Le vie del dolore

di Costanza Miriano

Per una di quelle strane sincronizzazioni attraverso cui la vita – Dio? – a volte ci parla, mi sono trovata a leggere contemporaneamente due libri specularmente opposti, Scientia Crucis di Edith Stein, e Il mio anno di riposo e oblio, di Ottessa Moshfegh. Mi ero imbattuta in libreria sulla sua strana copertina, un dipinto neoclassico, a occhio, abbinato a un giallo sparato e a una fascetta giallissima che lo definisce il miglior romanzo americano del 2018, e così lo avevo aggiunto alla mia pila, di cui si era guadagnato durante le letture vacanziere uno dei primi posti, scavalcando suoi colleghi in attesa da anni.

E così è finito che l’ho letto insieme all’amata Edith, e il risultato è stato singolare.

Nota: da qui in poi non vada avanti chi desidera leggere il libro della Moshfegh, cosa che peraltro io sconsiglio di fare, perché ho intenzione di parlare del finale, è troppo importante (poi non vi lamentate che ho spoilerato).

La protagonista di questo viaggio nella bruttezza è una ragazza bella in modo definitivo, che rimane bella nonostante i maltrattamenti a cui decide di sottoporsi; ricca senza ritegno; newyorkese di adozione, ovviamente upper east side, ovviamente bionda e ovvissimamente magra. I genitori sono morti lasciandole una eredità che la rende libera dal problema di guadagnarsi da vivere; ha 26 anni e ha ormai sperimentato tutto: feste estreme, alcol, droga, sesso occasionale (il tutto raccontato con crudezza e abbondanza di particolari, che è il motivo per cui sconsiglio la lettura, ma un distacco gelido). Insomma, la sua vita le offre tutto quello che il mondo – inteso in senso evangelico – può offrire: abita nella parte più esclusiva della città più importante del mondo, frequenta le feste giuste e lo fa sempre con i vestiti giusti, fa un non-lavoro molto cool, la fuffologa in una galleria di arte. È innamorata di un uomo che la sfrutta solo sessualmente, e le riserve di affetto (non) ricevuto dai genitori prima che morissero, la madre suicida, non le bastano ad affrontare una vita che non ha alcun senso. Così decide di ibernarsi, di dormire per un anno intero, con l’aiuto di una psichiatra cialtrona che le prescrive psicofarmaci in dosi sempre più massicce.

Il libro è la minuziosa descrizione – una penna veramente notevole – del suo sprofondare nel sonno e nella malattia mentale, dei suoi risvegli dal profondo, del suo riemergere e trascinarsi in pigiama, sempre più abbrutita (ma sempre bella, non si sa come), al negozietto degli egiziani aperto giorno e notte per rifornirsi di caffè e patatine e gelato.

È strano perché non succede quasi nulla in quei mesi di nulla, ma il racconto tiene incollati, grazie a una bravura quasi inspiegabile dell’autrice: mi ha ricordato certi film di Tarantino, dove la trama procede al rallentatore, ma tu non puoi fare a meno di seguire, e non sai perché, magari un dialogo insignificante, o una sequenza che inquadra oggetti normali.

Alla fine di questo viaggio nel sonno e verso il nulla, la protagonista svuota la casa sua e quella dei suoi, che poi vende, regala ricordi e libri e mobili e un guardaroba immenso e costoso. Rimane con una tuta e una felpa, e un completo di biancheria intima, più un sacchetto con documenti e carte di credito. Il materasso, le lenzuola, una sedia e un tavolino. Azzera tutto, non tiene neanche una foto, un libro, nulla di nulla.

E arrivata allo zero della sua vita, alla fine di questo anno di oblio – riposo non direi proprio -, e ricomincia piano piano a uscire di casa. Si trova in un negozio di televisori, è l’11 settembre 2001, e si imbatte nelle immagini delle torri che stanno crollando, e rimane ipnotizzata a guardare quella che le sembra essere la sua unica amica (che non vede da mesi) lanciarsi nel vuoto probabilmente con i suoi vestiti (a lei era andato tutto il suo guardaroba). Rimane sopraffatta dallo stupore nel vedere una donna che si tuffa nell’ignoto ed è perfettamente sveglia. E la trova bellissima. Lei invece aveva dovuto dormire per un anno intero, per cercare di fare lo stesso tuffo nell’ignoto, cioè in una vita totalmente priva di senso.

Ecco, mi sembra che Edith Stein dica esattamente il contrario. Una lotta per cercare un senso pur avendo il mondo ai suoi piedi e potendo scegliere apparentemente quello che vuole. L’altra riesce a dare un senso al non senso assoluto, cioè mentre muore in un lager in quanto ebrea di nascita, pur essendo ormai una monaca cattolica, e muore prendendosi cura dei bambini che le madri sopraffatte dalla fame e dalla disperazione non riuscivano più a guardare, muore accogliendo con gioia la sua croce per la salvezza del mondo. A questo l’aveva preparata tutto il suo cammino: aveva scelto di chiamarsi Teresa Benedetta della Croce perché aveva capito che solo quella, la croce, è la via per incontrare davvero Dio, e l’opera a cui stava lavorando quando vennero a prenderla dal monastero per deportarla era proprio Scientia Crucis, che infatti manca di una revisione finale, e che è il commento al poema di San Giovanni della Croce.

Anche lui carmelitano, anche lui con questo particolare carisma di annunciare il senso della sofferenza, anche lui passato attraverso croci ineffabilmente pesanti, compresa la persecuzione da parte dei confratelli, la fame, le flagellazioni, la prigionia. In queste sofferenze imposte con la violenza i due santi hanno saputo trovare Dio e arrivare alla perfetta letizia: “le grazie che mi ha fatto Dio non possono essere ripagate dalla mia piccola prigionia”, disse san Giovanni dopo essere stato chiuso per mesi in un buco nella roccia, affamato, senza luce, con poco pane e acqua e solo a volte una sardina. E questa è storia, non è un romanzo.

Il fatto è che se hai Dio il male e il dolore non solo hanno un senso, ma diventano la via.

Se non c’è Dio niente ha senso, neppure la vita più piena di privilegi, ed è inutile cercare di non sentire il dolore con gli psicofarmaci.

 

52 pensieri su “Le vie del dolore

  1. D’altronde la dimostrazione è nella vita di tanti Santi (e tanti di questi non cosiddetti “canonozzati”) e quella di tanti, tantissimi, ricchi ricchissimi, super star, super tutto, che, magari anche ammirati e osannati, hanno finito la loro vita senza un senso, suicidi, per overdose o altro…
    Una vera tristezza, uno spreco, che nella memoria dei più rimane una vita che ha avuto un qualche senso, solo per la momentanea fama guadagnata.

    Insomma vere vite come quella di Edit Stain e vere vite come quella di… (c’è solo l’imbarazzo della scelta) e non quella di un romanzo per quanto crudo e realistico.

    1. chiara fenucci

      Mi colpisce tanto questo libro in cui ,immersa in una profonda depressione, la protagonista sceglie di ibernarsi e mettere in stanby la sua vita..così mi viene da dire…mettere in stanby! Come si assomigliano le reazioni o le tentate reazioni ad una malattia così profondamente incidente nella realtà della persona!
      Ricordo i mesi in cui ho vissuto la mia depressione pur avendo attorno a me , non soldi , che reputo u di più , ma tutto ciò che per me è tutto : la presenza di Dio accanto a me, l’amore di mio marito , dei miei quattro figli, i miei fratelli , i miei genitori , la mia Comunità che mi sosteneva con la preghiera e la presenza attenta e premurosa ..Tutto..nulla mi mancava ..eppure…. Ricordo mi attanagliava questo pensiero : “Se ho tutto..perché sto così male? Perché l’ansia, la tristezza, i pensieri negativi dominano la mia vita ?”
      La guida attenta del mio padre spirituale mi portava lo steso invito : accogli , accetta e offrì a Dio ciò che vivi. Questa croce che stai vivendo abbracciala, offrila e lascia che sua Gesù a sostenerti. Quanta lotta prima di capirlo …ma che profonda Gioia, quella che si confonde con il dolore ma che è connotata di infinito e dolcezza , quando la sera affiora va la presenza di Dio dal cuore e sussurrava le parole dei salmi. E così ogni sera sentivo di dire con forza : Signore , se tu lo vuoi ..lo voglio snch’io ma fa ‘ che domani faccia un poco meno male.
      Ed l mattino dopo ricominciava la lotta.
      Ad un certo punto la serenità è tornata , ma oggi dico che mai e poi mai farei a meno di quei mesi che mi hanno insegnato che non io sono il centro della mia vita , ma Dio che indipendentemente sa me mi sorregge e tiene le redini della mia Fede che non costruisco io con la mia pseudo fedeltà ma Lui con il suo donarsi a me!
      ..il tutto attraverso la Croce che in quel momento mi ha dato di vivere ..e che ora comprendo essere stata una via per arrivare alla pienezza .

  2. Maddalena

    Grazie di cuore per questa analisi. Per motivi anche personali sono molto sensibile al tema del dolore e al suo senso. Naturalmente leggerò solo Edith Stein. Che peraltro amo molto anche per la sua famosa osservazione per cui “non c’è amore senza verità e non c’è verità senza amore”…

  3. Giulia

    Grazie Costanza.
    Le vie della ricerca di un senso alla vita sono intrise di dolore, non può essere altrimenti. Si entra per la porta stretta. Così fu per Teresa Benedetta DALLA Croce, come volle farsi chiamare perché si sentiva redenta dalla Croce di Cristo e ad essa volle essere totalmente compartecipe. Una donna di intelligenza impressionante, ebrea, atea, filosofa, convertita al Cristianesimo, monaca carmelitana, martire… Segnalo a chi voglia conoscerne più profondamente la storia del suo “divenire” interiore e familiare, la sua autobiografia edita da Città Nuova:” Edith Stein, Storia di una famiglia ebrea, lineamenti autobiografici- L’infanzia e gli anni giovanili”. Una miniera. Le trame delle storie familiari si intrecciano con quelle delle consuetudini delle feste ebraiche, l’irrompere di Dio nella sua vita inappagata, il ripudio da parte di alcuni membri della famiglia per la sua conversione al cattolicesimo, la scelta di buttare all’aria la sua geniale carriera universitaria, la scelta “estrema” del Carmelo, la persecuzione nazista, l’offerta a Dio di essere immolata per il suo popolo condividendone l’atroce destino nei campi di sterminio. Così entra nella “settima dimora”, l’unione con Dio.

    1. Simonetta

      Grazie Giulia, mi piacerebbe proprio conoscere meglio Edith Stein. Io personalmente sono molto ignorante in materia di fede, sto approfondendo molto leggendo proprio vita e pensiero dei Santi. La testimonianza concreta della loro vita è l’esempio più ‘pratico’ per un cristiano per capire quello che Dio vuole da noi.

      1. Giulia

        Può aiutare a conoscere Edith il film di vari anni fa “La settima stanza”, con una stupenda Maja Morgenstern. Viene chiaramente descritto il periodo storico ma anche la tensione interiore e la terribile incomprensione, un vero Getsemani, a cui viene sottoposta l’anima di questa donna tutta tesa alla ricerca della Verità. Un film forse con qualche licenza narrativa, ma davvero emozionante e utilissimo a scoprire questa discepola di Cristo e di Santa Teresa, che Papa Giovanni Paolo II proclamò compatrona di questa Europa ormai apostata.

    1. Di fuffa Giulia, di fuffa…

      1. Merce dozzinale, di scarsissimo o nessun valore; ciarpame, paccottiglia.
      “l’arte contemporanea è tutta fuffa”

      2. Chiacchiera senza alcun fondamento o significato, discorso risaputo, luogo comune.
      “i blog sono pieni di fuffa”

      😉

  4. Marco 29

    Grazie Costanza. Un abbraccio. La vita è difficile. Il dolore resta un’esperienza incomprensibile. Conoscere se stessi è quasi inutile; diventare se stessi, dimenticare se stessi, rimanere se stessi senza impazzire, fare tutto sapendo di avere niente da fare, ridere e piangere, ricordarsi di dimenticare. Non tutti hanno la grazia di trovare Dio, non tutti sanno dare un senso al proprio vivere senza senso. Ciascuno ha il suo talento, e perfino la mancanza di talento è un dono. Edith Stein e Simone Weil, donne dal pensiero verticale, dove domina un dolore che spalanca porte, porte che sorridono quando incontrano Cristo, che è segno di contraddizione, senso di ogni sofferenza e centro dell’autentica gioia. Dio è sempre e soprattutto accanto a chi soffre. Ecce Homo! Ecco l’uomo, deriso, umiliato, villipeso, sconfitto, triste, dall’anima triste e dagli occhi tristi, abbandonato da Dio ma Dio è con lui. Ecco la Croce, ecco il suo abbraccio nel legno e nei chiodi, ecco l’uomo della Croce: il suo volto regale è sfigurato, i suoi lunghi capelli neri sono pieni di vento e nascondono per un momento gli occhi intelligenti e pieni di perdono, sono cinti da una corona di spine, e il suo corpo e il suo sangue sono pane e vino per la nostra vita e la nostra salvezza.
    Il dolore fa male ma la mano di Dio è una carezza. Il male non avrà l’ultima parola e la morte non sarà la fine.

  5. Mario

    Lo Spirito soffia dove vuole, nei credenti e nei non credenti, magari davanti a Dio Odessa è più grande di Edith. «Fra i nati da donna non vi è alcuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui» (Lc 7,28).

    1. @Mario, semmai Ottessa che è l’autrice del libro che narra una vita e questa vita è messa a confronto con quella di Edith Stein.

      A essere precisi non sono neppure le due vite a essere messe a confronto, ma il nocciolo è il senso della sofferenza… la croce.

      Quindi, lo Spirito soffia dove vuole? Certo, grazie a Dio.

      Otessa magari è più grande Edith, ma è ancora in vita, ha tempo se Dio glielo concedete, anche di progredire come, per propria scelta, di perdersi, solo Dio può saperlo, ma una cosa è certa, Edith è Santa difronte a Dio, perché così l’ha dichiarata la Chiesa di Dio.

      Un albero poi si riconosce dai suoi frutti, ma di certo non si è qui a fare la “graduatoria” del “davanti a Dio”.

  6. The_punisher_020

    “Il fatto è che se hai Dio il male e il dolore non solo hanno un senso, ma diventano la via. Se non c’è Dio niente ha senso, neppure la vita più piena di privilegi, ed è inutile cercare di non sentire il dolore con gli psicofarmaci”.

    Comunque va detto che Dio ci vuole felici (non dico spensierati), e tutto il creato è stato ideato in questa direzione. Siamo noi, creature, che con i nostri difetti complichiamo il corso naturale della vita (in ogni senso). La mia considerazione trova riscontro nella riflessione di Giovanni XXIII che citò le nozze di Cana dove Gesù, finito il vino, operò il primo miracolo affinché la festa si prolungasse ad oltranza. Direi che l’importante sia comprendere la volontà di Dio su di noi ed aderirvi pienamente, quand’anche questa dovesse comportare il martirio: Edith, capì questo e fu felice in un luogo dove gli altri impazzivano per il dolore.

    1. “Direi che l’importante sia comprendere la volontà di Dio su di noi ed aderirvi pienamente, quand’anche questa dovesse comportare il martirio…”

      Il nocciolo è questo, non è poca cosa, ma questa è la sostanza e per tutti la croce c’è, perché la croce diviene Fede provata.
      Non ha senso stare poi a confrontare le croci (che possono arrivare sino al martirio) perché è Dio che decide per ognuno di noi e quale il “peso” che possiamo portare con il Suo aiuto… senza il rischio di rimanerne schiacciati e grandissimo.

  7. raffaella

    Scusatemi se questo non è un vero commento, ma sto percorrendo la mia personale via del dolore, ho bisogno di aiuto e di preghiere per andare avanti, nel dolore lacerante della mia famiglia ferita, dove mio marito mi ha tradito e non è la prima volta…non sto a tediarvi con i miei sfoghi, ma so che qui leggo sempre articoli di costanza meravigliosi, commenti di persone in sintonia con me, per questo mentre mi sento sprofondare tendo qui la mia mano…

    1. @Raffaella ti assicuro la mia preghiera…

      Guarda continuamente a Cristo e Cristo Crocifisso.
      Pietro iniziò a sprofondare quando impaurito guardò a se stesso e all’impossibilità umana di camminare sulle acque (simbolo della morte).

      Se mi permetti, di porgo una prospettiva che sempre mi sovviene difronte a casi come il tuo.

      Tuo marito è in peccato grave, è un peccato che può portarlo alla dannazione eterna, non volesse Dio la sua vita finisse oggi e non avesse il tempo del pentimento.
      Io credo tu ancora ami tuo marito o non avresti questa sofferenza e non chiederesti aiuto.
      Considera il peccato mortale di tuo Marito, come un morbo, come un cancro (quando Gesù dice che è venuto per gli ammalati non parla solo dei paralitici fisici), tu abbandoneresti tuo Marito ammalato di cancro?
      Non credo proprio… Certo tuo Marito ha fatto una scelta, il cancro non lo scegli, ma non voglio entrare nelle disquisizioni teologiche e simboliche – il peccato diviene schiavitù e lo schiavo non è sempre libero di scegliere – tuo marito vive nell’inganno profondo, nella cecità, vittima certamente delle sue debolezze.

      Certamente poi ci saranno problematiche di coppia che coinvolgono entrambi, ma certo questo è discorso che dovrai approfondire, magari aiutata e nella più completa sincerità, ma ciò che voglio dire è comportati verso tuo Marito da Moglie quale sei difronte a Dio, come con un Coniuge che è gravemente malato, o paralitico e che sta rischiando seriamente la sua vita.

      Ciò non significa “scusarlo” o non dire la verità a tuo Marito.

      Se hai dei figli, chiedi a Dio che ti dia una parola di Misericordia quando parli loro del padre.
      E combatti, combatti per riavere ciò che è tuo, perché non siete due ma una sola carne.

      Ti abbraccio.

    2. Marco 29

      Ciao Raffaella, ti sono vicino. Mi auguro che tuo marito rinsavisca. Pregherò per te. Tu non mollare e prova a riconquistarlo, parlandogli e standogli accanto. Ma so che non è facile. Sfogati pure, ti farà bene. Un abbraccio.

    3. Beatrice

      @Raffaella
      Conosco la tua sofferenza, anche se nel mio caso non si trattava di un marito e non c’era quindi di mezzo un matrimonio da difendere (dato che ha fatto malissimo vivere il dolore del tradimento nella mia situazione, non oso immaginare nella tua). Hai la mia vicinanza con la preghiera!

  8. Francesco Paolo Vatti

    Ricordo che provai una sensazione simile leggendo un libro di Orsola Nemi e uno di Giuseppe Berto.
    Berto parlava di un ragazzo che, in tempo di guerra, perde la ragazza che ama; la Nemi parla di una donna il cui fidanzato subisce un trauma e potrebbe non riconoscerla più. La soluzione dell’ateo Berto è il suicidio (o il tentato suicidio, non ricordo) del giovane; quella della cattolica Nemi, la ragazza entra nella stanza dove lui è ricoverato (nella quale potrebbe rifiutarla o anche solo non riconoscerla) ed entrando sorride….
    Vuoto e disperazione da una parte, speranza e gioia dall’altra…

  9. Raffaella

    Grazie giulia e grazie bariom, in questi giorni ho chiesto aiuto a vari sacerdoti, ma nessuno mi ha saputo dire quel che mi hai detto tu, e nessuno mi ha dato una mano…preghiamo anche per loro che di fronte al male che imperversa non sanno fare altro che scuotere la testa sconsolati o neanche rispondere…statemi vicino…raffaella

    1. Cara Raffaella, ringraziamo Dio anche delle mie poche parole se ti sono state d’aiuto, parole che non vengono certo dal mio uomo “di terra”, che senza la chiamata a conversione non difficilmente oggi potrebbe essere nelle condizioni di tuo marito.

      Molto bella la testimonianza che ti ha riportato @Luigi… per quanto la si potrebbe giudicare “estrema”, come lui ha detto, a distanze siderali rispetto la mentalità del mondo e non di rado anche dalla nostra che pur ci diciamo Cristiani, quella è la via, fino a quale punto si possa arrivare su quella strada lo sa Dio, ma a Lui nulla è impossibile.

      Io ti posso testimoniare che ho conosciuto più di una donna, moglie, madre (e invero anche qualche uomo) che aggrappati a Cristo hanno scelto di percorrerla nel proprio Matrimonio ferito.

      Dispiace sentire che non hai trovato aiuto presso i sacerdoti a cui ti sei rivolta, ma anche loro sono uomini, spesso deboli, spessisimo soli e che talvolta hanno smarrito le risposte per la loro stessa vita, hanno samrrito l’intimità con la Parola, con i Sacramenti, seppure li “dispensino” in favore nostro e ancora spesso cercano accomodamenti tipicamente umani, perché proporre la radicalità, lo scandalo della via di Cristo, pare a loro stessi impraticabile.

      Non sono tutti così…Prega Dio che ti faccia incontrare una buona e santa guida spirituale, chiedi, chiedi a Dio, è tuo Padre, puoi anche gridare come fanno i figli quando hanno veramente bisogno.
      Non ti accontentare di chi ti fa discorsi di circostanza o ti propone facili scorciatoie, perché in fondo “tu non hai colpa”.
      Il Signore ti ascolterà e ti darà ciò di cui hai bisogno, magari non ciò che il tuo cuore chiede, magari non nei tempi che vorresti, ma stare nella Sua Volontà, nella Pace del compierla è l’esperienza più appagante che un Uomo possa sperimentare.

      “Nada te turbe, nada te espante, solo Dios basta”

  10. Raffaella

    Grazie luigi per la vita di elisabetta, chiedo a dio um po della sua fede..
    Grazie bariom per le tue parole…prega dio che aiuti mio marito come ha fatto con te…

      1. Dio che si è persino fatto Uomo, non credo si scandalizzi per il “minuscolo”, scritto da chi è in un momento dove magari sintassi, grammatica e che altro, sfuggono…

        Certo se vogliamo mettere i puntini sulle i 😛

        1. Alda

          É proprio nel momento della sofferenza che bisogna dare più “importanza” a Dio, e scriverlo per due volte minuscolo equivale a….. squalificarlo. Ma magari sono solo legalismi e, come dici tu, Dio legge tra le righe🤗

          1. Vedi @Alda se volessimo sottilizzare, allora potrei dirti che l’affermazione “É proprio nel momento della sofferenza che bisogna dare più “importanza” a Dio…” è del tutto sballata, perché chi dà veramente “importanza” a Dio, non la da di più o di meno a seconda se si trova nella sofferenza o nella gioia.

            Quindi, come umanamente possiamo conmprendere il senso della tua frase, perché tutti siamo umani e perché tranne i Santi, tutti in generale ci stringiamo più a Dio nel momento del bisogno, così due dio “minuscoli” non dovrebbero essere tanto sottolineati quando ci si trova davanti ad una sofferenza, ti dirò di più (così ti si rizzano i capelli in testa), io non mi scandalizzo neppure dell’imprecazione a Dio rivolta nel momento della prostrazione (seppure resta deprecabile!).

            Quel che vedo, perdonami, è che tu, dopo aver letto il grido di dolore di una sorella, altro non hai da dire che 2 volte dio minuscolo, significa “squalificare” Dio (cosa peraltro teologicamente impossibile).

            Qui mi fermo, in un confronto che rischia di divenire piuttosto sterile.

            E grazie a Dio, a proposito di “righe”, Lui sa scrivere dritto sulle nostre righe storte 😉

            1. Alda

              …… E prenderla come una semplice “correzione fraterna” come era nelle mie intenzioni, senza scomodare moralismi e voli pindarici teologici? Non mi sembra di essere stata offensiva, nel caso mi scuso con Raffaella. Lessi tempo fa che i neo convertiti sono quelli più “inquadrati” più “fondamentalisti”, magari io lo sono stata per quello. Mi scuso ancora😣

              1. ola

                Cara Alda, secondo me non sei stata offensiva. Hai fatto una correzione fraterna e a tua volta ne hai ricevuta una da Bariom, tutto qui. 🙂 a ciascuno di noi trarne il meglio!

          2. Luigi

            “É proprio nel momento della sofferenza che bisogna dare più “importanza” a Dio, e scriverlo per due volte minuscolo equivale a….. squalificarlo”

            Io penso tu abbia ragione. Infatti avresti dovuto scrivere “squalificarLo” 🙂
            All’apparenza sembrerebbe, la tua, una osservazione ingenerosa; a dir poco.
            Invece ritengo non sia così.

            Anche solo da un punto di vista umano, è proprio quando il dolore, la sofferenza, lo sconforto tendono a dominarci, che si deve impegnare tutto il proprio essere nell’attenzione al minimo dettaglio (dove, come è noto, si nasconde il principe di questo mondo), a compiere ogni azione come se da essa dipendesse ogni cosa; ma, nello stesso tempo, con la stessa levità con cui si sfiorerebbe un cristallo.

            È l’abito mentale per cui l’ultimo artigiano del Medio Evo cesellava col massimo scrupolo l’ultimo particolare di una cattedrale, perché anche questo era importante a Dio; pur sapendo – anzi, proprio per questo! – che nessuno, nei secoli, ne avrebbe riconosciuto l’autore.
            Mentre oggi si “firmano” anche le più immonde schifezze, nell’assurdo rincorrere di una fama sempre più effimera…

            Del resto cosa dice lo stesso Vangelo?

            “Quando digiunate, non vogliate imitare gli ipocriti, che prendono un’aria malinconica e sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico che han già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece quando digiuni, ungiti il capo e lavati la faccia, affinché non agli uomini tu appaia come uno che digiuni, ma al Padre tuo, che è nel segreto; ed il Padre tuo, che vede nel segreto, ti darà la ricompensa”.

            Ciao.
            Luigi

            1. Io invece @Luigi penso che tu come @Alda abbiate ottime ragioni in linea di principio, ma c’è tempo e modo e difronte alla sofferenza umana ci si muove in punta di piedi e le “cesellature” si possono fare a tempo debito se si sarà giunti a quel tempo e a quel momento.

              Non so tu, ma io nelle situazioni di grande sofferenza (e alcune Dio me le ha concesse), sono andato più alla sostanza che non alla forma per quanto eccelsa della rifinitura, oppure mi sono accorto che i gesti minimi facevano la differenza, ma ancora erano più sostanza che forma…

              Io non ho alcun dubbio che per @Raffaella Dio abbia la D maiuscola e magari la minuscola si debba, per esempio, ad uno smartphone che non sa cosa sia Dio (con la maiuscola) 😉

              Ciao

              1. Luigi

                La forma è sostanza, Bariom.
                Per questo, lungo i millennii, il rito ha avuto così fondamentale importanza in ogni ambito religioso; su tutti quello cattolico, ovviamente.
                Altrimenti – lo vediamo bene oggi – è il trionfo dell’informe, del caos, dell’iniquo.

                Quando si è in una situazione di sofferenza, è un attimo cedere allo sconforto. Da lì alla disperazione o alla vendetta è un passo altrettanto breve.
                Tutto ciò che trattiene, che vincola, che impegna è perciò un toccasana, pur se amaro. Fosse il concentrarsi sul preparare la tavola piuttosto che l’impegnarsi nello scrivere Dio con la maiuscola, nonostante lo smartphone (che fa del resto quello per cui è stato ideato: allontanare gli umani dalla loro natura profonda)
                Non ci crederai, ma perfino io ero infatti arrivato a comprendere che si trattava del solito correttore demoniaco 🙂

                La stessa maggiore “importanza”, che hai criticato nelle parole di Alda, ha una possibile chiave di lettura “petrina”.
                Nel senso di Pietro, che nemmeno nel martirio si volle considerare importante come Cristo, per cui chiese e ottenne la crocifissione a testa in giù; volendo, anche nel momento del sacrificio che avrebbe potuto inorgoglirlo, rimarcare la sua finitezza creaturale.

                Forse, se Alda si è permessa la sua modesta osservazione, è perché ha colto nelle parole di Raffaella un possibile cedimento (non serviva, infatti, il riferimento al tradimento, così in pubblico. Bastava un accenno alla difficile situazione famigliare, per come vedo io le cose).
                E prima che il cedimento diventi voragine e crollo, ha pensato di dover agire, nel suo piccolo.

                Ciao.
                Luigi

                P.S.: una curiosità. Perché metti il carattere @ davanti ai nomi degli altri commentatori?

                1. Tutte considerazioni giuste Luigi… che posso dirti?

                  Posso dirti che se viene a trovarmi qualcuno in lacrime (credente o non credente) a espormi la sua sofferenza, chiedendomi aiuto e una parola, difficilmente mi preoccupo di come scrive “dio”…

                  Ci può stare questa considerazione?

                  Perché se in quel caso la persona, mi risponde “grazie tante sei stato un vero aiuto ma vedi di andare a farti benedire!”, avrebbe più che ragione e forse conterà poco giustificarmi quando sarà il momento, dicendo al Padreterno “ma io temevo svalutasse il Tuo Nome”, stavo facendo “correzione fraterna”.

                  Spero di aver chiarito il mio punto di vista… puoi condividerlo o no.
                  Io ti ho già detto che condivido il tuo, ma visto che siamo partiti da un caso e una persona reale (per quanto su piazza virtuale), qui non lo applico e anzi mi pare inopportuno.

                  Perché @ prima del nome? E’ solo un’abitudine che deriva dall’uso di altre piattaforme, dove l’uso del @ innesta un feedback diretto in chi è citato… cosa verosimilmente qui inutile, ma come detto abitudine (spero non troppo perniciosa).

                  Ciao

                  1. Luigi

                    “Ci può stare questa considerazione?”

                    Certo.
                    Infatti nessuno ti ha criticato per come hai pensato di aiutare Raffaella.
                    Almeno tu – lo dico per stima – lascia allora che altri seguano altre vie, apparentemente più impervie.

                    Grazie per la spiegazione sull’ad!

  11. Beatrice

    Riguardo all’infedeltà coniugale e al bellissimo esempio di Elisabetta Canori Mora ho trovato su Aleteia un articolo sulla beata di cui condivido alcune considerazioni. Cito i passi che secondo me possono aiutare Raffaella e altre persone nella sua stessa drammatica situazione:

    «C’è un vecchio detto, risalente almeno a San Francesco di Sales, che afferma che alcuni santi devono essere ammirati ma non imitati. Non incoraggiamo le donne a sfregarsi il volto con la soda caustica come Rosa da Lima, ad esempio, né suggeriamo che i missionari agiscano come Francesco d’Assisi e si presentino davanti a leader musulmani ostili con la speranza o di convertirli o di essere martirizzati. È importante ricordarlo quando parliamo della beata Elisabetta Canori Mora, la cui vita può offrire speranza alle donne (e agli uomini) che soffrono per un matrimonio basato su infedeltà e abusi. […]
    La testimonianza di Elisabetta Mora non è una chiamata a rimanere immersi in una relazione basata sull’abuso. Elisabetta è un modello non tanto di come vivere, quanto di come amare. Ci sono migliaia di fedeli cattolici il cui cuore è stato spezzato da coniugi infedeli e abusatori. In caso di abuso, dipendenza o adulterio, la Chiesa permette ai coniugi di separarsi, ma il dovere di amare il proprio sposo e di lavorare per la sua conversione e la sua salvezza rimane. Elisabetta Canori Mora è un esempio potente di un amore che trasforma una vittima in una sopravvissuta. È un modello di santità vissuta anche quando il “vissero tutti felici e contenti” svanisce. È una testimone della preghiera incessante per la conversione della persona amata. La sua decisione di rimanere con Cristoforo potrebbe non essere una scelta da imitare, ma la sua generosità e il suo amore sono senz’altro meritevoli di ammirazione»

    https://it.aleteia.org/2017/02/04/una-santa-per-chi-soffre-per-un-matrimonio-infedele-e-basato-sugli-abusi/

  12. Beatrice

    Ora vorrei aggiungere alcune mie considerazioni personali. Con Elisabetta Canori Mora ci troviamo di fronte a livelli di santità altissimi che è davvero difficile raggiungere (che la donna godesse di grazie particolari lo testimoniano anche le sue doti profetiche). Tuttavia non è obbligatorio agire esattamente come ha fatto lei, ci sono tanti modi di essere santi quanto lo sono i fiori nel prato. Le margheritine inondano comunque il mondo di profumo e di bellezza, anche se lo fanno in modo meno vistoso rispetto ai gigli o alle rose.

    È vero che qualcuno impregnato di mentalità mondana potrebbe giudicare Elisabetta una “poverina” per come è rimasta fedele al suo indegnissimo marito fino alla fine dei suoi giorni (fine arrivata guarda caso a soli 50 anni, in maniera precoce anche per l’epoca). Quanto spesso capita che un’amica consigli a una donna tradita di vendicarsi o di lasciare il marito fedifrago per non farsi mettere i piedi in testa! E quanto è difficile perdonare l’infedeltà di chi si ama perché accecati dal proprio orgoglio! Chiaramente la visione cristiana sta all’opposto di questo modo di pensare tuttora molto diffuso (e da cui pure io talvolta non sono immune).

    Tuttavia giudicare negativamente un tradimento che abbiamo subìto al punto da non riuscire a perdonarlo non è quanto di peggio esista oggi, perché significa continuare ad avere una coscienza ancora in grado di distinguere il bene dal male. Alla tentazione dell’orgoglio che ci porta a disprezzare il peccatore con il peccato e a non perdonarlo ce n’è una opposta e ugualmente dannosa: quella di abituarsi al male, anche a quello che subiamo, senza più riconoscerne la nefasta essenza, con un fatalismo che non ha nulla di cristiano, un fatalismo che porta ad arrendersi di fronte all’oscurità del coniuge considerandola come inevitabile e irredimibile (se non riesco a cambiare l’inferno che vivo non resta che farne parte fino ad arrivare ad amarlo come fa il protagonista di “1984” con il totalitarismo del Grande Fratello).

    Quante donne ho visto accettare con rassegnazione le scappatelle del proprio marito, perché “tanto lui poi torna sempre da me” (questo non è il caso di Raffaella, che ha dimostrato di soffrire tantissimo per quanto sta vivendo a causa del marito ed è andata in cerca d’aiuto in molti posti tra cui questo blog).
    So di un’amica di famiglia che, scoperto l’ennesimo tradimento del marito, si è sentita rispondere: “cosa credi? Qui in questo condominio ci sarà tantissima gente che tradisce! Lo fanno tutti! E che sarà mai! Le altre per me non contano!”

    Purtroppo quest’uomo non è l’unico oggi a giudicare un nonnulla l’infedeltà coniugale, si sta diffondendo sempre più una mentalità dove il “love is love” significa anche poliamore, relazioni aperte, scambismo, matrimoni aperti, etc. Discutendo con alcune ragazze, che di questa mentalità sono impregnate, ho sentito discorsi allucinanti su come sia inevitabile tradire dopo un po’, perché quando si sta da tanti anni sempre con la stessa persona poi ci si annoia e allora l’infedeltà può servire anche a salvare e a rivitalizzare il rapporto. Quanti articoli o libri ho letto in giro dove la fedeltà in amore era dipinta come un qualcosa di bigotto e retrogrado o addirittura contro natura, mentre l’apertura verso sempre nuove passioni sentimentali era esaltata come il massimo della libertà e della realizzazione personale. Questo articolo del Corriere è solo uno dei tanti esempi del dilagare di una visione anti-evangelica dell’infedeltà: https://www.corriere.it/spettacoli/18_agosto_24/c-chi-resiste-all-infedelta-quando-tradimento-rafforza-coppia-0105e420-a75e-11e8-8398-449c93d620be.shtml

    Ora, torniamo al marito di prima dell’amica di famiglia che, scoperto, si è giustificato col “così fan tutti”. Posto che l’uomo vive in una società edonista dove il suo comportamento non solo non è stigmatizzato, ma è sempre più esaltato. Posto che a compromettere la sua capacità di vedere il male causato è stata anche l’educazione ricevuta da parte di due genitori che si tradivano a vicenda senza neanche provare a nasconderlo (tutto il paese sapeva chi erano i loro rispettivi amanti). Siamo sicuri che, nel relazionarsi a un marito del genere, l’unica alternativa che ha la moglie è quella di sopportare in silenzio e continuare a vivere con lui come se niente fosse? È forse cristianamente sbagliato cercare di risvegliare la coscienza del coniuge, richiamandolo alle sue responsabilità di marito e separandosi da lui temporaneamente per spingerlo a mutare atteggiamento? La separazione non può magari aiutarlo a capire la gravità delle sue azioni esattamente nel modo in cui la scomunica fa con un fedele macchiatosi di un peccato grave di cui non si pente?

    Mi sono informata in giro e ho scoperto che effettivamente la Chiesa non considera in stato di peccato il coniuge che si separa per motivi seri, come abusi fisici e psicologici, situazioni di pericolo per sé e i figli e anche nel caso di tradimenti compiuti ripetutamente e senza rimorso. Certo, rimane l’obbligo di rimanere fedeli al coniuge, di adoperarsi per la sua conversione e di ritornare insieme se vengono meno i motivi che hanno reso necessaria la separazione (insomma niente nuove relazioni se il matrimonio è valido, anche nel caso in cui la separazione dovesse durare tutta la vita).

  13. Beatrice

    Il fatto è che troppo spesso oggi sento parlare di una misericordia senza giustizia che non ha nulla di evangelico e che obbligherebbe tutti i cristiani a porsi di fronte al male in maniera passiva, stando zitti a subire qualsiasi sopruso perché non si può mica giudicare o addirittura invitare qualcuno a convertirsi! Questo “misericordismo” è ancora più dannoso se declinato in amore con persone psicologicamente fragili, che verrebbero indotte a credere di non poter far altro che accettare supinamente i continui abusi del coniuge. A volte la donna, naturalmente portata ad accogliere e a donare amore, si fa prendere dalla “sindrome da crocerossina” e pensa di poter da sola salvare l’uomo che ama andando incontro a disfatte tremende. Una cristiana in teoria dovrebbe sapere che a salvare è solo Gesù (ed è evidente che Elisabetta Canori Mora lo sapeva), ma se una donna ha una fede debole o non ha fede proprio per niente è facile che di fronte a un marito pieno di problemi si illuda di riuscire a redimerlo con le sue sole forze. Quante donne hanno fatto una brutta fine perché si sono lasciate trascinare nel vortice auto-distruttivo dell’amato! Penso per esempio a molte delle donne di Picasso: Marie Thérèse Walter si impiccò, Jacqueline Roque si sparò, Olga Chochlova e Dora Maar persero la ragione.

    L’altro giorno ho letto sul Timone la storia di un matrimonio fallito che ha ottenuto il riconoscimento di nullità (http://www.iltimone.org/news-timone/mogli-cattoliche-tradizionali-racconto-un-matrimonio-fallito-la-rinascita/). Ebbene, mi ha colpito leggere che, prima di ottenere la nullità, il marito degenere sbatteva in faccia alla moglie il fatto che il loro legame era indissolubile e quindi lei doveva stare per forza insieme a lui fino alla fine dei suoi giorni qualsiasi cosa orribile le facesse. Che è un po’ come se i soldati inglesi avessero detto a Giovanna D’Arco: “Non è vero che Dio ti ha detto di fermare la nostra invasione. Non puoi resistere alle nostre aggressioni, perché nel Vangelo c’è scritto di porgere l’altra guancia dopo aver ricevuto uno schiaffo”.

    Insomma l’uomo strumentalizzava il Vangelo per far accettare alla moglie i soprusi che perpetrava ai suoi danni, usava le Scritture in modo improprio come un’arma per costringere la donna a subire in silenzio tutte le sue cattiverie. Ma questa idea per cui il cristiano dovrebbe essere portatore di una misericordia sciocca e complice delle ingiustizie ha francamente stancato! Certo che la moglie deve amare ed essere fedele al marito fino alla fine dei suoi giorni, ma questo non vuol dire che non lo debba rimproverare se ha atteggiamenti obiettivamente riprovevoli, arrivando anche a misure drastiche come la separazione se può servire a risvegliare un cuore indurito dal peccato e dall’egoismo.

    Non lanciamo messaggi del tipo “se tuo marito si comporta in modo vergognoso, ti infligge quotidianamente ogni sorta di abuso, tu devi sopportare tutto in silenzio misericordiosamente altrimenti sei una cattiva cristiana”. Il dolore fa schifo e non dobbiamo subirlo a tutti i costi. Dio ci vuole felici, non ci vuole incastrati in situazioni dolorose quando c’è un’altra strada, non ci vuole marionette silenti nelle mani di sadici profittatori che usano il Vangelo come fa loro comodo per continuare a tenere una condotta indegna di qualsiasi persona voglia definirsi cristiana.

    Ultima cosa: trovo ingiusto paragonare la malattia all’adulterio. Se uno abbandona il coniuge malato è un comportamento che non riesco a definire in maniera diversa da meschino e codardo, ma se uno lascia il coniuge abusatore spesso si tratta di una scelta obbligata e saggia, soprattutto nel caso in cui ci siano di mezzo i figli (io posso anche accettare di vivere l’inferno per me stessa, ma non posso farlo vivere ad altri). Nel caso di abbandono del coniuge malato la Chiesa non consente la separazione (e ci mancherebbe!), perché di tratta di un venir meno delle promesse fatte all’altare, ma nel caso di comportamenti fortemente lesivi della dignità del partner (come violenze fisiche e psicologiche, tradimenti continui, dipendenza da alcol, droga, gioco d’azzardo, etc.) la separazione è permessa eccome (e meno male!).

    1. “Ultima cosa: trovo ingiusto paragonare la malattia all’adulterio.”

      Infatti io ho paragonato il PECCATO alla malattia, non l’adulterio nello specifico.
      Poi bisognerebbe specificare cosa si intende per “coniuge abusatore”… in questo specifico caso non mi pare si trattasse di abusatore o violento, situazioni per le quali la Chiesa non eccepisce nulla rispetto l’allontanamento fisico o la “separazione”, ma nulla cambia (o dovrebbe) rispetto l’attitudine del cuore alla quale tendere (quella di cui è fulgido esempio Elisabetta Mora) che non può mai essere un “obbligo”.

      Se poi ci addentrimo nella casitica degli adulteri, separazioni, tradimenti, abusi e chi più ne ha più ne metta, non ne usciamo più.

  14. Beatrice

    Ho trovato su internet un discorso del cardinale Caffarra, uno dei cardinali dei dubia (quindi parliamo di uno che non è lassista per niente). Parlando di adulterio e del modo in cui il coniuge innocente dovrebbe comportarsi, riconosce esplicitamente la possibilità della separazione:

    «E qui dobbiamo parlare del passo successivo ancora più terribile: l’infedeltà coniugale o adulterio. […] Ma qualcuno potrebbe chiedere, e giustamente: ed il coniuge innocente che cosa deve fare in queste condizioni? Facciamo le due ipotesi: il coniuge adultero si pente e chiede perdono. Il coniuge innocente non può non perdonarlo. So che sto dicendo una cosa difficile. Ma non lo dico io, lo dice il Signore: Egli non ha fatto eccezioni quando ci chiese di perdonare sempre. Oppure, altra ipotesi, l’adultero non ha nessuna intenzione di smettere, anche se richiamato. È una situazione drammatica in cui il coniuge fedele deve vigilare nella preghiera. Se non si oppone il bene dei figli, in questa situazione solitamente è meglio la separazione. […] Ci sono delle situazioni nelle quali il continuare a convivere significherebbe la distruzione spirituale, umana degli sposi o di uno di loro, la rinuncia alla propria dignità di persona. In questi casi si può, si deve ricorrere alla separazione, cercando di tutelare nel modo migliore possibile il bene degli innocenti, cioè dei figli. Ma la separazione non significa rottura del vincolo coniugale che è infrangibile da parte degli sposi, non significa divorzio che fra battezzati non esiste, non può esistere»

    http://www.caffarra.it/catdic94_95.php

    Questa invece è una risposta data dal domenicano don Bellon, che cito spesso perché anche lui lo considero un sacerdote degno di fiducia:

    «caro Padre Angelo,
    saluti in Cristo,
    gradirei sapere se il coniuge innocente che subisce adulterio abbia il diritto di non perdonare e di non voler più vivere con il coniuge colpevole e anche se questi chiedesse perdono.
    Se la parte lesa non se la sente più di vivere con chi ha tradito, in questo caso la parte innocente ha il diritto di separarsi?
    Ad una donna tradita che non vuole più vivere con il marito il sacerdote nega la comunione se non lo riprende con sé?
    Se fosse così, alla moglie innocente si negherebbe la comunione e la si darebbe a chi ha commesso adulterio e nel frattempo se n’è pentito.
    grazie di cuore,
    saluti
    Stefano

    Risposta del sacerdote

    Caro Stefano,
    la Chiesa esorta la parte innocente ad essere misericordiosa nei confronti del coniuge colpevole e pentito.
    Tuttavia le concede il diritto di rifiutare l’intimità coniugale e le concede anche la separazione.
    Sicché il sacerdote non può negare l’assoluzione ad una donna che si comporta secondo i criteri che ti ho dato. Il motivo è il seguente: la donna fruisce dei suoi diritti di persona tradita. Il sacerdote può esortare a perdonare. Ma un conto è perdonare e un conto è riprendere l’intimità coniugale e la coabitazione.
    La Chiesa dà l’assoluzione al coniuge adultero se è pentito. Ma per quanto sia pentito, non si può costringere la donna a riprendere la vita di prima.
    Ti saluto, ti seguo con la preghiera e ti benedico.
    Padre Angelo»

    https://www.amicidomenicani.it/se-la-moglie-tradita-abbia-il-diritto-di-separarsi-dal-marito/

    Questo è quanto dice un vademecum della diocesi di Roma del 2011, quindi sotto Benedetto XVI e prima di Amoris Laetitia:

    «In altri casi, uno dei coniugi si trova a considerare la separazione come male minore, per il bene proprio e dei figli, per oggettive difficoltà di convivenza (maltrattamenti fisici o psichici, dipendenze da alcool, gioco o droga, ecc.), dopo che tutti i tentativi per indurre alla ragionevolezza l’altro coniuge si sono rivelati vani. In questi casi, la separazione risulta dolorosamente necessaria. Ci sono anche casi di separazioni in cui è l’infedeltà del coniuge che induce l’altro a richiedere una temporanea separazione, nell’attesa che questi si ravveda e quasi come provvedimento “forte” per favorirne la conversione. In questi casi la Chiesa raccomanda la temporaneità della separazione, e invita chi l’ha posta in atto a compiere nella carità ogni sforzo, a utilizzare ogni mezzo (centri di sostegno alla coppia, amici comuni, ecc.) per rientrare in piena comunione di vita col coniuge»

    http://www.chiesadomestica.org/materials/pastorale_separati.pdf

  15. Beatrice

    @ Raffaella
    Non ho fatto tutto il discorso di prima per convincerti a separarti da tuo marito, perché non conosco la tua situazione, quindi lungi da me il consigliarti una soluzione così drastica, quella dovrebbe essere l’ultima spiaggia, quando tutti gli altri tentativi sono falliti. Come ti è già stato detto, hai bisogno di tutto l’aiuto che il Signore può darti, perciò affidati a Lui, lavora sulla tua conversione, accedi spesso e in maniera giusta a quella immensa fonte di grazia che sono i Sacramenti e man mano che cammini lo Spirito Santo ti mostrerà la via per fare la volontà di Dio nella tua vita. Una cosa, però, mi sento di dirti: un rapporto di qualsiasi tipo non funziona se non nella verità. Affronta la questione con tuo marito, digli quello che provi, cerca di capire con lui perché si comporta così, da dove ha origine la crisi del vostro matrimonio e parlate del futuro, di cosa intendete fare l’uno con l’altro, come pensate di superare la tempesta che state attraversando. Non farti condizionare dalla paura di perderlo: non pensare di dover accettare qualsiasi cosa ti faccia purché rimanga con te, perché chi ha incontrato il Signore non deve temere di perdere nulla eccetto la Sua amicizia. E qualsiasi cosa accada ricordati che tu e tuo marito sarete sempre una carne sola, perciò lavorando sulla tua santificazione santificherai con te anche lui.

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