Sottomessi alla gioia

costanzacorigliano

di Andreas Hofer

La gioia profonda del cuore è anche il vero presupposto dello “humour”; e così lo “humour”, sotto un certo aspetto, è un indice, un barometro della fede.
(Benedetto XVI)

Non è un mistero per nessuno: quando Costanza ha pubblicato Sposati e sii sottomessa si è inaugurata anche un’infinita stagione di polemiche. Attorno a questo libro è montato un incessante conflitto di interpretazioni che talora, nonostante sia ormai passato un lustro da quel primo esordio, riaffiora qua e là nella rete alla maniera di un fiume carsico.
I più polemici arrivano, non senza un certo piglio inquisitorio, ad accusare il libro di contraddire nientemeno che il magistero di Santa Madre Chiesa. Sposati e sii sottomessa propugnerebbe infatti la nozione di sottomissione uniltaterale laddove la Mulieris dignitatem di Giovanni Paolo II (n. 24) invoca invece una sottomissione reciproca.

Secondo questa lettura, nel libro la sottomissione della moglie al marito sarebbe prossima a un imperativo categorico che impegna la donna a sottomettersi a ogni desiderio dell’uomo, anche al più abietto. Non ci sarebbe dunque distinzione tra questa nozione di sottomissione e il più becero dei servilismi, per non dire dello schiavismo. In questo senso il “mirianismo” non sarebbe che l’ennesima reincarnazione del maschilismo.

L’impressione è che simili critiche, impregnate di cerebralità, abbiano un taglio formalistico, quasi giuridico, preoccupate, più che di rinnovare la comunione tra le due metà del cielo, di delimitare gli spazi del maschile e del femminile. Un atteggiamento non distante da quello di due potenze intente a spartirsi, sospettose l’una dell’altra, le reciproche zone d’influenza.

È la tipica prospettiva di chi, timoroso di bruciarsi, cerca di cautelarsi in ogni modo dal pericolo della ferita moltiplicando leggi, regolamenti, divieti, muri. Pertanto, come accade di regola in questi casi, si è innescata una polemica animosa, a volte puramente nominalistica, dai tratti sofistici e ottusi, tutta giocata sul sistematico fraintendimento delle ragioni altrui.

Sottomissione, ovvero povertà di spirito

Così facendo però non si coglie la vera essenza della sottomissione paolina, che è l’amore.

C’è anche il pericolo di cadere in un eccessivo orizzontalismo. Giovanni Paolo II non parla genericamente di sottomissione reciproca tra gli sposi bensì di sottomissione reciproca degli sposi. A ben vedere la Chiesa non propugna tanto una sottomissione ad asse orizzontale (sposo-sposa) quanto una sottomissione reciproca dei coniugi «nel timore di Cristo», cioè secondo un asse verticale. La sottomissione ha significato solo in un’ottica di comunione.

L’invito alla reciproca sottomissione in Cristo non è un particolare trascurabile né un elemento vergognoso, quasi censurabile. Come spiega l’esegeta Karl Heinz Fleckenstein (1) la sottomissione è un tema centrale per il «codice domestico» del matrimonio cristiano. Ma non solo: la sottomissione nel timore di Cristo non è un’esortazione rivolta unicamente agli sposi, ma rappresenta una vera e propria vocazione per il cristiano tout court.

La sottomissione, ricorda Ludwig Monti, è legata all’essenza della morale evangelica. Essa corrisponde alla tapéinosis (umiliazione), l’abbassamento con cui Gesù prese forma di servo. (2) È quella disposizione sacrificale che discende dalla povertà di spirito (nel senso degli anawim, “i poveri di Dio”) e che in quanto tale è tipica della sollecitudine amorosa del cristiano verso il prossimo. Simone Weil avrebbe designato la povertà-sottomissione come “attenzione creatrice”. Essere sottomessi vuol dire abbassarsi fino alla semplicità dei fanciulli per farsi ultimi. Significa acquisire un abito interiore: l’attitudine generosa al servizio.

E la sottomissione mirianesca cos’è se non la tapéinosis trasbordata nel campo del matrimonio? «La sottomissione alla quale mi hanno invitato tante persone sagge che ho conosciuto, e che io a mia volta ho proposto nelle lettere alle amiche, è il desiderio leale e onesto di servire lo sposo». (https://costanzamiriano.com/la-sottomissione/)

Andare alla fonte delle cose

Come va inteso allora il carattere vicendevole della sottomissione? L’espressione «nel timore di Cristo» (en phóbo Christoû), afferma  Fleckenstein, non indica un servilismo mosso dal timore del castigo. È un invito ad entrare in una relazione d’amore con la Fonte di tutte le cose. Nel matrimonio questa tensione amorosa non può intendersi che come reciproca giacché la coppia cristiana, in sintonia con l’unione tra Cristo e la Chiesa, «forma una unità, nel senso di un organismo». (3)

L’esortazione paolina, oltrepassando la mera logica del potere (inteso come nudo potere, cioè come comando), punta ad affermare che la moglie deve sottomettersi al marito come la Chiesa si sottomette a Cristo, cioè spontaneamente e in risposta al suo amore. Allo stesso tempo il marito è esortato a trovare nell’amore di Cristo per la Chiesa il modello dell’amore per la sua sposa.

E che sia così lo prova il fatto che la metafora Cristo-Chiesa non possa essere applicata in maniera rigida alla relazione sposo-sposa (come se tra questi vi fosse subordinazione ontologica) ma solo per analogia. Non sarebbe corretto, nel mettere in relazione il rapporto Cristo-Chiesa con quello sposo-sposa, stabilire un rigido parallelismo o una equivalenza, poiché quel che nel rapporto Cristo-Chiesa è unidirezionale nel rapporto sposo-sposa è intercambiabile.

A ben vedere, anzi, la sottomissione, lungi dall’essere indice di degradazione e svilimento, simboleggia qui tutto l’umano.

Matrimonio, unione del cielo e della terra

Il matrimonio ha infatti uno statuto teologico particolarissimo. Non c’è altro luogo in cui fede e vita si tocchino più direttamente come nel matrimonio, che appartiene tanto all’ordine della creazione quanto a quello della redenzione.

Senza dubbio, per i cristiani il matrimonio è realtà della creazione: l’essere umano è stato infatti creato da Dio come maschio e femmina ed è per tramite dell’unione feconda tra uomo e donna che si prolunga la creazione.

Ma per i cristiani il matrimonio è anche realtà di salvezza: il patto sponsale tra uomo e donna è immagine che riattualizza l’alleanza tra Dio e uomo definitivamente sigillata da Cristo.

Per la sua natura anfibia il matrimonio merita appieno di essere designato mysterion méga (“grande mistero”; Ef 5,32) da San Paolo. Nell’unione sponsale la Scrittura vede il simbolo stesso dell’amore incrollabile di Dio per l’uomo, servendosene per indicare il punto più alto della comunione tra cielo e terra.

Il punto di giunzione tra eros e agápe

Se consideriamo la famiglia secondo la sua propria natura vediamo già che essa contiene in sé una apertura alla soprannatura, alla grazia, alla redenzione.

La famiglia, dicono gli antropologi del dono Jacques Godbout e Alain Caillé, è la sede privilegiata della grammatica della donazione. (4) I legami più intimi, come quelli tra un genitore e un figlio, si svolgono sotto il segno dell’incondizionato, del’irrevocabile, dell’«una volta è per sempre». Sono gli elementi di base dello spirito del dono.

In famiglia si compie poi quello che appare come una sorta di “miracolo sociale”: il matrimonio esogamico trasforma l’estraneo alla propria linea di sangue in un proprio familiare. (5) Una tale trasmutazione indica che la natura della famiglia è di essere già più che semplice legame biologico. È il luogo di nascita del legame sociale, oltre che di nascita dei figli. Matrimonio e famiglia sono sinonimo di relazione.

Proprio per questo, contrariamente a quanto sostiene un certo spiritualismo che oggi trova ampia udienza anche nella Chiesa di Cristo, il Vangelo non annuncia una nuova struttura famigliare più “spirituale”. Cristo non punta a rovesciare l’ordine familiare. Piuttosto cristifica la naturale predisposizione al dono della famiglia innestando al suo interno uno spirito nuovo: così eros, amore umano, amore che ascende, può incontrare agápe, amore divino che discende.

A livello pratico: se Cristo non tiranneggia la Chiesa, a maggior ragione il marito non deve dominare sulla moglie con brutalità. Deve anzi rivolgere il più grande amore, carico di attenzione, tenerezza e premura. Così facendo il vangelo pianta un seme destinato a germogliare nel tempo. (6)

Non c’è autentica sottomissione senza amore. Il nucleo profondo del discorso paolino consiste nel patrocinare una relazione organica intessuta di donazione reciproca e di vicendevole accoglienza, che certo non intende elevare a modello un legame artificiale e meccanico come quello del servilismo.

È per questo, fa osservare il teologo Carlo Rocchetta, che a san Paolo interessa mettere in evidenza, più che un rapporto di subordinazione all’interno della coppia di sposi, la chiamata, per entrambi, alla reciproca sottomissione a Cristo. (7)

Il principio del «terzo incluso»

Eros, l’amore umano, può essere ostacolo o cammino verso l’amore divino. È ostacolo quando diventa mediocre egoismo a due. È così che il legame può addirittura risultare degradante se arriva a chiudersi su se stesso come accade per le passioni cieche e distruttrici. Una coppia può giungere a costituirsi come un tutto autonomo. In tal caso la sottomissione reciproca non tarda a sclerotizzarsi in una adorazione reciproca.

Questo fatto testimonia che non basta l’attrazione reciproca. Occorre sapere se si è attirati anche dalle medesime realtà, dagli stessi ideali. Per questo è assolutamente capitale quello che Gustave Thibon designava come il principio del «terzo incluso».

Platone lasciava intendere che nell’amore umano vi fosse un «terzo», un terzo essere che più o meno equivale alla somma dei due amanti: il legame che li unisce. Quando include il «terzo», il desiderio amoroso può essere una porta aperta sull’infinito. Lo è nella misura in cui si prolunga fino all’assoluto del quale è prefigurazione.

Eros, l’amore umano, incammina verso Dio quando il terzo incluso è Agape, Dio stesso. Così accade che il legame si trasfiguri, rispondendo alla vocazione divina dell’amore. «Amare in Dio» è una espressione divenuta banale a forza di essere ripetuta. Nondimeno essa esprime una realtà profonda: amare in Dio significa amare una creatura nella fonte stessa dell’amore. Questa e niente altro è la sottomissione comune e reciproca «nel timore di Cristo» (hypotassomenoi allelois en phóbo Christou, Ef 5, 21).

Una tale trasfigurazione, scrive sempre Thibon, non è una illusione: «è la visione dell’essenza attraverso l’esistenza». (8) Amando in Cristo si vede l’essere amato alla frontiera del tempo e dell’eternità. La sottomissione così non è altro che l’accoglienza, all’interno del legame d’amore, di una presenza divina.

Il segreto della sottomissione: mettere a dieta l’io

C’è in ultimo un elemento dal quale la sottomissione non può prescindere, e in cui forse risiede il suo vero segreto: la messa a dieta dell’io.

Solo diminuendosi si può acquisire la levità degli uccelli del cielo e dei fiori del campo. Se fossi un dietologo dell’anima consiglierei una dose massiccia di umorismo, sommergerei il paziente con quell’irresistibile carica di buonumore che tracima dai libri di Costanza (e che non si tratti di una finzione letteraria ma di un vissuto personale lo può sperimentare chiunque passi anche solo pochi minuti in sua compagnia).

L’umorismo, insegna Benedetto XVI, è tanto legato all’umiltà e alla gioia da essere un indice, un barometro della fede. Umiltà, gioia e umorismo rendono l’uomo più leggero, lo affrancano dalla cupa pesantezza di un ego troppo imponente.

Farsi piccoli è umili vuol dire sottomettersi alla gioia e saper all’occorrenza anche sorridere di se stessi. Saper trovare il lato buffo e comico delle cose è una benedizione. È quella benevola leggerezza, dice Romano Guardini, che trova espressione nella libertà dei figli di Dio, coloro dipendono solo dall’amore. Lo Spirito è spiritoso, libera dalla seriosità mondana – e idolatrica – per la quale tutto si gioca su questa terra. Un mondo rinserrato nella sua orgogliosa autonomia porta solo al soffocamento.

«Il miglior palliativo dell’angoscia è la convinzione che Dio ha il senso dell’umorismo», scrive Gómez Dávila.  La sottomissione non è altro che il respiro di un amore fattosi più leggero perché Altrove ha innestato il proprio baricentro.

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(1) Karl Heinz Fleckenstein, «Questo mistero è grande». Il matrimonio in Ef 5,21-33, Città Nuova, Roma 1996. È di capitale importanza ricordare che il termine originale per «sottomissione» (hypotásso) non sta ad indicare una subordinazione priva di qualunque autonomia. A differenza del termine hypakoé (obbedienza), utilizzato in forma verbale per i figli verso i padri (Ef 6,211) e i domestici verso i superiori (6,5), hypotásso evoca una sottomissione comune e reciproca «nel timore di Cristo» (hypotassomenoi allelois en phóbo Christou, Ef 5, 21).

(2) «Diventare come i bambini significa […] vivere in quella piccolezza che assume i tratti della sottomissione, parola a noi sgradita, che invece esprime uno dei tratti essenziali dell’etica evangelica. La piccolezza-sottomissione equivale a diventare ultimi e servi (cf. Mc 9,35; 10,42-44 e par.), come è stato Gesu (cf. Mc 10,45 e par.). Oppure, per dirla con l’espressione usata qui di seguito da Gesù, corrisponde alla tapéinosis, all’umiliazione: “Chiunque si farà piccolo (verbo tapeinóo) come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli” (Mt 18,4). Se proprio si deve cercare un criterio per ottenere il primo posto, questo spetta a chi si fa piccolo, ultimo. O meglio, a chi è reso ultimo, a chi è umiliato, abbassato, secondo un altro celebre detto di Gesù: “Chi si innalzerà, sarà abbassato, e chi si abbasserà (verbo tapeinóo), sarà innalzato” (Mt 23,12; Lc 14,11; 18,14).
La sottomissione, l’abbassamento indicato da Gesù come via maestra per entrare nel Regno è la scelta di assumere il suo posto, l’ultimo; è l’accettare senza ribellarsi le umiliazioni che ci vengono dalla vita – cioè da Dio, dagli altri e da noi stessi -, diventando sempre più “poveri in spirito” (Mt 5,3). È così che si diventa come i bambini: sottomettendosi liberamente ai fratelli per amore di Cristo, lui che è “umile di cuore” (tapeinòs tê kardía: Mt 11,29)». (Ludwig Monti, Le parole dure di Gesù, Qiqajon, Bose 2012, pp. 74-75)

(3) K. H. Fleckenstein, Op. cit., p. 92.

(4) Cfr. Jacques Godbout e Alain Caillé, Lo spirito del dono, Bollati Boringhieri, Torino 2002.

(5) Non può lasciare indifferenti il fatto che Gesù inserisca il suo primo miracolo, la tramutazione dell’acqua in vino a Cana attestata da Gv 2, 1-11, nella cornice simbolica delle nozze. Alcuni Padri della Chiesa hanno visto nel segno dell’acqua che diventa vino il simbolo della Nuova Alleanza siglata col sangue di Cristo. Anche in questa caso l’ordine naturale (o creaturale), nel quale le nozze trasformano in familiare un estraneo alla propria linea di sangue, è anticipazione di quello soprannaturale (o redentivo).

(6) È noto come il cristianesimo abbia ingentilito il pater familias romano levando alla famiglia quel carattere di assolutezza (dunque di idolatria, biblicamente parlando) che essa aveva assunto. È Dio Padre, legato agli uomini da una parentela di tipo spirituale, a ridimensionare l’onnipotenza del pater familias. Col cristianesimo dal padre-padrone si passa al padre misericordioso. È quanto sostiene Jérôme Baschet, Le sein du père. Abraham et la paternité dans l’Occident médiéval, Gallimard, Paris 2000.

(7) Cfr. Carlo Rocchetta, Teologia della famiglia, EDB, Bologna 2011, p. 79.

(8) Gustave Thibon, Entretiens avec Christian Chabanis, Fayard, Paris 1975, p. 60.

16 pensieri su “Sottomessi alla gioia

  1. …svendere l’anima a dio (cosidetto) in cambio di una manciata di illusioni.

    “Ma così si vive meglio, ma così si è più gioiosi, senza contare il premio (ipotetico) finale!
    Provare per credere!”

    1. admin @CostanzaMBlog

      buona idea, se qualche ditta che produce appiccica dentiere si fa sotto magari alziamo qualche spicciolo.

  2. rosa

    Fai bene ad esser di buonumore! mai si è visto il buonumore uscire dall’Inferno!
    Mi sembra che sia di San Bernardo di Chiaravalle.

  3. Johnny

    Finalmente un articolo che ‘rende giustizia’ alla sottomissione cristiana’. “E’ necessario che Lui cresca e che io diminuisca!”. Checché se ne dica, la mortificazione è ancora necessaria. Non è un retaggio del passato doloristico, ma è esigenza della trasformazione in Cristo.

  4. “Siamo tutti condannati a vivere una vita (a vita) per uno o per molti crimini (chi sa?) che non abbiamo commesso
    o che noi ricominciamo a commettere per altri dopo di noi. Noi siamo noi che ci siamo convocati, noi a un tratto esistemmo e in qull’istante fummo fatti responsabili. Abbiamo acquisito resistenza, più niente ci può abbattere, non siamo attaccati alla vita, ma non la svendiamo. Qualche volta alziamo la testa credendo di dover dire la verità o quella ci sembra la verità, e poi la abbassiamo di nuovo, tra le spalle”

    [Malinowsky]

    1. Vanni

      Sì, è’ una cosa che ti è universalmente riconosciuta. Leggendo un tuo post vien subito fatto di dirlo: “Che palle!”

  5. giuseppe

    Guido vado fuori traccia.
    Tempo fa da queste parti passava un armeno: se ci sei ancora ti assicuro le mie preghiere per la tua terra, di nuovo attaccata solo perchè cristiana.
    Ed invito tutti a fare lo stesso.

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