Adriano Stagnaro, l’uomo che si è preparato alla morte amando la vita fino all’ultimo secondo

di Costanza Miriano

di Costanza Miriano

Per poche, pochissime persone che hanno chiesto di essere uccise, ce ne sono migliaia solo in Italia che chiedono di essere aiutate a vivere con dignità, di essere assistite, ci sono migliaia di famiglie lasciate sole a portare un carico enorme, e che mai se ne vorrebbero liberare. Queste famiglie avrebbero diritto di essere aiutate, insieme ai loro malati. Per loro, però, non si perde tempo in Parlamento.

Ma di fronte al dolore, alla carne sofferente che alcuni usano per affermare i loro deliri di autodeterminazione, invece che litigare sui principi io oggi vorrei parlare di un eroe. Senza polemica con chi non ce l’ha fatta, vorrei raccontare di un vero lottatore. Di un uomo grande, grandissimo. Di un modo virile ed eroico di vivere il dolore senza scappare. Ne ho sentito parlare da Padre Maurizio Botta, ai Cinque Passi. Adriano Stagnaro era nato nel 1970. Quando aveva 36 anni si è accorto di avere la SLA, una malattia terribile, degenerativa, mortale.

“La SLA mangia i progetti, i sogni, le speranze, le passioni. Vuole diventare il tuo pensiero unico. Ma la SLA non ha fatto i conti con me” – scriveva Adriano, che da malato ha aperto il Sito delle Anime Fiammeggianti, “baluardo di tutto ciò che mi appassiona, di tutto ciò per cui vale la pena combattere”. E ciò per cui vale la pena combattere per lui è Cristo, la fede in lui. “Se nessuno berrà alla fonte della tua anima, la sorgente diverrà pantano e non servirà più a niente”. L’opera di Adriano è monumentale. Un documento pdf di 478 pagine, che non è mai stato stampato. Solo chi lo ha scaricato adesso ce lo ha. Padre Maurizio Botta lo aveva scoperto da novizio, lo ha conservato per noi, e ce lo regala. A 41 anni appena compiuti Adriano è morto, il 4 ottobre 2011. Ma ha lasciato due eredità meravigliose. Una è stato il suo modo di affrontare la malattia: quando scopri che tutta la tua vita è alle spalle, cominci inevitabilmente a farti delle domande – dice. Lui non ha imprecato, maledetto, non si è lamentato sterilmente. È stato magnificamente uomo fino in fondo. Virile. Coraggioso. Una via segnata anche per noi, per le nostre spesso ben più piccole battaglie. Si è messo davanti al suo posto in trincea e ci è stato meglio che ha potuto. Senza sprecare un momento, andando avanti fino alla fine, anche dopo che i muscoli lo avevano completamente abbandonato (non so come abbia fatto, se non ho capito male negli ultimi tempi con l’aiuto della madre, e questo è un pensiero che mi toglie il fiato da quanto è doloroso). Il sito è stato aggiornato fino a quattro mesi prima della morte. Immagino che negli ultimi tempi sia stato impossibile scrivere, chissà che lotta è stata. E chissà come è stata feconda e preziosa agli occhi di Dio la sua sofferenza apparentemente improduttiva…

La sua seconda eredità è invece la sua opera, che si chiama E voi chi dite che io sia? È qualcosa di incredibile, davvero una miniera di informazioni sul Vangelo, su Gesù, una raccolta organica e organizzata del lavoro di altri “che io mi sono limitato a scremare, a vagliare criticamente, a collazionare”, dice lui, anche se a me invece dire che si sia limitato sembra davvero riduttivo. È un lavoro che io troverei ciclopico anche nel pieno possesso delle mie forze. Un lavoro fatto con intelligenza e serietà, e con amore per la Verità, che mi onora e mi commuove contribuire a far conoscere. Mi sento davvero sorella di questo grande uomo.

Parlare di lui in questi giorni in cui si discute di DAT non vuole essere polemico con chi non ce la fa, ma significa dare onore a un combattente. Provo compassione per chi si vuole suicidare, ma non credo che vada aiutato ad ascoltare la voce della sua disperazione. Credo che gli vadano dette altre parole. Credo invece che chi vuole disperatamente vivere abbia il diritto di essere aiutato. Nessuno o quasi si dà da fare per loro. Lo trovo indegno di un paese civile, indegno di un Parlamento che si riempie la bocca di parole come diritti civili, ma che è stato assorbito per un tempo infinito per battaglie imposte dal nuovo ordine mondiale che non hanno a che fare con la vita vera delle persone, militarizzato solo per difendere diritti che già esistevano e la cultura della morte, nel momento in cui siamo il paese che fa meno figli in assoluto in tutto il mondo, un paese in via di estinzione, letteralmente, e con un quarto della popolazione vecchia.

I parlamentari che stanno discutendo di DAT sarebbero più credibili se qualcuno di loro si desse minimamente la pena di occuparsi almeno ANCHE di chi vuole vivere. Certo, sarebbe bello se qualcuno avesse un’opzione preferenziale per la vita, comunque sia. Se qualcuno dicesse che tra vita e morte è comunque meglio la vita. Noi che crediamo che la vita è data da un Padre che ci ama molto pensiamo che la vita, anche malata, sofferente, faticosa, sia comunque un bene. Come è stata un bene incredibile la vita di Adriano Stagnaro.

Ci sarebbero molte altre cose da dire su questa assurda legge che si sta discutendo. Per esempio che trovo inquietante che non siano passati gli emendamenti che prevedono che tu possa cambiare idea sulla tua morte, ammesso che la vita sia un bene disponibile. Quando si sta bene sembra impossibile rinunciare a qualsiasi cosa, ma quando si sta male ci si attacca alla vita. forse se ne capisce solo allora il senso. Che io non possa cambiare idea sulla mia stessa vita è agghiacciante. Il 75% delle persone che compilano il questionario a distanza di tempo, in due momenti diversi, cambiano idea, pur senza rendersene conto, cioè dichiarando che sono rimasti della stessa opinione. Ci sarebbe da dire che già oggi le cure palliative si fanno, che nessun medico fa soffrire inutilmente un paziente destinato a morire, già oggi si aiuta, si accelera la morte quando è inevitabile. Che questa è una legge assurda che toglie ai medici la possibilità di agire secondo coscienza ma anche in serenità, senza paure di denunce e senza essere costretti a eseguire la volontà di altri che magari non sanno niente di medicina. Ci sarebbe da dire che non si possono chiamare cure il cibo e l’acqua, perché toglierli significa ammazzare di fame e di sete qualcuno. Ci sarebbe da dire che dovrebbe insospettire il fatto che una iniezione letale costa pochi euro, curare qualcuno molto di più, e quindi è logico incoraggiare una mentalità mortifera. Ci sarebbe da dire che crederemo alla buona fede di chi vuole questa legge quando per ogni copertina stucchevole dedicata a Fabiano che si è suicidato ce ne sarà un’altra per ciascuno dei tanti Adriano che continuano a lottare per vivere, perché almeno almeno hanno la stessa dignità, non è che chi si uccide è un eroe e chi resiste no.

E voi chi dite che io sia?  di Adriano Stagnaro SCARICA IL PDF 

leggi anche Anime Fiammeggianti di Luisella Saro

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75 Responses to “Adriano Stagnaro, l’uomo che si è preparato alla morte amando la vita fino all’ultimo secondo”

  1. Grazie. Per quanto riguarda il problema dei malati terminali, posso parlare per esperienza professionale,Fermo restando che non siamo padroni della morte, così come non lo siamo della vita, le uniche guide sicure per il cristiano sono il buon senso e la buona coscienza, cose che purtroppo non sono oggettive e soprattutto non si possono racchiudere in una legge.

  2. Alimentazione, idratazione e ventilazione non sono terapie e non possono essere interrotte senza commettere un omicidio. Questo è il punto fermo fondamentale per noi cattolici. Su questo punto cosa dice la nuova chiesa di Galantino?

    Differente il discorso per quanto riguarda le terapie. Una terapia, qualunque essa sia, anche salva vita, può essere legittimamente rifiutata dal paziente e questo deve essere sempre riconosciuto. Penso, per esempio, ai vaccini che non dovrebbero essere obbligatori per nessuno, ma penso anche ad operazioni chirurgiche che potrebbero salvare dalla cancrena, o a terapie che possono sembrare inaccettabili, per qualunque motivo, ai pazienti. Non è possibile, è disumano imporre una terapia a chi non vuole essere curato.

    • “Una terapia, qualunque essa sia, anche salva vita, può essere legittimamente rifiutata dal paziente e questo deve essere sempre riconosciuto”

      No, al paziente è moralmente lecito rifiutare una cura solo se la sua somministrazione configurasse “accanimento terapeutico” ovvero se tale cura non rientrasse tra i mezzi terapeutici normali e proporzionati:

      “Per un corretto giudizio morale sull’eutanasia, occorre innanzitutto chiaramente definirla. Per eutanasia in senso vero e proprio si deve intendere un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. «L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati». [Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. sull’eutanasia Iura et bona (5 maggio 1980), II].

      Da essa va distinta la decisione di rinunciare al cosiddetto «accanimento terapeutico», ossia a certi interventi medici non più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia. In queste situazioni, quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza «rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi». [Ibid., IV].

      Si dà certamente l’obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma tale obbligo deve misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento. La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte.” (Giovanni Paolo II, Evangelium Vitae, n. 65).

      Da leggere per intero la citata dichiatarazione Iura et bona della Congregazione per la dottrina della Fede, soprattutto qui:

      “Ciascuno ha il DOVERE di curarsi e di farsi curare…

      Si dovrà però, in tutte le circostanze, ricorrere ad ogni rimedio possibile? Finora i moralisti rispondevano che non si è mai obbligati all’uso dei mezzi “straordinari”. Oggi però tale risposta, sempre valida in linea di principio, può forse sembrare meno chiara, sia per l’imprecisione del termine che per i rapidi progressi della terapia. Perciò alcuni preferiscono parlare di mezzi “proporzionati” e “sproporzionati”. In ogni caso, si potranno valutare bene i mezzi mettendo a confronto il tipo di terapia, il grado di difficoltà e di rischio che comporta, le spese necessarie e le possibilità di applicazione, con il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali.

      Per facilitare l’applicazione di questi principii generali si possono aggiungere le seguenti precisazioni:

      – In mancanza di altri rimedi, è lecito ricorrere, con il consenso dell’ammalato, ai mezzi messi a disposizione dalla medicina più avanzata, anche se sono ancora allo stadio sperimentale e non sono esenti da qualche rischio. Accettandoli, l’ammalato potrà anche dare esempio di generosità per il bene dell’umanità.

      – È anche lecito interrompere l’applicazione di tali mezzi, quando i risultati deludono le speranze riposte in essi. Ma nel prendere una decisione del genere, si dovrà tener conto del giusto desiderio dell’ammalato e dei suoi familiari, nonché del parere di medici veramente competenti; costoro potranno senza dubbio giudicare meglio di ogni altro se l’investimento di strumenti e di personale è sproporzionato ai risultati prevedibili e se le tecniche messe in opera impongono al paziente sofferenze e disagi maggiori dei benefici che se ne possono trarre.

      – È sempre lecito accontentarsi dei mezzi normali che la medicina può offrire. Non si può, quindi, imporre a nessuno l’obbligo di ricorrere ad un tipo di cura che, per quanto già in uso, tuttavia non è ancora esente da pericoli o è troppo oneroso. Il suo rifiuto non equivale al suicidio: significa piuttosto o semplice accettazione della condizione umana, o desiderio di evitare la messa in opera di un dispositivo medico sproporzionato ai risultati che si potrebbero sperare, oppure volontà di non imporre oneri troppo gravi alla famiglia o alla collettività.

      – Nell’imminenza di una morte inevitabile nonostante i mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi. Perciò il medico non ha motivo di angustiarsi, quasi che non avesse prestato assistenza ad una persona in pericolo.”
      (IV, L’uso proporzionato dei mezzi terapeutici).

      • Grazie Alessandro.
        Ottime precisazioni e contributi.

        Mi permetto aggiungere che come sempre, ciò che entra in gioco rispetto al giudizio morale (quello che spetta a Dio per capirci, ma che deve preoccupare noi quando operiamo delle scelte) sono le “intenzioni”, la disposizione del “cuore”, perché dietro al rifiuto di una qualunque terapia – sottolineo qualunque – può nascondersi il rifiuto alla vita o ad una possibile situazione di sofferenza… in pratica una precisa volontà di “lasciarsi morire”.

        Questo dico ben consapevole che temi quali la malattia, la sofferenza e l’imminente morte (o paventata morte), sono argomenti molto delicati che richiedono molta attenzione, rispetto e pietas.

        • Alle considerazioni di Alessandro e Bariom aggiungo quelle “laiche” di Sylvie Menard:

          «Ho fatto il ‘68 sulle barricate a Parigi. Il nostro motto era “proibito proibire”», racconta intervistata da “Il Giornale”. Poi si è ammalata di cancro e ha cambiato prospettiva: «La malattia cambia la nostra visione della vita. La morte non è più virtuale ma diventa reale. Non ci sentiamo più immortali e siamo obbligati a fermarci e a riflettere». E ancora: «Ci sono molti disabili che accettano la loro condizione e che la vivono con grande coraggio. Ho conosciuto malati gravi felici di vivere. Le stesse persone che, da sane, non avrebbero mai pensato di poter vivere così. Ho conosciuto tanti malati che inizialmente rifiutavano le terapie, ma che poi le hanno accettate, appena hanno accettato la loro malattia. Il fattore “tempo” è importantissimo».

          La Menard, ancora in un’intervista ieri al TG1, ha ribadito il suo punto principale: che _non ha senso_ decidere da sani cosa si vorrebbe fare in condizioni di malattia grave. Siccome lo dice una che è passata attraverso la malattia e quindi ha toccato personalmente il problema, la sua non è una considerazione astratta. Anche per questo, oltre al resto, è assurdo pretendere di far rilasciare dichiarazioni anticipate.

          La Menard solleva anche dubbi sul coinvolgimento di terzi:

          Qui subentra una questione etica di rilievo che concerne i terzi interessati, cioè i parenti o i tutori. Potrebbero costoro asserire in tutta coscienza che, nel momento topico, la volontà del morente sia ancora quella di essere dolcemente ucciso?

          E qui varrebbe la pena di rivedersi il film “Il caso Thomas Crawford”.

      • Ok, grazie Alessandro. Credo in effetti, dopo averci pensato, che, da un punto di vista morale, sia sempre sbagliato rifiutare una cura salva vita, anche nel caso in cui la terapia dovesse comportare gravi menomazioni (ad esempio amputazioni) o pesanti sofferenze . Da un punto di vista morale. Penso però che siamo tutti d’accordo sul fatto che non sia possibile imporre per legge una terapia. Oppure si può immaginare di mettere le mani addosso ad un paziente per imporgli la terapia? Non credo…

        • Quello che già si fa è decidere per altri quando impedire una terapia…

          Riporto un mio riporto (scusate il gioco di parole) di qualche giorno fa, a seguito di un articolo segnalato da luigi igiul
          http://it.aleteia.org/2017/04/13/inghilterra-condanna-a-morte-bambino-8-mesi/

          Il piccolo Charlie Gard soffre di una rara malattia mitocondriale che provoca l’indebolimento dei muscoli e gravi danni cerebrali. Riceve sostegno vitale presso l’ospedale di Great Ormond Street di Londra, ma i medici hanno “deciso”, contro la volontà dei genitori del bambino, che le apparecchiature che lo tengono in vita devono essere scollegate per “evitare una sofferenza inutile”.

          I genitori di Charlie, Chris Gard e Connie Yates, volevano portare il figlio negli Stati Uniti per un trattamento sperimentale, e decisi a dargli tutte le possibilità esistenti di vita e cura, per quanto minime, hanno respinto tassativamente il “suggerimento” assassino dei medici.

          Il caso è passato alla “giustizia”, tra virgolette e con lettera minuscola. Molto, molto minuscola.

          … La “giustizia” inglese, tra virgolette e con minuscola, ha però strappato loro il diritto di tentare di salvare il figlio.

          … È stata degna di una dittatura assolutista la scena presso l’Alto Tribunale d’Inghilterra in cui la famiglia di Charlie ha ricevuto gridando forte “No!” l’odiosa decisione del giudice Nicholas Francis, che ha avuto il coraggio di dichiarare che batteva il suo martelletto omicida “con la massima tristezza”, ma allo stesso tempo con “l’assoluta convinzione” di fare “il meglio per il bambino”.”
          ………………………………………..

          Naturalmente anche qui la questione è piuttosto delicata… era “accanimento terapeutico”?
          Può un giudice (e in ultima analisi lo stato) intervenire come si è intervenuto?

          Siamo poi di fronte al caso in cui il “paziente”, non può esprimere alcuna opinione…

        • fra’ Centanni

          “Penso però che siamo tutti d’accordo sul fatto che non sia possibile imporre per legge una terapia. Oppure si può immaginare di mettere le mani addosso ad un paziente per imporgli la terapia?”

          Vedi al riguardo questo articolo di Scandroglio, soprattutto ai punti 4.3 e 4.4:

          http://www.lalegislazionepenale.eu/wp-content/uploads/2017/03/approfondimenti_scandroglio_2017.pdf

    • I vaccini dovrebbero proprio essere obbligatori invece, perché non vaccinandosi (non vaccinando i tuoi figli) non c’è di mezzo solo la tua salute (dei tuoi figli) ma anche di tutti gli altri bambini che hanno diritto di non beccarsi malattie debellate 50 anni fa.
      Non andiamo fuori tema e non guardiamo Report.

      • “Non andiamo fuori tema e non guardiamo Report”

        E magari non ripetiamo a modo di parrocchetto le veline del Minculpop.
        Perchè, ad esempio:

        http://www.news.va/it/news/africakenya-i-vescovi-chiedono-di-boicottare-una-c

        che in realtà sembrerebbe essere qualcosa di decisamente peggiore:

        http://www.kccb.or.ke/home/wp-content/uploads/2015/02/STATEMENT-BY-CHCK-AFTER-FINAL-REPORT-ON-TETANUS-VACCINE.pdf

        (Anche perché, a rigor di logica, con lo stesso metro si dovrebbe ad esempio vietare la procreazione a tutti quei genitori che abbiano possibilità di generare figli ammalati. Che è il passo dietro l’angolo…)

        Ciao.
        Luigi

      • Non vado fuori tema e non ho mai guardato Report. Penso però che i trattamenti sanitari obbligatori non dovrebbero essere elargiti con tanta non curanza. Io ho sempre vaccinato i miei figli per qualunque cosa e credo che le vaccinazioni rappresentino un presidio irrinunciabile oggi. Però non credo che sarebbe opportuno rendere obbligatorie le vaccinazioni perché si otterrebbe l’effetto opposto, quello di una sempre maggiore resistenza. Inoltre vorrei far notare che chi non vaccina i propri figli mette a rischio la salute dei propri figli, non quella degli altri vaccinati. Semmai prevedrei il risarcimento danni in caso di malattia di figli non vaccinati che provochi un danno alla comunità.

        Inoltre, ad eccezione del TSO (trattamento sanitario obbligatorio espressamente previsto in caso di malattia psichiatrica) resto dell’idea che non sia praticamente possibile obbligare le persone a ricevere trattamenti o terapie di qualunque genere a meno di non fare ricorso alla violenza.

        Curarsi è doveroso, ma non si può obbligare le persone.

        • “Inoltre vorrei far notare che chi non vaccina i propri figli mette a rischio la salute dei propri figli, non quella degli altri vaccinati”

          NO. non e’ vero: a rischio viene messa la salute del figlio non vaccinato per scelta cosi’ come quella del figlio di altri non vaccinato per necessita’ (perche’ allergico e/o immunodepresso e/o troppo giovane). anzi: il figlio non vaccinato per scelta in genere corre un rischio minore, perche’ chi non e’ vaccinato per necessita’ spesso e’ piu’ a rischio complicazioni.

          “Semmai prevedrei il risarcimento danni in caso di malattia di figli non vaccinati che provochi un danno alla comunità.”

          se in una classe di 23 bambini ci sono 3 non vaccinati per scelta e un immunodepresso, e l’immunodepresso si prende la malattia e muore, lo facciamo decidere al giudice quali dei 6 genitori vanno in galera? tutti e sei? e i genitori degli amici al parchetto?

          vaccinare i bambini puo’ essere opzionale nella misura in cui questi bambini sono isolati dalla societa’. se no e’ un dovere.

  3. Un prete una volta mi ha detto che esistono due momenti importanti nella vita: uno e’ quando si nasce, l’altro e’ quando si comprende il suo senso.

    • Ieri sera, al TG mi sembra abbiano detto che hanno poi approvato l’emendamento che consente il ripensamento, ripensamento che, qualora ciò non fosse possibile, potrebbe prescindere dalla forma . Tuttavia stavo per uscire e non sono sicuro di aver sentito bene.

  4. Non credo che questa legge se sarà approvata al senato, o qualsiasi altra legge dedicata al bio-testamento o al “fine vita” imponi o imporrà qualcosa a qualcuno. Nessuno è obbligato a rifiutare le cure e nessuno è obbligato a cercare il suicidio assistito. Chi ritiene di dover accettare la sacralità della vita è sempre libero di abbracciarne qualsiasi croce.
    Non va però dimenticato che non tutti accettano i principi cattolici o di una qualsiasi altra religione o ideologia e soprattutto non tutti sono disposti ad accettare di buon grado malattie degenerative e debilitanti per lunghi anni, sapendo che non esiste possibilità di guarigione. Se così non fosse, non ci sarebbe chi invece liberamente decide e convinto si sottopone al suicidio assistito

    • @Nunzia

      “Nessuno è obbligato a rifiutare le cure e nessuno è obbligato a cercare il suicidio assistito”.

      Ma qualcuno – e questo è moralmente turpe – sarà obbligato a far morire qualcun altro.

      http://www.lanuovabq.it/it/articoli-dat-ai-raggi-xdovere-di-uccidere-pertutte-le-cliniche-19600.htm

    • @Nunzia
      “Non credo che questa legge se sarà approvata al senato, o qualsiasi altra legge dedicata al bio-testamento o al “fine vita” imponi o imporrà qualcosa a qualcuno. Nessuno è obbligato a rifiutare le cure e nessuno è obbligato a cercare il suicidio assistito. Chi ritiene di dover accettare la sacralità della vita è sempre libero di abbracciarne qualsiasi croce”.

      @Peppe
      “Ora la mia domanda è: perché pretendete che le vostre opinioni religiose (rispettabilissime) debbano condizionare la vita anche di chi cattolico non è? Se anche dovesse passare la legge sull’eutanasia (speriamo) in che modo questo avrebbe delle conseguenze sulle vostre vite o sulle vostre credenze religiose? Lo stesso vale per le unioni civili naturalmente.

      Mi spieghereste come il fatto che alcune persone potranno scegliere di evitare l’accanimento terapeutico potrebbe forzare voi a essere “uccisi”.”

      Rispondo a entrambi perché mi sembra che i vostri interventi vadano nella stessa direzione.
      Quando si parla di leggi eticamente sensibili e sento fare affermazioni del tipo “Ma a te cosa cambia se, cosa importa se passa questa legge?”, ricordo sempre l’osservazione di un professore di teologia morale in merito alla legge sull’aborto: “Una legge produce cultura”, vale a dire che modifica il comune sentire nel corso del tempo e porta alla normalizzazione di quello che inizialmente è osteggiato, cosicché diventa sempre più difficile spiegare le ragioni per cui quella legge è inaccettabile.
      E’ vero che “forse non si potrà essere obbligati a”, ma è anche vero che spesso, se è data una possibilità di scelta o almeno se si presenta una seconda opzione, è normale tendere a scegliere quella più facile da seguire (se è anche quella economicamente più sostenibile, allora siamo a cavallo!). Se poi ci si trova immersi in un ambiente che considera la soluzione eutanasica la migliore per evitare la sofferenza inutile, è evidente che si spingerà – anche solo inconsciamente – a prendere quella strada, pensando che sia la soluzione migliore e meno dolorosa, precludendo la via alla ricerca di soluzioni alternative. Cominciando dal garantire un ambiente che sia il più sereno e comfortevole possibile. E qui, ora, non sto assolutamente pensando in termini che potrebbero essere bollati come religiosi, non mi riferisco a croci da abbracciare o quant’altro. Semplicemente ho ben presenti davanti ai miei occhi un sacco di situazioni anche molto gravi (sono un operatore socio sanitario e con malattia e dolore ho fin troppo a che fare) in cui con una mentalità mortifera si sarebbe ricorsi da un pezzo all’eutanasia e invece, chi si trova in quelle situazioni ha la fortuna di avere intorno a sè persone che rendono più sopportabile il peso della sofferenza, semplicemente perché di fronte alla malattia non si arrendono, non tirano i remi in barca e non lasciano il malato solo con il suo dolore.

      Ho la sensazione che più si va avanti, più si sta perdendo la capacità di condividere i pesi altrui, di COM-PATIRE, di essere (non stare) CON il malato o l’anziano o chi è solo. Si dimentica che la malattia ha due facce: la prima è quella che comporta il dolore fisico o psichico di chi la vive e che è, ovviamente, incomunicabile, o meglio, non sperimentabile da altri, ma solo intuibile; la seconda, invece è la dimensione sociale e questa sì che è comunicabile, semplicemente perché l’uomo non è un’isola ma un essere posto in relazione ad altri. In questo senso, il peso del dolore può essere condiviso con altri, alleviato. Potrei citare un sacco di esempi in merito, ma penso sia inutile. Sul primo aspetto si può intervenire in vario modo dal punto di vista medico e scientifico (nuove cure, terapie del dolore…). Sul secondo, paradossalmente, è molto più difficile agire perché il “farsi carico di” impone spesso un dover accettare di guardarsi dentro e fare i conti con il proprio dolore, non solo quello altrui.

      Ogni tanto penso che la questione sia da porre in termini diversi e che sia necessario avere il coraggio di andare più a fondo nelle problematiche che dobbiamo affrontare. Credo, infatti, che il problema più grosso, quello con cui tutti dovremmo veramente confrontarci in modo consapevole, sia quello della qualità delle relazioni che intratteniamo, con noi stessi prima e con gli altri poi. Il resto è una naturale conseguenza.

      • “Una legge produce cultura” e certa “cultura” spinge a che si facciano e vengano applicate specifiche leggi…

        O, detta in altri termini, la “famosa” “finestra di Overton”.

  5. La Legge in discussione al Parlamento è senz’altro perfettibile ma il principio secondo il quale ciascuno possa decidere, qualora si trovasse in condizioni estreme, di consentire al medico di “staccare la spina” onde evitare inutili, almeno dal suo punto di vista, accanimenti terapeutici, è un principio di civiltà giuridica. Anche a me piacerebbe che i media accendessero i riflettori su quanti invece hanno deciso di combattere e di resistere. Ma qui non si tratta di contrapporre un malato ad un altro. Si tratta della dignità di ciascuno.

    • Nessun “principio di civiltà” giuridica. Solo – vedi risposta a Nunzia – l’obbligo turpe di far morire qualcun altro.

      • Senza contare, oltretutto, che tutti i benpensanti dimenticano, o semplicemente fanno finta di non sapere, che basterebbe guardare ai paesi che sono “più avanti” di noi per rendersi conto degli omicidi di massa che vengono messi in atto nell’arbitrio più totale, visto che ormai si va verso l’accettazione dell’eutanasia anche per persone che sono semplicemente “stanche di vivere”. Io vorrei saper da costoro, nel caso incontrino un tizio che sta buttarsi da un ponte, magari non cattolico e che non può essere obbligato a vivere secondo i precetti cattolici, se magari gli darebbero un aiutino a buttarsi di sotto.

        • Infatti bisognerebbe spiegare come siano giuridicamente armonizzabili senza insanabile contraddizione il dovere di soccorrere (cioè: di cercare di sottrarre alla morte) Tizio che vuole morire (tanto che si è buttato dal ponte) con il dovere di NON soccorrere (cioè: di non provvedere a sottrarre alla morte) Tizio che vuole morire (tanto che rifiuta terapie salva-vita e/o trattamenti di sostegno vitale quali sono alimentrazione e idratazione).

  6. sicuramente non pubblicherete questo commento come non pubblicate mai voci discordanti rispetto alle vostre. Potreste almeno rispondermi in privato? La mia mail è k*****@hotmail.it

    La Miriano su Facebook accompagna questo post al commento: Provo compassione per chi si vuole suicidare, ma non credo che vada aiutato ad ascoltare la voce della sua disperazione. Credo che gli vadano dette altre parole. Credo che gli vada raccontato come si prepara a morire un cristiano.

    Ora la mia domanda è: perché pretendete che le vostre opinioni religiose (rispettabilissime) debbano condizionare la vita anche di chi cattolico non è? Se anche dovesse passare la legge sull’eutanasia (speriamo) in che modo questo avrebbe delle conseguenze sulle vostre vite o sulle vostre credenze religiose? Lo stesso vale per le unioni civili naturalmente.

    Mi spieghereste come il fatto che alcune persone potranno scegliere di evitare l’accanimento terapeutico potrebbe forzare voi a essere “uccisi”.

    spero almeno mi rispondiate

    • “Se anche dovesse passare la legge sull’eutanasia (speriamo) in che modo questo avrebbe delle conseguenze sulle vostre vite o sulle vostre credenze religiose? …
      Mi spieghereste come il fatto che alcune persone potranno scegliere di evitare l’accanimento terapeutico potrebbe forzare voi a essere “uccisi”.”

      Si metta d’accordo con se stesso: la legge è sull’eutanasia (come afferma in principio) o sull’accanimento terapeutico (come afferma poi)? Non facciamo confusione.

      Sia chiaro che la legge sulle DAT non permette alle persone di “evitare l’accanimento terapeutico”, ma legalizza l’eutanasia, visto che nessuno può chiamare sensatamente e fondatamente “accanimento terapeutico” la somministrazione di terapie salva-vita o di trattamenti di sostegno vitale (che palesemente terapie non sono) quali l’alimentazione e l’idratazione.

    • Come vede Peppe il suo “sicuramente non pubblicherete questo commento…” è stato smentito.

      Peraltro non mi pare qui si censurino commenti solo perché sono “voci discordanti”, quanto meno se si esprimono civilmente…

    • @Peppe, ho risposto anche a lei in un mio post sotto il commento di Nunzia (22 aprile ore 06:18).
      Qui aggiungo soltanto che, normalmente, a parte piccoli screzi per lo più dettati da incomprensione o cattiva comunicazione, tutti troviamo spazio e risposta. Posso garantire in prima persona, visto che io sono una voce fuori dal coro (se è un lettore assiduo saprà a cosa mi riferisco…).
      Buona giornata!

    • “spero almeno mi rispondiate”

      Un omicidio è un omicidio.
      Non importa che, nel III Reich come oggi, sia reso legale da un qualche codicillo.
      Lex iniusta vel turpis non est lex.
      Tanti governanti e uomini di “scienza” occidentali, tempo pochi anni, saranno accomunati agli Hitler e ai Mengele (intendo in generale, perché per me già lo sono).

      C’è poi il fatto che ogni vita soppressa prima del tempo è un destino impareggiabile che si perde.
      Manca, e mancherà per sempre. Non si può sostituire con niente altro.
      Chissà, tra gli abortiti e gli eugenizzati poteva esserci un secondo Dante Alighieri o una seconda Jane Austen.
      Magari anche solo un altro Roberto Mancini o un’altra Laetitia Casta.

      O forse nemmeno questi.
      Semplicemente potevano esserci un padre o una madre di famiglia, che avrebbero trascorso modestamente le loro vite, senza finire sui rotocalchi o sui libri di storia.
      Però avrebbero fatto anch’essi la differenza.

      Che poi aveva già capito tutto Frank Capra, con il suo “La vita è meravigliosa”.

      Ciao.
      Luigi

      • Qui, Luigi, l’argomento è poco efficace (e parlo da antiabortista militante, sia all’epoca del malefico referendum sia nei decenni successivi), perché l’abortista ribatterebbe che tra gli abortiti avrebbero potuto esserci anche un secondo Hitler o un secondo Mengele o uno dei numerosissimi figli di mi**otta che si compiacciono di funestare la vita del prossimo…

        L’argomento contro l’aborto è, in realtà, uno solo: la sacralità della vita umana.

        • @Navigare
          “L’argomento contro l’aborto è, in realtà, uno solo: la sacralità della vita umana.”

          Che la sacralità della vita sia l’argomento principale per combattere l’aborto nessuno lo mette in dubbio, tuttavia io ho trovato altrettanto convincenti pure le argomentazioni usate qui da Luigi.
          Anche a me è capitato di fare lo stesso tipo di considerazioni: ogni aborto ci priva di qualcuno di unico e irripetibile che avrebbe potuto apportare una grande ricchezza al nostro mondo. Tra l’altro nel momento in cui si acconsente o addirittura si collabora a un aborto per qualsivoglia ragione, beh automaticamente avremo un Hitler o un Erode in più al mondo che se non si pente in tempo dovrà rispondere del sangue innocente di cui si è macchiato sia con opere che con parole o omissioni. Da questo punto di vista ha ragione Madre Teresa: nel momento in cui si decide che una madre può uccidere suo figlio è finita, viene abbandonato ogni senso del limite, a poco a poco si perde completamente la capacità di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, per cui capita che a Pasqua si facciano campagne per salvare gli agnellini mentre nessuno dice una parola di indignazione sui bambini uccisi in grembo perché malati o semplicemente perché non voluti in quel preciso momento. Diceva il santo curato d’Ars: “Lasciate un paese senza parroco e dopo un anno vi si adoreranno le bestie”.

  7. Grazie Costanza per il tuo articolo è per averci fatto conoscere questa storia edificante

  8. L’introduzione dell’eutanasia negli ordinamenti giuridici dei paesi industrializzati, preparata con una grande opera mediatica di “conversione” alla causa attraverso l’elicitazione di stati d’animo collettivi e la progressiva imposizione di una nuova “sensibilità”, può essere efficacemente contrastata solo minandone il presupposto oggettivo. E tale presupposto è la massima, se possibile totale, lenizione del dolore. Il Cristianesimo si distingue, fra l’altro, per la capacità di dare senso alla sofferenza (un senso redentivo, un senso espiatorio, un senso condivisivo, ecc.), ma se, in una società post-cristiana, il cristiano pensa che a fermare il piano di introduzione dell’eutanasia (omicidio o suicidio assistito) sia sufficiente questa considerazione, s’inganna. La soluzione è quella di promuovere la creazione, la diffusione e il potenziamento di centri specializzati nel contrasto al dolore (anche psicologico). Senza questa presa di coscienza, il discorso è destinato a rimanere su un piano che, apparendo a occhi esterni astratto e ideologico, non ha alcuna possibilità di spuntarla. Non sembri troppo rude o semplicistico questo modo pragmatico di inquadrare la questione. A chi si trova in estrema sofferenza occorre dare alternative pratiche e praticabili, immediate ed efficaci. Diversamente la battaglia sarà persa.

    • Non è un discorso “rude e semplicistico”, è direi realistico.

      C’è comunque da considerare anche la funzione diciamo “profetica” o, per non utilizzare termini di estreazione “religiosa”, di “sentinella” che la Chiesa e il Credente hanno direi quasi come obbligo.

      Profetica su tutte quelle storture e derive anti-umane che certe decisioni e leggi portano con sé, magari anche solo come conseguenze non volute e che molto spesso la mentalità del mondo sottovaluta, perché agisce con risposte “di pancia” o di “cuore”, dove però sentimenti di ipotizzata o ipotetica pietà (quando non di semplice paura), hanno un ben ridotto discernimento.

      • Senz’altro, Bariom: la Chiesa e i cristiani devono dare testimonianza alla Vita. Devono farlo con la parola e nel contempo percorrendo tutte le vie possibili per sbarrare il passo alla cultura della morte, quand’anche camuffata da cultura della “qualità della vita”.

    • Non sono d’accordo, navigare. Il presupposto dell’eutanasia è la negazione della vita, non solo del dolore. I nostri nemici odiano la vita, tant’è vero che cerca l’eutanasia anche chi è semplicemente stanco di vivere pur non avendo alcun problema fisico. Il dolore viene sbandierato per montare il caso pietoso ma, in realtà, questi vogliono semplicemente il diritto di morire, prescindendo da qualunque giustificazione. Questi vogliono affermare che la vita fa schifo e che la morte è bella, altro che palle. Questi sono amanti della morte e del signore delle mosche e noi dobbiamo essere consapevoli di chi abbiamo di fronte: sono nemici di Dio e della vita.

      L’eutanasia non sarà fermata, come non sono stati fermati gli orrori che sono venuti prima. Non sono contrario a lenire il dolore fin dove è possibile, ma la croce resta indispensabile per la nostra salvezza. E’ la croce lo spartiacque: per chi rifiuta la croce non resta che l’eutanasia.

      • Al di là della casistica dei “nemici” tanto cara a (fra’) Giancarlo, per il quale chi avesse gravi depressioni o altri grossi problemi psicologici, sono solo (nemici di Dio) persone a cui la vita fa schifo, non credo che quanto detto da Navigare non sia applicabile a dolori che fisici non sono.

        Sempre che si voglia riconoscere che i “dolori” mentali e spirituali sono tali (e non relegarli a “palle”) e che per taluni, possono essere lancinanti e distruttivi, quanto il dolore fisico senza la visione della Croce appunto.

        • Perfetto Bariom 😉 . Parlando di contrasto alla sofferenza ho menzionato esplicitamente anche il dolore psicologico (avevo in mente quest’ottimo passaggio del post “Provo compassione per chi si vuole suicidare, ma non credo che vada aiutato ad ascoltare la voce della sua disperazione. Credo che gli vadano dette altre parole. Credo invece che chi vuole disperatamente vivere abbia il diritto di essere aiutato”), ma avrei potuto – e dovuto – menzionare quello che chiami dolore “spirituale”.

        • Bariom, so bene che la depressione può essere una grave malattia psichiatrica. E so anche che, quando si tratta di una malattia, non ha niente a che fare con l’odio per la vita e per Dio. Ma non tutte le depressioni sono uguali. Non tuti i suicidi sono uguali. La depressione ed il suicidio può essere anche il risultato di un rifiuto della vita. Chi “ama” la vita solo a certe condizioni, in realtà ama solo se stesso, non la vita. Giuda non aveva una malattia psichiatrica, semmai aveva una malattia spirituale. Ma la malattia spirituale non è un’attenuante del suicidio. Chi sceglie di uccidersi in odio a Dio non può trarre alcun giovamento né dalla medicina palliativa né dalla psichiatria. Non è né un pazzo né un ammalato. E’ solo uno che odia Dio.

      • Il contrasto alla sofferenza inteso come strumento per ostacolare/vanificare l’introduzione dell’eutanasia negli ordinamenti degli stati industrializzati non si indirizza ai promotori della piano eutanasiaco (che è, come del resto facevo notare parlando di “cultura della morte”, l’odio per la vita), ma si indirizza alla massa delle persone manipolate da tali promotori.

        Tale massa non segue il discorso di costoro perché condivida il loro programma di odio nei confronti della vita, ma perché viene ingannata dai loro argomenti capziosi, che si basano sulla strumentalizzazione del dolore per “montare il caso pietoso”. È questa montatura che finisce per persuadere le masse: com’è accaduto con l’aborto, quando gli argomenti sciorinati dagli odiatori della vita erano casi pietosi tipo “l’aborto terapeutico”, “la vita della madre in gioco”, “la dignità della ragazza violentata”, ecc., casi statisticamente del tutto irrilevanti, che sono però serviti a convincere le masse della necessità di avallare la legalizzazione dell’aborto. Soltanto che nel caso dell’eutanasia, la strumentalizzazione del dolore può essere agevolmente smontata, perché oggi la scienza medica mette a disposizione una discreta gamma di soluzioni per accompagnare la persona fino al termine naturale della vita nella preservazione dal dolore.

        A proposito di croce, occorre bene intendersi. Una certa “filopatia” (o “filalgia”, “filoponia”…) è stata a lungo uno dei tratti distintivi di un certo (non di tutto il) cristianesimo (non solo, anzi non tanto, di quello cattolico). Ed è precisamente il fulcro su cui la leva degli odiatori della vita e di Dio può esercitare al meglio la sua azione. Le croci tirate addosso al prossimo sono assai lievi da portare! Alla mia età, ormai non più verde, ormai ne ho visti tanti di uomini d’acciaio squagliarsi come un mucchio di foglie secche al primo vento di tramontana, quando a portare la croce sono stati chiamati loro. Ecco perché la possibilità di contrastare il dolore dev’essere comunque assicurata. Solo così, solo proponendo questa alternativa seria e credibile, si può sperare di fermare l’attuazione del disegno eutanasiaco o quanto meno di limitarne la diffusione. Altrimenti non resta che rassegnarsi all’idea che l’orrore sia inarrestabile, come purtroppo fanno fin troppi cattolici.

        • Sia ben chiaro, Navigare, io sono assolutamente favorevole alla medicina palliativa, ci mancherebbe altro, ma non credo assolutamente che sia questo il nocciolo del problema. Gente come dj Fabo non hanno un problema di dolore fisico ingestibile. E’ solo che vogliono la vita come piace a loro… e sennò fanculo. E non credo affatto che siano persone manipolate, sono persone che fanno una scelta di morte, questo è. Come le donne che abortiscono, scelgono la morte per i loro figli. E’ duro da pensarci, ma è così. Non sono disponibile ad accordare loro nessuna attenuante, fanno una scelta di morte di cui devono assumersi tutte le responsabilità. In questa lotta contro la vita alcuni ci mettono l’ideologia, altri ci mettono l’esempio, ma sono tutti dalla stessa parte, contro la vita e contro l’Autore della vita.

          Anche tutta la problematica del dolore “spirituale”, o psichiatrico se volete, nasce molto spesso da malattie spirituali che andrebbero curate con mezzi spirituali. Finchè ci sarà gente che non riesce ad accettare il dolore, sia fisico che spirituale, come medicina amara che fa bene all’anima, l’eutanasia non sarà vinta.

          • Fra’, non è compito nostro (mio no di sicuro) né emettere sentenze né accordare o negare attenuanti. Non so che cosa o chi abbia indotto quel povero ragazzo a togliersi la vita. Sono questioni che riguardano lui, le persone immediatamente coinvolte nella vicenda e soprattutto il Padre Eterno.

            Attenzione a parlare in modo tanto categorico del dolore (fisico, psichico, spirituale) come “medicina amara che fa bene all’anima”, perché c’è il rischio che la baldanza di oggi diventi la vergogna (o l’egotico orgoglio) di domani.

            • Sono questioni che riguardano lui, le persone immediatamente coinvolte nella vicenda e soprattutto il Padre Eterno.

              Con ciò, sia chiaro, non voglio dire che non ci si debba attivare in tutti i modi per contrastare il progetto di instaurazione dell’eutanasia nella nostra società. Per esempio, come ho scritto, togliendo ai suoi paladini la possibilità di strumentalizzare la sofferenza a fini propagandistici.

            • Caro Navigare, naturalmente non spetta a noi emettere sentenze o esprimere giudizi sulle persone, siamo d’accordo. Qui però stiamo parlando di eutanasia, o suicidio assistito (come nel caso del dj Fabo), e le scelte compiute, le azioni, le dichiarazioni possono e debbono essere giudicate e come. Io non ho nessuna difficoltà a giudicare il comportamento del dj Fabo (le sue dichiarazioni, le sue scelte, la sua testimonianza in favore della morte) e di chi lo ha aiutato come un comportamento malvagio. E non esito a definire queste persone nemici di Dio e nostri fino a quando combatteranno dall’altra parte della barricata. Lo sono oggettivamente e riconoscerlo non comporta in alcun modo un giudizio morale sulla loro persona, né sul loro destino eterno. Si tratta semplicemente di esprimere un doveroso giudizio sul loro comportamento e riconoscere coloro che abbiamo di fronte per quello che sono: persone che combattono con ogni mezzo contro la vita, contro l’Autore della vita e contro l’opera della Sue mani.

            • @ Navigare necesse est

              “Fra’, non è compito nostro (mio no di sicuro) né emettere sentenze né accordare o negare attenuanti. Non so che cosa o chi abbia indotto quel povero ragazzo a togliersi la vita. Sono questioni che riguardano lui, le persone immediatamente coinvolte nella vicenda e soprattutto il Padre Eterno.
              Attenzione a parlare in modo tanto categorico del dolore (fisico, psichico, spirituale) come “medicina amara che fa bene all’anima”, perché c’è il rischio che la baldanza di oggi diventi la vergogna (o l’egotico orgoglio) di domani.”

              Caro Navigare necesse est, la cosa che bisognerebbe fare con queste persone, se fosse possibile, sarebbe far provare loro, con un simulatore, ciò che hanno provato quei disgraziati.

              Così capirebbero l’altezza, la larghezza, la profondità e la stoltezza delle bestialità proferite. In certi commenti si vede proprio una spietatezza che non ha nulla di cristiano, semmai può ricordare alcune società pagane del passato.

          • Prima di dire queste sciocchezze (e, si badi, sto usando un termine molto eufemistico) riguardo a Dj Fabo, ricorderei che il corpo di questo poveretto era diventato un involucro inerte che conteneva un cervello funzionante; una cosa tanto orribile che non posso pensarci per più di due secondi senza provare un profondo disagio, ed anche in quei due secondi mi si gela il sangue.

            Personalmente, preferirei morire per molto, molto, molto (ma molto!) meno di così, quindi mi mantengo ben lungi dal giudicare una tragedia di queste immani proporzioni.
            Se qualcuno si sente di pontificare, stando ben al sicuro sulla riva, riguardo ad uno sventurato che vede col binocolo in mezzo alla peggiore delle bufere, faccia pure, ma sia ben consapevole che verrà giudicato con lo stesso metro col quale giudica gli altri.

            Pensate al momento preciso nel quale quel povero ragazzo realizzò che non si sarebbe mai più mosso nè avrebbe mai più visto nulla, pensate in che indicibile abisso d’orrore possa essere precipitato in quel momento. Mi vengono i brividi di terrore solo al pensiero!
            Non dico davanti a tre anni in quello stato, ma soltanto davanti a quell’istante tutte le parole si dissolvono ; non perchè non abbiamo ragione in linea puramente teorica, ma perchè non abbiamo neppure un accenno di pallida idea di cosa possa aver provato qul ragazzo in quel momento.

            Perció a chi straparla tanto dicendo che non è disposto a concedere nessuna attenuante (come se fosse suo il compito di ergersi a giudice) e giudicando come nemici di Dio e della vita persone che semplicemente non riuscivano a sopportare delle sofferenze inimmaginabili, delle sofferenze che non augureremmo nemmeno al peggior nemico, dico e ripeto che verranno giudicati con lo stesso metro spietato che usano con gli altri.

            E, lì si, ci sarà da divertirsi.

            Se ne avessi il potere vorrei che certe persone potessero provare, almeno come “simulazione realistica”, ciò che ha provato Dj Fabo, e sono sicuro che in quel caso si vergognerebbero di aver detto queste inumane e crudeli bestialità.

            • “Personalmente, preferirei morire per molto, molto, molto (ma molto!) meno di così, quindi mi mantengo ben lungi dal giudicare una tragedia di queste immani proporzioni”. Anch’io preferirei morire piuttosto che vivere in quelle condizioni E allora? L’eutanasia, o il suicidio assistito resta un’azione profondamente malvagia.

              “Perció a chi straparla tanto dicendo che non è disposto a concedere nessuna attenuante (come se fosse suo il compito di ergersi a giudice) e giudicando come nemici di Dio e della vita persone che semplicemente non riuscivano a sopportare delle sofferenze inimmaginabili…”. Ma questi sono oggettivamente nemici di Dio e della vita. Sono persone che amano la vita solo a certe condizioni, che amano le loro voglie, i loro vizi, i loro capricci. E quando non possono più soddisfare il loro egoismo se ne vanno sbattendo la porta. Non giudico la loro anima, si tratta semplicemente di interpretare le loro scelte, le loro dichiarazioni, le loro battaglie. Sono nostri nemici, non c’è alcun dubbio. A maggior ragione dobbiamo pregare per loro ed amarli nell’unico modo possibile, cioè mostrando loro la malvagità delle loro scelte. Dar loro una pacca sulla spalla serve solo a spingerli all’inferno.

              Tra l’altro, oggi è s, Giorgio, prototipo del soldato cristiano. E dove ci sono soldati, là ci sono battaglie da combattere e nemici da sbaragliare. Coraggio, un po’ di sano realismo cattolico e via la maschera del politicamente corretto!

            • Dimenticavo, leggete il bell’articolo dedicato a s. Giorgio:

              http://www.campariedemaistre.com/2017/04/san-giorgio-e-la-militanza-in-cristo.html

            • Tutti i pur fondati richiami al dolore profondo provato da Fabiano Antoniani, detto DJ Fabo, e all’impossibilità che qualcuno di noi conosca precisamente i confini di questa profondità, non valgono a falsificare un giudizio incontrovertibile, incontestabile, che possiamo e dobbiamo formulare in fedeltà a Cristo stesso: la scelta di suicidio assistito da parte di Antoniani è moralmente illecita in modo oggettivamente grave, è un peccato oggettivamente grave. Questo è, senza se e senza ma.
              Così, inequivocabilmente, il Catechismo:

              “2280 Ciascuno è responsabile della propria vita davanti a Dio che gliel’ha donata. Egli ne rimane il sovrano Padrone. Noi siamo tenuti a riceverla con riconoscenza e a preservarla per il suo onore e per la salvezza delle nostre anime. Siamo amministratori, non proprietari della vita che Dio ci ha affidato. Non ne disponiamo.

              2281 Il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell’essere umano a conservare e a perpetuare la propria vita. Esso è gravemente contrario al giusto amore di sé. Al tempo stesso è un’offesa all’amore del prossimo, perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi. Il suicidio è contrario all’amore del Dio vivente.

              2282 Se è commesso con l’intenzione che serva da esempio, soprattutto per i giovani, il suicidio si carica anche della gravità dello scandalo.”

              Pertanto è moralmente deplorevole e cristianamente biasimevole ogni tentativo di presentare come accettabile o almeno come non del tutto riprovevole e aberrante la scelta di Antoniani.

              Ciò – ovviamente; ma giova ribadirlo – non significa che noi si sappia alcunché sull’esito del Giudizio particolare che Antoniani ha affrontato.
              Il giudizio compete solo a Dio, nel quale giustizia e misericordia sono perfette e si identificano.
              La gravità di un peccato può essere attenuata – ma ripeto: a noi non è dato conoscere se questo sia il caso di Antoniani – da fattori soggettivi, come ricorda sempre il Catechismo (n. 2282: “Gravi disturbi psichici, l’angoscia o il timore grave della prova, della sofferenza o della tortura possono attenuare la responsabilità del suicida”), tanto da far sì che tale peccato non meriti la dannazione eterna.

              Perciò il Catechismo afferma (n. 2283) che “Non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte. Dio, attraverso le vie che egli solo conosce, può loro preparare l’occasione di un salutare pentimento. La Chiesa prega per le persone che hanno attentato alla loro vita.”

              Come suggerisce il Catechismo, noi si deve pregare a suffragio di Antoniani, e a un tempo evitare di giustificare in qualsivoglia modo la grave pravità della sua scelta suicidaria.
              Tutto ciò in obbedienza alla volontà di quello stesso Dio che riconosciamo unico Giudice titolato a giudicare della destinazione eterna di Antoniani.

              • “Ciò – ovviamente; ma giova ribadirlo – non significa che noi si sappia alcunché sull’esito del Giudizio particolare che Antoniani ha affrontato.
                Il giudizio compete solo a Dio, nel quale giustizia e misericordia sono perfette e si identificano.”

                Da qui con un passo semplicemente logico, si deduce come (soprattutto in situazioni umanamente simili) sarebbe cosa saggia e prudente evitare facili “bollature” da “nemici di Dio” o simili…

                E’ molto interessante per contro il passaggio del Catechismo che cita:

                2282 Se è commesso [il suicidio] con l’intenzione che serva da esempio, soprattutto per i giovani, il suicidio si carica anche della gravità dello scandalo.

                Perché è innegabile che, più forse di chi lo applica a sé, vi è tutta una categoria di persone che il suicidio di altri lo porta appunto “come esempio”, adducendo questa o quella motivazione e operando perché il suicidio sia in qualche modo, oltre che assolutamente lecito, per quanto possibile favorito.

                Costoro certamente operano (in modo più o meno consapevole) come nemici dell’Uomo e di Dio.

                • Meglio lasciare da parte le considerazioni su singoli casi di cronaca (che è invece quel che vogliono i propugnatori dell’eutanasia) e mi concentrerei sulla questione in sé, come fanno qui sopra Alessandro e Bariom (con osservazioni molto sensate).

                  Problematiche come queste vanno affrontate con prudentia (che in latino vale sia “prudenza” che “saggezza”). Riscaldare i toni, scagliando anatemi contro il suicida o augurando in modo più o meno esplicito di sperimentare gravi sofferenze a chi scaglia quegli anatemi, non ha senso e non aiuta a illuminare il quadro.

                  D’altra parte il problema abbisogna di soluzioni pratiche, non di proclami ideologici.

                • “Da qui con un passo semplicemente logico, si deduce come (soprattutto in situazioni umanamente simili) sarebbe cosa saggia e prudente evitare facili “bollature” da “nemici di Dio” o simili…” Dissento completamente, Bariom; un conto è astenersi dal pronunciare un giudizio morale sulla persona, cosa sempre ingiusta e sbagliata (il giudizio); tutt’altro conto è esprimere giudizi netti su un comportamento gravemente sbagliato che oltretutto (come nel caso del dj Fabo) viene promosso, propagandato e portato ad esempio da seguire. Sempre il suicidio assistito, come anche l’eutanasia, costituiscono un comportamento malvagio . Ma nel caso del dj Fabo bisogna anche riconoscere nei sostenitori di un’ideologia di morte, quale quella che promuove il suicidio assistito, i nemici di Dio e dell’uomo di cui parla con esemplare franchezza s. Paolo. Un conto è chiedere di essere uccisi, ed è già un peccato gravissimo. Ma molto peggiore è utilizzare la propria richiesta di suicidio assistito per promuovere la legalizzazione del suicidio. Nel primo caso siamo di fronte ad un misero peccatore. Nel secondo caso siamo di fronte ad un soldato di satana, uno che combatte apertamente contro Dio.

                  • E quindi da cosa dissenti Fra’?

                    Ho forse detto che il suicidio o l’eutanasia sono cose buone??

                    Non ho forse detto, conseguentemente alla lettura dello specifico passo del Catechismo, che è decisamente “malvagia” (per usare un tuo termine) l’azione di utilizzare il suicidio proprio o d’altri per farne una bandiera?

                    Leggi bene, poi se vuoi dissenti nuovamente, ma almeno su qualcosa che ho realmente detto.

  9. OT ma non troppo… come ti manipolo con le false notizie.

    Ricordate la storia della professionista 41enne a cui 23 ospedali avrebbero negato l’aborto e che infine ha denunciato il presunto sconcio alla Cgil, come Gramellini ci ha comunicato con indignata solerzia?

    https://costanzamiriano.com/2017/03/03/due-o-tre-cosette-da-ricordare-a-gramellini-sulla-194/

    Ebbene, le cose sono andate molto, molto diversamente. Attendiamo rettifica di Gramellini e Cgil…

    http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2017/22-aprile-2017/respinta-23-ospedali-aborto-ma-era-tutto-falso-coletto-iter-regolare-2401505477452.shtml

    • “Ebbene, le cose sono andate molto, molto diversamente.”

      Noooooo, ma davvero? 😦

      Ciao.
      Luigi

      • “Già, chi se lo sarebbe mai creso?”, come direbbero nei Monti Sibillini 😉

        • Mi hanno molto colpito le parole di frà, relative all’odio verso la vita e, ovviamente, verso Dio che ce l’ha data (se io odio la vita, chiaramente non l’avrei voluta e non potrei non avercela con Chi me l’ha data).

          Non sono molto d’accordo con lui sull’affermazione che “chi ama la vita a certe condizioni in realtà non l’ama”, perchè si può amare a “certe condizioni”, come si può stipulare un contratto solo a certe condizioni (non parliamo poi di quando non si è dato un consenso preventivo al quel contratto, ma altri lo hanno stipulato a nome nostro), ma questo è un elemento marginale e di poco momento.

          Come ho detto un’altra volta se la vita può essere amata può evidentemente essere odiata.

          L’amore incondizionato della vita è proprio del cristiano (anche se non è detto che il non cristiano non possa amare, anche lui, la vita) che è tenuto a considerare la vita, qualunque essa sia, un dono di Dio, ma chi non è cristiano non parte da tale presupposto, e, non considerando la vita un dono di Dio, la considererà semplicemente un’evenienza che capita come potrebbe non capitare.

          Ma una semplice evenienza potrà essere fausta (e quindi apprezzata) o infausta (e quindi detestata). Quindi se NON c’è la fede in Dio, l’odio per la vita diventa una possibilità logica, ordinaria, qual è l’avversione per una jattura occorsa.

          La fede è il PRIUS non l’amore per la vita!

          D’altra parte, è Cristo che proibisce l’odio, ma chi non segue Cristo, è chiaro che non tiene conto di tale proibizione e quindi, legittimamente (dal suo punto di vista) odia.

          Inoltre, il cristiano REPRIME, RESPINGE l’odio, ma non è detto che, a tratti, non lo provi, o quantomeno ne subisca la forte tentazione.

          Per esempio l’ottimo frà che parla spesso di “nemici che bisogna combattere senza tregua” ed espressioni analoghe, non credo proprio che non abbia avvertito l’impulso di odiare; l’avrà respinto senz’altro, ma l’impuso (fortissimo) sicuramente c’è stato.

          Non gliene faccio certo un biasimo, perchè l’ODIO è un sentimento molto forte, molto istintivo, molto “naturale” (non a caso, esso non è altro che “l’amore rovesciato”!) e ci vuole impegno, e parecchio, per reprimerlo.

          • Si potrebbero aprire interi tomi su Amore e Odio…

            E non saremmo del tutto fuori tema dato che il titolo di questo articolo recita (correttamente):
            “…si è preparato alla morte amando la vita fino all’ultimo secondo.”

            Gioverà ricordare che l’Amore è insito nell’animo umano in quanto l’Uomo è Creatura di Dio e Dio è Amore!

            La capacità di amare dell’Uomo – di qualunque Uomo – è impressa nel suo “DNA spirituale”, perché è in qualche modo “l’impronta del Creatore nella sua Creatura”.

            Va da sé che la realtà decaduta dell’Uomo, ha leso in parte la capacità di amare o meglio ha leso la “purezza”, la gratuità di questa capacità, portando alle infinita possibilità di un amore distorto sino alle peggiori aberrazioni in senso egoistico, che neppure amore si possono più definire (seppure la mentalità di questo mondo cerchi di convincerci del contrario).

            L’Odio si potrebbe definire come l’opposto della Amore (il suo antagonista), come quando parliamo del Bene e del Male, ma anche qui dobbiamo credo tenere presente che questo sentimento è instillato da chi di odio vive e si alimenta, da Satana, ed è un sentimento distruttivo per sé e per gli altri.
            Per sé perché nell’odio genera solo morte e in esso non vi è alcun tipo di comunione.
            Non si pensi che nell’odio chi odia possa trovare comunione con altri che vivono d’odio. La dannazione Eterna sarà (anche) vivere eternamente di odio in una solitudine e dis-comunione eterna!

            Tralasciando chi vive di solo “puro odio” già qui come se vivesse un anticipo dell’Inferno in terra*, ritengo che generalmente l’Uomo viva in bilico tra questi due “stati d’animo”, con la possibilità di scegliere più o meno liberamente, nella misura in cui il proprio libero arbitrio è illuminato dalla Grazia e nella misura in cui sceglie di rimanere “agganciato” alla fonte dell’Amore che è Dio stesso.
            *(il perché di questa scelta che pare totale e irrevocabile – non sarebbe in realtà irrevocabile sinché si è in vita – è difficile da dire e si potrebbe identificare come Mysterium Iniquitatis)

            Sganciato da Dio e se non assistito da una speciale Grazia dello Spirito Santo (che soffia dove vuole), non di rado si troverà in balia di sentimenti di odio, che sono la risposta errata che all’Uomo appare come come unica via per difendersi dai “nemici” (l’altro è il tuo nemico, “l’altro è l’inferno” Jean-Paul Sartre), per ottenere “giustizia”, per affermare la propria superiorità (o negare la propria debolezza), per ottenere qualcosa di cui si ha invidia (la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo e Caino, il primo omicida di suo Fratello, agisce per invidia) …e credo si potrebbe continuare.
            Sulle braci dell’odio coltivato, seppur nascosto o lungamente represso, il Maligno poi soffia con insistenza e talvolta con inaudita forza, sinché in una fiammata d’ira, l’Uomo aggiunge misfatto al peccato non confessato e non combattuto, con tragiche e spesso irreparabili conseguenze.

            Ben si comprende come l’uomo convertito, che è anche uomo liberato dalla propria schiavitù, che sono i propri peccati ma anche quella inclinazione alle umane debolezze che vengono dal Peccato Originale, non può più vivere di simili sentimenti, non tanto e non solo perché espressamente proibiti e condannati da Dio, ma ancor più perché il suo cammino di conversione, sempre più lo lega a Dio, alla fonte dell’Amore, ad assimilare il suo essere a quello di Cristo nostro Signore.
            Solo un tipo di odio troverà posto nel suo cuore, quello rivolto contro il Male e le sue seduzioni, contro i propri peccati e contro tutto ciò che lo dovesse (o volesse) allontanare dal compiere la Volontà del Padre (da qui la dura Parola di Gesù quando dice: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.» Lc 14, 26.).

          • Chi lascia nascere e crescere l’odio nel proprio cuore è figlio di satana.

            • O schiavo di Satana… (comprendi la differenza?).

              • Francamente no, non comprendo la differenza.

                • Si mi pareva…

                  Figlio è colui che è generato o che si sceglie un padre come tale.

                  Schiavo è colui che ha un signore, che per lo più non si è scelto, è costretto ad obbedire e solitamente non ha modo (capacità o forza) per darsi la libertà.

                  (Paolo che parla anche di schiavitù del peccato – da cui Cristo ci libera)

                  Come penso tu riesca a notare, la differenza non è di poco conto, come non è di poco conto la differenza tra il vedere negli altri “figli di Satana” o “schiavi del Maligno” e saper poi distinguere quanti e quali mezzi Satana ha e usa, per tenere gli uomini in schiavitù.

                  Sinceramente credo dovresti approfondire il tema e allargare un po’ le tue “vedute” a beneficio tuo e di chi ti sta intorno.

                  • Ah, in questo senso. Hai ragione, c’è differenza tra essere schiavi o figli. Schiavi di satana (o del peccato) lo siamo tutti, grazie al peccato originale. Alcuni di noi però si scelgono per padre il demonio, è Gesù stesso a dirlo:

                    “Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole, voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro”. Gv 8, 43.

                    A questo alludevo quando ho detto che chi lascia crescere l’odio nel proprio cuore è figlio di satana: perché vuole compiere i desideri del padre suo. Occhio a non confondere la fragilità di tutti con la malvagità di alcuni.

                    • Poi sai c’è anche chi nella vita a conosciuto solo odio o poco di meno…
                      Tu hai sempre la tendenza a semplificare troppo.

                    • Interessante il vostro confronto, Bariom e frà; però non avete affrontato il tema che avevo proposto (e che mi sembra importante): il cristiano, anche se lo reprime, conosce l’odio o perlomeno ne è fortemente tentato.

                      Ed io facevo l’esempio (di frà, ma non sarebbe l’unico) del cristiano devoto che inveisce contro i nemici della fede. Non è forse egli vicino al provare odio? Anche se si sforza di respingere quel sentimento?

                    • Non avete affrontato?

                      Personalmente mi pareva proprio di averlo fatto… almeno dal mio punto di vista.

                    • @exdemocristiano

                      Ho risposto in maniera lapidaria, ma ho risposto: “Chi lascia nascere e crescere l’odio nel proprio cuore è figlio di satana”. La tentazione dell’odio deve essere sempre respinta, anzi, Gesù ci invita ad amare i propri nemici. I quali, però, sia ben chiaro, restano nemici, dai quali occorre guardarsi e difendersi, se necessario.

                      Poi, se ho inveito contro i nostri nemici, l’ho fatto per il loro bene e l’ho fatto senza odio. A me interessa la loro salvezza eterna, non che siano puniti.

                      Infine vorrei sottolineare che può certamente succedere che sia tentato dall’odio, come può succedere a tutti. Ma essere tentati non equivale a peccare. Anzi, chi, tentato di odiare, si sforza di respingere l’odio, si uniforma perfettamente alla volontà di Dio.

  10. Stupendo post, che mi è stato segnalato dalla carissima amica Mirella Firinu, moglie di un altro grande lottatore: Carlo Marongiu: http://www.vigilfuoco.net/pensieri/index.html anche lui malato di SLA e morto diversi anni fa.
    Grazie Costanza per la tua immutata attenzione.

  11. Buonasera,

    grazie del post. Sono ligure, non abito lontano a dove viveva e abitava Stagnaro.
    A distanza di 6 anni mi ricordo ancora di quel blog, dal quale il materiale sopra è tratto. Era ricco di materiale di tutti i tipi, concernenti tutte le passioni di Adriano (dalla natura, alla vita prima della sla a Sestri, e anche del suo credo religioso).

    Anche se, ovviamente, in primo piano c’era la cronaca della sua malattia, giorno dopo giorno. L’ho seguita con la speranza (sapevo vana) di uno stabilizzarsi della malattia.

    Tutto scritto in un modo tale da lasciare il segno in chi ci è passato come lettore da quel blog.

    Ho letto e conservato l’articolo della morte di Adriano, su un giornale locale del 2011 e ho fatto l’errore di non salvare quel blog, interamente, prima che fosse disabilitato. E’ un pensiero che mi torna in mente periodicamente da anni, ma con la dovuta sensibilità, non si potrebbe cercare di ritrovare quel materiale andato perduto ?

    Io non mi permetterei mai da privato cittadino di provare a contattare i parenti di Adriano, ma forse Padre Maurizio Botta, passando per la diocesi ligure di riferimento, potrebbe sondare il terreno, son la sensibilità dovuta?

    Penso che ridare vita a quella testimonianza, riportando online tutto il blog sarebbe una cosa straordinaria.

    Grazie di aver condiviso questo materiale.

  12. Ho letto bellissima testimonianza…..abbiamo molto da imparare da coloro che soffrono con dignità e speranza che nulla è inutile….Grazie Costanza e buona giornata….ti seguo con piacere grazie…

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