di Costanza Miriano (Il Timone)
Da molti anni ho la fortuna di girare, più o meno una tappa a settimana, per le parrocchie italiane, un po’ ovunque, per parlare di famiglia, di mariti orsi e mogli loquaci (a volte anche il contrario, ma raramente), di sofferenza, di figli, di vita insomma. A volte ho davanti platee numerose, a volte sparuti gruppetti di persone, che magari hanno affrontato poco convinti la pioggia e il freddo serale, e forse, chissà, mentre mi ascoltano si stanno chiedendo “ma chi me l’ha fatto fare?”.
A volte mi fanno un sacco di domande e mi circondano di entusiasmo, altre volte sono più riservati e freddi (nella mia personale mappa dell’entusiasmo la Romagna è prima, anche perché lì si manifesta l’affetto a piadine, ma a dire il vero non c’è regione da cui non torni con un assaggio di cibo o di calore). Spesso dormo a casa di qualcuno, o come minimo faccio un viaggio in macchina o prendo un caffè con chi mi invita, insomma, incontro persone e ascolto e guardo e condivido pezzetti di vita.
Ecco, dall’alto, anzi dal basso della mia esperienza io posso ormai dire con certezza che c’è in giro un popolo silenzioso di santi, e voglio dirlo per alzare una voce in controtendenza nel pessimismo generale, tra la depressione e le lamentele che sembrano il sottofondo abituale. Al contrario a me sembra che la realtà sia molto più bella di come ce la raccontano. C’è un popolo diverso, c’è chi sa in chi ha messo la sua speranza, un popolo di santi, dicevo, inteso nel senso in cui san Paolo usa la parola, cioè di cristiani, di fratelli battezzati; c’è un popolo di persone che provano a prendere sul serio il battesimo. Magari abitano in provincia e fanno vite normalissime e oscure, ognuno con il suo pezzo di fatica, piccolo o a volte anche incredibilmente grande, tanto che a volte mi chiedo come possano reggere pesi simili. Però li guardo e mi dico, “davvero, della grazia di Dio è piena la terra”.
Ogni persona fedele al suo piccolo posto di combattimento, che cerca di fare bene un lavoro magari normale e poco visibile, ogni madre, ogni padre che si interrogano su come amare al meglio un figlio, senza proiezioni, rispettando la sua libertà, ogni maestra che si spende senza risparmio per i suoi bambini, ogni medico, ogni magistrato che fa con dedizione il suo lavoro, non con logiche di carriera ma di servizio, sono parte del regno dei cieli che noi in ogni Padre Nostro chiediamo che venga, adesso, anche sulla terra. E questo regno già c’è, è visibile, opera in mezzo a noi, mette dei semi di bene insieme alla confusione, e al male, e sappiamo che Dio lascerà crescere insieme il grano e la zizzania, fino alla fine dei tempi. Sappiamo anche che in ognuno di noi c’è sia grano che zizzania, almeno io lo so benissimo perché vedo la seconda abbondante in me (ogni tanto viene fuori, io la chiamo “la pazza di casa” – copyright santa Teresa d’Avila – qualcun altro, so, lo chiama “il Pacciani che è in me”).
Eppure, nonostante tutta la zizzania, dentro e fuori di noi, voglio ricordare, prima di tutto a me stessa, quanto sia abbondante e preziosa la bellezza del popolo di Dio. I santi ci sono e sono in mezzo a noi. Sono la commessa paziente (anche se lavora senza commissione!), sono il medico gentile, sono il sacerdote che si fa “mangiare” dagli ultimi, sono il professore appassionato, sono il vecchio che decide di accogliere con pazienza la sua malattia. È bello ricordarlo all’inizio di questo anno, in tempo di buoni propositi: io voglio assomigliare a loro.

Cara Costanza,
ma quando vieni a Fano o nelle vicinanze?
Spero presto, è tanto il bisogno di ascoltare di persona quello che scrivi nel blog e nei tuoi libri.
Un Saluto,
Stefano.
Mi ero già cancellato dalla lista email, c’è un modo per smettere di ricevere messaggi?
Non so se Padre Pio, S. Massimiliano Kolbe o S. Teresa di Lisieux avrebbero esultato a leggere la Miriano, tra insistente “ottimismo” e evocazioni di personaggi e vicende scioccanti (oggi, Pacciani). A qualcuno fa ridere?
Come cristiani siamo tenuti a una speranza ultraterrena (“il mio Regno non è di questo mondo”). Di solito sono i potenti di quaggiù a saltare e ballare. Ma sempre allegri bisogna stare, perché piangere fa male al re. Anche con la Chiesa in crisi epocale (per tacere del resto):
“C’è un tempo per ogni cosa,
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare”
Così Amerio (altro musone ma qualche sorriso a me lo evoca):
“Oggi la vita è presentata ai giovani irrealisticamente come gioia, che serena l’animo in via ( 😊 ). La durezza dell’umano vivere, dipinto nelle orazioni come valle di lacrime, viene negata o *dissimulata*. E poiché con quello scambio la felicità viene figurata come lo stato proprio dell’uomo e dunque dovuto all’uomo, l’ideale è di preparare una strada «secura d’ogn’intoppo e d’ogni sbarro» (Purg., XXXIII, 42). Perciò pare ingiustizia ogni ostacolo da saltare e lo sbarro è riguardato *non come prova, ma come scandalo*.
La vita è difficile o, se si vuole, seria. La condizione dell’umana vita è una condizione di milizia, anzi di guerra, anzi di assediati. Seguire la pendenza è dolce, osteggiare il proprio io per modellarlo è aspro. Ogni bene si conquista a prezzo di fatica.
Che l’umana vita è combattimento e fatica, era un luogo comune dell’educazione antica. […] Conviene loro il monito del Profeta: “Guai a quelle che cuciono cuscini per ogni gomito e fanno guanciali per le teste di qualunque età” (Ezech., 13, 18)”