane dell’uomo, ma anche la sua fame.

Eppure Brecht non aveva tutti i torti. Anche per il vangelo, se è vero che l’uomo non vive di solo pane, ciò, comunque, non vuol dire che non viva anche di pane.

Ben venga perciò una politica fiscale ed economica a misura di famiglia. Il sociologo Luca Ricolfi in un libro di qualche anno fa (La Repubblica delle tasse, Rizzoli, Milano 2011) attestava l’insostenibilità della pressione fiscale. E non si parla soltanto della pressione fiscale complessiva. A comprimere ogni possibilità di crescita economica è soprattutto l’esorbitante tassazione su imprese e partite IVA, vale a dire sui centri produttori di ricchezza.

Detto questo, la crisi della famiglia non può essere ridotta a una questione puramente economica.

La famiglia è entrata in crisi quando la cultura del dono, che è la dimensione famigliare per eccellenza, è stata intaccata dalla logica della “coppia”. Essa è diventata non più una unione superiore alla somma dei singoli componenti, bensì una mera giustapposizione di individualità.

I paradossi del sesso spuntato

La crisi della famiglia si accompagna, da almeno 40 anni, a uno scenario demografico che nel mondo occidentale registra, nella sua quasi totalità, una perdita del tasso di fecondità, posizionatosi ben al di sotto della soglia di sostituzione (2,1 figli per donna).

Lo statistico Roberto Volpi nel suo libro Il sesso spuntato (Lindau, Torino 2012) parla di una crisi della stessa funzione procreativa, entrata in una fase crepuscolare.

Secondo Volpi si è disegnato uno scenario paradossale. Primo paradosso: il pianeta terra non è mai stato intensamente popolato come adesso (sette miliardi di individui) eppure siamo di fronte a una crisi della riproduzione sessuale. Un’incongruenza, o meglio un dramma, che ricorda quanto diceva Bernanos, il quale ironizzava sulla condizione dell’Europa paragonandola a un cadavere divorato dai vermi: una cosa inanimata ma tutt’altro che inerte, il cui interno brulica di frenetiche attività tese a cagionarne la decomposizione…

I numeri sono impietosi. Parlano di un autentico inverno demografico. La caduta verticale della fecondità europea è comprovata dal tasso di fecondità medio, quasi dimezzatosi negli ultimi quarant’anni, di almeno il 25% inferiore alla soglia di sostituzione. L’Europa è passata dai 2,6 figli per donna nel quinquennio 1960-1965 agli 1,4 nel 2000-2005.

Il secondo paradosso è questo: la caduta verticale del tasso fecondità avviene, in un brevissimo arco di tempo, quando le condizioni economico-sociali sono le migliori di sempre e in regioni geografiche dove il benessere è più diffuso.

Questo fatto, da solo, dovrebbe far riflettere a lungo gli uomini “pratici”.

La grande trasformazione della vita sessuale

Per Volpi la depressione della fecondità deriva da un «deprezzamento valoriale» della procreazione. La svalutazione della procreazione è l’esito di un processo a tappe: il sesso, praticato per sé stesso, senza fine generativo, è divenuto un valore in sé. Grazie alla rivoluzione contraccettiva e all’affermazione della dimensione terapeutica del sesso, questo non è più strumentale alla generazione di nuovi esseri umani.

È la “grande trasformazione” della vita sessuale: anche la sfera del sesso, come è accaduto all’economia e alla politica, si autoregolamenta emancipandosi da qualunque vincolo etico-morale. Il sesso senza propositi riproduttivi viene sgravato da ogni riprovazione morale.

Nello stesso tempo assistiamo alla delegittimazione dell’istituto del matrimonio come principale precondizione per l’esercizio della sessualità tra adulti consenzienti.

Il vincolo istituzionale del matrimonio viene sostituito con il sentimento amoroso, cioè con una condizione puramente esistenziale. Basta pensare alle coppie di fatto, che subordinano il legame-istituzione del matrimonio al legame-unione della convivenza. I rapporti sessuali ora sono praticati sulla base del vicendevole assenso.

Alla deregulation della sessualità si accompagna la crisi profonda del matrimonio succeduta all’introduzione del divorzio. Una crisi che colpisce in particolare misura l’Italia, dove il matrimonio (il “matrimonio all’italiana”) aveva avuto un enorme successo, forse più che in ogni altro paese.

Come uscire dalla crisi del dopoguerra: grazie alla vitalità famigliare

Non si deve dimenticare un fatto: l’Italia esce dalle difficoltà della seconda guerra mondiale grazie a un numero incredibile di matrimoni: quasi 854mila in due anni: 415.641 (1946) e 437.915 (1947), per un totale di 853.556 matrimoni. Una cifra che sfiora i dieci matrimoni all’anno per mille abitanti (un tasso tre volte superiore all’attuale). Gli italiani investono energie e risorse nel matrimonio per uscire dal disastro del dopoguerra. Il boom economico degli anni ’60 sarà vissuto all’insegna del matrimonio trionfante (praticamente solo nella forma religiosa: quasi il 99% si sposa in chiesa). Il matrimonio resta saldo fino a prima metà anni ’70. Il cedimento comincia nel 1974. È l’anno del referendum abrogativo sul divorzio.

In precedenza il matrimonio era il pilastro della vita sociale. Quasi tutto ruotava intorno ad esso. L’istituto matrimoniale in quegli anni è generalizzato, esteso a tutte le classi sociali. L’età media dei contraenti era molto bassa (24 anni per le donne, sei anni pieni meno di oggi), la media dei figli di conseguenza più alta: sopra i 2,5 figli per donna.

La famiglia, dice Volpi, si rivela una sorta di «moltiplicatore degli sforzi individuali». La guerra e lo sport, in maniera differente, stanno a testimoniare che lo sforzo coordinato degli uomini sovente ha la meglio sulle iniziative troppo centrate sulle singole individualità.

Sposarsi per gli italiani del tempo era un rito di passaggio, una assunzione di responsabilità che segnava il transito a una età adulta della vita. Era appannaggio di famiglie che vantavano forti vincoli di solidarietà interna e alti gradi di apertura esterna. Le famiglie italiane sono state il vero motore dello sviluppo economico, non soltanto come unità consumatrici ma come un fattore produttivo a tutto tondo.

La rivoluzione del divorzio

Il divorzio introduce un autentico cambio di paradigma, immettendo nella società domestica un principio caratteristico della società mercantile: il principio di «exit» (uscita o defezione), che definisce la possibilità e la facilità di uscire da un rapporto sociale (nella sua forma tipica un contratto).

La società domestica si regge invece su un altro principio: la lealtà («loyalty»). La possibilità di defezionare intacca così una delle caratteristiche principali della famiglia: la sua incondizionalità. Non si scelgono i propri genitori, i propri fratelli e le proprie sorelle come si scelgono gli amici. Nessuno sceglie da sé se venire al mondo o meno. Per questo la famiglia fa parte di quelle istituzioni che, tradizionalmente, procurano sicurezza a scapito della libertà. Guadagnare in libertà in questo campo ha portato alla perdita di sicurezza, e dunque di stabilità.
La possibilità di scegliere equivale potenzialmente a scegliere di non scegliere più quella persona. Un rapporto libero perciò non è un rapporto incondizionato.

Il divorzio moderno toglie l’aura protettiva al matrimonio, gli leva il suo marchio di garanzia, la “certezza del prodotto”. Il divorzio insinua una sorta di “riserva permanente” nei confronti del matrimonio, introduce la possibilità di scelta, un ombrello di salvataggio, fornisce un’alternativa nel caso che le cose si mettano male. Nessuno prima ignorava la possibilità che un matrimonio potesse fallire, con tutti i dolori e i guai del caso. Ma col divorzio, osserva Volpi, «non si sa più se e quanto il matrimonio potrà aiutaci affinché le cose non si mettano male. Tanto vale non sposarsi del tutto, allora. Qui è l’origine del tramonto del matrimonio che si va profilando; giacché, in effetti, non ci si sposa davvero più».

Il tramonto è provato ancora una volta dalla durezza dei numeri. Secondo l’Istat nel 2014 sono stati celebrati meno di 190mila matrimoni, 26mila in meno rispetto al 2010, 41mila in meno dal 2009. Una progressione in discesa che dura dal 1973.

In generale, osserva Volpi, la crisi del matrimonio è associata a un deciso abbassamento del tono vitale, come se col suo declino fosse stata la società intera a perdere di slancio. Un diffuso luogo comune dice che “il matrimonio è la tomba dell’amore”. Questo giudizio appare in realtà solo un ennesimo segno della sua crisi. Le cose stanno precisamente all’inverso: il combinato disposto della dissolubilità matrimoniale e della maggiore libertà sessuale non ha affatto determinato un aumento del numero di rapporti sessuali. Giusto all’opposto: si fa meno l’amore.

Fino agli anni 70 ci si sposava anche in età molto più giovani: in media a 24, oggi oltre i 30. Sei anni cruciali, nel pieno della vitalità sessuale. Sette matrimoni su dieci avevano luogo prima dei 25 anni della donna, nove su dieci prima dei 30 anni. È alquanto improbabile, se non impossibile, che le donne di oggi, che si sposano poco e a età più avanzate, abbiano mediamente un numero di rapporti sessuali pari alle loro coetanee sposate negli anni ’60 e ’70. Ennesimo paradosso: la maggior libertà sessuale non coincide con una maggior quantità di rapporti sessuali.

Una mutazione genetica: dalla “famiglia” alla “coppia”

Si è detto, all’inizio, che la crisi è scoppiata quando alla logica della “famiglia” si è voluta sostituire la logica della “coppia”. Spesso si sottovaluta il peso di una tale “mutazione genetica”. Fino a cinquant’anni fa il baricentro dei rapporti uomo-donna risiedeva nella parola “famiglia”. Oggi il baricentro sta nella parola “coppia”.

Il cambio di paradigma è evidente: la famiglia è una unità di sopravvivenza, più che sentimentale; una realtà basata più sul dovere (principio di realtà) che sul piacere.

Alla famiglia ben si addicono i versi della meravigliosa Helplessly hoping del trio Crosby, Stills & Nash:

They are one person
They are two alone
They are three together
They are for each other

(Loro sono una persona / Loro sono due da soli / Loro valgono tre insieme / Loro sono l’uno per l’altra)

Nella logica della “coppia”, viceversa, non si dà una unione superiore alla somma delle parti: è una specie di narcisismo a due. La “coppia” termina con lo scemare del piacere di una delle due parti. Il sentire precede l’essere. Quando non si “sente” più nulla, tutto finisce.

Da abitatori del tempo quali sono, gli esseri umani, dice C.S. Lewis nelle Lettere di Berlicche, sono divisi tra due regni: il regno dello spirito e il regno animale. In forza della loro natura anfibia sono perciò sottomessi a una sorta di “legge dell’ondulazione”. Le loro passioni e l’immaginazione sono in continuo divenire, giacché essere nel tempo vuol dire mutare. Per questo la vita degli uomini, nella misura in cui è soggetta al gioco delle passioni, mostra una incessante alternanza tra fasi di depressione e fasi di elevazione.

La passione bruciante accende il fuoco di un momento, ma sulla base instabile degli affetti non è possibile edificare alcunché di duraturo. Presa singolarmente, la passione può dare forza un progetto: può alimentarlo, ma non lanciarlo nel tempo (lo attesta la stessa etimologia: «progetto» viene da pro-jectus, l’azione di gettare in avanti). È proprio la famiglia una di quelle istituzioni che concorrono a dare quella benefica stabilità che, sola, permette alla vita di poter mettere radici e maturare. Ma avendo voluto mettere la passione là dove non dovrebbe stare, si è cominciato a minare l’intero edificio della famiglia: lo spirito individualistico ha finito per sovrastare lo spirito di comunione.

Individualismo, egocentrismo e spirito d’avariza

Precisamente in questa declinazione individualistica della vita a due va rintracciata quella flessione egoistica che San Tommaso avrebbe giudicato una tipica espressione dello spirito di avarizia.

L’avarizia, dice l’Aquinate, è lo smisurato desiderio di ogni «avere», mediante i quali averi l’uomo crede di potersi assicurare la propria grandezza e il proprio valore. Un atteggiamento avaro è l’angosciosa e convulsa caratteristica della vecchiaia, tipica degli anziani che per via della loro naturale fragilità cercano con maggiore avidità il soccorso dei beni esteriori.

Lo spirito di avarizia si accompagna, non a caso, a quella eccessiva prudenza volta alla conservazione di se stessi, porta a quel ripiegarsi egocentrico che subentra di regola quando vengono a mancare la freschezza e la baldanza giovanili. Non si rischia più nulla, non essendoci nulla di più alto del proprio “io”.

Ma fare famiglia, diceva Chesterton, richiede virtù superiori a quelle del calcolo e della mera razionalità. La famiglia è un’impresa da uomini liberi. La prudenza va bene per l’ordine delle cose materiali, si attaglia a un’etica della conservazione. È necessaria, anzi indispensabile, quando si tratta di custodire ciò che è già esistente.

Dare la propria disponibilità a generare una nuova realtà, la famiglia, e nuove vite, quelle dei figli, richiede però qualcosa di più della semplice amministrazione.

È malsano non seguire altro che uno scherma dove tutto è calcolato e quantificato: l’amore avvizzisce in assenza di slancio. L’amore umano si nutre anche di creatività, non solo di gestione e amministrazione.

Il rischio al servizio dalla prudenza

Si dimentica un’altra verità essenziale: cioè che anche la prudenza decade senza il rischio. E allo stesso modo il rischio ha significato soltanto se è messo al servizio della prudenza. Pensiamo a un fatto concreto: chiunque debba intraprendere un viaggio sa che questo comporterà naturalmente dei rischi. Dirgli di “essere prudente” può significare: guida con moderazione, scegli la strada meno pericolosa, ecc. In altre parole: corri il minor rischio possibile. Ma in nessun modo questo equivale a dire: non correre alcun rischio. Per non correre alcun rischio occorrerebbe non partire nemmeno.

Da solo, lo spirito di economia invocato dagli uomini “pratici” non potrà mai rilanciare l’amore famigliare. La lezione della storia insegna: occorre spendersi anche per salvaguardare la natura più intima, la struttura portante della famiglia: l’unione stabile e feconda di un uomo e di una donna saldati da un comune destino. Dopo aver minato la stabilità famigliare col divorzio, dopo aver sferzato la fecondità con la rivoluzione contraccettiva, con l’aborto, con la rivoluzione biotecnologica, ora anche la differenza sessuale è sotto attacco.

È la natura stessa della famiglia a essere minacciata. Viene da chiedersi a che servirà un fisco più equo per la famiglia senza più alcuna famiglia da detassare.

(Apparso, in forma abbreviata e con qualche variazione, su La Croce Quotidiano del 13 gennaio 2016)

33 commenti to “Non di soli sgravi vive la famiglia”

  1. Finalmente un articolo ben fatto sul problema demografico.

    Grazie

    Fabrizio

  2. Ragionamenti interessanti e pienamente condivisibili
    Trovo solo una mancanza il non aver considerato il possibile impatto del maggior livello di istruzione consentito via via a tutti e il fatto che anche le donne, dal dopoguerra in poi, han sempre più avuto occasione (ora forse necessità) di lavorare

    • Questi aspetti sono toccati da Volpi nel suo libro, naturalmente in un post – che è già piuttosto lungo – non potevo essere esaustivo e ho cercato di concentrarmi sull’essenziale. I fattori che elenchi sono elementi importanti, ma tutto sommato accessori e hanno un’incidenza minore nel collasso della riproduzione sessuale (beninteso, dire che una cosa ha una importanza relativa non equivale a dire che non ha alcuna importanza). So bene che qualche giornalista, presentando il volume di Volpi, ha enfatizzato il ruolo di fattori oggettivi come la scolarizzazione (in particolar modo quella femminile), ma questo ruolo preponderante nel libro semplicemente non c’è. Volpi lo ripete più volte: sfugge l’anima del problema agli stati occidentali, che si preoccupano solo del suo corpo. Si crede che tutto si esaurisca in aiuti economici (assegni familiari, sussidi, bonus, agevolazioni fiscali, permessi-congedi per maternità e paternità, la sicurezza del mantenimento posto di lavoro per partorienti, vantaggi tariffari, agevolazioni per il mutuo sulla casa e altri beni utili alle famiglie). Che sono misure utili, anche indispensabili, ma che non esauriscono il problema, non colgono il vero nodo che ha portato al crepuscolo della riproduzione sessuale.

      • @Andreas Hofer
        Grazie dell’attenzione 🙂
        Pensa che dopo averlo scritto in effetti ho pensato: ma sei sicuro che quel che hai scritto c’entri qualcosa, avresti dovuto rileggere il post? E’ che ormai ero già fuori dall’uscio di casa 🙂

        Preciso meglio che la mia voleva solo essere una spiegazione concreta a quei 6 anni perduti dalle famiglie. Un mero rilievo aritmetico. Università + impiego stabile (pur se mal retribuito) = 6 anni (?)

        Su tutto il resto, nulla da rilevare, anzi solo da rifletterci

      • Le politiche economiche sono quelle che orientano le scelte dei cittadini, infatti non si parla solo di “finanza”, ma di “politiche” proprio perchè le decisioni economiche possono orientare diversamente la cultura di un paese. Facciamo finta che si finanziassero di più i teatri e l’arte in generale, o la ricerca. Chi svolge questi lavori si sentirebbe socialmente più apprezzato rispetto a oggi, e più studenti potrebbero scegliere di fare ricerca in italia perchè avrebbero più fiducia nelle possibilità di sviluppo.

        Politiche economiche “a favore” della famiglia e dei bambini a mio avviso avrebbero un impatto non solo sulle esigenze e necessità “materiali” dei genitori (cosa comunque non trascurabile), ma anche sulla percezione della famiglia e dei figli.

        Penso che una politica orientata a una maggiore condivisione, che preveda anche un congedo “paternità” potrebbe essere un passo avanti contro le discriminazioni sul lavoro. E la possibilità di fruire dei congedi su base oraria. In Olanda si può scegliere di prendersi il congedo facoltativo anche di 1-2 ore al giorno. Consente di rientrare in tempo per prendere i bambini da scuola. Se il congedo lo prendono entrambi i genitori, gli aiuti sono maggiori. SE entrambi i genitori fossero coinvolti nella cura dei figli, la discriminazione delle donne non avrebbe più senso. E la famiglia (i figli) diventano parte “naturale” (!) della società, i cui tempi di lavoro necessariamente dovrebbero adeguarsi.

        In altre parole, penso che le politiche economiche siano “utili, anche indispensabili” non solo per la parte, appunto “economica”, ma anche come motore per il cambiamento culturale. Come sappiamo, in francia le donne fanno più figli. Eppure anche lì c’è il divorzio, l’aborto, le unioni gay …però ci sono molti aiuti alla famiglia. La famiglia è considerata elemento fondamentale, i bambini sono ovunque, la normalità, e i francesi – che escono di casa prima di noi da ragazzi – ne fanno da più giovani.

        Quando vado a trovare amici francesi mi piace molto che tutti hanno figli. 2 o 3 almeno, mi piace che ci sia confusione, che non ci si preoccupi di essere perfetti. E non c’è questa retorica della “MADRE” perfetta che deve prendersi sulle spalle i problemi del mondo. Ognuno fa il suo. I figli sono allevati e curati ma senza eccessi, a volte un po’ piu selvatici dei nostri, che vengono tenuti nella bambagia…

        In francia ci sono più epidurali, più madri che non allattano. E forse proprio perchè non si sentono giudicate su come dovrebbero essere o fare, si sentono più libere di diventare madri.

        Siamo sicuri che insistere sulla retorica della “famiglia tradizionale”, del “sacrificio”, della “scelta” e tutto il resto, sia davvero utile alla causa?

        Diventare genitore è la cosa più bella che mi potesse accadere. Ma non avrei mai voluto viverlo come un “sacrificio”, nè pensare di dover rinunciare a tutto quello che ho fatto fino a quel momento. L’unica cosa che sacrifico sono le ore di sonno.

        • @ Clo
          È vero quello che dici, ma il caso francesce mostra proprio l’insufficienza di una politica solo economico–fiscale. In Francia il quoziente famigliare c’è fin dal secondo dopoguerra, eppure la natalità è ben al di sotto del tasso di sostituzione (1,97 figli per donna, nel 2013). Per ulteriori ragguagli lascio la parola al bravissimo Giuliano Guzzo: http://giulianoguzzo.com/2016/01/08/la-crisi-della-famiglia-e-antropologica-non-economica/
          La retorica della “madre perfetta”, lo mostra proprio Volpi, non ha nulla a che vedere con una concezione “tradizionale” della famiglia e della maternità. È una diretta conseguenza del calo demografico, che si accompagna a donne che fanno figli in età più avanzata e in un contesto culturale che prescrive una sorta di “programmazione” del “figlio perfetto”. Ciò porta a ipersensibilità, a un eccesso di protezione, a un eccessivo senso di responsabilità, alla drammatizzazione delle difficoltà connesse alla crescita del figlio. Una società dove ci sono meno bambini è una società anche meno abituata a dare una lettura al loro comportamento. Una volta era un po’ tutta la comunità, a cominciare dal vicinato, che “buttava un occhio” al bimbo, c’era un senso di responsabilità collettiva da parte del mondo adulto che oggi si sta perdendo.

          • @Andreas, scusa ma in Francia il tasso di fertilità è al 2,1%.
            Superiore all’italiano e anche al tasso di sostituzione. Quindi evidentemente le misure economiche hanno in impatto non solo economico, ma anche culturale.
            Ho vissuto anni in francia, e avere figli è visto come qualcosa di (giustamente) naturale, c’è più condivisione madre/padre, e meno discriminazione sul lavoro (nonostante – o forse grazie a – congedi maternità un po’ più corti che in Italia).

            Le donne che lavorano possono contare su asili nido, le famiglie su sgravi fiscali, il quoziente familiare aiuta anche chi decide di non lavorare.

            L’idea della comunità la capisco benissimo, ma non si può far finta di vivere nella società agricola dell’inizio del 900. Penso sia necessario fare i conti con la realtà e utilizzare al meglio le risorse che abbiamo, non cercare di riportare le cose a un passato che non esiste più.

            Parlavo con un amico molto cattolico che non vuole le unioni civili, afferma la necessità di rafforzare la famiglia, di contrastare le tendenze individualiste moderne. Mentre passeggiavamo vede una famiglia con tre bambini. Si ferma a chiacchierare e chiede “come si fa ad avere belle famiglie come queste?” e questi rispondono in francese…

            • @Clo e’solo una questione di priorita’, come hanno gia’spiegato Pierre e Serena ( cfr. http://goo.gl/aSw4de ) molto meglio di come sarei riuscito a fare io. Se e’vero che la famiglia e’una istituzione naturale precedente al diritto, la politica fiscale spetta invece esclusivamente allo Stato. Per questo, anche volendo proprio osservare il problema da un punto di vista puramente utilitaristico e lasciando stare le evidenti e gravi derive antropologiche, e’evidentemente opportuno PRIMA convincere lo Stato che per famiglia si intende SOLO questa istituzione naturale – concetto non disponibile, e DOPO e IN CONSEGUENZA DI QUESTO ne discende che si potrà’anche pretendere dallo Stato un adeguato supporto per essa. Se invece il focus e’solo sulla politica fiscale, si riuscira’al massimo a mercanteggiare qualche aiuto disponibile che la prossima legislatura avrebbe tutto il diritto di ritirare, in quanto non basato su un precedente concetto non disponibile – la centralità’ della famiglia come istituzione. Queste sono considerazioni che hanno si la loro base nella dottrina della Chiesa sulla centralità’ della famiglia, ma anche solo con la ragione naturale o col puro calcolo politico e opportunistico si può pervenire alle stesse conclusioni. E a proposito del puro calcolo politico, e adesso chiudo scadendo proprio nel becero, ma e’solo per far capire che l’idea del sostegno al Family Day dovrebbe proprio essere alla portata di tutti, anche di chi veramente e in buona fede non vede altro problema che il sostegno economico dello Stato alle famiglie ( solo un esempio, non sto parlando di nessuno in particolare ), rimane anche il miserabile conto della serva: l’innalzamento del numero delle unioni che lo Stato considera famiglie tendera’a migliorare o a peggiorare l’attuale portata dei sostegni economici statali alle famiglie?

            • @ Clo. Sei male informato: il tasso di natalità in Francia negli ultimi anni è arrivato al massimo al 2,03, non al 2,1, Nel 2015 ha avuto un calo e si è attestato a 1,96. Siamo comunque al di sotto della soglia di sostituzione, a dimostrazione che non bastano le misure economiche.

              https://fr.wikipedia.org/wiki/Natalit%C3%A9_en_France#cite_note-1

              Non ho detto evidentemente che si debba far finta di vivere nella società agricola dell’inizio del ‘900 (che ad ogni modo non ho nemmeno menzionato). Dico solo che le misure economiche non bastano da sole.

              • A chi volesse approfondire le ragioni di una difesa antropologica della famiglia nucleare-coniugale consiglio il bellissimo libro di Xavier Lacroix, Di carne e di parola (Vita & Pensiero, 2008).

    • @ Bri: attenzione! Senza volere, anche tu stai cadendo nel tranello di farne solo una questione di soldi: non confondere “lavoro” e “stipendio”. Occasione e necessità di lavorare non sono mai mancate, alle donne.

      • @Senm-webmrs

        No, no, non volevo ridurre tutto all’economia: tutto il contrario.
        Io lamento (e lo so che non l’ho scritto sopra, eh) la mancanza della centralità del progetto familiare innestato dentro una comunità dall’identità riconoscibile che gli riattribuisca il giusto valore

        • Ma certo! Preciso che la mia non voleva essere una critica, solo una bandierina con su scritto “attenzione” a proposito di quella specificissima questione “donne-lavoro”.

  3. Esatto.
    Si tratta di un vero e proprio collasso. Il problema è nel cuore e nell’anima, non nel portafoglio.

    • L’articolo è veramente interessante,ma c’è qualcosa che mi sfugge,ed è una cosa che mi chiedo da molto.Quando e perché accade la rottura con il passato?Tu la identifichi con il referendum sul divorzio ,ma il fatto stesso che quel referendum lo perdemmo e’ la dimostrazione,a parer mio naturalmente,che il virus era già penetrato nell’istituto familiare.Nata a metà degli anni 60 ho un vago ricordo di quel periodo e delle discussioni degli adulti: la maggior parte viveva una posizione scettica e disincantata,rispettavano i valori trasmessi dai loro genitori verso i quali avevano una vera e propria venerazione ( i nonni avevano patito la fame,combattuto nelle trincee della grande guerra e nella tragedia della seconda guerra mondiale,le nonne,da sole avevano allevato i bambini e custodito l’unita’ familiare in tempi eroici,nel dopoguerra avevano ricostruito e,con enormi sacrifici ,fatto studiare i figli),ma i valori erano percepiti come quasi impossibili da mettere in pratica.Ecco per me bambina che li guardavo,a differenza dei nonni,la generazione dei genitori sembrava una generazione di servi con la schiena piegata sotto un carico troppo pesante.Nessuno di quelli che conoscevo divorzio’ mai e tutti votarono si al referendum ,però alla mia generazione non riuscirono a trasmettere i valori: non avendo vissuto in prima persona tempi eroici non riuscirono a ricevere la stessa venerazione che loro avevano elargito alla generazione precedente,non furono capaci di darci le ragioni della fatica e della fedeltà se non che era dovere.La mia generazione sperimento’ lo smarrimento e già si vede cosa sarà dei figli.A mio parere legislatore e società si sono reciprocamente influenzati,se l’istituto matrimoniale non fosse già stato in crisi la legge sul divorzio sarebbe stata percepita come un’ingiustizia e non fu così .Del resto il cartello exit si cerca quando la casa brucia,e le misure di sicurezza si predispongono quando qualcuno ha già fatto esperienza dell’evento distruttivo,non prima.Ma allora quando ci siamo persi per strada?

      • @ Velenia

        Certamente: le date-simbolo hanno un margine di convenzionalità, è chiaro che sono cristallizzazioni, per così dire, di un cambiamento in atto da tempo. Dal 1945 fino al 1974 c’è una distanza temporale di quasi tre decenni, in mezzo c’è una cosa come la rivoluzione del 1968, che è un vero spartiacque nella storia dell’occidente. È un poco il discorso che si faceva in questo commento: https://costanzamiriano.com/2016/01/05/lavvenimento-cristiano-com-porta-valori/#comment-106348
        In sintesi: la Chiesa negli anni ’50 puntò – troppo – sulla mobilitazione di massa, assai poco sulla formazione personale, c’era un moralismo quasi soffocante, ecc. Da quella generazione scaturirono coloro che avrebbero portanto avanti le istanze distruttive del 1968. Fu un errore al quale cercarono di rimediare personalità come don Giussani e, in genere, i movimenti laicali.

  4. Bello e interessante. Condivido. Il problema di fondo è culturale, ma…
    gli aiuti economici alle famiglie (quelle che già ci sono, fondate sul matrimonio, in cui gli sposi credono nell’importanza dei valori sui quali la famiglia si basa… ) secondo voi non sarebbero utili a far innalzare il tasso di fertilità? Quante di queste famiglie, che già si sono aperte all’accoglienza di uno o più figli, rinunciano ad un ulteriore figlio soprattutto per motivi economici? Io ne conosco…e ci metto dentro anche la mia, che con tre figlie ed un solo stipendio (il mio) rischierebbe il collasso economico se arrivasse il quarto (e lo vorrei, se fosse volontà di Dio donarcelo!). Se qualcuno ci garantisse la gratuita’ del nido e poco più, credo che io e mio marito non ci penseremmo due volte a metterci nuovamente a disposizione di Dio per generare una nuova vita! È vero, direte voi, la Provvidenza c’è sempre, ma se la Provvidenza si traduce nel dover dipendere economicamente dalle famiglie di origine, che fine fa la nostra dignità? Questo almeno è il mio sentire…

    • E cosa ci sarebbe, di poco dignitoso, nel non recidere i legami di solidarietà con le famiglie di origine?
      Perchè oggi tocca ai figli, domani ai genitori.

      Nelle campagne si è sempre fatto così.
      Convivevano in una cascina tre/quattro generazioni, che si sostenevano una con l’altra. Non di rado, anche se con numeri ben minori, si usa ancora oggi.

      (Per la verità era una cosa non solo “famigliare”, ma anche “comunitaria”. Come la legna buttata nottetempo nel cortile della maestra Cristina di guareschiana memoria.
      Certo, quelli erano gli ultimi sussulti della “millenaria civiltà cristiana”; e se oggi il prossimo è il terremotato del Tibet o l’alluvionato delle Filippine – “manda un sms, donerai due euro”: #credici! – la cosa diviene non a caso disagevole).

      Certo, la visione del mondo che innerva la nostra società ha ben altre priorità.
      L’alienazione dei giovani, da una parte, e il conferimento degli anziani ai centri di stoccaggio dall’altra.

      La dimostrazione che il fattore economico è conseguenza, e non causa, è fornita dal dato storico: quando gli italiani faticavano, nella grande maggioranza, a conciliare il pranzo con la cena, le famiglie erano però solide e numerose.

      Come del resto è sempre stato, nelle civiltà sane: la durezza della vita era lì non ostacolo, ma sprone alla riproduzione (non solo quella fisica).
      Solo le civiltà morenti non hanno in sè questo anelito del tutto umano a sopravvivere.
      Non per nulla, esse vanno sotto il nome generale di “Sodoma e Gomorra”…

      Osservazioni del tutto generali, le mie.
      Nessuna intenzione di criticare i comportamenti tuoi o di altri; però ritengo che la Provvidenza ritenga molto meno dignitoso un figlio in meno che il sostegno delle famiglie d’origine… 😉

      Ciao.
      Luigi

      • @ Luigi: grazie! hai detto molto chiaramente le cose che mi frullavano pel capo ma non sarei riuscita a esprimere. con chiarezza

        • Caro Luigi
          le tue osservazioni sono vere e condivisibili, ma poi ogni caso è a sé! Io vivo lontana centinaia di km da genitori e suoceri, e qui non ho una rete familiare e di amicizia su cui poter fare affidamento! Il supporto che potrebbero darmi le famiglie di origine sarebbe quindi solo economico e comunque limitato (anche loro non sono ricchi!). Per noi il fattore economico è determinante…ti faccio solo un esempio : io lavoro e, se una delle mie figlie si ammala, mio marito (disoccupato da due anni) può restare a casa con lei, ma devo pagare la baby sitter per andare a prendere le altre a scuola! E se dallo stipendio tolgo mutuo e retta scuola materna parrocchiale (nel nostro comune e nei limitrofi non ce ne sono di pubbliche), mi restano nemmeno 1000 euro… che stringendo al massimo la cinghia ce li facciamo bastare, ma già ogni mese faccio affidamento sulla Provvidenza, che mantiene in vita la mia auto che ha 15 anni e che continua a fare in modo che nessuna delle mie bambine abbia bisogno dell’apparecchio per i denti! Fare un altro figlio mi sembrerebbe davvero tirarla troppo per i capelli questa benedetta Provvidenza …ma magari è solo la mia poca Fede che mi fa pensare questo! 😉

          • Ciao A.,

            hai certo ragione sul fatto che ogni caso sia a sè. Infatti precisavo che le mie erano osservazioni del tutto generali, che partivano da quell’ultima tua frase – appunto generale – sulla poca dignità del ricevere aiuto dalle famiglie di origine.

            Ma visto che hai specificato il tuo caso (grazie per la fiducia!) mi permetto un’osservazione particolare.
            Dici di non avere una rete di amicizie nel luogo in cui vivi. Ma questa si crea! Soprattutto considerato che, mandando le tue bambine in una scuola materna parrocchiale, forse è più facile trovare persone che condividano almeno in parte la vostra visione del mondo.

            Perché pagare la baby-sitter? Si fa a turno.
            Lo vedo fare da più di una famiglia. Un giorno una mamma che ha il pomeriggio libero tiene i bambini delle altre, che ricambieranno in altro modo; magari accompagnandoli all’asilo quando la prima non può.
            E poi, se la scuola materna è parrocchiale, avete provato a parlare col parroco della vostra situazione?
            Sempre che sia necessaria, la scuola materna. Io ne ho fatta poca, uno dei miei fratelli per nulla, ma non ci sembra di averne sofferto particolarmente.

            Scusami per l’evidente ingenuità delle mie osservazioni, ma forse non avete ancora tentato tutto.
            Provate a riconsiderare integralmente la situazione, non dando nulla per scontato. “Regardez la vie autrement”, insomma.
            In ogni caso, in bocca al lupo!

            Viviana: prego!
            Ma ho solo ricambiato la tua cortesia, più su, visto che anch’io non sopporto la retorica sulle donne che avrebbero incominciato a lavorare solo da mezzo secolo…

            Ciao.
            Luigi

          • @A. un pensiero e una preghiera per tuo marito.

            So per esperienza quanto è dura per un uomo restare senza un lavoro e non poter provvedere economicamente alla propria famiglia (checché se ne dica della parità dei ruoli). Digli di tener botta e fatelo sentire importante per voi (certo già lo fate). Chiedete a Dio tutti i santi giorni in tutti i modi, un lavoro per lui… certo questa sarà la prima strada perché la Provvidenza si mostri.

            Un abbraccio.

            • Grazie Bariom,
              hai compreso bene le nostre difficoltà, che oltre l’aspetto economico investono la dignità…soprattutto per mio marito! Se potessi farei cambio con lui per il lavoro, per vederlo più sereno!
              Prego e faccio affidamento sulla preghiera dei fratelli…anche la tua a questo punto!

  5. …non di soli sgravi, ma anche di qualche reddituccio (avendocelo) vivono le famiglie!

  6. Il problema principale riguarda il cambiamento della mentalità, del cuore e del capire cosa vuol dire stare nel mondo.
    I nostri nonni non avevano paura di mettere su famiglia ed essere aperti alla vita nonostante le (mediamente) disastrose condizioni economiche.
    Se una coppia oggi si sposasse con le medesime condizioni economiche che avevano i miei nonni verrebbe arrestata e portata in un manicomio. Ma loro hanno avuto figli, nipoti e pronipoti.
    Sono marito e padre (giovane per i tempi odierni, ma anche qui ci sarebbe da parlarne) anche io e sono impregnato di tutti questo ragionamenti che gira e rigira vanno sempre a finire sui calcoli.
    La verità è che bisogna essere un po’ folli oggi per credere nella vita. E meno soldi si hanno più si mantiene quel pizzico di follia.
    L’Europa e l’Italia ormai sono irreversibilmente destinate alla scomparsa. L’attuale struttura demografica non permette un recupero, neanche a tassi di fecondità di 2,5. Figurarsi a quelli a cui stiamo oggi.
    La Francia è un paese distrutto anche quello. E’ vero che ci sono più figli, ma le famiglie stanno molto peggio di qui, si hanno figli in di 2-3-4 matrimoni diversi, una confusione enorme.
    I soldi aiutano, ma non sono il motore. Il motore è credere fermamente nella vita eterna e avere il desiderio (se è nei piani di Dio) di farne godere altri, coniuge e figli (il numero lo lasciamo decidere a Dio, noi preoccupiamoci di collaborare).

  7. Bellissimo articolo e, certo non per caso, interessanti anche gli interventi dei lettori che hanno permesso ulteriori approfondimenti su matrimoni, famiglia ecc. E sulla storia d’Italia dal dopoguerra, letta e capita da una non consueta, illuminante prospettiva.

    Bene anche i rimandi a Volpi : un invito a conoscere meglio questo statistico passionale che scrive gialli.

    http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Storie/ROBERTO-VOLPI-lo-statistico-dell-infanzia-con-la-passione-per-il-giallo

  8. Ottimo come sempre Andreas.

    Mi piace fare una sottolineatura e una possibile correlazione su argomenti comunque già portati nell’articolo.

    “Si è detto, all’inizio, che la crisi è scoppiata quando alla logica della “famiglia” si è voluta sostituire la logica della “coppia”. Spesso si sottovaluta il peso di una tale “mutazione genetica”. Fino a cinquant’anni fa il baricentro dei rapporti uomo-donna risiedeva nella parola “famiglia”. Oggi il baricentro sta nella parola “coppia”.

    Nella logica della “coppia”, viceversa, non si dà una unione superiore alla somma delle parti: è una specie di narcisismo a due. La “coppia” termina con lo scemare del piacere di una delle due parti. Il sentire precede l’essere. Quando non si “sente” più nulla, tutto finisce.

    Di ciò, anche chi decide di essere “semplicemente coppia” o in altri termini di convivere, è perfettamente conscio, anche se in modo più o meno consapevole e questo ha un preciso e diretto legame a mio vedere (non so se le statistiche lo possono confermare), con la picchiata della denatalità…

    Quanto più il nostro futuro poggia sull’essere una “coppia”, basata esclusivamente su pur sinceri, ma ondivaghi sentimenti, tanto più l’impegno, il vincolo, dato dalla prole, sarà visto come un rischio e un possibile limite (della libertà personale) e sarà procrastinato nella illusoria speranza che i tempi rendano più saldi e sicuri i sentimenti di cui sopra…

    Dove non sarà denatalità, sarà un generazione di genitori già nonni dei loro stessi figli, situazione che mi pare si stia verificando comunque, anche per chi sceglie il Matrimonio.

  9. …ma voi pensate che attraverso la non concessione delle convivenze o matrimoni omosessuali (chiamateli come vi pare, non cambia nulla, anche uomini e donne possono semplicemente convivere e fare figlioli o non farli o affittarli eccetra) servirà davvero a cambiare la mente degli uomini?
    O pensate che Arguello abbia qualcosa da dire di più di quello che è stato già detto e ripetuto dalla Miriano
    da sempre o che attiri in piazza più gente per da riuscire a impressionare i parlamentari (cosiddetti) e/o finalmente i media (cosiddetti) eccetra?

  10. Condivido le riflessioni di A. Verissimo che non basta qualche soldo in più per ridare valore alla famiglia e ai figli, ma sicuramente aiuta. Io e mio marito ci siamo fermati a 2, ma Dio solo sa quanto avremmo voluto anche il terzo, anche se quando è nata la seconda avevo 39 anni (purtroppo ci siamo conosciuti tardi).
    Io ho problemi di salute e mio marito ha perso il lavoro. Si arrangia come può ma certo non ha uno stipendio, Quando le bambine erano piccole avevamo il mutuo. L’asilo nido – comunale – ci costava 300 euro a bambina (una mia amica in Francia ora – e non 9 anni fa – paga il nido 30 euro al mese). La mia patologia non ha esenzione, e tra ticket e analisi (tutte nel pubblico) spendo più di 2mila euro all’anno.
    Sicuramente non abbiamo avuto abbastanza fede e fiducia nella provvidenza, ma i problemi economici (so che c’è chi sta peggio, quindi non è mia intenzione lamentarmi) ci hanno bloccato. Uno stato con maggiore attenzione alla famiglia in senso culturale avrebbe maggiori attenzioni anche in senso economico. Ho diversi amici che non si sono sposati perché economicamente avrebbero perso non pochi vantaggi (e se sposati i loro figli non sarebbero stati ammessi al nido). Poi non so, forse hanno giocato con residenze diverse anche se così non era, ma fatto sta….
    In Germania più hai figli più soldi ti danno (assegni familiari e agevolazioni di altro tipo).
    Ripeto…. concordo con una parte dell’articolo, con il fatto che il problema è culturale e non solo economico, ma …. “anche” di pane vive l’uomo.

    • @ cin

      Su questo siamo perfettamente d’accordo, tanto è vero che nella parte iniziale ho fatto mie le tue osservazioni di ora usando praticamente le tue stesse parole:

      «Brecht, certo, sbaglia quando afferma che l’uomo non ha altro pane che quello terreno. È in errore quando pensa che la terra non soltanto sia tutto il pane dell’uomo, ma anche la sua fame.
      Eppure Brecht non aveva tutti i torti. Anche per il vangelo, se è vero che l’uomo non vive di solo pane, ciò, comunque, non vuol dire che non viva anche di pane. Ben venga perciò una politica fiscale ed economica a misura di famiglia».

      Su questo siamo tutti d’accordo. Ogni misura (economica, fiscale, sociale) a favore della famiglia è un toccasana. Il senso del mio articolo è che la questione antropologica e quella economica non sono affatto disgiunte. Sono altri piuttosto che, un poco furbescamente, usano ripetere che i problemi della famiglia sono “ben altri”, insistendo di fatto solo sul versante economico. In verità una cosa non esclude l’altra: si può andare in piazza a manifestare contro leggi che snaturano il matrimonio e la famiglia e allo stesso tempo chiedere un fisco a misura di famiglia.

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