Te deum per tutte le volte che non funziono

di Costanza Miriano

Dio, ti ringrazio per tutte le volte in cui quest’anno che è passato non ho funzionato. Per quando sono stata di cattivo umore, offesa, triste, arrabbiata, inadeguata, malevola. Ti ringrazio perché non è stato un caso, una malaugurata coincidenza o un inciampo. Il problema è che io proprio non funziono bene. Ho un difetto di fabbricazione, qualcosa all’origine, ma ormai, come dice mio marito, mi è scaduta la garanzia, e dovrò vedere di combinare qualcosa lo stesso, con quello che ho. Dovrò cucinare con quello che c’è in frigo, e vedere di tirarne fuori un piatto decente.

Ti ringrazio perché il mio non funzionare mi ricorda cosa vuol dire che tu sei il Salvatore. Vuol dire che tu non sei una ciliegina sulla mia torta, ma sei proprio la torta, colui che ci fa vivere, essere felici. Ti ringrazio perché ho atteso questo Natale al grido di arrivano i nostri, come chi sta sull’orlo di un precipizio, ed ha bisogno, un bisogno vero e vitale di essere salvato.

Ti ringrazio per le mie fisse, le mie ossessioni, le mie stramberie. Ti ringrazio per i pensieri bassi, stupidi, inutili che il mio mondo interiore produce a ciclo continuo (ne ho anche da esportare, se a qualcuno dovessero difettare). Ti ringrazio perché mi costringono a distogliere lo sguardo da me stessa, e a fissarlo su di te, se non voglio morire di disgusto. Ti ringrazio per le emozioni incontrollabili e pazze che ogni tanto vorrebbero prendere il comando della barca, e ti ringrazio perché solo con te – con quel po’ di preghiera che riesco ad accozzare, col tuo stesso corpo al quale mi aggrappo ogni giorno a Messa come a una scialuppa – riesco sgangheratamente a mantenermi quasi decentemente fedele al piccolo posto di combattimento che mi hai assegnato. Ti ringrazio anche per tutte le qualità che mi hai dato, per le munizioni da spendere in battaglia, e ti ringrazio per avermele date così bene impastate ai difetti che non posso guardare le une senza vedere gli altri.

Ti ringrazio perché quando il mio limite non lo vedo permetti che qualcuno me lo faccia notare (il mio padre spirituale dice: «Se qualcuno è arrabbiato con te, e comincia a gridarti contro, chiedigli di aspettare un attimo, corri a prendere un registratore e prendi nota: ti sta facendo la grazia di mostrarti come sei realmente»), e sempre più desidero mettere lo sguardo su di te, unica vera bellezza. Ti ringrazio perché quando non ho la grazia di vedere il mio peccato, perché quella è la vera grazia, mi mandi oltre alle vibrate proteste di chi è arrabbiato con me, anche sempre qualche tuo figlio prediletto che mi corregge fraternamente, e che prega per la mia conversione, mettendo in moto la comunione dei santi, al grido di battaglia «al mio via, scatenate il paradiso» (copyright della mia amica Elisabetta).

Ti ringrazio perché la vita è insostenibile senza di te, è troppo difficile la fedeltà totale, la dedizione leale e incondizionata al proprio posto in trincea, così che o si cerca di imbucarsi, di nascondersi dietro un cespuglio lasciando che sia qualcun altro a fare la nostra parte, o bisogna appoggiarsi a te a peso morto. Ti ringrazio perché l’insostenibilità della vita e la nostra inadeguatezza ci costringono a fare memoria di te, a chiederci chi è che può rispondere al nostro desiderio, chi finalmente può colmare tutte le nostre attese, la nostra sete ardente.

A volte mi dicono “che bello avere una fede come la tua” e io un po’ mi vergogno un po’ mi spavento, perché io non so se davvero la mia sia fede, e mi sento come quando dai un’impressione troppo buona di te (per esempio come quando all’esame prendevi un voto più alto di quello che meritassi, probabilmente perché ti avevano fatto una domanda esattamente sulle sole due cose che sapevi, avendole casualmente ripassate la notte prima). Il fatto è che io non so se ho fede, ma ho bisogno, pretendo che tu, Dio, sia davvero mio Padre, che mi ami come dice il Vangelo.

Non potrei vivere se le cose non stessero così, e se ho bisogno di te, è proprio perché senza non funziono. Quando non funziono, quando vedo la struttura di male che c’è in me anche quando non collaboro attivamente col peccato, quando vedo la mia natura doppia, il male e il bene, ne cerco le ragioni, perché dello stare bene non abbiamo bisogno di chiederci nulla. E quando cerco le ragioni, è sempre a te che mi trovo costretta a volgere lo sguardo. La struttura di male che c’è in me mi mostra chiaramente il bisogno vitale, imprescindibile, di essere redenta.

Il senso della fede è avere un rapporto vero e personale con te, perdere la nostra vita, sgangherata pazza e malfunzionante, per cominciare a vivere la tua, e così realizzare la meravigliosa felice somiglianza per la quale ci hai pensati, creati. È arrivare a un rapporto vero, totalizzante, radicale, senza calcoli, con te. Solo allora saremo credibili, e qualcuno si fiderà di noi, e magari ci verrà anche un po’ dietro. E così potremo oltre ad amarti anche magari farti amare da qualcuno.

16 pensieri su “Te deum per tutte le volte che non funziono

  1. Roberto

    Bisogna uscire dalla modalità io sono le mie performance ed entrare nella modalità io sono l’abbraccio gratuito ed infinito del Mistero.

  2. Rita Marinetti

    Ti lodo Signore perché ho scoperto di recente la bellezza del te Deum e proprio in latino, grazie per avermi aspettato. Rita Marinetti

  3. Bene, giusto, d’accordo… ma una volta i cristiani erano riluttanti a parlare di sé, lo facevano soltanto se gli veniva ordinato. In quest’epoca di “santità universale”, lo fanno spontaneamente (almeno credo).
    Senza discutere le buone intenzioni, a mio parere si rischia l’effetto (un po’ comico) di una spiazzante poesia di T. S. Eliot, in cui descrive fatti molto privati:

    Una dedica a mia moglie
    A cui devo la gioia palpitante
    Che tiene desti i miei sensi nella veglia,
    E il ritmo che governa il riposo nel sonno,
    Il respiro comune

    Di due che si amano, e i corpi
    Profumano l’uno dell’altro,
    Che pensano uguali pensieri
    E non hanno bisogno di parole
    E si sussurrano uguali parole
    Che non hanno bisogno di significato.

    L’irritabile vento dell’inverno non potrà gelare
    Il rude sole del tropico non potrà mai disseccare le rose
    Nel giardino di rose che è nostro ed è nostro soltanto

    Ma questa dedica è scritta affinché altri la leggano:
    sono parole private che io ti dedico in pubblico.

    Personalmente, preferisco limitarmi a un semplice augurio che vuole anche esprimere l’aspetto comunitario della Chiesa: che la Madre di Dio, di cui oggi ricorre la solennità, vegli su di noi e ci protegga.
    Pace. E bene

    1. Rossella Manuela Vergnano

      Se leggi Costanza è perché in qualche modo sei incuriosito del suo pensiero.
      Poi però, sembra che ti vuoi distinguere ed elevare giustamente dagli altri, poiché essere libero e pensante, facendo una critica sulla ingenuità e leggerezza delle motivazioni che spingono Costanza a scrivere liberamente( per ora)ciò che sente.
      Il Signore e sua Madre ci benedicano. Buon Santo anno.

      1. Ho letto Costanza incuriosito dalla questione della Sottomessa, che non pare aver cambiato le cose, almeno nell’esperienza della quasi totalità degli uomini.
        Non penso si voglia “distinguere ed elevare” chi non esibisce la propria sfera privata in pubblico

  4. Molto bella e sincera la tua riflessione cara Costanza, mi ci rivedo assai.
    Che Dio ce la mandi buona per questo nuovo anno, auguri a tutta la famiglia 🙏❤️

  5. Caterina Bronzi

    Grazie per queste parole. Mi ci ritrovo molto e mi ha fatto bene leggerle oggi ❤️

  6. Bruno Caldana

    Grazie Costanza per la tua sobria ironia. Mi piace pensare che, quando comparirò davanti al Padre, Lui mi ricorderà le mie tante magagne con la stessa ironia, e che dietro questa si manifesterà la sua infinita misericordia.
    Buon anno e buon lavoro, Bruno

    1. Giuliana

      Grazie Costanza. Ho rielaborato questa tua riflessione e l’ ho trasformata in una preghiera di ringraziamento per tutta la mia famiglia!

  7. Luigi

    Grazie cara Costanza, hai descritto perfettamente lo stato in cui si trova la mia povera anima, che oscilla tra una fede “pantofolaia” e momenti di aridita’ e svogliatezza spirituale spaventosa. Siamo suoi figli e figlie, ci ha creati Lui e conosce molto bene i nostri limiti. Confidiamo nella sua misericordia. Noi non sappiamo cosa è bene per noi, ma Lui sì. Quando non troviamo le parole preghiamolo per questo.

  8. Grazie perchè il tuo Te Deum mi ha aiutata a riflettere sulla mia fede ed è stato un momento in cui ho accettato con più coraggio un mal di schiena che mi costringe a casa. Sono vecchia (80 anni) e vedova da 5 mesi ma Gesù è la mia forza ed il mio amore.

  9. Brunella Lionetti

    Grazie Costanza!
    Il “tuo esame di coscienza” rispecchia la condizione di ognuno: tranquillizzati, non sei solo tu che funzioni male! Il difetto di fabbrica lo abbiamo tutti, é una condizione in cui viviamo sempre! Purtroppo, di solito non lo si riconosce o semplicemente lo si nasconde dietro alle molteplici maschere, ormai così appiccicate alla nostra pelle da non riconoscerle!
    Seguendo da anni il percorso di Darsi Pace, promosso da Marco Guzzi, ho potuto fare esperienza…e continuo a farlo…delle distorsioni che appunto ci fanno funzionare male…nonostante magari un autentico cammino di fede, anzi anche in esso…e che necessitano continuamente una revisione, una trasformazione incessante nel fuoco dello Spirito!
    Ma, anche del possibile spostamento- decentramento…anche minimo…del nostro apparato egoico bellico sempre ben piazzato in noi stessi, anche quando crediamo vogliamo speriamo lasciare spazio a Colui che chiamiamo Salvatore!
    Questo é il lavoro, fino all’ ultimo respiro, per umanizzare la nostra umanitá a immagine di quella di Cristo. Con il Suo aiuto. Buon cammino nel nuovo anno. Brunella

  10. Nella Liturgia del 1° Gennaio, solennità di Maria Santissima Madre di Dio,
    San Paolo apostolo ai Gàlati ci ricorda:

    «Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli.
    E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: «Abbà! Padre!».
    Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.»

    Il centro è certamente la “figliolanza”, ma due cose mi colpiscono: il termine “Abbà” che è il vezzeggiativo di Padre.
    Papà, babbo e gli altri termini di uso dialettale, che tutti rimandano all’affettuosa confidenza del figlio verso il genitore; poi il termine “riscattare”.
    Chi deve essere riscattato? Lo schiavo o l’ostaggio diremmo oggi: “pagare il riscatto per liberare chi è prigioniero”.

    E il prezzo del riscatto pagato è la vita stessa di Tuo Figlio, il Suo sangue versato per me.

    Ti ringrazio (quindi) Signore, per la confidenza che mi permetti di avere verso di Te. Confidenza che non frappone distanza, ostacoli, formalità, che nel segreto del mio cuore ascolta, abbraccia, conforta, perdona, si dona, ama.
    E prima ancora perché mi hai riscattato, liberato, mi hai donato una vita nuova.
    Te ne sono debitore.
    Certo ancora imperfetto, ancora segnato dal male vissuto e inflitto anche ad altri, ma oggi libero, libero di scegliere, libero di decidere, libero di desiderare e accettare di esserTi Figlio.

    Te deum ogni volta che di questo mi ricordo, questo sperimento, questo vivo.

    1. Lucia Frigerio

      Anche io ho provato l’impagabile esperienza di sentirmi riscattata, liberata. Tutto ciò porta alla lode, ad una infinita riconoscenza verso il Signore, ed al desiderio di non separarmi mai più dalla fonte del vero Amore. A ciascuno di noi Dio dona questa incommensurabile Grazia in qualche momento della vita, perché vuole tutti salvi. L’augurio più grande è di saperla accogliere a piene mani!

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