E se invece….

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di Maria Elena Rosati   trentamenouno

E’ vero, in questi giorni prolungati di assenza, mi sono guardata molto intorno, e mi sono riempita le orecchie di alcune parole particolarmente ricorrenti di questo periodo, legate ai fatti di cronaca delle ultime settimane: vita, morte, vittoria, risurrezione, umiltà, esperienza, viaggio, tributo, ricordo, dolore, rabbia, vergogna, noia, immortalità. E ho avuto l’ennesima conferma che in questa fase di crisi e di smarrimento generale, le nostre cronache ruotano intorno a storie di disperazione e morte.

Qualche giorno fa ho visto il film “Bianca come il latte, rossa come il sangue” tratto dall’omonimo romanzo di Alessandro D’Avenia. Senza dilungarmi troppo nel giudizio sul film (dico solo che ho apprezzato molto, molto di più il romanzo), confesso che una cosa mi è rimasta impressa, uscita fuori dal cinema: la canzone dei Modà che fa da colonna sonora. E’ una ballata sul senso della vita, decisamente non una della mie canzoni preferite, e che questa simpatica caratteristica di piantarsi in testa e non uscire più. Alla centesima ripetizione, al millesimo gorgheggio, inizi a cercare di afferrare il senso del testo, e siccome  so che le parole sono importanti, anche nelle canzoni, ho iniziato a ragionarci su.

“Ti immagini se invece si potesse non morire?”, recita il martellante ritornello. Certo che me lo immagino, nessuno vuole morire, tutti vorremmo vivere in eterno, combattendo contro il fatto che ogni vita ha un inizio, e un termine, che nella maggior parte dei casi non possiamo decidere noi. Se davvero però questa storia del non morire fosse possibile, avrei alcune tante domande da fare, tipo come continueremmo a vivere, in che condizioni, in che corpo, e in che periodo della vita. Perché è ovvio che l’istinto all’immortalità chiama la bellezza della giovinezza, della forza, della potenza del fisico, della libertà e del benessere,  e che nessuno vorrebbe mai essere immortale nel corpo di un novantenne, o di un malato, continuando eternamente a portarsi dietro i limiti di un corpo che non segue i tuoi desideri. Chi vorrebbe ripetere l’errore della dea Eos, l’aurora, che chiedendo l’immortalità del suo amato Titone, si scordò di chiedere per lui la giovinezza, costretta così a vivere per l’eternità con un uomo sempre più vecchio?

Se si potesse non morire, non avremmo il problema di accogliere gli insegnamenti di chi ci ha preceduto, di farne tesoro, di ricordare e ripetere con rispetto gesti visti e rivisti, e racconti ascoltati mille volte dei nostri nonni e dai nostri padri. Non avremmo la spinta a guardare al futuro, confinati come saremmo in un eterno presente, né avremmo il desiderio di costruire qualcosa di buono, che rimanga dopo di noi, coscienti del fatto che la nostra vita ha un termine; costretti in una sola dimensione saremmo ancora più disperati, non conosceremmo più l’indignazione, non combatteremmo più per niente.

Se davvero potessimo non morire, non lasceremmo spazi alla vita degli altri, non avremmo più la speranza che viene dalla nascita di nuove vite, non potremmo mai far provare ad altri la dolcezza dell’amore che dona la vita, e quella dell’”abbraccio di una madre e un padre” tanto per continuare a citara la canzone. Se si potesse non morire, se si potesse continuare a vivere eternamente, non verremmo mai messi di fronte al mistero di Dio, non ci faremmo mai e poi mai interrogare dalla sua presenza, dalla sua esistenza, non avremmo mai il dono di arrabbiarci con lui, di non capirlo , di rinnegarlo, e nemmeno di provare l’esperienza del suo perdono, e della sua misericordia, del suo amore sulla nostra vita.

Meglio l’ironia dissacrante di Enzo Jannacci, che in una delle sue canzoni più celebri cantava “Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale, per vedere se la gente poi piange davvero, e scoprire che per tutti è una cosa normale”, e tornare così al sano realismo, per poter dire che si può parlare di morte in una canzone, e allo stesso tempo raccontare la vita, piccola e misera di ciascuno di noi, per capire ancora di più l’importanza dell’ attenzione al presente, e dello sguardo al futuro,  per cercare fino alla fine quella speranza che oggi sembra così lontana dall’orizzonte di tanti.

Si dice che il valore di una vita si misura al momento della morte, e dal segno che lasci nella memoria di chi rimane dopo di te; è consolante, ma ci credo fino ad un certo punto. Mi rassicura molto di più sapere che la vita di un uomo, di ogni uomo, ha valore fin dall’inizio, proprio perché infiammata da una scintilla di eternità, che guida e anima l’esistenza, nella continua tensione a quella completezza da cui nasce e a cui vuole tornare. La vita eterna, la sconfitta sulla morte, quella che si è appena festeggiata con la Pasqua, e quella che Giovanni descrive come “ciò che era fin da principio, ciò che abbiamo udito, ciò che abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato, e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita”. La vita eterna fuori dall’immaginazione, di cui fare esperienza,  con cui essere in contatto già in questa vita, e da annunciare agli altri, per accendere di nuovo la luce della speranza nel buio della disperazione.

fonte: trentamenouno

9 pensieri su “E se invece….

  1. Insomma non ho capito… meglio la morte o l’eternità, meglio questa vita o la vita nel Regno di Cieli, perché leggendo questo mi sorge il dubbio:
    “Se davvero potessimo non morire, non lasceremmo spazi alla vita degli altri, non avremmo più la speranza che viene dalla nascita di nuove vite, non potremmo mai far provare ad altri la dolcezza dell’amore che dona la vita, e quella dell’”abbraccio di una madre e un padre” tanto per continuare a citara la canzone. Se si potesse non morire, se si potesse continuare a vivere eternamente, non verremmo mai messi di fronte al mistero di Dio, non ci faremmo mai e poi mai interrogare dalla sua presenza, dalla sua esistenza, non avremmo mai il dono di arrabbiarci con lui, di non capirlo , di rinnegarlo, e nemmeno di provare l’esperienza del suo perdono, e della sua misericordia, del suo amore sulla nostra vita.”

    Non è del tutto chiaro se si riferisce al “non-morire” solo alla vita terrena… quasi che lo stare “al cospetto di Dio” o meglio IN Dio, per l’eternità (anche con il corpo non ce lo dimentichiamo…), si corre il rischio sia… una noia “mortale” 😉

  2. Raffaella

    Sinceramente non ho capito… Ogni uomo aspira al “per sempre” e tutti abbiamo paura della morte, soprattutto i giovani (cui la canzone si riferisce) ma solo finchè per Grazia, non incontriamo il volto di Colui che fa dire a San Paolo “per me vivere è Cristo e morire un guadagno”. Al di fuori di questo incontro e di questa Grazia non capisco proprio come ognuno di noi possa trovare solo sopportabile l’idea di morire o (peggio) di vedere morire le persone care.

  3. Mario

    Penso che siamo già così terribilmente attaccati alle cose di questa vita… pur sapendo di dover morire, ed anche abbastanza presto, tutto sommato… che, se dovessimo vivere per sempre quaggiù, finiremmo con l’essere totalmente chiusi al trascendente, a ciò che dà davvero gusto alla vita.

    Invece, il cammino di distacco da questo mondo, che percorriamo sulle orme del nostro Maestro, è quello che ci permette, a volte faticosamente e dolorosamente, di imparare ad amare. Ed è quello che ci permetterà di essere eternamente felici di vivere nell’altra vita, una volta che ci saremo staccati da tutto ciò che si frappone tra noi e Dio, che è la pienezza dell’Amore.

  4. Mi pare di capire, forse sbaglio, che il “non morire” di cui l’autrice sottolinea la negatività (trovandomi del tutto d’accordo, per inciso) sia, per usare un paragone letterario, la “non morte” di Dracula.
    La quale, peraltro, non piaceva neanche a Dracula stesso (“Io ora al sole non attribuisco più nessuna importanza, né alle scintillanti fontane che alla gioventù piacciono tanto. Io adoro solo l’oscurità e le ombre, dove posso essere solo coi miei pensieri.”). Un’eternità di solitudine e tedio infernale.

    A proposito, ho letto da qualche parte che Dio non scacciò Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre per punirli ma per evitare che, dopo il frutto dell’albero della conoscenza, mangiassero anche quello dell’albero della vita, divenendo immortati e così irredimibili. Non garantisco la correttezza teologica, giusto un centesimo buttato lì.

    1. @Senm è ciò che si deduce dalla stessa scrittua:

      Gen 3: 22 Il Signore Dio disse allora: «Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!». 23 Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. 24 Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita.

      E il rischio di irredimibilità legato all’immortalità è lo stesso che spiega l’impossibile redezione di Satana e dei suoi demoni.
      (Anch’io da non teologo, con beneficio d’inventario ;-))

      Sull’interpretazione del pensiero dell’autrice è probabile (possibile) che la chiave di lettura che indichi sia corretta… io dato il mio poco acume, provocatoriamente sottolineavo una non immediata chiarezza di interpretazione 😉

      1. Mi viene in mente che, dopo Bram Stoker e la Genesi, su questo argomento si potrebbe fruttuosamente citare anche la Saga dei Vorkosigan di L.M. Bujold. Più cattolici di così… 😉

  5. Vediamo se riesco a chiarire: il non morire a cui inneggia la canzone è la non morte fisica, l’idea di una vita eterna che non metta fine al godimento di questa vita, della felicità terrena basata su baci,abbracci, l’amore degli animali ecc…. In questa dimensione la morte appare come ingiusta conclusione, un ostacolo odioso, un’invenzione fatta apposta per rovinare la festa. A partire da questa visione poetica ( e per i miei gusti, un po’ troppo melensa e ammiccante), l’obiettivo era sottolineare che la morte, certo, fa paura a tutti, ma di fatto è un termine a cui non possiamo sfuggire. Tutti abbiamo un desiderio di immortalità, di eternità, perché è da lì che veniamo: il sapere ce c’è un termine alla nostra vita sulla terra, ci interroga, ci apre al mistero di Dio, e all’azione o al rifiuto completo di quella Grazia che ci fa comprendere il valore della vita dall’inizio alla fine, desiderare la felicità che vada oltre godimento delle cose terrene, credere che il meglio deve ancora venire, passando attraverso la croce e l’unione a Cristo.

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