Riprendono a Roma gli incontri del primo lunedì del mese (in realtà questo è il secondo, ma il primo lunedì era l’Epifania). Ci vediamo alle 21 al Battistero di san Giovanni in Laterano avremo con noi Fra’ Andrea Palmentura per una catechesi su “Dio a parole tue”. Informazione fondamentale, si può parcheggiare nel parcheggio della Lateranense (parola d’ordine per la gendarmeria “Monastero Wi-Fi)!
Ovviamente l’incontro è apertissimo a tutti.
Qui sotto la trascrizione dell’ultima catechesi di dicembre di padre Marco Pavan.
Catechesi padre Marco Pavan “Crea in me o Dio un cuore puro”
1 Dicembre 2025 – Battistero di San Giovannni in Laterano – Monastero Wi-Fi
Questa sera ci troviamo a riflettere insieme, avete visto il titolo di questi incontri, forse è una parola che suona un po’ strana, no? La coltura del cuore, come si coltiva il cuore. La ragione di questo tema è duplice. Da una parte siamo nel tempo di avvento e in questo tempo qua risuona e risuonerà in maniera piuttosto insistente l’invito a prepararsi, ad accogliere il Signore che viene. Soprattutto, direi, a vivere con una consapevolezza: con la consapevolezza che il cristiano è colui che trascorre nello spazio, nel tempo, attendendo qualcuno che viene, che è oltre e dentro, per così dire, la nostra condizione. E il luogo dove prepararsi è chiaramente il cuore, prima di tutto.
Ma questo tema è venuto fuori, mi è così scaturito, riflettendo su quello che è stato l’incontro di ottobre, che si intitolava “I fondamenti della vita spirituale”. Chi di voi c’era si ricorderà che era un incontro, come dire, di ri-inizio di un percorso, riniziare da capo a porre le fondamenta, a ricordarci che cos’è la vita spirituale, che cosa vuol dire vivere spiritualmente, come si fa, eccetera eccetera.
E in realtà è proprio da qui che mi è scaturita questa scelta. Noi questa sera rifletteremo in maniera molto molto particolare su “il cuore”, appunto, perché il cuore è il luogo della vita interiore. E questa affermazione qua, che adesso lo vedremo, è molto radicata nella Bibbia, non è per niente scontata (che il cuore sia il luogo della vita interiore e spirituale). Perché, ancora una volta, partiamo dalla nostra cultura, il cuore nella nostra cultura non è il luogo della vita spirituale, è il luogo degli affetti, è il luogo delle emozioni, è il luogo dei sentimenti, è il luogo delle pulsioni irrazionali, è il luogo degli attaccamenti irrazionali.
Diciamo, voi ricordate che un po’ di anni fa era stato pubblicato un libro che è un manifesto di questa concezione del cuore, no? “Va dove ti porta al cuore”.
Sono quasi sicuro che l’avete letto tutti. Esatto. Io non sono riuscito a finirlo, vi confesso. mea culpa. Però, qualsiasi cosa si pensi di questo libro, questo libro è un manifesto di questa concezione, no? Qualsiasi cosa tu faccia, alla fine, affidati al cuore, perché è il luogo delle intuizioni e delle pulsioni, diciamo così, che non si comandano, come si suol dire.
Fa un po’ contrasto, no? Pensare a questa concezione che noi abbiamo quando poi andiamo a leggere la Bibbia, che non è solamente la parola di Dio, ma è anche un libro di libri, un libro fatto di libri, che contiene anche una sapienza profonda, dire in molte parole, in molti modi, che il cuore in realtà non è il luogo degli affetti e delle emozioni. Il cuore è il luogo dell’intelligenza e della volontà. È il luogo dove avviene la vita interiore. Quindi la vita interiore, vivere interiormente, è far vivere il cuore. Per questo si parla di coltivare il cuore.
La vita interiore e la coltura del cuore sono fondamentalmente sinonimi. Se vuoi vivere interiormente devi imparare il cuore, devi imparare le sue leggi, devi imparare le sue manifestazioni, devi imparare anche come disciplinarlo e come coltivarlo. Ho usato apposta questa parola “disciplinare”, anche se suona male, perché il cuore è il luogo della spontaneità, però il cuore va in un certo senso educato.
Quindi vi parlerò, non molto a lungo eh, di una cosa molto essenziale. Poi la volta scorsa Costanza mi aveva consigliato di fare molti esempi pratici, io spero di riuscire a farli, non garantisco.
Parlerò fondamentalmente di due cose, perché non si può parlare di tutto del cuore. La prima è la più fondamentale, secondo me, anche per familiarizzarci noi, è come parla la scrittura, la parola di Dio del cuore. Quindi fondamentalmente guarderemo un brano biblico che è molto bello e che però è molto profondo e che potrebbe anche essere un oggetto di meditazione in questo tempo d’avvento.
E poi, seconda parte, diciamo così, vorrei parlare di quelli che sono i modi di coltivare il cuore, ma anche quelli che sono i pericoli e le tentazioni. Perché, lo vedremo subito leggendo la scrittura, il cuore è il luogo della vita interiore, ma la vita interiore che si svolge nel cuore è fondamentalmente una lotta. È una cosa che forse abbiamo detto anche ad ottobre, la vita spirituale, la vita interiore, non è esattamente quella che talvolta noi sentiamo proposta da certe vie, da certe personalità carismatiche, diciamo così.
La vita spirituale è qualcosa di molto terra terra, sembra un controsenso. E molto legata alla lotta. Vivere spiritualmente vuol dire lottare.
Quindi quali sono i modi di nutrire il cuore e quali sono le lotte che bisogna sostenere? E qui proverò a fare degli esempi pratici, non so come verranno.
Allora, che cos’è il cuore? Partiamo da questa affermazione molto basilare, molto semplice.
Che cos’è il cuore? Perché la Bibbia insiste così tanto a parlare del cuore? Se voi leggete la scrittura, il cuore fa milioni di cose. Ha le orecchie. Sente. Il cuore ha gli occhi. Vede. Il cuore gioisce. Il cuore si scoraggia.
Il cuore è il luogo dove l’uomo parla con se stesso. Nella Bibbia, specialmente nell’Antico Testamento, nell’ebraico, non esiste un verbo per dire pensare. Immaginate che stranezza. Esiste una parola che più o meno assomiglia alla parola pensieri, ma quando qualcuno pensa nella Bibbia si dice che parla col suo cuore, questo è il modo di dire.
Allora il tizio disse nel suo cuore, forse farò così e cos’ha.
Quindi è un luogo, il cuore, dove appunto è un personaggio, un soggetto che ha occhi e orecchie, è dove l’uomo parla con se stesso, gioisce, si abbatte, e soprattutto il cuore noi lo vediamo molte volte nel senso del prestare attenzione. Porre il cuore in qualcosa significa prestare attenzione. Se proviamo a sintetizzare quello che è il cuore nella Bibbia, noi dovremmo dire due cose. Primo, che è il centro della persona, il centro vivo della persona.
Nella visione della Bibbia, stranamente, rispetto anche qui alla nostra cultura, la parte più importante dell’uomo non è questa, la testa, il cervello, così misterioso.
La parte più importante, ancora più misteriosa, è il cuore, è il centro della persona. Lì dove la persona si rapporta con gli altri, con sé stesso e con Dio, perché Dio fondamentalmente vede e parla nel cuore. Quindi è una specie di nodo dentro il quale sono annodate tutte le dimensioni della persona.
Però il cuore è anche un’altra cosa. Il cuore è un organo, qualcuno l’ha definito così, un organo simbolico. Cosa vuol dire un organo simbolico?
Per noi il cuore è un organo, è una parte del corpo umano. È questa parte qua che si ammala, fa una funzione. Noi oramai abbiamo foto del cuore, lo conosciamo a meno a dito, sappiamo come funziona, come intervenire. Il cuore è una parte del corpo, del bios. Nella scrittura il cuore è questo, ma non è solo questo.
Il cuore è un organo nel quale, come in un luogo, abita il centro spirituale della persona. È qualcosa che sta sulla soglia tra la dimensione fisica e la dimensione spirituale della persona. Infatti, se volessimo definirlo, dovremmo proprio definire una soglia, più che qualsiasi altro organo che la Bibbia pure conosce.
Per esempio, la parte istintiva, che noi collocheremo forse nel cuore, nella Bibbia invece sono i reni. Chissà perché sono i reni, la forza vitale, la forza generatrice sono i reni. E stranamente nella Bibbia il cervello e la testa non ha tutta questa importanza, quella che gli diamo noi, perché appunto il cuore è visto come l’organo concreto, fisico, che però è una soglia. In quel posto lì abita il centro della persona.
Quindi, in un certo senso, questo lo avevano capito bene i padri, vivere spiritualmente vuol dire tornare nel cuore. La conversione, il movimento di ritorno in sé stessi, fondamentalmente è tornare nel cuore. Anzi, i padri usano questa parola che è ancora più forte, cercare il cuore, cercare il luogo del cuore, come se non fosse scontato, vuol dire tornare lì dentro.
Noi tendenzialmente ci allontaniamo dal cuore e il cammino di conversione è tornare dentro, in questo posto qua. C’è un aspetto del cuore. Che adesso riprenderemo parlando delle tentazioni, eccetera, di come si nutre il cuore, che emerge in questo passo della scrittura, che ora vi leggo, che è tratto dal libro del profeta Geremia, capitolo 17, che è una specie di manifesto di questa concezione del cuore. Geremia 17, 5 e 10, ve lo leggo proprio, tanto lo conosciamo, l’abbiamo già sentito mille volte.
“Così dice il Signore: Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, e distoglie il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamerisco nella steppa, non vede che viene il bene, dimora in luoghi aridi nel deserto, terra di sale non abitabile. Benedetto l’uomo che confida nel Signore, e il Signore è sua fiducia. Sarà come un albero trapiantato sull’acqua, verso la corrente estende le radici e non teme se viene l’arsura. Le sue foglie sono verdeggianti e nell’anno della siccità non si preoccupa e non smette di produrre frutti”.
Però il profeta continua.
“Infido è il cuore più di qualsiasi altra cosa, è malato. Chi lo conosce? Io il Signore scruto il cuore e saggio i reni per dare a ciascuno secondo la sua via, secondo il frutto delle sue opere”.
Questo brano qualcuno lo definisce un po’ pessimista. La visione che ha Geremia è un po’ bianconero, è un po’ pessimista, il cuore è visto come ferito, malato, infido, dice il profeta, e il cuore, più di qualsiasi altra cosa, è malato. La parola che il profeta usa qui è scivoloso, il cuore è scivoloso e ferito, più di qualsiasi altra cosa.
Chi lo conosce? Il centro spirituale della persona, quello da cui parte il nodo, da cui parte tutto il modo in cui la persona sta in relazione con sé stesso, con gli altri e con Dio, è ferito, è malato, è scivoloso. Scivoloso: l’immagine qui è proprio quella di un pavimento appena bagnato. Tu ci cammini pensando di stare in piedi e a un certo punto cadi! Quindi scivoloso vuol dire che ha delle reazioni che non puoi prevedere e che ti scalzano. Ecco, il cuore, nella visione molto realistica, nella sapienza della scrittura, è malato. Quindi, paradossalmente, nel centro, là dove si compie la vita spirituale dell’uomo, c’è un ostacolo, c’è una ferita che il profeta non specifica, dice solo “scivoloso e ferito”. Quello che dice dopo può anche forse darci un po’ di fiducia: “io il Signore scruto il cuore e saggio i reni”. Quindi nessuno può capire il cuore umano, l’unico che lo può capire è chi lo ha creato, cioè Dio stesso.
Però di questo cuore il Signore fa due azioni che non sono molto simpatiche: “scruto e saggio”. Scrutare e saggiare.
Saggiare il cuore significa fare come si fa con i metalli: prendere un crogiolo, mettere una lega mista di metalli, scaldarlo col fuoco ad alta temperatura, in modo che i metalli si separano, quello più prezioso e quello più vile, e quindi si può tenere quello prezioso e buttare via quello vile.
Però l’operazione di scaldare il cuore con la fiamma ossidrica, diremmo noi oggi, non è un’operazione piacevole. Il Signore di questo cuore malato non dice immediatamente chi lo cura, ma chi lo saggia, lo prova con il fuoco.
Quindi nel cuore dell’uomo c’è un mistero, al centro della sua condizione c’è un mistero. Questo mistero è esattamente quello che il profeta chiama ferita, scivolosità, incostanza. Se leggete poi, se avete occasione di leggere questo brano, vedete che tutte le parole di Geremia sono, come dire, collocate dentro questa contrapposizione essere fedele- essere infedele.
A chi sei fedele? Il cuore è capace di essere fedele? No. sembra dire profeta, perché è scivoloso, perché è ferito.
La cosa più difficile per il cuore umano, eppure quella per cui è stato creato, è essere fedele. Essere fedele a Dio che significa poi essere fedeli in tutto, perché dalla fedeltà a Dio discende poi qualsiasi forma di fedeltà, a tutti i livelli.
Quindi, quando noi parliamo del cuore come centro della persona, come luogo della vita spirituale, non dobbiamo mai dimenticarci esattamente questo.
Prendiamo le parole dei padri: andare a cercare il luogo del cuore significa andare a cercare il luogo della ferita. Andare a cercare il luogo dove c’è una ferita che solo Dio può guarire.
E la ferita qual è? Teniamolo ben presente, l’infedeltà, l’incapacità strutturale quasi dell’uomo a essere fedele, cioè a rimanere, ad aderire fino in fondo. Aderire al Signore, quindi poi aderire alle persone che abbiamo scelto e ci hanno scelto per la vita, aderire a quelli che sono i compiti, le chiamate che ci sono dati. È questo mistero qua che sta racchiuso nel cuore.
E, lo ripeto, e passiamo alla seconda parte.
Quello che il Signore, sembra dire, Geremia, fa con il cuore dell’uomo non sono apparentemente azioni delicate. Scrutare e saggiare.
Pensate che nei salmi, tutte le volte che li prego, li leggo, mi riempiono di stupore questi passaggi. Qui il profeta Geremia dice che Dio saggia i cuori, li prova col fuoco, fa tutta questa operazione del crogiolo. Ci sono dei salmi dove il salmista chiede di essere saggiato, dove dice: “Dio provami con il fuoco”. C’è un passaggio molto bello, l’ho anche scritto qua, il salmo 17,3: “Saggia il mio cuore, scrutalo nella notte, provami al fuoco”
Non so se questa è una preghiera che ci viene proprio spontanea, però è straordinariamente bella. C’è una ragione per cui il salmista prega così e adesso noi diciamo. Però dicendo così il salmista in fondo cosa dice “Signore tu sei l’unico che può fare questo, sei l’unico che può vedere fino in fondo e trapassare il mio cuore, ma più di quanto lo veda io stesso, quindi fai questo, nel mio cuore distingui tutto quello che viene da te, e buono e oro da tutto quello che invece e metallo vile. “Saggia il mio cuore, scrutalo nella notte provami al fuoco”. Mamma mia!
Allora avendo presente tutto questo che è un sunto del sunto del sunto di come la Bibbia parla del cuore. Avendo presente tutto questo, la domanda che noi ci poniamo, visto che dobbiamo essere pratici e visto che la vita spirituale è la vita del cuore; ci chiediamo come si fa a nutrire la vita spirituale, cioè a nutrire il cuore?
Quali sono i mezzi? Quali sono i pericoli, le difficoltà, le fatiche?
Queste cose che vi dico sono veramente il percepito del percepito, sono una sedimentazione di tante cose. Il discorso potrebbe essere enormemente più ampio. Anche il discorso sulla Bibbia potrebbe allargarsi molto di più. Pensate che ne so a certo brani del Nuovo testamento.
Una cosa che ero tentato di fare, ma non faremo era quello di guardare a Maria nel capito II di Luca, versetto 51 “che meditava tutte queste cose nel suo cuore” dice Luca no.
La parola che viene utilizzata lì purtroppo nella traduzione italiana è infelice, molto infelice, perché il testo greco dice “Maria metteva insieme i pezzi nel suo cuore”, come se avesse raccolto tante sollecitazioni da tante fonti diverse, gli angeli, i pastori, la stessa persona di Gesù, le parole dell’angelo, tutto questo doveva trovare un modo di metterlo insieme in un quadro coerente. Quindi è rappresentata Maria nel capitolo II, alla fine del capitolo II di Luca, come colei che mette insieme nel cuore tutti i vari pezzettini. Però chi lo sa in futuro, forse parleremo di Maria che mette insieme i pezzi.
Come si fa a nutrire il cuore a coltivare la vita spirituale?
La prima parola che voglio utilizzare è una parola super inflazionata ed è la parola meditazione. Quindi vorrei proporvi una riflessione su quello che significa meditare, che è una delle pratiche che si fanno. Si dice: bisogna meditare. Se voi guardate, non ripeto quello che abbiamo detto ad ottobre, ma non si può non pensare che oggi tutti meditano.
Questa moda è stata lanciata dai VIP, tutti i VIP si fanno fotografare mentre meditano, ti propongono il guru dell’ultimo momento, i cristalli, la cristalloterapia, le piramidi, non so, qualsiasi cosa, un sacco di tecniche di meditazione… E, se ci pensate, provate a riflettere su queste cose, che sono fenomeni di costume, però dicono tantissimo di una mentalità e dicono tantissimo anche a noi in questo senso. Cosa cercano le persone quando meditano?
Cosa vanno cercando?
L’equilibrio, l’equilibrio. Io ho delle persone che mi parlano costantemente di queste cose, delle persone che incontro all’università, anche in un’università cattolica.
Ci sono persone che fanno queste cose e non so per quale ragione mi prendono come… non lo so, me ne parlano in maniera molto approfondita e ascoltandole, ascoltandole, ascoltandole, ho capito che alla fine il punto è sempre quello: andare a girare qualche centinaio di guru e tutti più o meno offrono di meditare per trovare equilibrio, per ricentrarsi, per trovare il centro fondamentale della persona.
Che sia in un modo o in un altro, il punto è quello: meditare uguale equilibrio. Perché?
Perché si percepisce un fondamentale squilibrio. Che lo si imputi alla società moderna dei consumi, che lo si imputi al conflitto tra la testa e il cuore appunto, tra la ragione e il sentimento, cose di questo genere, bisogna trovare equilibrio. Se voi guardate la Bibbia, e dobbiamo guardare la Bibbia, quello che ci colpisce è che non c’è niente di tutto questo. Però la Bibbia conosce la parola meditare, conosce la parola meditazione. E ha un suo modo di proporre qualcosa che una volta un teologo, un po’ di anni fa, aveva chiamato meditare da cristiani.
Che cos’è la meditazione nella Bibbia?
Io la paragonerei a dare da mangiare al cuore, nutrire il cuore.
Il cuore è rappresentato nella scrittura – oltre ai modi che vi ho detto – come qualcosa che mangia. Noi ricordiamo Deuteronomio 8: “l’uomo non vive di solo pane, ma di tutto ciò che esce dalla bocca di Dio”.
Benissimo, con cosa lo mangi quello che esce dalla bocca di Dio? Con il cuore.
Il cuore, dice un brano del Libro di Giobbe, ha un palato. Ha un palato che è capace di distinguere il sapore dei cibi e il cibo che nutre il cuore sono le parole. Quindi si tratta di dare le parole giuste al cuore: questo è meditare. Meditare è nutrire il cuore con le parole giuste che lo nutrono, cioè che lo avvicinano a Dio, mentre bisognerebbe evitare di avere nel cuore quelle parole che lo allontanano da Dio.
Sempre nel libro di Giobbe quell’immagine è molto eloquente, perché dice: “come il palato distingue i cibi, così l’orecchio – lui dice – distingue le parole”. No? L’orecchio, l’orecchio del cuore. Si imparano a distinguere le parole dal loro sapore. Che un cibo faccia schifo, lo capisci se lo assaggi. Se uno fa una torta, la guarda, la analizza, la misura, gli fa lo scanner, la mette dentro una macchina che fa la TAC o qualcosa di questo genere, conosce tante cose della torta, ma l’unica cosa fondamentale non la conosce, perché per conoscerla deve mangiare.
La stessa cosa capita con le parole: noi capiamo la parola buona o cattiva da quello che produce dentro di noi. La parola che ci avvicina a Dio è buona, nutre il cuore; la parola che ci allontana è cattiva, produce morte.
Proviamo a fare un esempio: andiamo agli esempi pratici, famosi.
Cosa significa questo? Allora, nella vita di un monaco tutto questo ha questa idea, è talmente radicata che è diventata un principio vitale. In teoria il monaco dovrebbe stare nel silenzio, dovrebbe leggere i padri e pregare la scrittura, tutte queste cose perché ha capito che nella sua vita deve fare l’economia di parole. Non deve fare il musone, non deve fare il misantropo. Deve fare quello che crea – qualcuno l’ha chiamato così – uno spazio dentro il quale abitano solo delle parole, possibilmente, che donano la vita. Poi questo è molto difficile da realizzare, è molto difficile, perché il cuore è ferito, perché il cuore è incostante, perché anche in monastero il cuore è ferito e incostante. E quindi siamo noi stessi a volte a mettere in giro parole, dette al confratello, la consorella, dette in una situazione, neanche dette, pensate, che stanno dentro di noi, che producono tutto tranne che unità.
Io mi sono sempre chiesto, quando uno vive in mezzo al rumore, quando vive in mezzo all’oceano delle parole, quando vive in mezzo… in una condizione che è costantemente abitata dalle parole.
Un po’ di anni fa mi ricordo che ero andato a trovare mio fratello: mio fratello ha tre anni meno di me, e fa il DJ -quindi abbiamo proprio la stessa vocazione! – Siamo usciti dalla stessa pancia, eppure… Mio fratello fa il DJ e mi ricordo benissimo che nella sua casa, dove abita, dove adesso ha la sua famiglia, c’era costantemente musica di sottofondo. Quando io arrivavo a trovarlo, staccavo questa musica. E lui mi diceva, ah ma guarda un po’, io non posso stare senza questo rumore e a te dà fastidio questa cosa. A me dava fastidio abbastanza, sì. E quindi parlando con lui e ascoltando queste cose mi sono detto, come si fa in mezzo a un continuo rumore a distinguere quali sono le parole che danno la vita da quelle che danno la morte? Quindi come si va a nutrire il cuore quando sei in mezzo al rumore?
Allora, non ho una ricetta, però mi viene in mente questa cosa qua.
La maniera più… ci sono altre due cose che vi voglio dire, quindi sono un po’ a completamento quelle che arriveranno.
La maniera più semplice per – come dire – creare dentro di noi, nel nostro cuore, una cassa di risonanza dove riusciamo a capire e cominciare a distinguere, buttare via le parole cattive e tenere quelle buone, è la cosa più semplice di questo mondo. Voi mi direte qual è? È imparare ad ascoltare. Mi spiego. Quando tu sei in mezzo al rumore, il rumore costante e le parole costanti ti disabituano ad ascoltare, proprio hanno un effetto repressivo del nervo acustico del cuore. Di fatto sono talmente costanti e continue che non abbiamo il tempo di elaborarle, non abbiamo il tempo di capire quello che producono dentro di noi. Sono talmente tante, tutte insieme che a un certo punto è come se ci abbuffassero il cuore, mettiamola così… E quando arriviamo ad un momento di saturazione completa bisogna andare dallo psicologo, perché molto spesso questo è il percorso che capita di fare, non dico tutti, però, lo dico per esperienza, avendo ascoltato un po’ di gente, talvolta capita così, si va a fare questo perché non si tira più il filo delle cose. E imparare probabilmente nella nostra vita a partire dalle cose più piccole, perché la vita spirituale cresce così, facendo piccole decisioni su cui però rimaniamo e che poco alla volta col tempo si allargano.
E quando arriviamo ad un momento di saturazione completa bisogna andare dello psicologo, perché molto spesso questo è il percorso che capita di fare, non dico a tutti, però, lo dico per esperienza, avendo ascoltato un po’ di gente, talvolta capita così, si va a fare questo perché non si tira più il filo delle cose. E imparare probabilmente nella nostra vita a partire dalle cose più piccole, perché la vita spirituale cresce così, facendo piccole decisioni su cui però rimaniamo e che poco alla volta col tempo si allargano. Se io domani, dopo questa catechesi, vado a casa stasera e dico tra me, dico alla moglie, al marito, ecco, da domani un’ora di ascolto tutti i giorni a bomba, oppure da domani mezza giornata di eremo e non mi toglie nessuno, il 90% non porta a niente, perché non è così che avviene il percorso. Siamo tentati di farlo, no, lo fanno tutti, l’ho fatto io.
In realtà, mi hanno insegnato, bisogna partire dal piccolo. Quindi provare, per esempio, anche senza ritagliarsi degli spazi necessariamente dove tu butti fuori tutti, cani, gatti, mariti, mogli, figli, boom, chiudi e stai lì, imparare ad ascoltare, imparare a fare caso a quello che una persona ti dice, imparare a capire cosa ti provoca dentro, che traccia ti lascia, te la lascia? Anche quando ci mettiamo in preghiera, imparare ad ascoltare nella preghiera, questo è più difficile. È più difficile perché apparentemente avendo davanti una persona come noi, quando parliamo, se non risponde è un cafone, quindi glielo posso anche dire, come dire a un interlocutore a mio livello.
Se io mi pongo davanti a Dio, per quanto ne diciamo, ascoltare sembra difficile. Dove dirigo il mio ascolto? Da quale parte mi parla il Signore? Eppure, anche in preghiera, poco alla volta, anche partendo da questo che vi ho detto, che chiamerei una specie di piccolo disorientamento, poco alla volta dicendo, va bene, io non so come il Signore vuole parlarmi, però so che il Signore vuole parlarmi, però se mi parla, e io non ascolto, mi parlo addosso.
Provo ad ascoltare quello che posso, poco alla volta.
Questo esercizio quotidiano di ascolto, che non necessariamente, perché anche qui c’è sempre questo problema, che riscontro sempre anche nelle confessioni. Padre, io sì, mamma mia, vorrei tanto trovare, sento la nostalgia del deserto, del silenzio, così, ma come faccio nella vita? Di solito la cosa è, va bene, ritagliati uno spazio la mattina, la sera, quando è più probabile che tu riesci a pregare, e provi a vedere, torni dopo un mese, com’è andata?
Male! Alla sera sono troppo stanco o stanca e mi addormento, alla mattina devo fare mille cose e non ho tempo, sono pressato, sento che non ho spazio. E questo è un problema universale, è un problema anche in monastero eh, bisogna dire la verità talvolta, che sono talmente tante le cose che tendiamo a zippare, perché abbiamo la paura del vuoto, che anche in monastero devi continuamente correre, e a volte ti trovi che corri e dici “ma non dovrei correre”. Ecco, senza dover per forza cercare questo, nei momenti in cui noi già preghiamo, quando andiamo a Messa, nelle situazioni in cui ci troviamo, proviamo ad ascoltare, perché ascoltare educa il palato del nostro cuore, perché necessariamente quando ascolti sei costretto a fare caso alle tue reazioni e a vedere che cosa produce una parola.
Io uso il termine parola nel senso più profondo, le parole che le persone mi dicono, ma anche il modo di muoversi, i gesti che parlano, anche le parole silenziose, tutto quello che arriva dentro di me, come qualcosa che mi interpella. Quindi, se vogliamo calarla nel pratico, sapendo quali sono le difficoltà quando si vive in mezzo all’oceano di parole, a fare silenzio, soprattutto perché alla lunga, inevitabilmente, questo crea un’abitudine dentro di noi a non avere il silenzio, come diceva mio fratello, se non ce l’ho quasi mi sento vuoto.
Questa potrebbe essere una tecnica, un modo per meditare.
Ripeto, meditare è capire, nutrire il nostro cuore con parole buone.
Per nutrire il nostro cuore con le parole buone bisogna educarlo ad ascoltare. Bisogna dargli da mangiare tanti cibi e dirgli, guarda questo com’è? Fa schifo, non lo mangiamo più. Questo com’è? Buono, mangiamolo ancora. Quindi, ci sono tanti modi, c’è la preghiera, c’è la lettura spirituale, però può esserci anche questa modalità di ascolto più nel tessuto della nostra vita quotidiana.
Il secondo elemento è l’immagine della ferita. Immagine della ferita. Allora, immagine della ferita e del saggiare. Il nostro cuore è ferito. Il nostro cuore è incostante, fa un po’ fatica ad essere fedele, è scivoloso. Questo dice il profeta. Noi assumiamo che le parole del profeta e del salmista sono parole di Dio, quindi, insomma … Però sono anche parole piene di una profonda saggezza, conoscenza dell’uomo. Ora, come si fa? Non dico a guarire, non dico a guarire, dico a riconoscere, a vedere questa ferita, perché la ferita che non è vista non può guarire. Perché una ferita interiore debba, possa essere guarita, prima la dobbiamo riconoscere, gli dobbiamo dare un nome. Questo lo sapete, sono sicuro, perché questo è anche un principio su cui si basa quando vai dallo psicologo. Dare nome a quello che tu vivi e dare nome alla tua condizione, al tuo dolore, alla tua sofferenza, alla tua ferita, in qualche misura è terapeutico. Però noi stiamo parlando di un livello che include quello, ma è un po’ più profondo.
La ferita di cui parla Geremia non è solo un evento della nostra vita, della nostra infanzia o di qualsiasi parte del nostro percorso, che ci ha segnato il male e il dolore, perché Geremia la mette su un piano più tosto, no?
L’incapacità di essere fedeli. Come si fa a vedere questa ferita e dargli un nome?
Allora, c’è una tecnica che il Signore usa, una pedagogia che si chiama “mettere alla prova”. Mettere alla prova. Saggiare vuol dire mettere alla prova. C’è un capitolo nella scrittura, il capitolo ottavo del Deuteronomio, che se volete vi leggete, che è l’esempio, forse l’espressione più a tutto tondo, nella Bibbia, di che cosa significa “Dio mette alla prova”. Anche qui fate attenzione al linguaggio, perché immagino che subito “zum” dice, oh, cosa sta dicendo questo? Fate attenzione al linguaggio.
C’è stata una discussione, c’è tuttora, infinita, penosa, posso dirlo, sulla traduzione del Padre Nostro. “Non ci indurre in tentazione”, “non ci portare in tentazione”, “non ci abbandonare”, cosa deve fare questo Signore? Cioè, che deve fare davanti alla tentazione? Indurre, non indurre, portare, non abbandonare, e quindi discussioni dotte, dotte, dotte, no? Il problema, uno dei problemi, deriva dal fatto che, nella lingua greca, la lingua in cui sono stati scritti i Vangeli, la parola tentazione e la parola prova si dicono con la stessa parola: “Peirasmos”, vuol dire sia prova che tentazione. Però sono due cose diverse, molto diverse. Tentare significa indurre al peccato. Il tentatore è quello che ti induce a peccare. Ti dice “fai così”, ma anche con buone motivazioni; fai così che così funziona, fai in questo modo che tornano le cose, no? E dove lo fa?
Nel cuore. nel cuore ferito, perché colui che rischia sempre di essere ingannato è il cuore, sempre lui. Anche qui si potrebbero citare passi. Dio non tenta, quindi Dio non può indurre il peccato, però Dio mette la prova. Mettere alla prova è un’altra cosa.
Quindi hanno fatto tutta una discussione dicendo: “Eh, ma Giacomo dice che Dio non tenta nessuno”; certo che Dio non tenta nessuno. Però nella scrittura più e più volte si dice che Dio mette alla prova. C’è un esempio per tutti, più clamoroso, andando indietro neanche nel Nuovo Testamento, Genesi 22, il povero Abramo, che aveva avuto ‘sto figlio dopo tutte le traversìe, e ad un bel punto dice: “allora il Signore mette alla prova Abramo”. “Prendi ‘sto figlio, il tuo unico figlio, colui che ami, quindi calcando la mano, e sgozzalo sul monte che ti dico”. Dio mette alla prova il cuore. è il metodo attraverso cui noi impariamo a conoscere il nostro cuore, è la nostra diagnosi.
La prova è il modo attraverso cui il Signore fa la diagnostica del cuore. Perché senza la prova non potremmo conoscere questa ferita, non potremmo riconoscerla e quindi presentarla al Signore perché la guarisca.
Ma che cos’è la prova? Che cos’è la prova? Noi pensiamo alla prova come sofferenza, fatica, dolore, tutte le cose più brutte di questo mondo, no? E certamente sono queste cose qua, quell’aspetto della nostra vita a cui noi facciamo fatica a dare un senso, quell’aspetto della nostra vita che va contro quello che è il desiderio più profondo, perché tutti desiderano essere felici in modo pieno, duraturo e intoccabile. Anche nelle forme più paradossali, l’uomo fondamentalmente desidera questo. E non c’è niente di più contrario a questo desiderio, che la sofferenza, il dolore, la fatica e la morte. Quindi, la prova noi la identifichiamo con questo. Però, potremmo aggiungere questo elemento: non vi cito Deuteronomio 8, se lo leggete ve lo guardate voi e vedete.
La prova è uno strumento che Dio usa per fare verità nel cuore. Quando noi soffriamo è il momento della verità. La sofferenza, quale che sia, piccola o grande, non c’è bisogno di pensare a sofferenze grandi, eh? Non c’è bisogno. Anche la più piccola delle sofferenze, nel momento in cui fa verità nel nostro cuore, porta fuori degli aspetti di quella che è questa ferita, che deve essere guarita.
Esempio pratico. Mi vengono due esempi in mente: uno parte dalla mia esperienza e uno parte da quello che sento dire, che le persone mi dicono, perché sono le mie due fonti fondamentali, oltre alla Scrittura, penso, spero, spero, spero.
Quando ero in monastero, soprattutto i primi tempi, la vita del monastero, voi sapete, è molto regolata, dovrebbe esserlo. Quindi è tutto un po’ normato, e quindi apparentemente non c’è spazio per reazioni estreme. Quando capitano sono cose rare, e fanno sempre un po’ scandalo: una persona che dà di matto, uno che urla, uno che sbatte la porta, uno che in coro si mette a insultare un altro perché canta male, ecco. Sono tutti esempi veri, tra l’altro, non sono inventati, non sono inventati. Il cuore ferito, il cuore ferito. Però quello che capita molto più spesso, molto più spesso, è che talvolta delle cose oggettivamente stupide, insignificanti, banali, portano alla luce dentro di noi delle reazioni incredibili, incredibili. Io vedo un confratello che va in coro e mette sul leggio un libro che non è quello che dovrebbe mettere. perché in quel momento dobbiamo fare un’altra preghiera. No, lui mette quel libro per distrazione, perché non lo sa, perché non c’ha voglia, non lo so. Mette quel libro, io noto queste cose, subito sento partire una rabbia incredibile. Per cui, per non andare lì a prendere quel libro e darglielo in testa, mi devo trattenere.
Queste cose fanno riflettere. È una stonatura quel gesto lì, la persona stava sbagliando, poteva dire, no, guarda, non è quello, prendi un altro. e invece quello che parte dentro ti rendi conto che da una piccola cosa tira fuori un mondo intero. Ecco, mi ricordo che di fronte a un’esperienza del genere mi è stato detto qualcosa del genere, queste cose qua sono delle forme di prova. Insignificante, mettere prima il cucchiaio o la forchetta a tavola, che ne so. Come pulisce i corridoi, che ne so, la vita monastica e la vita familiare si assomigliano molto in questo. Sì, sì, lo so, lo so, si assomigliano tantissimo.
Ecco, però cose obiettivamente stupide che potremmo risolvere in cinque minuti, di maniera puramente pragmatica, diventano dei casi atomici. Perché? È la logica della prova.
Una piccola contrarietà. Che in qualche modo sembra mortificare una parte di te, perché è sempre quello, ma è quello, però sì, d’accordo, però oggettivamente è così. Sì, sono d’accordo, vabbè, però è così, devi dire che è così, io ho ragione comunque. Ecco, questo porta alla luce dentro di noi, dentro di noi qualcosa di più profondo. Sono dei momenti in cui viene fatta verità, sono dei momenti in cui emerge la verità del cuore. Posso fare un altro esempio?
Magari facciamo un esempio più grande, insomma, meno apparentemente di vita quotidiana.
Quando una persona affronta una malattia, che questa è la prova per eccellenza per noi, no? Se voi ascoltate, e lo fate, le persone, oppure ascoltate voi stessi quando fate questa esperienza, la malattia crea le reazioni più diverse. Non c’è una persona che reagisce allo stesso modo di fronte alla malattia. Se c’è qualcosa che viene fuori nella diversità, noi a volte abbiamo questa impressione, e noi intendo noi i preti, che tutte le volte che vai di fronte a un malato c’è l’idea standard del malato che sta lì, sta male, non capisce niente, quindi tu non sai cosa dire. Ma in realtà ci sono le reazioni più diverse. più diverse. Quello che a me è sempre colpito è esattamente questo, che vanno dall’abbandono alla fede più completa alla ribellione, se vogliamo, al disorientamento. Però se voi ci fate caso, in tutti i casi, inevitabilmente, indiscutibilmente tutte le volte, la prova, la sofferenza del corpo porta fuori la verità del cuore. Qual è il segno più grande di questo? È che molto spesso quando noi soffriamo o quando qualcuno vicino a noi soffre, quasi quasi è più importante, certo che bisogna guarire, pregare per la guarigione, curarsi con i mezzi che abbiamo, che il Signore ci dà, ma quasi quasi è più importante sentire qualcuno vicino di tutto il resto.
Soffrire e non avere nessuno vicino, non avere qualcuno che ti tocchi il cuore. Non avere la sensazione di essere comunque in contatto con qualcuno è la sensazione peggiore che esiste, credo. È la sensazione peggiore che esiste, a mia esperienza. Questo fa capire che appunto la prova, la sofferenza più grande, quella del corpo, va a toccare delle corde più profonde, va a toccare il nostro cuore.
È un momento in cui fa verità. E qual è la verità che emerge nel nostro cuore? Che senza questo contatto con qualcuno che ci ama, ci vuole bene, ci sta vicino e con Dio non riusciamo a stare nei nostri cenci, non ce la facciamo. Anche facendo fatica a dare senso, perché è faticosissimo dare senso alla sofferenza, anche facendo fatica però perlomeno abbiamo questa consolazione. La scrittura ha un modo, un’immagine molto grande per parlare della consolazione, che è parlare al cuore. C’è in Genesi 34, il primo esempio che mi viene in mente, un personaggio che prende una donna, che era stata fatta oggetto di violenza, la prende, la prende con sé e le parla al cuore. Parlare al cuore vuol dire consolare. E’ lo stesso gesto che fa Dio con Israele in Osea 2, no?
Le parlerò al cuore. Ecco, la prova, in tutte le sue forme, fa parte della disciplina del cuore, fa parte della vita spirituale. Non è un accidente, non è qualcosa che capita e, mamma mia, noi non lo scegliamo, certo non è come fare i digiuni, i fioretti o le preghiere, però senza prova non possiamo conoscerci. Manca questo momento di verità. E senza conoscere la nostra ferita, non possiamo neanche farla guarire dal Signore.
Questo è un enorme paradosso. Però, davvero, se leggete il Deuteronomio 8, voi capite che il modo attraverso cui il Signore fa la diagnostica del nostro cuore non è metterci lì da una parte e dirci tu sei così e così e così, ma è metterci alla prova. Il Deuteronomio dice così: “ti ho fatto passare nel deserto, luogo di scorpioni, di bestie velenose, cose di questo genere, per farti vedere quello che tu avevi nel cuore; per farti provare la fame e darti un cibo che né te né i tuoi padri avevano mai conosciuto”. Quindi vuol dire che, senza il deserto, non ci sarebbe mai stata la manna e quello che la manna rappresenta, cioè la parola di Dio.
Ultimo punto, perché ho già sforato un po’ con i tempi.
Quanto tempo posso avere ancora? Cinque minuti?
Allora, una cosa importante e bella da fare per coltivare il nostro cuore è fare la “manifestazione dei pensieri”. Avete mai sentito questo termine? No!
Questo lo hanno inventato i padri del deserto, sempre loro. E questa manifestazione dei pensieri loro la definivano con un termine che significa mettere in piazza le cose. “Exagoreusis” vuol dire metterle in agorà, metterle in piazza. Che cos’era? Era la prassi attraverso cui un monaco andava da un altro monaco, più esperto, e gli diceva: padre, io nella mia cella ho un pensiero che mi dice di fare così. Oppure: ho un pensiero che mi dice di andare via dalla cella. Oppure: ho un pensiero che mi dice di andare ad Alessandra d’Egitto, (erano in Egitto), andare in quel tal quartiere, che era frequentato da persone libertine, passare una notte lì, insomma, e poi tornare nella mia cella. Oppure, peggio ancora, più sottile, c’è un pensiero che mi dice che io non cambio mai, che i peccati che si manifestano nella mia vita sono sempre quelli, che non cambio mai.
Ecco, il monaco che faceva questo, faceva la manifestazione dei pensieri, la manifestazione del cuore. Quella che noi dovremmo fare nella confessione, (che quindi non è solo l’elenco della spesa, lo sappiamo) oppure di fronte a una persona che per noi è un padre o una madre, comunque un padre spirituale. Manifestare il nostro cuore, aprire il cuore, metterlo in piazza. Perché questo?
E qui concludo proprio con una parola. Per quale ragione?
Non è per l’amore, anche lì qualcuno lo intende in maniera scrupolosa, no? Vado a confessarmi, devo dire tutti, assolutamente con precisione, i peccati; dopo due minuti che esco, oh Dio, non gli ho detto quello, non gli ho detto quell’altro, quindi ti richiamo, ti mando un messaggio, ma è valida comunque la confessione anche se mi non mi hanno detto questo?
Ok, non è un caso così infrequente, purtroppo. Non è quello. La manifestazione dei pensieri è la consapevolezza che il nostro cuore può crescere, diciamo, nella vita spirituale “in relazione con”.
Il cuore è un organo relazionale, fatto per la relazione. Manifestare il cuore vuol dire metterlo in “relazione con”.
Nella prassi del monachesimo, ma nella chiesa di fatto, quell’altro non è solo quell’altro, quell’altro rappresenta il Signore, ovviamente. Quell’altro sta lì non perché vuole ascoltare i fatti degli altri, ma perché in quel modo lì spera che il cuore si avvicini a Dio.
Ma se il cuore non si apre mai, se il cuore non si manifesta mai, se io tengo per me le cose e me le risolvo io (quindi anche questi pensieri di cui vi ho fatto un esempio, potrei fare centinaia di esempi, anche nella nostra vita), io penso che uno dei pensieri più ricorrenti, mi pare di capire da quello che vedo in me e che ascolto, è proprio questo pensiero: “ma tanto le cose non cambiano, tanto sono sempre quello; tanto alla fine voglio dire, vado a confessare sempre gli stessi peccati, non c’è speranza, non posso puntare a cose alte perché dove vado?”, o cose di questo genere. Se questi pensieri non si manifestano mai, sono come le erbacce che proliferano, dicono i padri, no? Il giardino del cuore diventa un po’ una selva, ma soprattutto il cuore non cresce in quella che è la sua qualità fondamentale, “stare in relazione con”. Vedete, tutte le cose che ho detto, la prova, l’ascoltare, il centro della persona, tutte queste cose si riassumono in questo. Il cuore è la verità dell’uomo in “relazione a”. Se non lo apri mai a nessuno, probabilmente è come una stanza che rimane sempre chiusa. E in una stanza che rimane sempre chiusa non ci mettere le piante, che non vivono. Ci sono i ragnetti, ci sono le ragnatele, ovviamente, e altre cose.
Sono stato abbastanza pratico?
