Troppo comodo scaricare la colpa

da  Avvenire del 27 ottobre 2013, botta e risposta attorno ad un tema chiave del dogma cristiano e della vita di ogni tempo.

Adam_and_Eve_Driven_out_of_Eden

di Pierangelo Sequeri

 Caro direttore,
aderisco volentieri all’invito di interloquire con le puntualizzazioni di Vito Mancuso a riguardo della sua posizione sul tema del peccato originale. Mi permetto anzitutto un’osservazione sull’ambivalenza dell’approccio critico, che Mancuso rivendica, di per sé giustamente, come qualità necessaria dell’impresa razionale della teologia (citando Joseph Ratzinger!).
Mancuso si propone di denunciare «l’insostenibilità» del nucleo centrale del dogma, che sarebbe in aperto contrasto con la dignità di Dio e dell’uomo. Ma, al tempo stesso, propone che esso venga «riscritto», dato che concerne pur sempre una drammatica verità del male e del peccato che egli, in quanto teologo, non vuole in alcun modo vanificare. Mi pare francamente una mossa a effetto. Lo capisco, il tempo si è fatto difficile e il mondo è cattivo (appunto): se vuoi parlare del cristianesimo e non esibisci anzitutto un gesto liquidatorio del dogma, poi non te lo lasciano neanche interpretare o trascrivere. (Come anche Mancuso ci spiega nel finale, se rientri nel club dei sottomessi esci da quello degli intelligenti). Prendiamoci il rischio, e proviamo a vedere l’intelligenza. La denuncia dell’insostenibilità del dogma argomenta la necessità di contrastare la sua idea centrale, ossia che gli uomini siano peccatori agli occhi di Dio «per il fatto stesso di essere uomini».
Questa semplificazione, che intende riassumere il nucleo della dottrina, non è leale. Questa equivoca forzatura è propria del dualismo gnostico, semmai, al quale il cristianesimo si è duramente opposto fin dall’inizio. L’idea della struttura peccaminosa della creatura, che riconduce infine a un «dio maligno», rimane nella variante-Mancuso, che parla della natura umana come precario impasto di un «caos originario», in cui lavora un’oscura «forza distruttiva», al di sotto e al di là di ogni profilo morale (quello più degno dell’uomo, quando si discute del male). È perciò curioso – oltre che “sbagliato” – che, pur sostenendo questa naturalizzazione del peccato e del male nell’uomo, Mancuso rimproveri questa «scandalosa» dottrina al Concilio di Trento. Il Concilio di Trento, in verità, che fronteggia proprio su questo punto il radicalismo agostiniano del protestantesimo, condivide l’idea di una corruzione della natura umana, ma resiste fermamente all’idea della corruzione come natura dell’uomo. ingiustizia del male è una faccenda fra l’uomo e Dio: non va divinizzata, né naturalizzata. Certo, anche la catechesi, maneggiando talora maldestramente i registri narrativi della rivelazione e quelli metafisici della tradizione, ha accumulato eccessi di semplificazione, che sono diventati altrettanti motivi di grave fraintendimento. Non per questo dobbiamo buttare il bambino con l’acqua del battesimo, come fosse un piccolo mostro.
Nonostante tutto (ossia nonostante noi), «i loro angeli vedono Dio» dice Gesù. Il quale, però, ci ha pure trafitti con quella sua famosa e trascurata doppia sentenza. La prima è questa: «Perché mi chiami buono? Solo Dio è buono». E poi: «Se voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più Dio». Se anche non vogliamo perderci nelle difficili interpretazioni del mito e della metafisica, ce l’abbiamo già tutta qui, in chiaro, la rivelazione del peccato originale. Insieme con il suo antidoto, sul quale non mi dilungo. Infine, sembra essere proprio la nominazione della profondità del male come peccato, che ci rende così suscettibili, noi moderni. Certo, capisco che ereditare «il caos» sembra suonare meglio che non ereditare «il peccato». Lo dice esplicitamente Mancuso: «Logos + Caos: è questa la formula che sa rendere conto della contraddizione insita nel processo vitale, uomo compreso, senza colpevolizzare nessuno». Ecco la parola magica. Noi non vogliamo condividere nessuna colpa di qualcun altro. Anzi, non vogliamo essere colpevolizzati e basta. Siamo caotici, siamo irrazionali, siamo pure bestiali. Ma quando ci mettiamo dalla parte della Legge e del Logos, della disciplina e della ragione, non vogliamo essere colpevolizzati da nessuno. Tanto meno da Dio, che semmai ha molto da farsi perdonare da noi. Non che ci sia un qualche senso, in (quasi) tutto questo. Figuriamoci. Non siamo così sottomessi da non capirlo.
Eppure quel tanto di accecamento che sta racchiuso in questa nostra presunzione, dovrebbe renderci più pensosi. L’oscura rivelazione del peccato che sta all’origine, ed è tramandato di generazione in generazione fino a noi, accende una luce su ciò che non vediamo, anche quando ci sentiamo illuminati a giorno. L’uomo moderno alza il suo ditino fino al cielo, non solo perché sofferente del male, ma anche perché indignato per l’aliena e ingiustificata incursione del male nella nostra vita. L’impotenza non è una colpa, certo. Ma lo scandalo del male che è perfettamente in nostro potere evitare, non è il vero (e scandaloso) enigma? Noi facciamo il male, ogni giorno, a mente lucida e anche senza alcun tornaconto. Da quale delirio di onnipotenza si leva il nostro ditino innocente? E quale viltà ci impone di chiamarci fuori dalla colpa in cui siamo avvolti, come genere umano, soltanto per il fatto che non noi precisamente abbiamo fatto questo o quello, che pure ci appare «indegno» dell’uomo, e ci fa giustamente «vergognare» di appartenere alla stessa umanità? Non dovremmo incominciare di qui, a ragionare sulla nostra autonomia, e sul caos e sul logos?
Ma c’è di più. Tutto questo avviene anche dalla parte della ragione, non solo del caos. E persino dalla parte della religione, e non solo dell’incredulità (come dice esattamente Paolo: fuori e dentro la Legge). Non conosciamo forse una lucida burocrazia del male, tutta legge e ordini che non si discutono? Non calcoliamo forse a tavolino, con razionale economia, la quota di esseri umani destinati a morire di fame per mancanza di risorse? La carestia, forse, non dipende da noi. Ma le risorse? Non si crocifiggono ancora umani in nome di Dio? Non si sacrificano umani in nome del progresso, del benessere, del pensiero illuminato – e dogmaticamente irrevocabile – su ciò che è degno o indegno di vivere? Non siamo diventati un po’ vili, quando mendichiamo comprensione alla patetica ideologia delle pulsioni, degli ormoni, dei neuroni e dei geni, perdendo l’intelligenza della grandiosità e della profondità “ontologica” della storia: ossia della drammatica morale in cui si decidono la realtà e la giustizia di quello che siamo e saremo? Non siamo un po’ cinici, quando protestiamo la nostra innocenza soltanto perché noi non abbiamo fatto niente (appunto)? E come riusciamo, senza arrossire, a mettere in carico al caos primordiale anche tutta la vergogna della nostra presunta impotenza, e a merito del logos moderno anche tutto il nostro delirio di onnipotenza? Di tutto questo tratta il dogma del peccato originale, comunque, se lo si vuole realmente indagare. (Caro Vito, lo so, il nostro è un mestiere difficile.
Ci tocca dar retta senza fiatare a un racconto “razionale” delle origini che parla di scimmioni che si sono inventati “dio” dopo una rissa per una questione di donne andata a male, e poi essere rimproverati di ascoltare ancora il “mito” biblico del bellissimo e drammatico primo incontro dell’uomo con Dio. Hanno studiato Kant, l’illuminato, che lo pasticcia, e non hanno neppure letto la Parola, che ci rischiara. Ti chiedo francamente: a chi e a che cosa siamo sottomessi, realmente, se accettiamo quel piatto di lenticchie in cambio dell’obbedienza della fede? E con quale vantaggio, per la comune intelligenza della fatica di essere umani?).
fonte: Avvenire
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33 pensieri su “Troppo comodo scaricare la colpa

  1. Da una parte il mito di Dio, il paradiso terrestre, la colpa di Adamo e di seguito, e il problema se la colpa sia di Adamo o di Dio che Adamo lo fece nella maniera che lo fece, responsabile, ma fino a che punto eccetra. Dall’altra l’uomo senza dio, che la colpa se la prende o non se la prende, gliela danno o non gliela danno, come fino a ora è sempre stato, in pratica, senza nessun intervento divino, che si sappia, almeno…

  2. Chiara

    A proposito di creazione e peccato originale, ho scoperto proprio in questi giorni gli scritti di don Guido Bortoluzzi che, in una sequenza di visioni e sogni profetici, avuti nell’arco di 12 anni – tra il 1968 e il 1980 – ha ricevuto dal Signore una rivelazione straordinaria. Inserisco qui sotto il link dal quale è possibile scaricare gratuitamente il libro (un pdf di 400 pagine) e consiglio a tutti la sua lettura. Già dall’introduzione appare chiaro quanto sia rivoluzionario il pensiero che ne emerge al punto che il desiderio è di etichettare il tutto come “immagnaria follia”, ma più ci si addentra nella lettura e più se ne rimane affascinati.
    http://www.genesibiblica.eu/

    1. Roberto

      Don Bortoluzzi “avrebbe” ricevuto una rivelazione, che sembra più che altro un tentativo un po’ goffo di conciliare evoluzionismo ideologico e creazione. Si consiglia estrema cautela e piedi di piombo 😉 come sempre poi quando un pensiero si presenta come “rivoluzionario”. La rivoluzione, si sa, non fa per noi…

      1. E perché trattasi (eventualmente) di rivelazione privata.
        Non ne ho ancora ultimata la lettura… personalmente trovo molto interessanti alcune tesi sulla creazione del mondo (pianeta terra) che trovano parecchi riscontri scentifico-geologici. Meno mi convince la parte “creazione dell’Uomo”, derivazione del Peccato Originale.

        Ma il mio parere conta come qualsiasi altro 😉

  3. Spero che si apra un po’ di discussione su questo problema, l’articolo è veramente interessante.
    Dalla mia scarsa esperienza, il problema del peccato originale è accantonato come una novella della buonanotte anche da gruppi cristiani influenti. Eppure non si esce così facilmente dal dilemma. Per quanto mi riguarda, rifiuto totalmente l’idea di un Dio che abbia concepito l’uomo così com’è adesso (e dagli inizi della storia), con la sua totale pervicace inclinazione al male, senza che Egli stesso avesse pensato per lui ad un’arma che lo potesse difendere. L’arma che gli è stata data doveva essere una ‘presa diretta’ col Creatore, qualcosa che a volte è evidente nel leggere le storie di alcuni santi. Il peccato originale è la rottura del collegamento diretto, la storia dell’uomo sarebbe la fatica di ritrovarlo, grazie alla venuta di Gesù.
    Banalizzare il peccato originale lascia alla fine due possibilità: 1) non credere più in niente. Se siamo figli del Caos, OK, non rompetemi le scatole con finti misticismi su “la creazione nella prospettiva della creazione continua come un processo di plasmazione dell’iniziale energia caotica da parte della divina armonia relazionale”, io personalmente li trovo pezze ridicole; 2) o al contrario accettare che la storia dell’uomo è un’evoluzione verso il meglio (dagli inizi della storia, alla venuta di Cristo, all’epoca moderna nella quale lo Spirito regnerà…) ma io questo miglioramento non lo vedo affatto, anzi, direi che la modernità ci sta riempiendo di mostruose crudeltà impensabili per i nostri progenitori, quindi, alla fine, la soluzione 1 è la più razionale.

  4. Alessandro

    “Ma come uomini di oggi dobbiamo domandarci: che cosa è questo peccato originale? Che cosa insegna san Paolo, che cosa insegna la Chiesa? È ancora oggi sostenibile questa dottrina?

    Molti pensano che, alla luce della storia dell’evoluzione, non ci sarebbe più posto per la dottrina di un primo peccato, che poi si diffonderebbe in tutta la storia dell’umanità. E, di conseguenza, anche la questione della Redenzione e del Redentore perderebbe il suo fondamento.

    Dunque, esiste il peccato originale o no? Per poter rispondere dobbiamo distinguere due aspetti della dottrina sul peccato originale. Esiste un aspetto empirico, cioè una realtà concreta, visibile, direi tangibile per tutti. E un aspetto misterico, riguardante il fondamento ontologico di questo fatto.
    Il dato empirico è che esiste una contraddizione nel nostro essere. Da una parte ogni uomo sa che deve fare il bene e intimamente lo vuole anche fare. Ma, nello stesso tempo, sente anche l’altro impulso di fare il contrario, di seguire la strada dell’egoismo, della violenza, di fare solo quanto gli piace anche sapendo di agire così contro il bene, contro Dio e contro il prossimo. San Paolo nella sua Lettera ai Romani ha espresso questa contraddizione nel nostro essere così: «C’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (7, 18-19). Questa contraddizione interiore del nostro essere non è una teoria. Ognuno di noi la prova ogni giorno. E soprattutto vediamo sempre intorno a noi la prevalenza di questa seconda volontà. Basta pensare alle notizie quotidiane su ingiustizie, violenza, menzogna, lussuria. Ogni giorno lo vediamo: è un fatto…

    Quindi il fatto del potere del male nel cuore umano e nella storia umana è innegabile. La questione è: come si spiega questo male? Nella storia del pensiero, prescindendo dalla fede cristiana, esiste un modello principale di spiegazione, con diverse variazioni. Questo modello dice: l’essere stesso è contraddittorio, porta in sé sia il bene sia il male…

    la fede ci dice che non ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, ma c’è un solo principio, il Dio creatore, e questo principio è buono, solo buono, senza ombra di male. E perciò anche l’essere non è un misto di bene e male; l’essere come tale è buono e perciò è bene essere, è bene vivere. Questo è il lieto annuncio della fede: c’è solo una fonte buona, il Creatore. E perciò vivere è un bene, è buona cosa essere un uomo, una donna, è buona la vita. Poi segue un mistero di buio, di notte. Il male non viene dalla fonte dell’essere stesso, non è ugualmente originario. Il male viene da una libertà creata, da una libertà abusata.

    Come è stato possibile, come è successo? Questo rimane oscuro. Il male non è logico. Solo Dio e il bene sono logici, sono luce. Il male rimane misterioso. Lo si è presentato in grandi immagini, come fa il capitolo 3 della Genesi, con quella visione dei due alberi, del serpente, dell’uomo peccatore. Una grande immagine che ci fa indovinare, ma non può spiegare quanto è in se stesso illogico. Possiamo indovinare, non spiegare; neppure possiamo raccontarlo come un fatto accanto all’altro, perché è una realtà più profonda.
    Rimane un mistero di buio, di notte. Ma si aggiunge subito un mistero di luce. Il male viene da una fonte subordinata. Dio con la sua luce è più forte. E perciò il male può essere superato. Perciò la creatura, l’uomo, è sanabile. Le visioni dualiste, anche il monismo dell’evoluzionismo, non possono dire che l’uomo sia sanabile; ma se il male viene solo da una fonte subordinata, rimane vero che l’uomo è sanabile. E il Libro della Sapienza dice: “Hai creato sanabili le nazioni” (1, 14 volg). E finalmente, ultimo punto, l’uomo non è solo sanabile, è sanato di fatto. Dio ha introdotto la guarigione. È entrato in persona nella storia. Alla permanente fonte del male ha opposto una fonte di puro bene. Cristo crocifisso e risorto, nuovo Adamo, oppone al fiume sporco del male un fiume di luce. E questo fiume è presente nelle storia: vediamo i santi, i grandi santi ma anche gli umili santi, i semplici fedeli. Vediamo che il fiume di luce che viene da Cristo è presente, è forte.”
    (Benedetto XVI, Udienza generale, 3 dicembre 2008)

  5. vale

    Mancuso teologo?
    ecco una breve carrellata:
    Mons. Piero Coda, presidente dell’Associazione Teologica Italiana, docente di teologia dogmatica alla Pontificia Università Lateranense, membro del Consiglio Scientifico dell’Enciclopedia Italiana nonché professore e primo relatore della tesi di Vito Mancuso: Rispetto alla coesistenza del male e di Dio, di cui parla in alcuni libri, «Mancuso non riesce a cogliere la logica, senz’altro profonda e persino misteriosa», che lega i due assunti. «D’altra parte, ciò che gli manca è guardare al focus che li illumina: Gesù Crocifisso e Risorto».

    Il teologo Bruno Forte, anche lui professore di Mancuso presso la Facoltà Teologica “San Tommaso d’Aquino”, ha scritto un articolo su “L’Osservatore Romano” nel febbraio 2008 dopo aver letto un suo libro, dicendo: «ha suscitato in me un senso di profondo disagio e alcune forti obiezioni, che avanzo nello spirito di quel servizio alla Verità, cui tutti siamo chiamati». Il suo pensiero è «una “gnosi” di ritorno, presentata nella forma di un linguaggio rassicurante e consolatorio, da cui molti oggi si sentono attratti

    Il teologo e filosofo Antonio Livi, docente di Filosofia della conscenza all’università Gregoriana e professore emerito della Pontificia Università Lateranense, nonché allievo del filosofo Étienne Gilson, pensa questo di Vito Mancuso: Ma se uno si presenta come teologo cattolico deve stare a certe regole, logiche ed epistemolgiche». Mancuso «è considerato un teologo, ma il contenuto e l’impianto del suo testo contraddicono la natura della teologia. Tratta con scandalosa superficialità temi che meriterebbero ben altro rispetto, commettendo diversi notevoli svarioni». Nell’articolo “Mancuso, il falso teologo”, del novembre 2011, ha scritto inoltre: «Mancuso parla e scrive di teologia, e i suoi libri hanno avuto in Italia una vasta e chiaramente interessata eco nei mass media di orientamento laicistico: evidentemente, alla cultura anti-cattolica non può che far piacere che un autore che si proclama cattolico e teologo demolisca uno per uno tutti i dogmi della fede cattolica (era già successo anni or sono con i libri di Hans Küng) […]. E’ questo modo di affrontare gli argomenti della fede cristiana che non consente di considerare Mancuso un teologo.
    E in conclusione: «Insomma, la pseudo-teologia di Mancuso piace ai miscredenti perché porta acqua al mulino della polemica contro la Chiesa e ripropone (proprio come aveva fatto in precedenza Hans Küng con la sua Welthetik) il progetto massonico di una religione universale “laica” senza gerarchia e senza dogmi, quella religione che alla fine del Settecento era stata teorizzata dal massone Gotthold Ephraim Lessing con Nathan der Weise».

    Un altro suo collega, Angelo Busetto teologo presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, nell’aprile 2013 ha spiegato che Mancuso è «un autore che si definisce e si fa definire ‘teologo’ […]. Qualche tempo fa avevo letto con una certa simpatia qualche suo intervento, nel tentativo di riconoscergli lo sforzo di avvicinare la teologia ai problemi dell’uomo d’oggi. Ormai però mi sembra di vederlo imbarcato con l’equipaggio di chi si fa servo dei luoghi comuni ampiamente propagandati sui mass-media».

    persino Enzo Bianchi, amareggiato nel vedersi citato a sproposito nel libro scritto con Corrado Augias, ha commentato: «le risoluzioni che propone Mancuso si collocano nello spazio della gnosi in cui la storia è di per sé storia di salvezza e in cui non c’è da parte di Dio né rivelazione né grazia».

    comunque per la lista completa: http://www.uccronline.it/2013/07/04/ecco-cosa-pensano-i-veri-teologi-di-vito-mancuso/

    perché perdere tempo dietro ad un Mancuso qualunque?
    e poi ci soccorra Cyrano 🙂

    1. Laciando perdere Mancuso, mi chiedo e vi chiedo: chi può chiamarsi teologo, che caratteristiche deve avere un teologo per essere omologato come teologo? E’ sufficiente la laurea in teologia per chiamarsi teologo o esperto in teologia o occorre qualcos’altro? Può esistere un teologo non credente? Un teologo non credente, o non credente nella teologìa cattolica è necessariamente un falso teologo? Occorre essere dogmatici per essere teologi?
      Che differenza c’è fra teologia e teologia dogmatica? Chi sono i “veri” teologi?

      1. vale

        ma infatti si parla di teologi cattolici.d’altronde non so se esistano “teologi” buddisti,islamici, o confuciani.
        come a te, visto che ,se non ricordo male,hai detto di esser laureato in filosofia, ti si potrebbe o dovrebbe dare del filosofo. anche se meglio sarebbe del sofista. e per quello non serve neppure la laurea….

        1. ….ne esiste di tutte le specie teologi (cattolici, protestanti, ortodossi, islamici eccetra)
          La laurea il filosofia non è un certificato da filosofo. E’, o dovrebbe essere, o era, o “doveva essere”, la “certificazione”che lo studioso che l’avesse conseguita dovrebbe avere una qualche conoscienza della filosofia e della sua storia. Filosofo è un altra cosa. Sofista (ammesso che uno sappia davvero chi erano i sofisti e non solo conosca la parte dispregiativa, che si usa correntemente, di questo nome) ancora un’altra.

          1. vale

            abbi pazienza, ma teologi islamici, per esempio, non ne esistono. perché o me ne citi uno solo che si definisce tale , o dici tanto per dire.e così anche al di fuori del cristianesimo.che è l’unica religione che si è data una teologia.siccome non sappiamo nulla-come dici te-o come raccontava Eco nel suo “nome della rosa” stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus( che poi era di Bernardo cluniacense e non era rosa ma Roma) ti restano solo domande.domande.domande.il nulla,insomma. esattamente come il sofista.che non è necessariamente dispregiativo. ma parla del nulla.
            noi si prova a darsi anche delle risposte.
            te sei contento di non averle? bene.(storico della filosofia è meglio?)

            1. …voglio cominciare da uno dei più antichi e importanti:

              Abu Hāmid Mohammad ibn Mohammad al-Ghazzālī, conosciuto come Algazel nell’Europa medioevale (Tus, 1058 – Tus, 19 dicembre 1111), è stato un teologo, filosofo e mistico persiano.

              È una figura chiave nella storia del pensiero islamico e arabo.

              Esiste tuttora al Cairo una importante università teologica musulmana fondata nel X secolo.

            2. …il sofista, in realtà, non parla del nulla (se non paradossalmente) ma, semmai, della contraddittorietà del pensiero, contro ogni certezza.

              Se vuoi sapere davvero qualcosa sui sofisti, che non siano i soliti luoghi comuni, c’è un un libro importante.
              Mario Untersteiner, I sofisti, 1949 (Bruno Mondadori 2008)

      2. Alessandro

        In estrema sintesi: un teologo cattolico è tale se indaga razionalmente sui contenuti della Rivelazione quali sono custoditi e trasmessi dalla Chiesa Cattolica secondo l’insegnamento impartito dal Magistero.

        Ciò significa che:

        “In teologia la libertà di ricerca si iscrive all’interno di un sapere razionale il cui oggetto è dato dalla Rivelazione, trasmessa ed interpretata nella Chiesa sotto l’autorità del Magistero, ed accolta dalla fede.” (CDF, Istruzione “Donum veritatis” sulla vocazione ecclesiale del teologo, 1990, n. 12)

        Quindi, il teologo cattolico degno del nome è tenuto a prestare assenso di fede ai contenuti definiti e definitivi del Magistero della Chiesa, non solo perché ogni cattolico è tenuto a prestare questo assenso (cfr. n. 23), ma perché solo l’autorità di questo Magistero assicura al teologo che la sua indagine si eserciti sul contenuto autentico della Rivelazione, sul vero dato rivelato, e non su enunciati falsi erroneamente accreditati come dati di Rivelazione.

        “Trascurare questi dati, che hanno un valore di principio, equivarrebbe a smettere di fare teologia” (n. 12), nientemeno; cioè equivarrebbe appunto a esercitarsi vanamente su asserti falsi, e non su autentici contenuti della Rivelazione.

        I teologi che dissentono dal Magistero quindi sono in errore.

        “La giustificazione del dissenso si appoggia in generale su diversi argomenti, due dei quali hanno un carattere più fondamentale. Il primo è di ordine ermeneutico: i documenti del Magistero non sarebbero niente altro che il riflesso di una teologia opinabile. Il secondo invoca il pluralismo teologico, spinto talora fino ad un relativismo che mette in causa l’integrità della fede: gli interventi magisteriali avrebbero la loro origine in una teologia fra molte altre, mentre nessuna teologia particolare può pretendere di imporsi universalmente. In opposizione ed in concorrenza con il magistero autentico sorge così una specie di «magistero parallelo» dei teologi.”

        Come rispondere a questo tentativo di giustificazione del dissenso rispetto al Magistero?

        “Uno dei compiti del teologo è certamente quello di interpretare correttamente i testi del Magistero, e allo scopo egli dispone di regole ermeneutiche, tra le quali figura il principio secondo cui l’insegnamento del Magistero – grazie all’assistenza divina – vale al di là dell’argomentazione, talvolta desunta da una teologia particolare, di cui esso si serve. Quanto al pluralismo teologico, esso non è legittimo se non nella misura in cui è salvaguardata l’unità della fede nel suo significato obiettivo… La ragione ultima della pluralità è l’insondabile mistero di Cristo che trascende ogni sistematizzazione oggettiva. Ciò non può significare che siano accettabili conclusioni che gli siano contrarie, e ciò non mette assolutamente in causa la verità di asserzioni per mezzo delle quali il Magistero si è pronunciato”. (n. 34)

        Quindi, il rapporto corretto tra Magistero e lavoro teologico è questo: “Il servizio alla comunità ecclesiale mette in relazione reciproca il teologo con il Magistero. Quest’ultimo insegna autenticamente la dottrina degli Apostoli e, traendo vantaggio dal lavoro teologico, respinge le obiezioni e le deformazioni della fede, proponendo inoltre con l’autorità ricevuta da Gesù Cristo nuovi approfondimenti, esplicitazioni e applicazioni della dottrina rivelata. La teologia invece acquisisce, in modo riflesso, un’intelligenza sempre più profonda della Parola di Dio, contenuta nella Scrittura e trasmessa fedelmente dalla Tradizione viva della Chiesa sotto la guida del Magistero, cerca di chiarire l’insegnamento della Rivelazione di fronte alle istanze della ragione, ed infine gli dà una forma organica e sistematica”. (n. 21)

        1. …la dialettica tra Magistero e Teologia che innalza a una comprensione sempre più completa ed autentica la verità rivelata nei testi sacri e nei pronunciamenti del magistero medesimo, erga emnes!!!
          Di che altro vi è bisogno?

          -E chi e fori della Chiesa?
          -Chi è fori della Chiesa resti fori della Chiesa!
          -Ovviamente…

  6. Alessandro

    “Convinti, pertanto, che la dottrina del peccato originale, sia quanto alla sua esistenza ed universalità, sia quanto alla sua indole di vero peccato nei discendenti di Adamo e alle sue tristi conseguenze per l’anima e per il corpo, è una verità rivelata da Dio in vari passi dei Libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, ma specialmente nei testi a voi notissimi del Genesi 3, 1-20 e della Lettera ai Romani, 5, 12-19, abbiate somma cura, nell’approfondire e precisare il senso dei testi biblici, di attenervi alle norme impreteribili, che scaturiscono dalla analogia fidei, dalle dichiarazioni e definizioni dei Concili sopra ricordati, dai documenti emanati dalla Sede Apostolica.

    In tal modo voi sarete sicuri di rispettare: «id quod Ecclesia Catholica ubique diffusa semper intellexit», cioè il senso della Chiesa universale, docente e discente, che i Padri del II Concilio di Cartagine, che si occupò del peccato originale, contro i Pelagiani, considerarono «regulam fidei» (can. 2).

    È evidente, perciò, che vi sembreranno inconciliabili con la genuina dottrina cattolica le spiegazioni che del peccato originale danno alcuni autori moderni, i quali, partendo dal presupposto, che non è stato dimostrato, del poligenismo, negano, più o meno chiaramente, che il peccato, donde è derivata tanta colluvie di mali nell’umanità, sia stato anzitutto la disobbedienza di Adamo «primo uomo», figura di quello futuro (Conc. Vat. II, Const. Gaudium e spes, n. 22; cfr. anche n. 13) commessa all’inizio della storia. Per conseguenza, tali spiegazioni neppur s’accordano con l’insegnamento della Sacra Scrittura, della Sacra Tradizione e del Magistero della Chiesa, secondo il quale il peccato del primo uomo è trasmesso a tutti i suoi discendenti non per via d’imitazione ma di propagazione, «inest unicuique proprium», ed è «mors animae», cioè privazione e non semplice carenza di santità e di giustizia anche nei bambini appena nati (cfr. Conc. Trid., sess. V, can. 2-3).

    Ma anche la teoria dell’evoluzionismo non vi sembrerà accettabile qualora non si accordi decisamente con la creazione immediata di tutte e singole le anime umane da Dio, e non ritenga decisiva l’importanza che per le sorti dell’umanità ha avuto la disobbedienza di Adamo, protoparente universale (cfr. Conc. Trid., sess. V, can. 2). La quale disubbidienza non dovrà pensarsi come se non avesse fatto perdere ad Adamo la santità e giustizia in cui fu costituito (cfr. Conc. Trid., sess. V, can. 1).”

    Paolo VI, Discorso ai partecipanti al Simposio sul mistero del peccato originale, 11 luglio 1966.

  7. Alessandro

    Nel 1986 Giovanni Paolo II tenne una serie di Catechesi fondamentali sul peccato originale, inutile estrapolare, meglio leggerle direttamente.

    Riporto solo un estratto dell’8 ottobre:

    “La dottrina cattolica precisa e caratterizza lo stato della natura umana decaduta (“natura lapsa”) nei termini che abbiamo esposto in base ai dati della Sacra Scrittura e della Tradizione. Essa è chiaramente proposta nel Concilio Tridentino e nel “Credo” di Paolo VI. Ma ancora una volta osserviamo che secondo questa dottrina, fondata sulla rivelazione, la natura umana è non solo “decaduta”, ma anche “redenta” in Gesù Cristo; sicché “laddove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5, 20). Questo è il vero contesto entro il quale si devono considerare il peccato originale e le sue conseguenze.”

    1. 61Angeloextralarge

      Vale: siamo umanamente capaci di tutto. Povera donna e povero figlio, ma soprattutto povera umanità!

  8. 61Angeloextralarge

    Ale: grazie. Smack! 😀
    Mancuso, per i miei gusti, rientra in una schiera di teologi particolari, cioé quelli che mi fanno venire un certo prurito al naso.
    Mi sono chiesta a più riprese quanto tempo “questi” teologi passano in ginocchio e quanto tra i libri… quanto a rimurginare sulla Sacra Scrittura e quanto a meditarla. La Sacra Scrittura, senza fede è un romanzo. Con la fede e la preghiera è Parola di Dio. Senza fede e preghiera è un ammasso di parole. Con la fede e la preghiera è una rivelazione e rivoluzione spirituale. Le parole non ci cambiano, anzi siamo noi a volerle cambiare dando loro un significato “secondo me”. Invece la Parola ci cambia in meglio, ci guarisce, ci forma “secondo Dio”.

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