Generazione Telemaco

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di Claudia Mancini   

Il gruppo marmoreo “Enea, Anchise e Ascanio”, conservato nella Galleria Borghese a Roma, fu realizzato da Gian Lorenzo Bernini nel 1619. Il soggetto è tratto dall’Eneide di Virgilio: Enea fugge da Troia in fiamme, portando sulle spalle il vecchio padre Anchise e tenendo per mano il figlioletto Ascanio.

Si tratta di una statua “a torre”, con un evidente slancio verticale: nella parte più alta Anchise porta in mano il cosiddetto“keramos troikos”, con le ossa degli avi e con sopra le statuette dei Penati troiani (il simbolo della Patria abbandonata); al centro si trova Enea – il futuro fondatore di una nuova civiltà – che sorregge il padre; più in basso, al piccolo Julo Ascanio, chiamato a fondare la gens julia e a regnare nel Lazio, è posto in mano il più importante“pignus imperii”, il fuoco eterno di Vesta con il quale accenderà la nuova vita di Roma.Bernini - Enea Anchise e Ascanio

A parte il pregio artistico, è affascinante la portata simbolica di questo gruppo marmoreo. È un’immagine compiuta e potente del grande “pater familias”, una figura simbolica dellafunzione dell’autorità genitoriale: la catena delle generazioni attraverso cui di padre in figlio si tramanda sempre un “regno”, un’eredità di geni e di beni, capace di generare dal passato il futuro. Nell’opera di Bernini, la catena delle generazioni mi sembra rappresentata da due elementi: a) la differenziazione generazionale, resa mirabilmente dalla caratterizzazione delle epidermidi: la pelle morbida e rosata del bambino, quella tesa che riveste i muscoli dell’uomo adulto, e quella avvizzita e rugosa del vegliardo; b) ladiversità degli atti educativi: Anchise è il depositario della tradizione; Enea è il medium che sostiene la tradizione e accompagna il futuro; Ascanio è l’erede che si affida al presente e al passato, ma stringendo già un impegno di futuro tra le mani.

Gli psicoanalisti, e non solo loro, sarebbero concordi nel sentenziare che questo modello “a torre” dell’autorità genitoriale sia ormai eclissato, irrimediabilmente tramontato. Questo sarebbe il tempo dell’«evaporazione del padre» [1]: all’autorevole e verticale differenziazione generazionale, si è sostituita la caricaturale e orizzontaleinversione generazionale di padri che fanno i figli e di figli che fanno i padri. Si fa riferimento a quei genitori che abdicano alla loro funzione, non perché abbandonino i loro figli o non si prendano cura delle esigenze di questi, ma perché sono troppo simili, troppo prossimi, troppo vicini ai loro figli: si assimilano simmetricamente alla giovinezza dei loro figli e nessuno vuole assumersi il peso dell’atto educativo.

Al “genitore-figlio”, specularmente, corrisponde il “figlio-genitore”: anziché adattarsi alle leggi simboliche e ai tempi della famiglia, è il “figlio-genitore” che impone al nucleo familiare di modellarsi intorno alle proprie esigenze. Nelle odierne società, insomma, il modello educativo “a torre” sembrerebbe definitivamente evaporato, per lasciare posto all’appiattimento generazionale di padri che fanno i figli e di figli che fanno i padri (“figlio-Narciso”), oppure alloscontro generazionale di figli contro padri – emblema più del recente passato che di questo nostro presente (“figlio-Edipo”). Le nuove generazioni appaiono sperdute tanto quanto i loro genitori. Secondo questa prospettiva, potremmo immaginare che lo stesso Bernini, se dovesse rappresentare oggi quel gruppo marmoreo, si troverebbe spaesato: chi è il padre? Chi è il figlio? Chi è il sostegno? Esiste ancora un “regno” da ereditare?

Massimo Recalcati, psicoanalista tra i più noti in Italia, nel libro Il Complesso di Telemaco [2], ci offre una prospettiva capace di superare la rassegnata constatazione dell’«evaporazione del padre». La sua tesi è che il nostro tempo, dopo l’indubitabile tramonto dell’autorità simbolica del pater familias, non sia tanto sotto il segno di “Edipo” né di “Narciso” ma sotto quello di “Telemaco”. Telemaco è il figlio di Ulisse, il giovane cui Omero fa dire nell’Odissea: «Se gli uomini potessero scegliere ogni cosa da soli, per prima cosa vorrei il ritorno del padre» (canto XVI). Telemaco guarda il mare, scruta l’orizzonte. Aspetta che la nave di suo padre – che non ha mai conosciuto – ritorni per riportare la Legge nella sua isola, dominata dai Proci che gli hanno occupato la casa e che godono impunemente e senza ritegno delle sue proprietà. Seconda la prospettiva di Recalcati, anche le nuove generazioni «guardano il mare aspettando che qualcosa del padre ritorni». Certo, nel nostro tempo dal mare non sembrano tornare flotte vincitrici, padri-ideali, eroi invincibili; piuttosto, tornano padri fragili, vulnerabili, insegnanti precari, disoccupati, migranti, lavoratori.cop

Dall’altra parte, però, anche la domanda di padre che attraversa il disagio della giovinezza non è una domanda di potere e disciplina, di padri-ideali, tantomeno di padri-padroni. I figli aspettano che tornino dal mare “padri-testimoni”, capaci di gesti, di scelte, di passioni,capaci di testimoniare che la vita può avere un senso. In fondo, lo stesso Ulisse omerico, prima di essere eroe, è un testimone di come alla vita si possa stare con desiderio e responsabilità. Ulisse non torna a Itaca solo per ristabilire l’autorità e la disciplina della Legge, ma anche per mantenere fede al suo desiderio (ritornare da Penelope) e alla sua responsabilità paterna (ritornare da Telemaco). Le nuove generazioni aspettano dai padri la donazione della testimonianza che umanizza la vita. E questo significa, per esempio, non avere progetti sui propri figli, non esigere che diventino ciò che le nostre esigenze narcisistiche si attendono, ma significa trasmettere alle nuove generazioni la fede nei confronti dell’avvenire, la fede verso la loro capacità di progettare il futuro. Telemaco, però, non si limita solo ad attendere e invocare il padre ma agisce, si mette in moto. Nel racconto omerico, è solo al ritorno di un viaggio irto di pericoli – sopravvivendo al rischio della sua morte – che Telemaco potrà incontrare suo padre nella capanna dell’umile porcaio Eumeo, senza averlo riconosciuto in un primo tempo [3]. Il viaggio di Telemaco insegna alle nuove generazioni che i giovani hanno bisogno di padri capaci di etica, che sappiano dare speranza e ispirare fiducia, ma nessun padre ci potrà mai risparmiare il viaggio pericoloso e senza garanzia per ereditare il nostro avvenire.

Quest’articolo è dedicato a tutti i padri-genitori, ai padri adottivi, ai padri spirituali, agli insegnanti, agli adulti capaci di testimoniare ai giovani come si possa stare al mondo con desiderio e allo stesso tempo conresponsabilità. E ai giovani, come Telemaco, che «guardano il mare aspettando che qualcosa del padre ritorni», perché «qualcosa torna sempre dal mare».

fonte: laPorzione.it

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[1] Cfr. J. LACAN, Nota sul padre e l’universalismo, in, “La psicoanalisi”, n.33, Astrolabio, Roma 2003, p. 9.

[2] M. RECALCATI, Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli Editore, Milano 2013.

[3] Cfr. OMERO, Odissea, canto XVI: «E Telemaco, abbracciando il padre glorioso, versava lacrime fitte. Entrambi avevano voglia di piangere, e piangevano forte, gemendo più degli uccelli, più delle aquile o degli avvoltoi dagli artigli ricurvi a cui i contadini rubarono i piccoli prima che avessero messo le ali. Così, pietosamente versavano lacrime da sotto le ciglia».

[4] Immagine: Telemaco Signorini, Marina a Viareggio (1860).

21 pensieri su “Generazione Telemaco

  1. Salvatore Scargiali

    Bellissimo articolo, mi trova concorde in quasi tutto. Dovrebbe meglio approfondire il tema riassunto nel periodo che riporto: ” Le nuove generazioni aspettano dai padri la donazione della testimonianza che umanizza la vita. E questo significa, per esempio, non avere progetti sui propri figli, non esigere che diventino ciò che le nostre esigenze narcisistiche si attendono, ma significa trasmettere alle nuove generazioni la fede nei confronti dell’avvenire, la fede verso la loro capacità di progettare il futuro..” Quanto detto è un cambiamento notevole rispetto alla visione tradizionale gerarchica della famiglia. Nella famiglia gerarchica i figli (maschi) erano chiamati a proseguire l’opera dei padri e a farla crescere, a fare quello che il padre non era riuscito a fare ma aveva cominciato. E’ proprio questa “aspettativa” nei confronti dei figli che è scomparsa con il processo di liberazione della famiglia. Una liberazione che anche l’articolista saluta positivamente nel periodo riportato sopra. Ma, ” trasmettere alle nuove generazioni la fede nei confronti dell’avvenire, la fede verso la loro capacità di progettare il futuro ” è già nei desideri dei nuovi padri e delle nuove madri. Ci sono i casi di padri e madri peter pan, di figli più padri dei genitori, ma è un fenomeno congiunturale. Oggi i bambini sono considerati persone, questo è un concetto acquisito culturalmente dalla società, metterlo ancora in pratica è più difficile sia in famiglia che nella società perché comporta il cambiamento radicale della visione della famiglia, non più “cittadella fortificata” ma gruppo di persone tra persone che condividono responsabilità. Questo è però ancora frenato dalle vecchie generazioni e da tradizionalisti impauriti del futuro.

      1. Salvatore Scargiali

        Cara Vale, sempre nella storia ci sono state cose riprovevoli… presentarle come fatti di costume senza sottolinearne la marginalità negativa non mostra il bene del progresso e aiuta, da un lato, gli estremismi a diventare ideologia e, dall’altro, frena la crescita e il progresso umano.

        1. fortebraccio

          La storia riportata ha degli aspetti poco chiari:
          a – non credo che al Fatebenefratelli esistano dei medici non-obiettori (lo dico solo per certificare l’assenza di pregiudizio)
          b – l’articolo parla di medici, al plurale. Evidentemente c’è stato un consulto con più persone
          c – nell’articolo si parla di ricovero dopo visita al pronto soccorso: perché una donna alla 4^ settimana (cioè praticamente all’oscuro della gravidanza) si rivolge al PS?
          C’è un po’ troppa semplificazione in quest’articolo (non intendo dire che i fatti siano raccontati con malafede, ma come capita spesso con la medicina e le scienze, l’approssimazione fa sì che si prendano grossi svarioni)
          Da profano: si trattava di una gravidanza gemellare con esito infausto per uno dei due feti…

          1. Salvatore Scargiali

            Sono casi marginali tristi e non voluti, non fanno costume. Non mi sembrano coerenti con l’argomento trattato nel blog.

          2. fortebraccio

            Ad onor del vero…
            Le cose potrebbero essere andate in maniera diversa.
            In tal caso i medici coinvolti subiranno un’azione disciplinare (e probabilmente legale).
            In effetti, l’errore (affidarsi, per una diagnosi infausta, ad un solo esame) è stato notevole.

    1. Claudia Mancini

      Per tramonto del “pater familias”, Recalcati intende – credo a ragione – il tramonto delle condizioni sociali, culturali e politiche su cui fondava una visione patriarcale della famiglia. Non c’è più un passato universalmente condiviso; un presente solido da potersi fare medium tra il passato e il futuro; un futuro “garantito”, da poter donare e da accettarsi come dono: manca un “regno di geni e di beni”. Tuttavia, non c’è solo caos o marasma, non c’è solo una “generazione liquida” di padri e figli evaporati. C’è una generazione in attesa, e una generazione in grado di accogliere questa attesa: una generazione che aspetta una testimonianza, e una generazione in grado di darla. Ora, per Recalcati, in una prospettiva psicoanalitica, questa “testimonianza che umanizza la vita” si muove tra i poli del “desiderio” e della “responsabilità”. Naturalmente, a questi valori dovremmo aggiungerne altri – in una prospettiva cristiana ma anche umanistica. Invito a leggere Recalcati: scrive molto sui concetti della paternità e della filiazione. Contributi interessanti -non solo sul “Complesso di Telemaco” – si trovano anche su YouTube.
      Grazie.

  2. giuliana75

    Vabbe’, Claudia Mancini è super, non posso non dirlo! Sarà poi che Ulisse è il mio personaggio preferito in tutto l’universo letterario, e quindi mi tocca una corda profonda…… hai ragione Matteo, altro che Steve Jobs, Omero è proprio la base della nostra cultura! Purtroppo ormai vedo in giro che ben pochi sanno chi è, quasi nessuno dei nostri ragazzi conosce lastraordinaria avventura di Ulisse, e ancor meno sono quelli che leggono nell’Odissea la nostra storia. Sarà che anche a scuola si da molta più importanza alle cosiddette competenze piuttosto che alle conoscenze…..stiamo crescendo una generazione che pare molto consapevole degli strumenti a disposizione ma rischia di non saper poi approfondire, discernere e scegliere quello che vale nel mare immenso delle informazioni che si trova davanti. E poi noi genitori spesso ci disimpegnamo, abdichiamo al ruolo educativo dando ‘cose’ anziché alimentando desideri. Ma forse sto andando fuori tema…..

    1. Sara

      Giuliana, altro che fuori tema! Credo tu abbia evidenziato davvero una questione sostanziale. Concordo.

  3. Lalla

    Bell’articolo, bellissima riflessione! Sono molto fiera che i miei bimbi si siano appassionati alla serie TV anni 70 dell’Odissea (l’abbiamo in DVD) al punto che mi hanno chiesto di leggere loro la storia, e dopo l’Iliade, e a seguire altri miti greci. Naturalmente versioni non orginali, ma trasposizioni in prosa per bambini molto ben scritte. Credo che sia passato loro qualcosa di più di una semplice storia.

  4. fortebraccio

    Ad una prima lettura, questo post mi ha trovato d’accordo su tutta la linea.
    Poi ho pensato ad un paio di cose: l’Eneide viene creata per nobilitare uno status quo, ha il principale scopo di accreditare l’ideologia dominante. Virgilio (cito Wikipedia, la prima cosa che mi capita sotto mano) “ne trasse un avvincente e convincente “mito della fondazione”, oltre a un’epica nazionale che allo stesso tempo legava Roma ai miti omerici, glorificava i valori romani tradizionali e legittimava la dinastia Giulio-Claudia come discendente dei fondatori comuni, eroi e dei, di Roma e Troia”.
    Quella società era molto patriarcale – ed anche discretamente maschilista.
    Poi le cose son cambiate, ma non è che all’epoca di Telemaco fossero tutte rose e fiori (per capirsi: quale regola nega a Telemaco l’ascesa al trono, nonostante sia maschio e figlio legittimo? Evidentemente Telemaco è vittima delle leggi di Ulisse).
    Ma non è questo ciò che mi preme. Piuttosto: quale generazione ha rotto il patto educativo?
    A mio modesto avviso è quella di Anchise (per rimanere alla raffigurazione berniniana), non quella di Enea!
    Se fosse ricreata ora, Enea dovrebbe essere raffigurato in ginocchio, affiancato da Ascanio, mentre sorregge con le mani e con la schiena, un Anchise spavaldo ed ancora tonico .

    Fino a quella generazione (ovverosia quella in cui Anchise era giovane) i figli hanno sempre pencolato tra la fedeltà al pater familias ed i propri sogni (e solitamente erano i secondogeniti quelli con più margine di manovra, mentre i primogeniti avevano l’onere della tradizione – compresa, spesso, la continuazione del lavoro del padre).
    Oggi, Anchise tiene saldamente le redini economico-finanziare della famiglia (come del paese, eh!) perché ha accumulato ricchezze a scapito dei figli (a cui ha lasciato il debito) e che per lui devono lavorare. Il suo egoismo (economico) prevale sull’edonismo (ma non di troppo). Quanti Enea conoscete che si son comprati casa contando solamente sulle proprie forze? Quanti Enea, oggi, possono permettersi di metter su famiglia contando solo sulle proprie forze – ed aiutando anche i genitori?
    La generazione di Enea, in Italia, non ha alcun potere (se non quello elettorale, di cui parleremo un’altra volta). E allora, chi ci ha portato a questo punto? La generazione di Anchise!
    Telemaco, tirati su le maniche!
    CI sono leggi da cambiare, c’è un regno da governare, una madre da proteggere. Quel perditempo di tuo padre tornerà, ma ripartirà pure.

      1. fortebraccio

        ok, riscrivo (e riassumo)
        Il modello “a torre” dell’autorità genitoriale sia ormai eclissato, irrimediabilmente tramontato. Questo sarebbe il tempo dell’«evaporazione del NONNO»: all’autorevole e verticale differenziazione generazionale, si è sostituita la caricaturale e orizzontale cristallizzazione dei rapporti economico-affettivi, con padri che non vogliono fari i nonni (domenica Nonno Libero si faceva un giro in vespa) ed i figli che non riescono ad essere sposi e padri (avanti, chi si è comprato casa basandosi esclusivamente sul proprio reddito?).

        Fuor di battuta, a me fa strano che Recalcati, non si chieda nulla dei “nonni”, come se loro fossero estranei all’educazione dei loro figli, come se “i padri” fossero tutti regrediti in preda ad una non meglio identificata malattia euforizzante.
        Quello che non quadra nel discorso di Recalcati è che se le cose stessero come dice lui, le giovani generazioni, mancando i genitori, si affiderebbero “ai nonni” per ricreare un senso, una tradizione. Ed invece questo non avviene.
        Fino a due mesi fa, non esisteva un 40enne con un potere reale in italia, ma neanche un 50enne.
        Confindustria, Sindacati (lasciamo perdere l’università), la moda, il cinema, la letteratura, le scienze (vedi università) che altro ci vogliamo mettere?

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