Sorridere al tempo

di Paolo Pugni

Poi la incontri un giorno, un po’ come la viola di Vecchioni, mentre svolti l’angolo e il vento, ma sì questa volta un po’ malinconico, ti sfiora i capelli e li spettina, quelli che ti son rimasti e si son argentati.

E ti congela più di un Grand Soleil perché ti scende pian piano dentro nel cuore, come la lama che Frodo si prese a Collevento. Che l’effetto è poi quasi quello. O invece è la causa.

Così ti accorgi che tutto diventa più veloce, e ti sfugge. Che i gesti che prima ti sembravano facili diventano una sfida. Che la sveglia al mattino sembra suoni sempre più presto, quando invece una mano pietosa la sposta di poco avanti tutti i giorni. C’è che si smorza l’energia, le idee si sfarinano, e ti sfuggono a metà, lasciandoti come un adolescente abbandonato al primo appuntamento.

E i nomi, mio Dio, i nomi, come il mestolo di Barney, si confondono come le foglie secche travolte in un giro di valzer dal tempo che passa e cancella, non tutto però che sarebbe facile, ma smozzichi, come un cancellino su una lavagna cancellava le scritte –fatte col gessetto che urlava- a tratti lasciandole sbiadite, incompiute, brandelli di ricordi come muri mozzati dalla violenza. Che poi fossero solo i nomi, ma capita sempre più spesso che nel tragitto tra stanza e cucina, tutto svapori, e come una nebbia che scende lieve e massiccia,  una cortina si stenda sul pensiero, e resti lì, perplesso, interdetto, arrabbiato, a inseguire e capire che cosa accidenti sei venuto a fare lì, senza trovare un filo, per quanto sottile.

Invecchi. Banale. Semplice. Anche bio. Cioè naturale. Capita. A tutti. Il mio vecchio parroco diceva che l’Alzheimer colpisce tutti, chi non lo soffre è perché muore prima. Come in quella barzelletta in cui lui, anziano, stupisce lui, giovane, perché chiama sempre la moglie “tesoro, amore, dolcezza, gioia” e poi confessa di aver dimenticato da anni il suo nome.

Eppure di fronte a questo scivolare lento e anche dolce, ci sono due opposti e una soluzione che può dare senso, ordinare, rimettere a posto sulla parete il quadro che qualcuno ha smosso:

da un lato la rabbia, con chi non si sa, per questa decadenza che graffia; rabbia che può spingere fino al veleno del giovanilismo sfrenato: cambiare tutto per non riuscire a cambiare se stessi. Illudersi di essere padroni della propria vita distorcendola, che questo sì ci riesce bene e lo sappiamo fare: buttare tutto all’aria e perderla questa vita, per finire a elemosinar carrube ai porci;

dall’altro la rassegnazione che conduce con lieve passo alla disperazione, forse alla depressione. Che poi è una forma di rabbia diversa, ma del pavido, di chi non sa neppure sfidare il mondo e se stesso e implode, crudelmente spegnendo il mondo intorno a sé.

E poi c’è la terza via, c’è il sorriso. Che però ci vuole fede, se non altro nella vicenda umana: una fede che ti porta a riallineare la vita cercando la quadra tra gli obiettivi e le risorse, che son sempre meno, più asciutte, più sobrie. Con il loden insomma. Tecniche e moderate.

Per capire che ogni età della vita prende spessore solo se all’interno di un quadro ampio, di uno scenario profondo, e che tutta questa fragilità, che ci accompagna sempre, e che forse solo superato il decimo lustro appare con una violenza salutare, sta lì a dimostrare che se lo vogliamo siamo sempre bambini. Non conviene dunque ribellarsi o di schianto girare la faccia e fuggire via, lasciando lì solo un corpo che si prosciuga: perché questo gesto di superbia spalanca l’abisso.

Meglio comprendere che questo regalo è lì solo per mostrare che da soli non andiamo lontano e che ci conviene cercare una guida che di questa debolezza sappia fare un capolavoro. Perché è proprio quando siamo deboli che siamo forti.

60 pensieri su “Sorridere al tempo

  1. Paolo,
    quanto è bello e malinconico allo stesso tempo questo tuo post.
    Due cosa mi fanno vedere il tempo che passa inesorabile quando vado in Brasile, di solito ogni due anni, perché i soldi non consentono di andare di più: i bambini che crescono (segno che ho colto per prima) e i “vecchi” della famiglia che invecchiano e finiscono il loro percorso in questa terra. Con le nonne la cosa mi è apparsa più normale, quando è toccato a mio padre, mi sono profondamente turbata.
    Poi anche qui, con quelli che vedono sempre, i genitori e zii di mio marito, che oramai sono anche miei, vediamo i segni indelebili del tempo. Quelli che erano sostegno e forza che piano piano sono da sostenere e incoraggiare. I ruoli che si invertono e ora tocca a noi. Poi arriverà il nostro turno.
    Vedo tutto ciò e penso che è in questo momento che uno raccoglie quello che ha seminato. Se è vissuto per gli altri, se si è fatto voler bene, se ha coltivato i rapporti umani, avrà tante persone intorno a sé. Chi è vissuto nell’egoismo e nella solitudine, a coltivare la propria personalità, quello finirà da solo a contemplare il proprio io, e non sempre è una bella visione. Potrà scegliere la via del sorriso soltanto chi l’ha coltivata negli anni.
    In quel momento si capisce, di nuovo, il ruolo di quell’utero che è la famiglia.
    In una società che nega l’utilità di quest’utero, o la minimizza, a discapito del culto delle individualità, la vecchiaia diventa problema, ingombro, orrore da togliere di mezzo, da nascondere, da vergognarsi. In una società così, l’eutanasia o il suicidio assistito sembrano un enorme atto di pietà, che toglie di mezzo il disturbo.

  2. Mio padre cita Maurice Chevalier: quando gli domandavano se era dispiaciuto di invecchiare rispondeva:
    “Considerando l’alternativa, no!”

  3. Sara S

    un altro ti cingerà le vesti e ti condurrà dove tu non vuoi…
    somma ingiustizia a cui ribellarsi, dover perdere piano piano tutti i propri tesori fino alla nudità totale (se ne fa esperienza in molti casi anche prima della vecchiaia, con la malattia, per esempio, che anticipa in modo meno lieve e graduale la spogliazione totale di sè). Poi forse cominci a vederla in un altro modo… forse non è una crudeltà, tornare nudi come vermiciattoli, o come bambini appena usciti dalla pancia della mamma, indifesi, tremanti, piccoli, per essere abbracciati di nuovo, vestiti a festa da mani amorevoli. Allora sì, si può persino sorridere, ma solo in questo caso!

  4. Buon Giorno Ragazzi…e Grande Paolo!
    Non temere, il tuo parroco ha ragione, ma capita a tutti, anche ai più giovani. Io faccio una fatica immane a ricordare nomi e date di nascita, e mi capita di ritrovarmi in una stanza senza ricordarmi cosa cavolo ci ero andata a fare, per poi ricordarlo una mezz’oretta dopo, mentre sto facendo una cosa che non c’entra nulla, oppure il giorno dopo.
    Lo vedo bene che i miei non sono gli stessi di 20 anni fa, ma mi piacciono di più adesso che li vedo umani e fragili, specchio di come sono in realtà anch’io, mentre dimenticano le cose o non sanno usare le apparecchiature di ultima generazione, ma ai miei occhi sono gli stessi che mi hanno guidato, quindi ora posso ricambiare.

  5. Alessandro

    “Anche quando fanno fatica a comprendere l’evoluzione della società in cui vivono, gli anziani non devono rinchiudersi in uno stato di volontaria estraneità, accompagnata da pessimismo e riluttanza a “leggere” la realtà che avanza. E importante che essi facciano lo sforzo di guardare all’avvenire con fiducia, sostenuti dalla speranza cristiana e dalla fede nel progresso della grazia di Cristo che si diffonde nel mondo…

    Essi infatti possono offrire una testimonianza di fede arricchita da una lunga esperienza di vita, un giudizio pieno di sapienza sulle cose e le situazioni del mondo, una visione più chiara delle esigenze del mutuo amore tra gli uomini, una convinzione più serena dell’amore divino che dirige ogni esistenza e tutta la storia del mondo.

    Del resto, una considerazione serena della società contemporanea può farci riconoscere che essa favorisce un nuovo sviluppo della missione degli anziani nella Chiesa (cf. Giovanni Paolo II, Christifideles laici, 48). Oggi non pochi anziani conservano buone condizioni di salute, o le recuperano più facilmente di un tempo. Possono pertanto rendere dei servizi nelle attività delle parrocchie o in altre opere…

    E anche quando il progredire dell’età impone la riduzione o la sospensione di queste attività, la persona anziana conserva l’impegno di procurare alla Chiesa il contributo della sua preghiera e dei suoi eventuali disagi accettati per amore del Signore.

    Infine dobbiamo ricordare, da anziani, che, con le difficoltà di salute e con il declino delle forze fisiche, si è associati particolarmente al Cristo della Passione e della Croce. Si può dunque entrare sempre più in questo mistero del sacrificio redentore e dare la testimonianza della fede in questo mistero, del coraggio e della speranza che ne derivano nelle varie difficoltà e prove della vecchiaia. Tutto nella vita dell’anziano può servire a completare la sua missione terrena. Non c’è niente di inutile. Anzi, la sua cooperazione, proprio perché nascosta, è ancora più preziosa per la Chiesa…

    Come non rammentare che nella versione greca cosiddetta dei Settanta, seguita dalla Volgata latina, l’originale ebraico del versetto 4 (Salmo 43) era stato interpretato e tradotto come invocazione al Dio “che rallegra la mia giovinezza (Deus, qui laetificat iuventutem meam)”? Noi Sacerdoti più anziani abbiamo ripetuto per tanti anni queste parole del Salmo con cui si dava inizio alla Messa.
    Niente impedisce che nelle nostre preghiere e aspirazioni personali si continui, anche da anziani, a invocare e lodare il Dio che rallegra la nostra giovinezza!”

    (Giovanni Paolo II, Udienza generale, 7 settembre 1994)

  6. 61Angeloextralarge

    Scusate il fuori tema:

    Tiziano è un bimbo di 10 anni che a causa di un tumore alle ossa è ricoverato proprio adesso abbiamo saputo che sta morendo.

    Grazie per le preghiere!

  7. 61Angeloextralarge

    Paolo grazie per questo post! Smack!
    Mi hai dato molto materiale da meditare e utile per cercare di migliorarmi. Vado di corsa ma se riesco torno per un commento più concreto. 🙂

  8. Urge precisazione, richiesta a gran voce dalla mia vanità personale: compirò 52 anni ad agosto.
    Dico 52, non 152…
    ora il post guarda avanti, molto avanti spero (la memoria si sfarina già comunque)
    ma non mi vedo ancora imprigionato da un corpo inutilizzabile,
    non immaginatemi così please,
    non vedetemi come la versione maschile di Rita Levi Montalcini.
    Più che altro potreste pensare a George Clooney, ecco.

    1. Tutto giusto e detttobene. Solo che i vecchi negli uteri familiari si riferisco a tipi di vita teorici, idealizzati.
      Prima cosa non tutti ci hanno l’utero. Poi non tutti hanno vissuto in maniera liscia e piana, tanti sono trasferiti, si sono
      trovati tagliati fuori dal guscio primigenio dei posti di nascita, degli amici, delle relazioni, non tutti hanno non dico parenti, ma nemmeno più amici conoscenti, persone qualsiasi con cui parlare, non tutti si possono rifugiare nei ricordi e nei pensieri perché non hanno né pensieri nè ricordi né altro. C’è ubriaconi, lestofanti, fumatori, trafficanti, ladri, banditi, truffatori, protettori, ex-carcerati, tutti sempre vissuti alla macchia, nascosti, rintanati, mai chiesto aiuto a nessuno, mai avutolo. Come solo alcuni esempi.

      1. Alvise,
        mi sono trasferita, ma l’utero me lo sono rifatto… mantenendo legami con quello originario…
        Per quello dico che ognuno finisce coma ha vissuto, chi con amici, parenti, conoscenti, chi nascosto, rintanato..
        Ma c’è anche una terza possibilità, che uno possa cambiare alla fine… per grazia.
        Meno male che c’è la grazia!

  9. 61Angeloextralarge

    Paolo: “forse alla depressione. Che poi è una forma di rabbia diversa”… credo proprio che tu abbia ragione! In fondo la depressione è mancanza di speranza, è un sentirsi falliti, inutili, un vedere tutto nero: non mi ricordo dove l’ho letto, ma uno PIIIISICOLOGO ha scritto che è più facile che sia colpita della depressione una persona molto esigente, soprattutto con sé stessa. Quindi se non mi realizzo posso provare rabbia per questo tentativo fallito, per questa mia esigenza mancata.

    Il tuo post mi ha riportato alla mente una scenetta di ieri mattina: sono uscita di casa e appena vicino all’ascensore ho sentito della musica gioiosa, allegra, quella ballereccia delle balere. Beh, non ho potuto non sentirle ma c’erano delle risate che mi contagiavano anche attraverso la parete. I miei vicini di pianerottolo sono due anziani, lei vedova e lui separato a causa di una situazione molto pesante: si sono messi insieme solo per farsi compagnia e non convivono ma si ritrovano spesso insieme nelle loro case. A loro piace molto ballare! Quando sono passata nel pianerottolo stavano facendo le prove di ballo in casa! A quel punto non ho resistito e sono tornata indietro, ho aperto la porta di casa e ho chiamato mia madre, seduta come sempre sul divano a guardare le pareti, con un’espressione perennemente arrabbiata. Le ho sorriso con aria di complicità e le ho detto: “Vieni, vieni, presto!”. Ho suonato anche al campanello del vicino (ho un rapporto confidenziale con lui) e ho fatto loro i complmenti dicendo: “Quando arriverò alla vostra età, se ce la farò, voglio avere il vostro spirito!”. Mia madre, ovviamente, invece di essere stimolata in positivo dalla loro allegria e dalla loro voglia di vivere, è rientrata in casa dicendomi: “Questi sono due scemi!”.
    Questo mi fa pensare che è proprio vero: la vecchiaia è dentro di noi se siamo vecchi di spirito! 😀

    1. vale

      non so se G.Berto sarebbe stato d’accordo.talvolta la depressione è il risultato di un naufragio a lungo protratto dove non si è trovato nessun approdo.escluso i santi. ma non tutti siamo santi.

      1. Brutta bestia la depressione!!! E il peggio à che nessuno sa come è che arriva, e da dove.
        Uno se la trova addosso e zac!!! Depressione quella vera, voglio dire.
        Non che io l’abbia mai provata, ovviamente, ma l’ho sentito dire, ho visto persone, uomini, donne,
        nella morsa. E’ di origine somatica, e cioè biochimica, è uno stato mentale (ma cosa è uno stato mentale?)?
        Nessuno lo sa..

  10. lidia

    Non scherziamo sulla depressione per favore: è una malattia seria, con cause sia psicologiche che biologiche, e che va curata seriamente. Anche i santi possono essere depressi, perché, appunto è una malattia.
    Ben diverso è l’atteggiamento di depressione, che, quello sì, può dipendere solo da cause psichiche.

    1. 61Angeloextralarge

      Lidia: è una malattia e va curata seriamente, questo è ovvio, ma secondo me è molto difficile capire dove inizia la malattia e dove inizia l’atteggiamento della depressione.
      “è una malattia seria, con cause sia psicologiche che biologiche”: aggiungerei anche spirituali.
      Anche i santi possono essere depressi? Recentemente è uscito un articolo sul Clero italiano, colpito dalla depressione, definita una moderna malattia. Se riesco a trovarlo lo inserisco.
      Io parlo per quel poco che ho di conoscenza-esperienza personale: mia madre è depressa! L’unica in tutta la famiglia, che al contrario suo è composta di persone che non hanno la più pallida idea di cosa significhi essere depressi. So cosa significa avere a che fare con una persona depressa…

      1. lidia

        infatti non mi riferivo a te ma al post. Mia mamma è uno dei maggiori specialisti in Italia per la cura della depressione.

          1. lidia

            e aggiungo, visto che spesso visita a casa e con alcuni pazienti ha stretto un rapporto d’amicizia, è da quando sono piccola che vedo gente depressa. Alcuni stanno meglio, altri no. Grazie a Dio in famiglia nessuno ha la depressione, e perciò non posso dire ovviamente di avere la stessa vostra esperienza. Ma so cos’è.

            1. lidia

              La sua principale specializzazione però è la cura delle cefalee, e adesso la terapia del dolore (in Italia siamo a livelli di terapia del dolore molto inferiori a quelli Europei). Per questo ha fondato una fondazione che ha chiamato Karol Wojtyla, per lo studio del dolore in medicina e nelle tre religioni monoteiste. Vabbè è un discorso lungo. Ma per anni si è occupata anche di depressione.

          1. vale

            mai presa robaccia.sarà che forse son ciclotimico.( e pur essendo figlio di un medico ed avendone tra cugini ed amici mi rifiuto rigorosamente di fare da cavia).mah!. mi bombo di tagliatella,salumi,ecc. e qualche buon vino.
            ma anche la roccia più dura,col tempo…..

            1. lidia

              lungi da me dare consigli 🙂 Ma appunto mi ricordo che una delle cose che mia mamma mi ha sempre detto è che i farmaci, quando servono, vanno presi. Certo alcuni dei casi più gravi che lei ha avuto erano persone intossicate da farmaci (perlopiù contro la cefalea) ma se si usano nelle giuste dosi fanno bene, e talvolta portano alla guarigione….vabbè cmq a ognuno la sua scelta!

  11. vale

    dommage. sed riguardo ai santi, non mi riferivo al fatto che non lo potessero essere. ma che la forza spirituale e la grazia li fecero resistere: come Madre Teresa di Calcutta e se il mio fiuto non m’inganna, persino S.Paolo. che alla fine era contento solo di aver conservato la fede….
    io sto come una cozza attaccata allo scoglio della fede.con l’aggravante della sola ratio. ma la mareggiata può sempre arrivare….

    1. lidia

      può. Ma io spero che per te non arrivi.E che se arrivi tu ce la faccia a resistere – come Madre Teresa e San Paolo.
      Comunuque, per chiarire, ovvio che anche io penso la fede, un ambiente familiare sereno, un carattere aperto, un lavoro appagante e altre cose aiutano. La grazia, in particolare, aiuta sempre. Ma, appunto, non è che come sembra dal post (Paolo, mi metto preventivamente al riparo da critiche: so che, probabilmente, volevi dire altro) la depressione è dei “pavidi” mentre i santi, bravi e coraggiosi non possono essere depressi.
      L’atteggiamento davanti alla malattia, o un certo atteggiamento depressivo (che non è depressione) certo dipende dalla persona, ma purtroppo la depressione la può prendere anche un Ratzinger. Magari la vivrebbe più coraggiosamente e più santamente di me se l’avessi, ma la può avere anche lui.

      1. Hai fatto bene a precisare Lidia, e ovviamente ti confermo che non parlavo di patologie. Sarebbe uno stupido che si accanisse sui malati. Purtroppo la lingua italiana non distingue in questo caso tra malattia e atteggiamento. Quel che stigmatizzo è l’incupirsi, l’implodere sul proprio egoismo, che non è patologia, ma cattiva vita.

  12. Erika

    Una delle cose che più mi infastidiscono della moderna società è il giovanilismo esasperante.
    Vogliamo a tutti i costi credere che non invecchieremo né moriremo mai.
    In un clima di questo tipo, è quasi inevitabile che col passare degli anni ci si ” incattivisca” o ci si deprima.

    Gli stessi anziani dimenticano quali sono le qualità che rendono la vecchiaia degna di essere vissuta,
    Anche loro vessati dalla pubblicità che li vorrebbe vedere lanciarsi col paracadute, andare a rimorchiare in discoteca, essere sexy addirittura. Perché, senza queste cose, a cosa serve vivere?

    Io ho avuto la fortuna di passare del tempo con degli anziani-anziani (e non mi riferisco al mio vetusto marito 48enne…;-)
    , )che mi hanno dato insegnamenti preziosissimi: il valore del tempo, la scrematura che nella vita va necessariamente fatta per arrivare più vicini possibile all’essenza delle cose, la capacità di relativizzare le cose che a noi “giovani” sembrano così importanti.

  13. luisalanari

    “…forse alla depressione. Che poi è una forma di rabbia diversa, ma del pavido, di chi non sa neppure sfidare il mondo e se stesso e implode, crudelmente spegnendo il mondo intorno a sé.

    Caro Paolo, la depressione non è dei pavidi, anzi, il più delle volte è un sintomo di qualche altra “cosa” che viene definita dagli esperti (non da me, bada bene) “patologia” (ergo: disturbo bipolare, disturbo della personalità, disturbo dell’alimentazione o borderline, o tanto altro…) che colpisce soprattutto i giovani, non gli anziani. Quindi attenzione a parlarne in modo così inadeguato e soprattutto tanto rispetto per chi prova a uscirne perchè, ti assicuro, prendere la “bestia” (come la chiamo io, che sarebbe il “male di vivere” detto alla Montale) per le corna e ri-affrontare la vita è tutto fuorché da pavidi o di chi non sa sfidare il mondo o se stesso!
    E il più delle volte il depresso (o simile) crudelmente si riapre al mondo, agli altri, a se stesso perché si sforza ogni giorno contro la sua stessa patologia (accettandola e accettando gli aiuti adeguati) e non è affatto semplice o da deboli, anzi è un gesto coraggiosissimo, perché la bestia cerca di strapparti anche la sola speranza di questo mondo: la fede!
    E chi l’ha vissuto e donato agli altri riesce persino ad essere un messaggio di speranza e forza per gli altri, in barba allo stigma che la nostra società vuole creare intorno a queste patologie.
    Scusa la puntualizzazione.

  14. vale

    ah. volevo dire,vetusto,poi….. visto che ho l’età-quasi-del tuo marito. e mi lancio…. e del resto mi taccio…e canto pure forever young sotto la doccia…. e come penitenza mi sorbisco le omelie di preti di cui Ratzinger,da cardinale, diceva che erano la prova dell’esistenza di Dio: se la fede resiste a quelle….
    santo subito….(spero si colga l’ironia,si sa mai…)

  15. Alessandro

    “I vostri lavori, cari Congressisti, hanno mostrato i differenti aspetti della depressione nella loro complessità: essi vanno dalla malattia profonda, più o meno duratura, a uno stato passeggero legato ad avvenimenti difficili – conflitti coniugali e familiari, gravi problemi lavorativi, stati di solitudine… -, che comportano un’incrinatura, o persino la rottura delle relazioni sociali, professionali, familiari.
    La malattia si accompagna spesso ad una crisi esistenziale e spirituale, che conduce a non percepire più il senso del vivere…

    Voi l’avete sottolineato: la depressione è sempre una prova spirituale. Il ruolo di quanti si prendono cura della persona depressa, e non hanno uno specifico compito terapeutico, consiste soprattutto nell’aiutarla a ritrovare la stima di sé, la fiducia nelle proprie capacità, l’interesse per il futuro, la voglia di vivere.
    Per questo, è importante tendere la mano ai malati, far loro percepire la tenerezza di Dio, integrarli in una comunità di fede e di vita in cui possano sentirsi accolti, capiti, sostenuti, degni, in una parola, di amare e di essere amati. Per loro, come per ciascun altro, contemplare Cristo e lasciarsi ‘guardare’ da Lui è esperienza che li apre alla speranza e li spinge a scegliere la vita (cfr Dt 30,19).

    Nel suo amore infinito, Dio è sempre vicino a coloro che soffrono. La malattia depressiva può essere una strada per scoprire altri aspetti di se stessi e nuove forme di incontro con Dio. Cristo ascolta il grido di coloro la cui barca è in balia della tempesta (cfr Mc 4,35-41). Egli è presente accanto a loro per aiutarli nella traversata e guidarli verso il porto della ricuperata serenità.”

    (Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti alla XVIII Conferenza Internazionale promossa dal Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, 14 novembre 2003)

  16. Alessandro

    “Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi:
    pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo;
    non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge.
    E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce.

    Ugualmente, voi, giovani, siate sottomessi agli anziani. Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perchè
    Dio resiste ai superbi,
    ma dà grazia agli umili.”

    (1Pt 5, 1-5)

  17. 61Angeloextralarge

    Fuori tema ma non troppo… eccolo! Fresco di oggi!
    “Cari figli, come Regina della pace desidero dare a voi, miei figli, la pace, la vera pace che viene attraverso il Cuore del mio Figlio Divino. Come Madre prego che nei vostri cuori regni la sapienza, l’umiltà e la bontà, che regni la pace, che regni mio Figlio. Quando mio Figlio sarà il Sovrano nei vostri cuori, potrete aiutare gli altri a conoscerlo. Quando la pace del cielo vi conquisterà, coloro che la cercano in posti sbagliati e così danno dolore al mio Cuore materno la riconosceranno. Figli miei, grande sarà la mia gioia quando vedrò che accogliete le mie parole e che desiderate seguirmi. Non abbiate paura, non siete soli. Datemi le vostre mani ed io vi guiderò. Non dimenticate i vostri pastori. Pregate che nei pensieri siano sempre con mio Figlio, che li ha chiamati affinché lo testimonino. Vi ringrazio.” (Medjugorje, 2 aprile 2012 alla veggente Mirjana)

    1. 61Angeloextralarge

      Alvise Maria: almeno la Settimana Santa potresti piantarla di VANILOQUIARE? Smack! 😉

      1. 61Angeloextralarge

        Secondo me si riferisce al messaggio, infatti in occasione di altri messaggi ha scritto più o meno la stessa frase. Se l’età che avanza non mi fa delirare. 😉

  18. margotcroce

    avete detto già tutto 🙂 allora commento con questa mia poesia, che il tempo che incalza mi fiata sul collo e mi rammarica

    Invecchio

    Invecchio come una rosa sorpresa dalla vita

    Da un giorno all’altro

    Un mutamento

    Che non è solo una ruga

    È un truciolo spiallato dello spirito

    Il torpore rosa della pelle

    Si stende in uno spasimo di orgoglio

    Rosa stratificata

    Chiusura balconata

    Dove entra l’aria e fugge il tempo

    Rimescolio sfuggente d’attimo slegato.

    Mi fa da contrappunto un sedimento

    Di stami e di oro satinato

    Sgocciolio di gineceo

    Nell’ombra schiuso.

  19. Maxwell

    Messaggio del 2 aprile 2012 (Mirjana)

    Cari figli, come Regina della pace desidero dare a voi, miei figli, la pace, la vera pace che viene attraverso il Cuore del mio Figlio Divino. Come Madre prego che nei vostri cuori regni la sapienza, l’umiltà e la bontà, che regni la pace, che regni mio Figlio. Quando mio Figlio sarà il Sovrano nei vostri cuori, potrete aiutare gli altri a conoscerlo. Quando la pace del cielo vi conquisterà, coloro che la cercano in posti sbagliati e così danno dolore al mio Cuore materno la riconosceranno. Figli miei, grande sarà la mia gioia quando vedrò che accogliete le mie parole e che desiderate seguirmi. Non abbiate paura, non siete soli. Datemi le vostre mani ed io vi guiderò. Non dimenticate i vostri pastori. Pregate che nei pensieri siano sempre con mio Figlio, che li ha chiamati affinché lo testimonino. Vi ringrazio.

  20. Descrivi molto bene certe sensazioni e tensioni, ma per me più che il giovanilismo: il rimpianto delle scelte sbagliate e l’ansia nel cercare un rimedio, nel trovare un senso, una svolta professionale, ammortizzare gli anni persi e buttarsi ad occhi chiusi nel compiere una qualsiasi prodezza, facendo dei sacrifici anche a costo di trascurare il momento presente e le persone care. Ah, se avrei vent’anni in meno sapendo ciò che so adesso… e meno male che ancora sono giovane!

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