di Susanna Bo
(Susanna Bo è autrice del libro La buona battaglia del quale parlerà lei stessa in coda al post)
Due premesse, entrambe necessarie: la prima è che chi scrive è nata e vive in provincia di Genova, ragion per cui ha una certa sensibilità sull’argomento soldi. La seconda: dopo essere rimasta vedova piuttosto giovane e con due figlie, si è innamorata di nuovo, e di qualcuno così squilibrato da essere disposto a vivere in una casa con tre donne; ignorando però quanto sarebbe durata l’infermità mentale del futuro marito, la promessa sposa ha dovuto stringere al massimo i tempi dei preparativi nuziali (non si sa mai, un improvviso rinsavimento…). Ecco perché, in materia di matrimonio veloce e low cost, si considera un’autorità competente.
Ora, c’è da dire che sul tema ci sono già un sacco di siti Internet interessanti e pieni di belle idee (alcune un po’ estreme, per i miei gusti: eviterei l’esempio della coppia inglese che si è sposata in tenuta adamitica per risparmiare sugli abiti). Insomma, pare proprio che organizzare un matrimonio presto e bene sia alla portata di tutti, anche quando non si può spendere una fortuna o si è smarrito il telefono di Enzo Miccio. Eppure non è raro sentire da molte coppie di fidanzati: “Sì, ci sposeremmo anche domani, ma i soldi…” oppure: “Sì, finalmente abbiamo fissato” … e poi ti sparano una data da film di fantascienza tipo il millennio successivo “perché così abbiamo tempo di fare bene i preparativi…” Mah. A me ci sono voluti poco più di due mesi, e non sono una che brilla per capacità organizzative.
Personalmente, posso dire di aver contenuto i costi soprattutto grazie agli amici. Ne hai qualcuno che è appassionato o si intende di fotografia? Se non pretendi Oliviero Toscani e l’amico è disponibile a farti il servizio fotografico, lui si sarà risolto il problema del regalo, e tu quello del fotografo. Idem dicasi per il filmino. Stesso discorso (ma qui, me ne rendo conto, è più raro avere amici fra gli esperti del settore) per le bomboniere. Mi ha aiutato una santa ragazza (sempre sia lodata) che in passato gestiva una confetteria, dandomi un bel po’ di dritte sui costi dei materiali e su come farsi i sacchettini artigianalmente, a casa. Poi ci ha messo anche la sua manodopera, che è stata fondamentale (in una sera aveva fatto il triplo di sacchetti rispetto a me, che annodavo nastrini e tulle con la grazia di Edward Mani di forbice). Comunque a far lievitare i costi di un matrimonio sono soprattutto due cose: una è il rinfresco. L’altra, specialmente per la sposa, è l’abito.
Per quanto riguarda la prima cosa posso confermare l’esperienza di molte coppie di amici, che chiedendo preventivi in giro per ristoranti e trattorie si lasciavano sfuggire incautamente la parola “matrimonio”. E’ un termine da evitare assolutamente perché, per qualche motivo che sfugge alla mia comprensione, fa lievitare il costo delle materie prime almeno del 20%. Piuttosto consiglierei di fare proprio il motto evangelico “astuti come serpi e semplici come colombe”, chiedendo candidamente al ristoratore: “Scusi, Lei cosa ci darebbe per questa cifra?” (quella che si può sborsare) ed eventualmente, una volta concordato prezzo e pietanze, far presente che si festeggia un matrimonio. Perché, diciamo la verità, non mi vengano a raccontare che è una questione di immagine del locale, della serie: “se è per un matrimonio dobbiamo saperlo prima, bisogna fare le cose in un certo modo…” Ma perché, scusi, a tutti gli altri clienti che non vengono per un matrimonio sputate per caso nel piatto?
Infine, il vestito. Capisco benissimo che comprare il proprio abito da sposa su Internet, pagandolo in anticipo e senza la possibilità di vederselo prima indosso, può giustamente sembrare una follia. Ma se questa follia la paghi un decimo (tasse doganali incluse) di quello che pagheresti nel più economico degli atelier da sposa, direi che vale la pena di correre il rischio. A me è andata bene, il vestito è arrivato dopo un mese dall’ordine ed era perfetto. Perciò, coppie di eterni fidanzati, rompete gli indugi: anche se un po’ di corsa e con scarpe comprate all’outlet, il grande passo si può ugualmente fare.
*****
Il libro che non ti aspetti di scrivere
Una volta ho letto che uno scrittore è una persona che scrive perché ha qualcosa da dire, altrimenti è solo un tizio che scrive per dire qualcosa. Dev’essere per questo motivo che ho campato tranquillamente fino a 31 anni senza mai avvertire il bisogno sfrenato di darmi alla letteratura; essendo fra l’altro ligure, il risparmiare carta e inchiostro nella coscienza di non avere alcuna storia da raccontare mi è sempre sembrata una scelta quanto mai ovvia (si sa che noi liguri diamo un certo valore alla parola “risparmio”). Poi, per la disgrazia di chi mi vive accanto, quella storia (vera) da raccontare è arrivata. L’ho intitolata La buona battaglia, nella speranza che San Paolo non mi chieda mai i diritti d’autore sul titolo. E di tutto quello che dirò da adesso fino alla fine del post con l’unico scopo di farmi pubblicità e di spingervi a comprare il mio libro, posso assicuravi che almeno una cosa è vera: è stato impossibile non scriverlo.
Mi rendo perfettamente conto che, come ha detto Costanza a proposito di “Sposati e sii sottomessa”, non aver dato alla luce questo libro forse non sarebbe stata una perdita per l’umanità. Ma probabilmente lo sarebbe stata per due sue rappresentanti che rispondono al nome di Anna e Rachele, le figlie del protagonista maschile (e dell’autrice della storia, vabbè, dai diciamolo: alla fine ho ceduto alla tentazione del romanzo autobiografico). Perché Anna e Rachele, senza “La buona battaglia”, forse non avrebbero mai saputo davvero chi era il loro papà; quali erano i suoi gusti, le sue passioni, i suoi difetti, perché diceva sempre che tutti gli ingegneri sono degli emeriti imbecilli pur essendo anche lui uno di loro; e soprattutto come avesse potuto, a 33 anni, morire di tumore senza maledire Dio, la vita o il destino infausto, ma riuscendo sempre, e nonostante tutto, a guardare oltre: a quella Speranza che non delude – quella di cui tutti, credenti e non credenti, abbiamo bisogno – non sottraendosi a quella “buona battaglia” della fede che dà sale alla vita, anche quando questa sembra farsi matrigna.
Bè, perdonatemi se questo post è stato più che altro un messaggio promozionale per il libro sconosciuto di un’esordiente sconosciuta pubblicata da una casa editrice semi-sconosciuta (Edizioni Chirico, di Napoli). Ma, vedendo quanto ho amato scrivere questa storia, mi è venuto da chiedermi se, per caso, qualcuno prima o poi non avrebbe amato leggerla. Magari mi sono sbagliata. O magari no.


