Succede oggi. Scuola

insegnante

di Sara Nevoso 

Succede oggi che ho finalmente incontrato uno studente di liceo, Roberto, lo studente che nessuno credeva potesse esistere, ma che all’improvviso ho avuto la fortuna di intervistare. Ecco, qui di seguito, quello che mi ha detto.

“So che è una domanda retorica, fatta e rifatta, ma voglio chiedertelo: cosa ti aspetti dalla scuola?”

“In effetti questa domanda ormai sembra uno scherzo. Chissà a quanti studenti l’hanno fatta e chissà quante risposte inutili o svogliate. Oggi io sono in buona, prepari carta e penna, ho intenzione di dilungarmi.

Mi aspetto che i miei insegnanti abbiano coraggio, nel senso che siano stra convinti di quello che ci dicono, ma così convinti da convincere  un po’ anche noi.

Mi aspetto che non mandino i loro figli alle private, mi aspetto che mi dicano cosa vogliono da me e che poi mi sappiano dire se sono stato in gamba oppure no, mi aspetto che abbiano voglia di insegnarmi tutto quello che sanno, perché quello che và a scuola per forza sono io, non  loro.

Mi aspetto che qualcuno di loro abbia il coraggio di andare contro corrente. Per me andare contro corrente non significa farci leggere romanzi pornografici, non significa nemmeno raccontarci che “gay è bello e normale” perché questo è “seguire la corrente”.

Contro corrente per me sarebbe un insegnante in grado di dirci che esige che andiamo vestiti tutti con polo e pantaloni, che non sopporta i cappellini appoggiati alla testa, che odia la vita bassa, che non gli interessano le scollature vertiginose delle ragazzine, così non dovrei preoccuparmi ogni mattina di mettermi qualcosa che mi salvi da prese in giro, risatine e quantìaltro.

Mi aspetto che i miei insegnanti sorridano, che siano in forma, che non siano stanchi per aver parlato due, tre o quattro ore.

Mi aspetto che non facciano scioperi perché io proprio lo sciopero degli studenti non lo reggo, non sappiamo nemmeno dove siamo girati e da anni quando ci chiedono le nostre ragioni rispondiamo con il solito disco incantato: “basta finanziamenti alle scuole private, vogliamo più infrastrutture e più laboratori tecnici”.

Mi aspetto che la prof. di italiano alzi la voce quando legge Dante e riesca a non farmi addormentare, perché non ci credo che Dante è magico solo se lo legge Benigni.

Mi aspetto che dopo aver ascoltato storia, filosofia, fisica o qualunque altra materia mi obblighino a fare domande perché non devono crederci quando rispondiamo che non ne abbiamo, noi siamo pieni di domande, ma forse diamo per scontato che le risposte non ci soddisferanno.

Mi aspetto che mi giudichino, mi aspetto che mi facciano credere che posso migliorare, che posso capire, che non devo gettare la spugna, che qualche volta potrei anche riuscire ad essere il migliore, e sarebbe una bella sensazione.

Mi aspetto che i miei insegnanti non mettano mai il cellulare sulla cattedra, mi aspetto che siano in grado di farsi ascoltare, che ci facciano pensare che sapere tutto quello che sanno loro deve essere fantastico; ma che ancora più fantastico è trasferirlo quel sapere, riversarlo sulle nostre menti che si fidano di loro ma spesso vengono tradite.

Mi aspetto la passione, l’entusiasmo, la freschezza, le emozioni, perché non ci credo che solo i ragazzi della De Filippi sanno far piangere se cantano o se saltano; non ci credo che preparare un piatto con ingredienti di stagione sia più appagante che apparecchiare una mente nella sua stagione più fertile.

Mi aspetto che mi dicano che non va bene tutto, ma che qualcosa va meglio di qualcos ‘altro, che, ad esempio, fare il medico con passione, salvare vite umane, è meglio che fare il provino per il Grande Fratello.

Mi aspetto che mi dicano che devo provarci, sempre e comunque, che le scorciatoie non si prendono, che la strada è lunga, che non devo mai pensare che non arriverò da nessuna parte, ma devo sempre puntare lontano.

Mi aspetto che mi dicano cosa devo fare, che mi riempiano la testa di doveri e meno di diritti, perché, forse non gli è chiaro, ma io non so cosa fare, davvero!

Mi aspetto che ogni tanto si facciano da parte e chiamino i miei genitori in causa, li coinvolgano e non cerchino in ogni modo di trasformarmi in un campione del XXI secolo: “abbandonato dalla famiglia e rieducato dalla scuola”.

Mi aspetto che nell’ora di religione parlino di religione e non di tolleranza o di apertura della mente, perché io voglio sapere davvero tutto di Dio e dell’Aldilà, non mi crede nessuno ma mi interessa, ne ho bisogno.

Mi aspetto che mi facciano capire che insegnare a gente come me, è bello, è appagante, è importante, è il sogno che avevano fin da quando erano piccoli, e non che sono in classe solo perché,diciamolo, dove lo trovano un altro lavoro con tre mesi di ferie?

Da grande vorrei insegnare, nonostante la scuola che frequento e gli insegnanti che incontro, ma non a queste condizioni.

Magari cambierò idea, ma spero di no, ci tengo a poter dire la mia”.

Insomma ho raccolto un accorato appello agli insegnati di oggi, non tutti è chiaro, ma sicuramente a coloro che davvero ho sentito lamentarsi perché sfiancati dai consigli di classe, che davvero hanno deciso di mandare i loro figli alle scuole private, che davvero confessano  di aver scelto questo mestiere solo per le agognate ferie.

E’ Roberto che non esiste, almeno non quello che ha rilasciato questa intervista, ma chissà che in qualche angolo remoto non ve ne sia più di uno.

Io ci credo.

Roberto, se ci siete, battete un colpo, anzi, fate un gran casino.

52 pensieri su “Succede oggi. Scuola

    1. Sara

      Mi piacerebbe che il corpo insegnanti “pubblico” fosse fiero di sé, un conto è scegliere una scuola privata con motivazioni tra le più svariate (internazionalità, spazi aperti), un altro conto è identificare il pubblico con il “male”, pur facendone parte, e quindi evitarlo per i propri figli.

      1. Paola

        Già, il male, se lo conosci perché lo vedi in alcuni colleghi della scuola statale in cui insegni, per i tuoi figli cerchi di evitarlo. Grazie a Dio per tante scuole private.
        Paola

        1. @Paola, orsù… il male è annidato nel cuore dell’uomo (di ogni uomo).
          A priori né nelle scuole statali, né in quelle private… come lo puoi trovare in entrambe.

          Io ho tante amiche, sorelle in Cristo, che sono insegnanti nelle statali, e combattono la loro “buona battaglia”… contro il male che viene dai “colleghi”? Direi piuttosto contro la mentalità di questo mondo, che troviamo ovunque.

          1. Paola

            Sono assolutamente d’accordo. Comunque penso che i miei figli siano troppo giovani per mandarli sul campo di battaglia. La battaglia è nostra, e quotidiana. Ho anch’io buoni colleghi, purtroppo però nelle materie più delicate come Italiano e Filosofia vedo provocare danni cui poi è difficile porre rimedio.

      2. saras

        direi che :
        1.c’è un po’ di confusione sul concetto di pubblico, che NON corrisponde a statale. Anche le scuole private sono pubbliche, come quelle statali, cioè aperte a tutti;
        2.la Chiesa continua a ribadire l’importanza della LIBERTA’ di EDUCAZIONE ( a mio dire immediatamente conseguente alla libertà religiosa). Qualcosa vorrà pur dire, no?!
        3. penso che queste due siano le questioni fondamentali, cioè di fondo, da cui discendono le considerazioni giustissime su reclutamento e retribuzione e qualità morali e professionali degli insegnanti… la butto lì’ così, non ho tempo e sopratutto ormai nessuno leggerà più qs post, è troppo tardi per commentare:)

  1. Aleph

    Eh, quante aspettative… Con quello che li pagano gli insegnanti, meglio ridimensionare le attese!!!

    1. Sara

      Eh, no! Perché un insegnante che davvero crede in quello che fa, non lo fa per i soldi. Io, che davvero fin da bambina dicevo di voler insegnare, vivo l’insegnamento come una vocazione e continuo a farlo al meglio delle mie capacità anche se (visto che lavoro da anni in una privata) prendo 200 euro al mese (quando mi dice bene e non ci sono vacanze ad accorciare la mensilità). Precisazione per non sentirmi rispondere che evidentemente me lo posso permettere: no, non me lo posso permettere, ma mio marito mi sostiene e il Signore non ci ha mai fatto mancare niente!

  2. “Mi aspetto che nell’ora di religione parlino di religione e non di tolleranza o di apertura della mente, perché io voglio sapere davvero tutto di Dio e dell’Aldilà, non mi crede nessuno ma mi interessa, ne ho bisogno.”

    Anche che Dio potrebbe magari non esserci, e nemmeno l’aldilà?

      1. webmrs:
        .
        ..si chiama “ora di religione” non di teologia (cattolica o che altro). Nell’ora di religione (cosiddetta) dovrebbe essere
        compresa anche la possibilità che venga spiegata come fenomeno psico-storico-sociale eccetra.
        Il non relativismo si potrà insegnare in parrocchia. Oppure si potrà anche insegnare a scuola da parte dei professori (cosiddetti) cattolici. Come si potrà anche insegnare a scuola (col permesso dei genitori, ovvviamente!) il corretto uso del preservativo (con o senza serbatoio).

  3. Antonietta

    Per la prima volta di sento da un post. Vieni nella mia scuola, parlo di quella perché quella conosco, e di Roberto te ne presento senza dubbio più di uno. Il problema dei giovani siamo noi adulti, non certo le loro aspettative.

  4. Maria

    Tre mesi di ferie?
    Lavoriamo fino a fine giugno e il primo settembre siamo di nuovo a scuola per programmare.
    I giorni di ferie effettivi sono 24 più 4 di festività soppresse, nei restanti giorni siamo a disposizione: il dirigente scolastico ci può chiamare quando vuole.
    Mai sentito un insegnante dire di aver scelto questa bellissima e difficilissima professione per avere le ferie lunghe!

    1. Io invece, purtroppo, MOLTE. Genere femminile non casuale. Persone che non hanno alcuna vocazione all’insegnamento e si vede da come si comportano con i loro allievi facendo danni e con i colleghi lavorando il minimo sindacale, perché il loro interesse è altrove. Aggiungo però, a onor del vero, che molte di queste donne non hanno fatto questa scelta per fare le vacanze super-uao di due mesi, ma per poter stare dietro ai loro figli che in quei due mesi sono a casa. Tuttavia, per quanto sia apparentemente nobile, non è un motivo sufficiente a fare l’insegnante, che è una vocazione e necessita di un impegno totale.

      1. Sara

        Brava, Maria! Per quello che mi riguarda, visto che ogni anno mi toccano anche esami di idoneità e maturità, io non smetto un giorno che sia uno fino a metà luglio e il 1 settembre sono di nuovo operativa!

  5. angelina

    Buona Pentecoste! E’ un po’ come il compleanno (meglio all’inglese birth day, il giorno di nascita) della Compagnia dell’Agnello, no? Lo Spirito Santo trasforma un gruppetto di timorosi in apostoli, un fuoco mandato ad incendiare gli animi in tutto il mondo. E allora auguri a tutti.

    1. E nella moderna Babele, qualcuno che parli con una lingua sola, un’anima sola, un cuore solo… 😉

      ( Lo so, lo so… qualcuno prontamente dirà: “magari fosse così…”, ma a me piace pensarla così e credo anche sia così nella maggioranza dei casi 😉 )

  6. Claudio B

    Quando il mio insegnante di lettere recitava Dante (non “leggeva” perché lo sapeva a memoria, comprese le principali lezioni alternative dei punti discussi) era molto, ma molto più magico di quando lo legge Benigni. Non c’è proprio confronto. Succedeva in un Liceo statale una quarantina di anni fa. Certo già allora quel tipo di insegnante cominciava a diventare raro. Ma bisognerebbe capire bene cosa è successo alla nostra scuola da allora a oggi. Una serie di trasformazioni cui certi mitizzati sacerdoti progressisti e soprattutto certi loro autoproclamati seguaci non sono rimasti del tutto estranei. Per ora non saprei che altro dire, sono un insegnante anch’io (di tutt’altra materia) e forse interverrò ancora, dopo averci pensato su.

  7. ritabettaglio

    L’ha ribloggato su Expe(rita)e ha commentato:
    Non conosco l’autrice, ma sono d’accordissimo con lei.
    (P.s.: io mando mio figlio alle private, ma anche li’ la passione scarseggia… Per prima cosa tra genitori e alunni!)

  8. Claudio B

    In effetti avevo letto tutto il testo, in gran parte condividendolo, ma mi era sfuggita la storia dei “tre mesi di ferie”. Si tratta di una banalità e di una falsità che mi dispiace vedere ripetuta nel contesto di un intervento che per altri aspetti è scritto con serietà. I giorni di ferie effettive sono 32 come dice Maria. Poi ci sono altri giorni in cui si è liberi dal servizio, ma a parte il fatto che si potrebbe essere comunque convocati (anche durante le ferie vere, se è per questo, perché siamo obbligati a lasciare la reperibilità), tre mesi (180 giorni) sono ben lontani. Inoltre è impossibile negoziare le ferie, cioè i giorni di ferie possono essere presi solo quando a scuola non ci sono lezioni. Questo implica l’impossibilità di evitare i periodi di altissima stagione. Il che, coi prezzi correnti e con i nostri stipendi, per molti di noi significa dover rinunciare alle vacanze. Per me lo ha significato per molti anni, di gran lunga la maggior parte dei 26 anni da che faccio l’insegnante.

    1. Sara

      Mi spiace per l’inesattezza. Era un’ espressione iperbolica e semplificativa. Il concetto, che personalnente ho sentito esprimere da piu’ di un insegnante, mi aveva colpito e rattristato.

      1. Claudio B

        Naturalmente 3 mesi sono 90 giorni, ho sbagliato i conti. Comunque mi creda,le ferie non sono un grande vantaggio del lavoro di insegnante. E’ comunque vero che i giorni liberi sono in numero maggiore rispetto a un altro lavoro, ma sono molto più rigidi.

  9. Sono un’insegnante. Insegno nella scuola statale, alle medie. Mio figlio ha diciannove mesi e dall’anno prossimo frequenterà una scuola privata. Credo nel valore di un’istruzione pubblica, credo che l’istruzione pubblica, la REALE istruzione, faccia la differenza tra uno Stato democratico e un regime. Lotto ogni giorno in una scuola di quelle cosidette ” a rischio” ma non me la sento di rischiare l’istruzione di mio figlio. Anche mio marito insegna, alle superiori, nello Stato, e la pensa come me. A malincuore, con sofferenza, anche economica, abbiamo fatto questa scelta. Sappiamo che la scuola statale è troppo spesso un’incognita, e nella privata che abbiamo scelto abbiamo visto ciò che vorremmo avesse nostro figlio dalla scuola.
    “Bucare” un liceo non è un grosso problema con solide basi alle spalle. “Bucare” le elementari significa rischiare di non riprendersi più.

  10. nami8

    Stavo proprio pensando: ma sarà vero questo Roberto??? Comunque post bello e interessante, sebbene inficiato da un po’ di luoghi comuni. Da giovane prof. e amica di tanti giovani prof. posso senz’altro rassicurarvi che ormai è così arduo e frustrante intraprendere questa professione che bisogna essere davvero molto molto motivati (l’iter è: laurea triennale-laurea specialistica-vincita di un concorso statale molto difficile-un anno o due di corso abilitante con esami e tesi annessi e poi da questo momento si iniziano anni e anni di supplenze, e aggiungo con ferie non pagate, alla faccia dei 3 mesi di vacanze!!!). Nel corso abilitante che ho frequentato io (allora era la Ssis) eravamo un gruppo di aspiranti docenti veramente molto convinti della nostra scelta e ora stiamo lavorando tutti con passione e ci scambiamo continuamente consigli e opinioni per un nostro miglioramento costante. Credo che l’insegnante che sta lì a scaldare la cattedra perché non ha trovato niente di meglio ormai sia in via d’estinzione (legge Fornero permettendo)!! Ovviamente questa non è una accusa contro i docenti più anziani, intendiamoci, ne ho incontrati tanti sulla soglia della pensione ancora molto motivati.
    E poi: ma dove sono queste scuole private così meravigliose dove avrebbe sede “il bene”??? Per noi prof. insegnare nelle scuole private è un incubo, in quanto, visto che i “clienti” (perché gli alunni sono considerati “clienti”, proprio così) pagano un bel po’, dobbiamo promuovere tutti e subire ogni sorta di soprusi dai genitori danarosi e presidi compiacenti. Se si manda un figlio alle scuole private spesso lo si fa solo perché è stato bocciato più volte alle pubbliche e così si prende un diploma, volente o nolente (io infatti chiamo le scuole private “diplomifici”). Questa è la verità, almeno nel mio ambiente (Italia centrale), magari al Nord ci sono ancora scuole private veramente eccellenti.

    Vorrei puntare l’attenzione, invece, su due problematiche dove credo sia proprio il nodo del problema:
    1) perché un tempo i professori declamavano la Divina Commedia a memoria e noi ora invece non siamo in grado? Perché dopo tutti gli anni di studio (molti di più della generazione scorsa di insegnanti) in cui abbiamo preso fior di 8 e di 9 alle scuole e fior di 30 all’università non siamo così BRAVI come loro? Perché prima di darceli, quei 30, non hanno preteso da noi qualcosa in più che saremmo stati ben felici di studiare?
    2) Ho parlato prima di scuole private, ma devo essere onesta: anche nel pubblico ormai gli alunni sono considerati clienti, non a caso il preside ora è il “dirigente” scolastico e praticamente la scuola non è più un ente ma un’azienda: più alunni vengono promossi più alunni si iscrivono, più alunni si iscrivono più la scuola è considerata migliore (e non perde classi e posti di lavoro). Ergo: l’imperativo ormai è cercare tutti i modi possibili e immaginabili per non bocciare più un alunno. Ergo: è molto più frustrante di quanto non si possa immaginare fare questo lavoro e spesso si è portati a scontrarsi con presidi, genitori, mulini a vento vari, per cercare di mantenere un minimo di dignità davanti a noi stessi e davanti agli alunni più volenterosi che NON DEVONO essere penalizzati… Quindi, per tornare al discorso di prima, bisogna essere molto motivati (ma lo siamo, il rapporto con i ragazzi ripaga di tutto!).
    3) Ed ecco il collegamento tra punto 2 e punto 1: per aumentare il numero di diplomati e il numero di laureati (sempre troppo bassi rispetto al resto d’Europa), per un malinteso senso della democratizzazione del sapere, la soluzione più facile era abbassare il livello, rendere tutto più facile, prima la scuola e poi vi si è dovuta adeguare anche l’università (potrei motivare queste affermazioni con molti esempi ma la faccio breve). Io e i miei coetanei degli anni ’70-‘80 ci siamo trovati in mezzo a questo fenomeno e a scuola chi voleva davvero studiare non aveva nessuno stimolo (i libri di Paola Mastrocola lo spiegano molto bene), così ora ci ritroviamo ad essere noi i professori e a dover studiare noi per primi da soli per colmare le nostre lacune… naturalmente chi di noi sente questa responsabilità e lo vuole fare (comunque la maggior parte di noi).
    È anche per questo che i ragazzi di oggi stanno tutti i pomeriggi davanti ai videogames o a internet, perché l’impegno che richiede loro la scuola è davvero minimo! Ma come si fa a buttare così tante ore di vita, ore preziose che non torneranno mai più, immersi in qualcosa di completamente inutile?! È proprio perché vogliamo il meglio per loro che dobbiamo assolutamente costringerli a scuotersi, ad alzare gli occhi dai loro cellulari, a incuriosirli alla vita vera, alla lettura, ai quotidiani, finanche alla bellezza dello studio (!). Beh, sembrerebbe una sfida impossibile, eppure, visto che ormai un po’ li conosco, so che loro si ribellano alla fatica e all’impegno, ma poi sotto sotto questo è veramente quello si aspettano da noi professori. Come li si spinge a dare qualcosa di più, subito si lamentano, si oppongono, ma poi raggiungono sempre, inevitabilmente, risultati sorprendenti! In fondo, in fondo, via, sono quasi tutti un po’ “Roberto”!

    1. Cara nami8, diplomificio? Ho frequentato un liceo scientifico privato. Siamo partiti in 32 e arrivati in tredici. Già il secondo anno ne avevano bocciati dieci. Solo uno è uscito con il cento. Ho visto il mio preside (che conosceva tutti ma proprio tutti per nome) e il mio prof di matematica (istituzione vivente) mandare allegramente a quel paese tanto di genitori. e per inciso mi sono diplomata nel 2008, non cinquant’anni fa.
      Mio padre ha insegnato elettrotecnica in un professionale per quarant’anni e ogni anno da che ho memoria tornava a casa esasperato dagli scrutini perchè lo “costringevano” al sei politico, perchè tanto in quell’istituto vigeva il principio di liberarsi dei ragazzi il prima possibile, tanto gli ultimi due anni erano perfettamente inutili (il che è anche vero).
      Scusa il tono un po’ polemico, è che alle volte è dura vedere i tuoi sacrifici sepolti sotto un pregiudizio. Per il resto sono proprio d’accordo con ogni tua parola!

      1. Sara

        “E poi: ma dove sono queste scuole private così meravigliose dove avrebbe sede “il bene”??? Per noi prof. insegnare nelle scuole private è un incubo, in quanto, visto che i “clienti” (perché gli alunni sono considerati “clienti”, proprio così) pagano un bel po’, dobbiamo promuovere tutti e subire ogni sorta di soprusi dai genitori danarosi e presidi compiacenti. Se si manda un figlio alle scuole private spesso lo si fa solo perché è stato bocciato più volte alle pubbliche e così si prende un diploma, volente o nolente (io infatti chiamo le scuole private “diplomifici”).”

        E’ proprio così, nami8! E’ esattamente anche la mia esperienza!

  11. Lalla

    “Mi aspetto che non mandino i loro figli alle private”. Sinceramente non lo capisco. Penso a una famiglia cattolica ad esempio. Mi sembra che le ragioni per mandare i figli ad una scuola cattolica siano molte e buone e condivisibili. Le ragioni a favore della libertà di scelta educativa sono anche molte. Perché un genitore, di professione insegnante della scuola statale, dovrebbe privarsi di questa possibilitá (ammesso che se lo possa permettere)? In che cosa una scelta di questo tipo lo renderebbe un insegnante meno buono o meno impegnato nei confronti dei suoi allievi?

    1. Lalla:

      …credo che non ci sia molto da aggiungere a quello che ha scritto nami8.
      Per quanto riguarda le scuole private, credo che siano da scegliere (potendo)(al diavolo i complessi di colpa) solo quando esse possano garantire (parola grossa!) un livello di istruzione eccellente. Se è solo per una questione di principi religiosi, indipendentemente dal livello degli insegnanti, della organizzazione eccetra, mi sembra che sia addirittura controproducente, per ragioni evidenti (come per esempio che non è nell’isolamento dal “relativismo” che si conseguono saldi principi morali). Ma probabilmente sono io che mi sbaglio… Provate a chiederlo anche alla Miriano, scuola pubblica o privata?

      1. Lalla

        Quelli che ha scritto nami è una visione molto parziale niente affatto convincente. Sono d’accordo con te sul principio dell’eccellenza, che peraltro spesso va di pari passo con l’impostazione di valori di certe scuole. Io rimango per la massima libertà di scelta e per la massima possibilità di accesso.

        1. Sara

          Certo, Lalla. Le scuole private cattoliche sono altra cosa, ma quanto ha affermato nami8 è l’esatta situazione di molte private paritarie non cattoliche. La mia esperienza in ambienti del genere me lo fa confermare, come non posso che confermare la qualità di private cattoliche, soprattutto elementari, a cui io manderei senz’altro i miei figli.

  12. nami8

    Non avevo letto i commenti, scusatemi (ben ritrovata, Rita Bettaglio! Stamattina portando le mie bimbe a Messa ti ho pensato, sono state bravissime! 🙂 ).
    Mah, sono molto perplessa soprattutto in merito alla fiducia manifestata verso le scuole private in quanto veicolo di valori cattolici, nella mia limitata esperienza personale (relativa solo a scuole superiori) conosco sia insegnanti cattolici praticanti che lavorano in scuole pubbliche (moltissimi) sia atei anticlericali finiti loro malgrado (!) in private cattoliche. Non conosco nessuno che abbia scelto di insegnare in una scuola per motivi ideologici, ma si lavora dove si viene chiamati.
    È vero però che alcuni rari istituti (molto costosi) hanno proprio un’impostazione cattolica e una serietà maggiore, per così dire, ad esempio in uno dove ho lavorato i ragazzi avevano delle divise, si recitava la preghiera all’inizio della mattinata, gli alunni erano stimolati a partecipare ad attività extracurricolari legate alla Chiesa e io stessa ero stata scelta come supplente proprio perché dal mio curriculum si evinceva che ero cattolica e attiva in parrocchia.
    La maggiore serietà, però, credo derivi da presidi particolarmente illuminati, non dal carattere privato o pubblico della scuola, io almeno la penso così, ma ammetto che ho un bagaglio di esperienze limitato. Chiedo scusa se sto facendo delle generalizzazioni e se ti ho offeso, Unsorsodicoca! 😉 E’ ovvio, ogni realtà ha le sue eccezioni e io non pretendo di dare una regola, ma sto solo raccontando la mia esperienza personale (quanto invidio i tuoi professori che mandano a quel paese i genitori!!! A me invece capita che l’alunno manda a quel paese me, io metto la nota, il genitore si lamenta con il preside e il preside fa la ramanzina a me! Invece nella scuola privata la nota proprio non potevo metterla…).

    Comunque, io non mi preoccuperei più di tanto se a insegnare filosofia a mio figlio sia un anticlericale, dobbiamo avere fiducia nei nostri figli, hanno la capacità di ragionare con la loro testa e non vengono “plagiati” così facilmente! Concordo con filosofiazzero, è giusto che conoscano bene tutte le opinioni, la realtà in cui saranno chiamati ad agire in tutte le sue sfaccettature, tanto prima o poi si scontreranno con idee diverse, perché lasciarli in un ambiente ovattato prima per farli trovare a disagio poi? Meglio permettere loro di farsi un’idea reale e veritiera del mondo in cui stanno vivendo e dar loro gli strumenti per affrontarlo.
    Un tempo i ragazzi erano ribelli nei confronti di scuola e famiglia, ma leggevano, avevano le loro idee, ora li vedo solo immersi in un nulla internettiano senza senso, mi sembra che “vivano” una realtà parallela, fatta di videogiochi, social network, talmente sommersi dal virtuale da disinteressarsi completamente al reale. Per questo preferisco un professore, sia pure ateo, che li stimoli a ragionare, che li incuriosisca, ponga loro dubbi e li spinga a cercare la verità attraverso letture, discorsi, esperienze reali. Non dobbiamo avere paura del confronto, in fondo dalla parte nostra non c’è il Signore? Se non abbiamo fiducia nei nostri ragazzi (e sbagliamo a non averla), almeno abbiamo fiducia in Lui!

    1. Paola

      Penso faccia bene rileggere quello che dice il Papa, o Bagnasco, anche in occasione della giornata del 10 Maggio.

    2. Questo discorso secondo me è valido per la scuola superiore, quando il ragazzo ha già uno spirito critico ed è in grado di dialogare e non farsi indottrinare da eventuali docenti pasionari nostalgici del ’68. Altra storia per la scuola primaria. I bambini assorbono tutto, e c’è un periodo dell’infanzia in cui per un bambino “la maestra ha detto X” e quello è legge, quello che dice chiunque altro non conta (lo so dalla mia esperienza di catechismo, i bambini non contraddicono solo te, a volte anche i genitori sulla base del sacro verbo della maestra). Ora, per fare un esempio, io vorrei che a mio figlio raccontassero anche a scuola che a fine dicembre si fa vacanza perché è Natale, cioè perché è nato Gesù. Non perché è la festa “dell’inverno” o “della pace” o il solstizio o la pausa obbligatoria per riposare, o che il Natale è messo lì dalla chiesa cattiva per eliminare le buone feste pagane. Dato che non tutte le scuole pubbliche mi garantiscono questo, io preferisco una scuola privata cattolica AFFIDABILE, almeno fino alle scuole medie. Dopodiché, via! Sono pronti ad affrontare il mondo, ma perché hanno radici solide!

  13. Autorizzo tutti gli insegnanti che scrivono su questo blog a lapidarmi per quello che sto per scrivere, ma vorrei fare presente due situazioni a confronto.
    Mia madre è insegnante, materie impegnative e scuola impegnativa. Si ammazza letteralmente di lavoro, l’ho sempre considerata un modello. Esce alle 7, torna alle 2-3 del pomeriggio. Prepara le lezioni e corregge compiti, ma nel frattempo può, per esempio, fare un bucato (non deve farne 10 il weekend stendendo anche sulle porte perché il cestino è esploso), può interrompere per fare qualcos’altro, è a casa se uno dei suoi figli ha bisogno di lei, lei stessa mi dice spesso che poter lavorare a casa è un lusso. Sotto scrutini anche lei fa orari assurdi, ma non è la regola. E quando durante le festività le scuole sono chiuse, non deve chiedere a tutto il parentado se possono tenerle i figli.
    Io non faccio l’insegnante. Vado al lavoro dal lunedì al venerdì, fuori casa dalle 7 del mattino alle 7 di sera. Quando torno ci sono tutte le incombenze di casa, marito e figli. A volte si lavora anche sabato e domenica. Quattro settimane di ferie all’anno, tre obbligatorie ad agosto (perché il nido chiude), l’azienda spesso chiede di fare (sprecare) giorni di ferie in periodi a dir poco inutili. Per stare a casa a Natale e Pasqua c’è la lotta al coltello coi colleghi, e finisce che si sta a casa ogni tre anni, per questi periodi. I figli li vedi il giorno di Natale.
    Il vostro è un lavoro difficilissimo, impegnativo, sottovalutato e bistrattato ingiustamente. Però non incattivitevi, ma abbiate un po’ di carità nei confronti di noi non-insegnanti, quando tiriamo fuori i 3 mesi (intendiamo mesi SOLARI, sappiamo benissimo che non sono 180 giorni!!!) di ferie… 😉

    1. Claudio B

      Ma NON ESISTONO tre mesi solari di ferie (cioè 90 giorni, va bene, sopra ho sbagliato e l’ho già detto)! gli esami di stato finiscono verso il 15 luglio, il primo settembre ricominciano le attività. Sono meno di 40 giorni togliendo le domeniche, anche aggiungendone 10 per Natale e 5 per Pasqua si arriva a meno di 60, che, lo ripeto, sono rigidi e non modificabili, cioè non puoi chiedere un giorno di ferie per andare al funerale della zia né puoi fare una settimana bianca né puoi mai approfittare di un’offerta di vacanze low cost. Se il conteggio è sbagliato, dimmi dove, perché 90 giorni piacerebbero tanto anche a me. Inoltre non si tratta di giorni di ferie ma di giorni liberi dal servizio, per ora e finché non trovano il modo di impegnarci in qualche maniera, il che tem succederà presto. Per non parlare del fatto che, ancora nella maggioranza dei casi, si lavora di sabato, e non un sabato ogni tanto come medici e poliziotti, no, tutti i sabati da settembre a luglio!

  14. Clockwork

    A me lascia perplesso il fatto che alcuni si scaglino contro “l’aziendalizzazione” del comparto pubblico e poi non esitino nemmeno due secondi a mandare il proprio figlio alle scuole private.

  15. Costanza dove lo hai trovato un ragazzo così? Lo abbraccerei. Tutti si stanno focalizzando sul pubblico o sul privato, io mi sono quasi commossa quando ho letto che vorrebbe insegnanti pronti a tirargli fuori le domande e pronti a fornirgli le risposte! se lo rivedi Roberto abbraccialo da parte mia!

  16. Giacomo

    Mi sembrava di leggere me stesso..ho scelto di studiare Lettere proprio perché non mi sono arreso a quello che vedevo nei miei prof..ho lasciato casa mia in Puglia per studiare a Milano, per seguire quello che mi fa sussultare il cuore. Voglio insegnare, ce la sto mettendo tutta

  17. Sara

    Grazie di questo articolo! Mi ci voleva proprio! E poi, sì: i Roberto esistono, ma spesso dipende da noi insegnanti farli venir fuori! Come diceva, se non erro, Plutarco, “i giovani non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere”. E, giuro, se come insegnanti ci comportiamo come desidera questo Roberto, si accendono eccome! Mi è capitato tante volte di vederli infiammati dalla bellezza! E’ fatica, ma niente che veramente valga la pena è facile da fare!

  18. Claudio B

    Il comment di nami8 è molto bello. e lo condivido. Ma il fatto non è che oggi non si sa più Dante a memoria perché chi fa l’insegnante è meno bravo di un tempo. Certo la diminuita reputazione sociale e la caduta a precipizio delle retribuzioni hanno il loro peso nel non attrarre, diciamo così, verso l’insegnamento. Quel mio insegnante che citavo sopra a proposito di Dante doveva avere iniziato a insegnare, se non sbaglio i conti, intorno al 1935, abbandonando una carriera avviata nientemeno che di notaio (ce lo raccontò lui e non con il tono di chi avesse compiuto una scelta eroica)! oggi chi facesse una scelta simile vincerebbe il premio Tafazzi del decennio, Ma la questione principale è che oggi l’insegnante non è più considerato come una figura che deve possedere cultura e trasmetterla, proprio non è più così e chi tentasse di farlo sarebbe scoraggiato e squalificato, per tutti i motivi che nami8 ben conosce, se leggi i libri di Paola Mastrocola.

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