catechesi di don Luca Civardi
Ritiro Monastero WIFI – Milano, 22 novembre 2025
Introduzione
«Sparire perché Cristo rimanga». Queste parole di Leone XIV sono un vero e proprio ritornello che viene continuamente ripetuto nei discorsi e nelle omelie, negli incontri e nelle indicazioni. Credo che queste parole possano essere una vera e propria bussola per il tempo di Avvento che stiamo vivendo. Mentre appare la grazia di Dio (cfr. Tt 2,11), mentre la sua gloria riempie la terra, chi crede è invitato a scomparire per non offuscare quella luce che indica la strada, che riempie i cuori, che li trasfigura.
Prima riflessione:
Appare la Grazia, scompare il mondo perché non ci basta.
L’annuncio che è affidato alle labbra dei credenti è semplice: nel Natale di Gesù giunge ciò che non abbiamo mai osato sperare. A bene guardare ciò che succede intorno a noi, invece, sembra che del Natale il mondo sia più che esperto: emozioni, sentimenti, auspici, buone intenzioni, solidarietà, pace. In tutte queste cose c’è del bene, ma non il Bene. Gli ideali, per quanto scintillanti, si mostrano fragilissimi, facilmente manipolabili.
Pensate quanto sia evidente nella distorsione del concetto di solidarietà. Oggi racchiude in sé una quantità considerevole di significati. Tutti questi significati esprimono la necessità di stringere legami tra gli uomini per superare ciò che quasi naturalmente li divide, li oppone, li avversa l’uno all’altro. Che cosa c’è di cristiano in tutto questo? Che cosa c’è di vero? Bisogna avere il coraggio di far coincidere queste due domande. La solidarietà è un frutto dell’apparizione della Grazia: senza la sua radice, si smarrisce in se stessa, perdendo quella forza che riesce a salvare gli uomini, non solo a curarli. La solidarietà di Dio è quel legame che collega il Cielo alla Terra nella carne del Signore Gesù. Senza questa solidarietà cristianamente intesa a che cosa ci serve stringere legami tra gli uomini? Senza la radice teologale della nostra carità, del nostro amore divino, non c’è nessuna possibilità di fare nuove tutte le cose, anche quelle della società.
Ci fermiamo anche sulla pace. Nella notte di Natale, mentre il mondo vive la pax romana, giunge una nuova pace, che viene da Dio e che in Lui genera una nuova giustizia. Il mondo è esperto di pace, ma continua a generare guerre, inimicizie, differenze. Tutto, però, nella logica della convivenza pacifica. Ci siamo lasciati affascinare e tentare da questa pratica: quanti cristiani si sono convinti a costruire con quella tolleranza che in realtà è indifferenza, mancanza di verità. La pace che Dio dona al mondo nella notte di Betlemme non nasce dagli accordi tra quelli che sono coinvolti, ma dalla univoca donazione che Dio fa di sé, non per sé, ma per noi.
Questi due esempi di ampio respiro, non ci impediscono di guardare a noi stessi e alla nostra quotidianità. Quante volte vogliamo ottenere frutti desiderabili, abbandonando la cura della radice e del suo legame con ogni aspetto della nostra vita.
Cerchiamo con difficoltà di mantenere i legami all’interno della nostra famiglia: i figli, gli amici, ma anche il nostro stesso cuore, ci sfidano a abbassare le pretese, a smorzare la radicalità della fede per trovare punti di incontro, per accogliere tutti, per costruire ponti. Non c’è niente di sbagliato in tutto questo, se non il fatto che facciamo tutto come se fosse opera nostra, senza nessun riferimento a colui che si fa vicino, entrando in noi, trasformando il nostro cuore. Senza il legame con Colui che viene, chi resta si distanzia. Ciò che ci avvicina al prossimo è la grazia che appare, mostrandoci un nuovo amore, impensabile, inimmaginabile. Non siamo cristiani per amare al nostro meglio, ma per amare di quello stesso amore con cui il Signore Gesù si è legato a noi.
Un buon esercizio è attendere nella preghiera ciò che ci cambia, non come una richiesta, ma come un dono di cui non consociamonulla, ma a cui affidiamo ogni nostra speranza. Non conosciamo Dio se non perché Egli, come un dono si fa vedere, facendo nuovo il nostro cuore e il mondo.
Non possiamo capire e vivere il Natale se lo consociamo già con gli occhi del mondo. Quando Gesù nasce nella notte di Betlemme, noi conosciamo qualcosa di inaspettato che cambia tutto ciò che viviamo.
Seconda riflessione:
Appare la Grazia, scompare il male perché è morte e non vita.
La grazia che appare sul volto di Gesù è vita. Senza di lui, tutto assume il colore della morte perché essa è la parola più forte sulla vita dell’uomo. Mentre ci fermiamo a guardare il volto del Bambino del Natale noi, invece, riceviamo parole di vita. In Lui ci viene data una vita che non si spegne, non si consuma, non finisce.
Il peggior modo di vivere il Natale di Gesù è dare credito alla vita dell’uomo, come se non ci fosse niente di più, come se niente potesse compierla, senza farla finire. Nel Natale cristiano Dio prende la nostra carne per darci la sua vita. È uno scambio ammirabile, anche se impari. Riceviamo ciò che non avremmo mai potuto sperare, offrendo in cambio ciò che ci uccide. Queste parole, per quanto dure, sono una sfida che ogni giorno si riaccende: la morte sta diventando la sola parola che interpreta la vita dell’uomo e in noi nasce, cresce e si moltiplica la certezza che essa sia la sola risposta credibile per risolvere l’enigma dell’uomo e del suo senso. Ce ne siamo resi conto negli ultimi giorni, nel modo orribile con cui la scelta del suicidio è stata presentata come orizzonte di speranza, di libertà, di bene. È possibile celebrare il Natale dando credito alle parole della morte?
No! Cristo appare perché il male scompaia, perché la morte sia sconfitta, perché ciò che dà senso alla vita sia Dio e non ciò che la conclude. Il nostro cuore attende la nascita di Gesù per vivere della sua stessa vita, non per accettare la morte.
Mentre i nostri occhi cercano il volto di Dio, la nostra fede viene arricchita della vita divina che noi riceviamo e sperimentiamo nei sacramenti. Non ci basta capire le cose, razionalizzandole: abbiamo bisogno di lasciare che Dio entri in noi, portandoci quella stessa vita di cui vive in se stesso, nel mistero della Trinità.
La vita di Dio è il più grande dono del Natale: nella carne umana entra la Grazia! Non basta imitare Gesù, è necessario farlo vivere in noi!
Nella vita spirituale i cristiani ricevono la grazia dei sacramenti per far crescere il principio vitale della grazia, per fare diventare Cristo sempre di più la ragione ultima di tutto.
Conclusione
Cristo è tutto per noi! (S.Ambrogio)
Egli appare perché in noi ci sia qualcosa di nuovo: Dio è la sola novità che l’uomo non potrà mai fabbricare da solo! Per questo motivo noi lo attendiamo con il cuore aperto, pronto alla conversione!

https://www.aldomariavalli.it/2025/11/28/ridere-per-non-piangere-sulla-precisazione-di-tucho/
È un ot.qualcuno mi dica che non è vero.che è una bufala o satira. Altrimenti possiamo chiudere la baracca e diventare pastafariani che nn cambia nulla della ns. Vita.