di Antonio Gurrado Il Foglio
Accogliere i voti perpetui di una monaca di clausura italiana è un evento raro nella carriera di un vescovo (accadrà mediamente una volta, due per quelli di lungo corso, spesso mai) nonché ottimo termometro per la salute del cattolicesimo popolare. L’ho capito assistendo alla professione di una giovane clarissa: nella modernità frivola e un po’ rozza di una cittadina della Murgia barese, ecco un lampo d’eternità fondato sulla certezza che per ogni donna che scelga di entrare per sempre in monastero la professione sarà ripetuta fra cinquecento anni con le stesse parole di cinquecento anni fa. Cambia il contesto tuttavia perché la modernità evolve e oggi s’acquatta nello spettacolo, nel tentativo di cogliere l’attimo per creare l’evento, con le mani che svettano sulla folla nel Duomo di Altamura per scattare foto con l’iPad e il pulpito, ormai deserto dalle prediche, utilizzato per le riprese della tv locale culminanti nel momento in cui la professa viene cinta di una corona di spine e scatta un applauso giulivo, parossistico. Ripeto: applauso; ripeto: corona di spine. Continua a leggere “Verrà l’Apocalisse e tutti applaudiremo facendoci un selfie con il diavolo”
