La magia del «second wind»

di Andreas Hofer

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di Andreas Hofer

Senza la famiglia siamo indifesi di fronte allo Stato,
che nella nostra moderna situazione coincide con lo Stato Servile
.
(G. K. Chesterton)

È dunque legge il cosiddetto “divorzio breve”. Decretare la fine di un matrimonio ora avrà tempi più rapidi, procedure più snelle. È grande il giubilo di Donatella Ferranti, presidente della commissione Giustizia. La nuova normativa, dichiara, «è un indubbio passo avanti di civiltà giuridica e sociale, in linea con i tempi e con gli ordinamenti degli altri paesi». È solidale con questo giudizio anche la vice presidente della Camera Marina Sereni, per la quale siamo indubbiamente di fronte a una «norma di civiltà».

Viene alla mente, nel prendere visione di queste pompose dichiarazioni, l’ironia sferzante con cui G. K. Chesterton si rivolgeva ai fautori del divorzio in un gran bel libro del 1920, The Superstition of Divorce (“La superstizione del divorzio”).

L’impressione, dice l’acuto Chesterton, è che i divorzisti prima di tutto non abbiano le idee molto chiare sul significato del matrimonio: «Questa gente afferma di volere il divorzio senza chiedersi prima se vuole il matrimonio».

Chesterton, com’è suo costume, fonda la sua apologia del matrimonio indissolubile su argomenti ragionevoli, di senso comune. Col vincolo matrimoniale, scrive lo scrittore londinese, prende forma e si avvia la straordinaria epopea della famiglia, «avventura personale di un uomo libero», «avventura individuale al di fuori delle frontiere dello stato».

La tendenza moderna è quella di vedere nel matrimonio un semplice contratto. È una visione assai riduttiva: l’atto con cui due persone si promettono fedeltà è assai più simile a un voto o a un giuramento cavalleresco, è imperniato cioè sulla «libera scelta di una condizione permanente» con cui un uomo e una donna si scelgono reciprocamente impegnandosi a una vita in comune e alla generazione dei figli.

La famiglia, pertanto, identifica lo spazio dell’autentica libertà personale, giacché con la sua fondazione si «crea un piccolo stato all’interno dello stato che resiste a tutta questa irreggimentazione; il suo legame rompe ogni altro legame, la sua legge è più forte di ogni altra legge».

Ogni family hater, al contrario, palesa in sé un adoratore dello «stato servile». Chesterton mutua questa espressione dal sodale Hilaire Belloc (1870-1953). In breve, lo stato servile (dall’accezione latina di servus, cioè schiavo) è una sorta di megamacchina sociale, un tipico prodotto di quella che GKC altrove ha bollato come l’«orribile teoria dell’Anima dell’Alveare». Si tratta di un macroscopico organismo collettivo che considera gli esseri umani alla stregua di semplici ingranaggi deputati al proprio funzionamento.

Il legame familiare rappresenta un formidabile ostacolo alla dissoluzione della persona nel corpo collettivo. Lo stato servile desidera «una democrazia sessualmente fluida, dato che la creazione di piccoli nuclei equivale alla creazione di piccole nazioni, e queste piccole nazioni, in quanto tali, sono un impedimento per una mente di ambizioni imperialiste».

Patrocinare la diffusione universale dell’amore “liquido” rappresenta quindi il tentativo di abbattere la piccola patria familiare. Una tale ottica esige l’oblio dell’antica verità per cui «fare una famiglia è qualcosa di molto più grande di fare del sesso». Ciò spiega cosa spinga i suoi partigiani a riconoscere nel giuramento matrimoniale «la vitale antitesi dello stato servile, la sua alternativa e il suo antagonista».

Il nemico giurato di ogni idolo societario — Platone lo chiama il “Grosso Animale” — è dunque questo «piccolo stato fondato sui due sessi [che] è allo stesso tempo il più volontario e il più naturale degli stati autonomi».

Ma perché questa esigenza di «proclamare una religione erotica che esalta la lussuria e al contempo proibisce la fertilità»?

Il motivo lo aveva intuito già Aristotele: non c’è minaccia minore di un corpo atomizzato di uomini sradicati, privi di legami parentali. La mancanza di legami forti li rende una massa impotente, incapace di opporre resistenza alla forza che li tiene moralmente e psicologicamente assoggettati.
Questi uomini erano gli schiavi dell’Antichità. Secondo il pensiero dello Stagirita occorre infatti gli schiavi non siano «appartenenti tutti alla stessa stirpe» e nemmeno che siano «dotati di animo troppo fiero» dato che queste «sono le sole condizioni alle quali essi possono essere utili nel lavoro».

È questa è la ragione per cui, sottolinea Chesterton, il sesso «deve essere per lo schiavo solo un piacere e mai deve diventare un potere. Egli deve riconoscere (o almeno pensare) il piacere come un qualcosa il meno possibile diverso da un piacere; non deve sapere o pensare nulla intorno al fatto di dove provenga o dove sia diretto, una volta che lo sporco oggetto è passato dalle sue mani. Non deve farsi troppe domande sulla sua origine nel disegno o sul suo fine nella discendenza umana».

La grandezza del matrimonio discende invece dalla sua natura di istituzione fondata sulla libertà dell’amore, piuttosto che sull’amore libero: «La più antica delle istituzioni umane possiede un’autorità che può facilmente essere confusa coll’irriducibile indomabilità dell’anarchia. Tra tutte le istituzioni essa nasce da un’attrazione spontanea: e si può affermare con esattezza, senza enfasi, che essa si fondi sull’amore e non sulla paura. Il tentativo di accostarla alle istituzioni coercitive che hanno poi complicato la storia più tarda ha portato a infinite illogicità in tempi moderni».

Come tutte le istituzioni, anche il matrimonio è un prezioso sostegno per la fragilità umana. Chesterton illustra questa indispensabile funzione ausiliaria ricorrendo alla metafora sportiva del second wind, il «secondo vento».

Chiunque si sia cimentato in una qualunque attività sportiva che preveda uno sforzo prolungato nel tempo, come il ciclismo o la corsa su lunga distanza, sa benissimo che nel corso della performance giunge un momento di crisi in cui tutte le energie sembrano essersi prosciugate. Ebbene, proprio quello è il frangente in cui, lungi dal gettare la spugna, è necessario stringere i denti in attesa del «second wind»: il momento in cui, come d’incanto, le energie ritorneranno permettendo di proseguire la gara.

Anche la vita matrimoniale, dice Chesterton, sembra obbedire a questa legge fondamentale. The answer is blowin’ in the (second) wind, per parafrasare il buon vecchio Bob Dylan. Così quando il sentimento è in crisi è l’istituzione a mantenere in piedi la vita di coppia. Più un’istituzione è sana, più è in grado di assorbire i colpi del destino che spezza e consente di metabolizzare gli insuccessi della vita.

Il matrimonio si iscrive in un registro, quello della donazione, che oltrepassa il campo dell’interesse personale. In nome dell’interesse individuale si può sciogliere un contratto, «ma l’amore di un uomo e di una donna non è un’istituzione che possa essere abolita, o un contratto da potersi rescindere. È qualcosa più antico di tutte le istituzioni e di tutti i contratti; e che certamente sopravvivrà loro». Lo sappiano anche coloro che troppo in fretta sono ansiosi di decretarne la sconfitta.

Fonte: La Croce quotidiano, 25 aprile 2015

30 commenti to “La magia del «second wind»”

  1. Il matrimonio si iscrive in un registro, quello della donazione, che oltrepassa il campo dell’interesse personale. In nome dell’interesse individuale si può sciogliere un contratto, «ma l’amore di un uomo e di una donna non è un’istituzione che possa essere abolita, o un contratto da potersi rescindere. È qualcosa più antico di tutte le istituzioni e di tutti i contratti; e che certamente sopravvivrà loro». Lo sappiano anche coloro che troppo in fretta sono ansiosi di decretarne la sconfitta.

  2. Hai visto? In Chesterton anche i podisti trovano soddisfazione!!! 😉

  3. Articolo magistrale, bellissimo! Grazie!

  4. CHESTERTON DI TUTTO IL MONDO, UNITEVI!!!

  5. Erano talmente “sodali” Chesterton e Belloc, che G.B. Shaw (per dileggio), aveva coniato per loro il sostantivo “Chesterbelloc”, onde indicarli cumulativamente.

    Poi: «ma l’amore di un uomo e di una donna non è un’istituzione che possa essere abolita, o un contratto da potersi rescindere. È qualcosa più antico di tutte le istituzioni e di tutti i contratti; e che certamente sopravvivrà loro», è vero con riguardo all’amore coniugale, IN GENERALE, ma il singolo amore fra l’uomo X e la donna Y, può finire, eccome!
    Ne ho conosciuti di uomini anziani, i quali mi hanno confessato di NON essere più inammorati della moglie, ma di continuare a conviverci per abitudine e per una generica benevolenza che non è assimilabile all’amore (per quantità e qualità). A69

    • W Chesterton !

    • Dice Anonimo 69:

      “Ne ho conosciuti di uomini anziani, i quali mi hanno confessato di NON essere più innamorati della moglie, ma di continuare a conviverci per abitudine e per una generica benevolenza che non è assimilabile all’amore (per quantità e qualità)”.

      Ma è proprio quando finisce l’innamoramento (innamorarsi è un verbo ingressivo, cioè indica l’entrare nell’amore, come “incamminarsi” vuol dire iniziare un percorso). Da lì in poi comincia l’amore, nel quale predomina il bene dell’altro.

      Te invece, Anonimo, cosa gli dici ai vecchietti, in confessionale?

    • Amore e innamoramento non sono sinonimi.
      L’innamoramento è un sentimento effimero, l’amore è un atto di volontà. Infatti nessuno di noi decide di innamorarsi, tutti noi tuttavia possiamo decidere di amare.
      Esempio: un uomo sposato da 10 anni incontra una giovane donna, bella, intelligente. Se ne innamora. Non l’ha deciso lui, non lo si può incolpare di questo, anzi, sarebbe ipocrita. Tuttavia quest’uomo decide (sottolineo: decide) di non seguire questo sentimento, di rimanere fedele alla moglie, sacrificando così il suo desiderio per la ragazza, perchè ha promesso di amare la sua sposa.
      Un atto del genere non è un martellarsi le gonadi insensato, è quello che si può definire un atto di vero e autentico amore, un sacrificio ultimo. L’amore autentico implica il sacrificio, e siamo talmente disabituati ad associare le due cose, che ci sembra non abbiano niente a che fare.
      L’amore vero io l’ho visto nel signore novantenne che abita sopra casa mia, mentre accompagnava con gentilezza la moglie malata (e che era diventata insopportabile, povera donna) sulle scale, tutti i giorni, fino alla morte di lei. Non si fa una cosa del genere per un sentimento, lo si fa per fedeltà. Che è volontà, ed è la cosa meno spontanea di questo mondo.
      Le cose più belle, nella vita, se ci si pensa, non sono affatto spontanee, ma sono frutti di grande lavoro e fatica.

      • Molto bello! E molto vero!

      • …nessuno però pone mai il caso che qualcuno dei due sposi si ritrovasse a essere becco. Oppure derubricherebbe
        lo stato di becco alla mancanza di impegno di una delle due parti. Altrimenti non sarebbe becco. Il quale dicorso non fa una grinza. Ma resterebbe il fatto che uno fosse becco (e sposato) (vedi anche il mio commento con la ciazione di una famosa pagina di Rabelais)!

        • In quel caso non c’è che affidarsi a San Martino.

          • Affidarsi a San Martino è un vero toccasana, si evitano vendette e ripicche. Per gli altri, per chi non crede suggerisco di riflettere sul finale di una famosa poesia “La filosofia del cornuto”, scritta e interpretata dal grande Totò che qui riporto: «… ‘ncoppa a sti ccorne fatte nu surriso, ca pure Napulione era cornuto!».
            Traduzione: “Su queste corna fatti un sorriso, che pure Napoleone era cornuto!”.
            Simone

            • L’amante più famoso di Giuseppina era un certo Charles Hippolyte, ma la crisi fu superata, nonostante lo scandalo (in fin dei conti, come diceva La Rochefoucauld “Finchè si ama, si perdona”). A69

      • @ Vanni e Cacciatrice di stelle

        non credo che le persone anziane e non anziane con cui ho parlato, e che mi hanno confidato di non essere più innamorate del loro coniuge, avessero in mente la distinzione fra amore e innamoramento, comunque certamente un sentimento profondo come quello descritto da cacciatrice, esiste (l’ho visto pure io).

        Però esistono anche delle zone “grigie” in cui non si sa bene se si è di fronte ad un “capriccio” o ad “eterna passione.

        Quegli uomini, a me sembravano sinceri, ed affermavano di essere state innamorati per molto tempo delle compagne della loro vita, ma poi non più, e che la convivenza continuava per abitudine, per il bene dei figli e per una generica benevolenza derivata dall’abitudine medesima.

        Purtroppo le cose non sono sempre bianche o nere, ci sono anche quelle grigie di difficile collocazione e definzione.

        Se l’innamoramento, come entrata nell’amore, è un percorso, un cammino, mi sembra logico che, fra le possibilità di questo percorso, ci siano anche “l’uscita” e il “ritorno all’indietro”. A69

        • @ Vanni

          se poi, Vanni, ritieni che quella “generica benevolenza” derivata dall’abitudine, sia in realtà l’amore vero, depurato del suo aspetto sensuale………………io non saprei che dirti.
          Tutto può essere. A69

          • Dio lo sa, ma forse sì.

          • L’Amore nel Matrimonio ha tempi, modi, esigenze, evidenze diverse e differenti, così come è per le età dell’Uomo.

            Così come per l’Uomo che (si spera) nell’età matura, così l’Amore… forse cambierà di forma o di apparenza, ma non di sostanza, anzi si purificherà di ogni egoismo e concupiscenza per ricordaci e manifestare sempre meglio, la purezza dell’Amore di Dio per l’Uomo, che se per Dio altro non può essere per sua stessa natura, per l’uomo è un cammino.

            Anche a motivo di questo il Matrimonio ci è donato.

        • A69 non riesco a capire, e neanch’io mi sono spiegata: qua nessuno nega che si possa smettere di essere innamorati, anzi, qua si afferma spesso questa cosa…è normale!
          Il mio punto è che questa “generica benevolenza”, l’attaccamento, l’affetto di cui parli è l’amore vero…il fatto che queste persone non siano più innamorate non significa che non si amino. Magari non se ne rendono conto neppure loro.

  6. E come diceva la mia professoressa di diritto in terza ragioneria: ‘il primo che mi dice che il matrimonio è un contratto lo rimando al posto con un 3.’
    In ogni caso, una volta ammesso il divorzio, si infligge una ferita all’istituzione matrimoniale che altro non può portare che un lento dissanguamento nel quale le ragioni del matrimonio si dissipano. Il divorzio alla lunga “chiama” il divorzio breve e la perdita del senso del matrimonio; infatti ci siamo. Di una legge del genere ormai i nostri cosiddetti rappresentanti possono riferirsi in termini di ‘passi avanti nella civiltà’ senza colpo ferire e senza che nessuno o quasi batta un colpo.

    Complimenti ad Andreas, peraltro, e speriamo di vedere presto altri suoi articoli!

  7. Mi associo ai complimenti e all’auspicio di Roberto e vi segnalo un breve scritto che mi sembra in consonanza con quanto sopra.
    http://www.tempi.it/blog/avete-mai-provato-a-guardare-il-mondo-senza-le-mani

  8. Solo un piccolo appunto: il wind di “second wind” è “fiato” o “respirazione”; quello di “blowin’ in the wind” è “vento”.

  9. “La famiglia, pertanto, identifica lo spazio dell’autentica libertà personale, giacché con la sua fondazione si «crea un piccolo stato all’interno dello stato che resiste a tutta questa irreggimentazione; il suo legame rompe ogni altro legame, la sua legge è più forte di ogni altra legge».

    Piccoli ordini cavallereschi (talvolta solidali tra loro) fuori dello Stato, ma alle poppe dello Stato anch’essi, o allo stato
    brado, completamente liberi, senza dover chiedere nulla a nessuno?

  10. Bellissimo articolo. Fa molto pensare.

    E per rispondere a quel signore più sopra, sarebbe ben triste concludere i propri giorni con una donna a casa che tratti/percepisci come una sconosciuta. E’ una tentazione – ma è mortifera, mi rendo conto che se accadesse a me mi sentirei svuotato della mia identità di marito e di innamorato che fui! Non è infatti possibile che questa forza maligna che potrebbe portarci ad odiare la nostra metà prevalga. O meglio, è possibile, ben possibile, ma così non dev’essere. A meno che non siamo noi in prima persona a voler soccombere, a non voler più combattere certe battaglie dentro di noi che vanno combattute, per il nostro bene, e di tutta la famiglia che ci è intorno.
    La tentazione c’è, ma non dobbiamo essere troppo pigri e lasciarci andare. Parlo agli uomini. E a me in primis, che questa tentazione a volte la ho. Colpa pure della mia mente troppo… ‘allegra’ (pensatore prolifico, ma non tutti i pensieri sono buoni).

    Guardate per esempio che bella una coppia che si ama e si rispetta: vestono anche bene. Quella invece che si è lasciata andare, assomiglia più ad una ciurma di sopravvissuti (dove la donna assomiglia troppo al capitano di lungo corso, tanto da essersi fatta crescere i baffi, e già che c’era, pure le basette, e l’uomo, invece, pare il classico mozzo scansafatiche).

    Che dire… grazie a mia moglie per avermi segnalato questo intervento sul ‘Blog Costantiae’, anche di queste piccole sorprese (lei sa che io adoro Chesterton…) si nutre l’amore di coppia! Ed effettivamente è stata una bellissima sorpresa, per me, che avevo bisogno di uno scossone, oggi.

    Ora non resta che tradurre le parole in fatti, ovvero: mi sa che il giorno del ns. anniversario è davvero il caso che si lasci la bimba alla baby-sitter e si vada a fare una buona cena e grande bisboccia insieme (lei è sovente più casinara di me, io, invece, sembro più un riflessivo vegliardo, ma mi piace moltissimo la buona compagnia).

  11. L’ha ribloggato su Amolanoiae ha commentato:
    La magia del divorzio breve

  12. Io non ho capito: mica vi hanno introdotto il divorzio breve nel matrimonio cattolico.
    L’italia è uno stato laico, e ci sono molte persone non cattoliche, che magari vogliono divorziare e possono apprezzare la possibilità di farlo in tempi decenti.

    Peraltro, non è che si obbliga nessuno a divorziare. Se sei cattolico e sposato in chiesa e credi nell’assoluta indissolubilità del matrimonio, benissimo, NON DIVORZIATE, nè a lungo nè a breve.
    Sono le persone che decidono, non un cavillo burocratico.

  13. Complimenti per questo bell’articolo di lampante verità!

    Donatella Ferranti almeno su una cosa ha ragione: la nuova normativa è indubbiamente “in linea con i tempi”…

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