Le radici profonde non gelano mai

di Paolo Pugni

E poi scopri che quell’essere orfano ti pesa più di quando pensassi. Ti guardi dietro, e vedi il vuoto. Scopri che la radice è stata recisa, appena sotto di te e che ormai sei tu che tieni il peso, che reggi l’albero. Sei radice.

Radice di che?

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Wondermamme

di Raffaella Frullone

Mi ha colpito il post riparatorio proposto ieri da Paolo sul tema del cambiamento del ruolo degli uomini e dei padri sul quale incide in maniera non irrilevante «la presenza di Wondermamme che impediscono ai padri di fare il padre, che costruiscono barriere intorno ai figli, che confinano i loro mariti lontano da casa, lontano dal cuore, lontano dalla famiglia». continua a leggere

Ritorno al virile

Non immaginate che gioia ricevere questa bella riflessione di Andreas, che, oltre a mettermi un buonumore incoercibile al pensiero di quale intelligenza circola tra le nostre fila, mi conferma anche in quello che sto scrivendo nel mio libro dedicato agli uomini (per il quale, ammettiamolo serenamente, sto procedendo pressoché a caso). Grazie Andreas! 

C.M.

di Andreas Hofer

Anche oggi consueta scena di ordinaria, devastante indulgenza paterna nel corso della messa domenicale. La pietosa sceneggiata del solito Peter Pan di mezza età in pauroso deficit di assertività, intento a mercanteggiare, con tanto di sorriso beota stampato in volto, coi capricci e le manfrine infantili del figlioletto urlante mi ha consegnato una volta di più un’ineluttabile verità: sono tramontati da un pezzo i tempi in cui il duo kattoliko Papini-Giuliotti poteva permettersi di inneggiare all’«omo salvatico». continua a leggere

Il comodino ateo

Qualche giorno fa a commento di un post di Laura che parlava di Alberoni la nostra Daniela Yeshua (detta Turris) è intervenuta per condividere un’esperienza, un ricordo. Molti di voi l’avranno letto quel commento  ma per chi se lo fosse perso lo riproponiamo come post.

di Daniela Yeshua

Il mio Alberoni si chiama Kahlil:

Me lo ricordo ancora quando lo poggiavo sul comodino ateo di mio padre.

Papà serviva sul mio, alla sera, Shakespeare – avevo 13 anni quando mi diede da mangiare “la bisbetica domata”. Poi i vecchi sgarrupati comodini di entrambi erano diventati come davanzali di piccioni viaggiatori, ci lasciavamo libri ovunque, in gran segreto, gioielli di carta velata tra le pieghe delle lenzuola perchè fin sotto la nuca: alla notte ti tormentavi nel letto girandoti dall’altra parte e smussando le pieghe del cuscino scoprivi un nuovo libro lasciato dalle mie mani alle sue/dalle sue grandi mani alle mie, lì sotto il cuscino, una specie di ciocciolatino della dolce notte da sciogliersi nel viola del sonno inevitabilmente inquietato da rigide copertine alla base dei pensieri. continua a leggere