Un corpo sano, e la mente?

di Paolo Pugni

Che questa sia una società materialistica lo dimostra il fitness. Che di per sé non è che sia da bandire o condannare.

Anzi. E’ indice di un corpo sano. Solo che spesso la mente sana si è persa. Dissolta. Dentro la fisicità. Che è tutt’altro dal corpore sano di proverbiale memoria.

Perché il fitness oggi è religione, e non ammette atei o miscredenti.

Bellezza, salute e piacere, che su fisico si radicano, sono la trinità da onorare e chi osa non dico sostenere, ma accennare al fatto che sì, in fin dei conti non è che siano un male in sé, ma da qui a elevarli al rango di fine ultimo ce n’è, viene generalmente ostracizzato con tanto di gogna mediatica, che oggi non la si nega a nessuno, specie a coloro che contrastano chi detiene il potere delle idee.

Ora non me la voglio prendere con questa mania, che per i liberi e forti si prende in giro da sé, quando scendere nelle pieghe del discorso e svelare l’ipocrisia di chi poi deride certe pratiche di pietà, bollandole con il peggiore degli epiteti –medioevale!- e mostrando così che la sedicente tolleranza, brandita come una mazza vellutata, in realtà è solo una manipolazione linguistica di più.

E tra l’altro a me la tolleranza non piace per nulla, perché sa di spocchioso, di sdegnato, di vanitoso: “ma sì, poracci, vi tolleriamo…”. Per me c’è solo la carità, quella dell’inno famoso, che non fa sconti in nessun senso.

Ad esempio, vediamo alcune pratiche ben radicate, che non possono neppure essere considerate come stravaganze pena l’accusa di fascismo culturale, quando da abitudine pratica assurgono a filosofia di vita, il che converrete sono due cose molto distinte e distanti.

Strettissima cura dell’alimentazione, fino a rifiutare non solo gli OGM, ma i prodotti non bio, quelli di origine animale, quelli cucinati in un certo modo (gustoso). Insomma una iperigiene alimentare che spesso si sposta da un estremo all’altro, come una eresia condanna quella precedente: ai miei tempi andavi di moda “bevi poco che sudi e ti vengono le rane nella pancia”, oggi se non giri con apposita bottiglia e bevi almeno due litri al giorno sei un fiancheggiatore dell’infarto.

Diete severissime, con cibo razionato stile campo di concentramento, praticate per lungo tempo senza che riescano a produrre (per fortuna) anoressia.

Uso di sauna, bagni turchi, allenamenti severi con pesi o ginnastica spinta, uso di sostanze chimiche per produrre risultati sul fisico, sia per assunzione sia per iniezione, uso di chirurgia e bisturi per arrestare l’età che scorre.

Ora ripeto non intendo condannare tutto ciò tout court, per partito preso. Mi indispone di più la spocchiosa derisione dei praticanti di queste usanze quando analoghe consuetudini diventano mezzi di “fitness spirituale”, compagne del cammino di perfezione.

C’è che si chiamano diversamente: digiuni, mortificazioni, sacrifici.

Quanto poi al salutismo alimentare colpisce come ci sia una attenzione che può sconfinare nel maniacale per ciò che ingeriamo e può essere veleno per il corpo, è non solo non ce n’è, ma quando viene proposta viene spesso dileggiata la cura per ciò che alimenta l’anima.

Così, tanto per restare in casa,  un suggerimento a non prendere il Volo diventa censura retriva perché bisognerebbe sperimentare di tutto. Ottimo: allora consideriamo altrettanto retrogrado e folle chi consiglia di non mangiare hamburger, patatine fritte, burro fuso, funghi velenosi, pesci avvelenati e così via… Perché non sperimentare anche questo prima di decidere che cosa tenere e che cosa buttare?

Quanto a me, al di là dell’opportunità e del rischio una ragione che per me ritengo valida per fidarmi di qualcuno, che lo meriti, e che mi consigli cosa non leggere  è meramente strumentale: avendo poco tempo, mi indispone e irrita perderne per leggere libri o vedere film che non valgono la pena. Punto.

92 pensieri su “Un corpo sano, e la mente?

  1. Paolo, quanto è vera questa cosa!
    in ufficio se dici che non mangi una certa cosa perché sei a digiuno, ti guardano straniti.
    Se non mangi perché sei a dieta, ti dicono “brava!!!”

    1. Sara S

      Invece le mie compagne del corso di tedesco (atee, buddiste, musulmane o protestanti) erano interessate quando spiegavo loro cos’è la quaresima, la Pasqua e il digiuno. Mi hanno chiesto se fosse una cosa come il ramadan, al che ci ho tenuto a sottolineare che il nostro digiuno è libero e fatto per amore, non per rispondere ad una legge, come quando ci alziamo di notte per i nostri figli (tralasciato gli accidenti che tiro quandd ciò succede) Io dico:” Gesù, tu che sei il Figlio di Dio, sei morto per me, e allora io desidero fare qualcosa per Te.” (tralasciato che non riesco sempre a tener fede ai miei propositi, così infimi eppure così difficili per me… come siamo conciati!). Molto piatto, ma l’unico vantaggio di non conoscere bene una lingua è che si diventa essenziali!

        1. Sara S

          Ma infatti! Fanno come tutte le mamme del mondo, musulmane e no, che si alzano e fanno quel che devono, semplicemente perchè amano i loro figli. Era solo un esempio per far loro capire la dinamica del sacrificio in quaresima, per noi, e anche nel resto della vita… fatto per amore per una Persona, e non per una legge scritta da uomini!

          1. lidiafederica

            il Ramadan è come il nostro digiuno di Venerdì santo: è un dovere, ma nasca da un’esigenza spirituale. così anche i 5 pilastri dell’Islam: Ramadan, preghiera 5 volte al giorno, 20% dei tuoi profitti in elemosina, pellegrinaggio alla mecca (x chi ha i mezzi finanziari), professione di fede “Allah è il solo Dio e Maometto è il Suo profeta”.
            differenza è quando digiuniamo fuori dai tempi “di dovere”, cioè Venerdì santo e mercoledì delle Ceneri. però anche nell’Islam esistono pratiche ascetiche da praticarsi per amore di Dio e basta, credo… cmq il Corano per loro non è “scritto da uomini”, ma è Parola di Dio.
            A me cmq questa pratica di dire “Ramadan qua ramadan là” non è mai piaciuta: preferisco spiegare la religione cristiana senza dover ricorrere a paragoni con altre realtà che magari non conosco neanche molto bene e che, probabilmente, nascondono sacche di santità grande.
            ciò detto, ovviamente la differenza sta nel chiamare dio “Padre” o chiamarlo “il Misericordioso, il Benedetto, l’Alto, il Grande” (alcuni dei 99 nomi di Dio nella tradizione islamica) – sono nomi bellissimi, ma, appunto, mancano di quella familiartià che ti porta a dire “digiuno per te, per portare la Croce con te”.

          2. lidiafederica

            cmq se te l’hanno chiesto loro è ovvio che dovessi rispondere alla domanda 🙂 a me non piace usre il Ramadan come metro di paragone perché conosco troppo poco dell’Islam per poter dire qualcosa di sensato (tranne cenni generali, come i 5 pilastri e altre cose), ma è ovvio che se me lo chiedessero anhce io direi un po’ come te, cioè che il digiuno cristiano deriva da un atto interiore e non da una prescrizione. però appunto, il ramadan per loro è stato dato da Dio stesso, se non erro, credo che l’osservazione del Ramadan vada sempre unita a un approfondimento della vita spirituale (ci si astiene dai rapporti sessuali, per es., durante il Ramadan, proprio per fare un “ritiro dei sensi”).
            però è vero che se lo si vive male è solo un digiunare per poi abbuffarsi di notte, e lì sì che non ha senso.

  2. lidiafederica

    l’atteggiamento che descrivi è verissimo! A ben vedere, una sua logica interna ce l’ha. cioè, se il corpo è il nuovo idolo, mortificarlo per farlo soffrire è una bstemmia, mentre “mortificarlo” per farlo stare bene è un atto di culto.
    In Germania i miei amici non andavano mai in chiesa, ma votavano Verdi e compravano bio…il che dimostra una sensibilità per l’ambiente e ma sì, anche per il benessere, che di per sé è buonissima, è l’usarlo come surrogato di dio che è una pena.

    Quanto a me, cerco di usare il senso cristiano del “tutto è santificabile”: quando posso compro bio (per l’ambiente e gli animali, che Dio ci ha dato da custodire e non da mandare in rovina, non tanto per me…), faccio la dieta quel tanto che basta per non ingrassare ed essere più soddisfatta del mio personale, come si diceva una volta (e renderne grazie a Dio), ringrazio Dio davvero per ogni singola cucchiata di Nutella che ho assaporato nella mia vita, e considero un male a cui porre rimedio il mio cronico non fare sport perché il corpo va curato, la saute Dio me l’ha data e sarebbe un peccato buttarla via.

    Quanto agli iper-fitnessoni….arriva il momento, spesso, in cui qualcosa gli si spezza dentro (perché il fuori è ben curato) e allora speriamo che abbiano noi a cui rivolgersi per una spalla su cui piangere e una parola che allarghi loro gli orizzonti.

  3. 61Angeloextralarge

    Paolo grazie per questo post! Vado di corsa ma me lo copio per rileggerlo con calma.
    Starò senza pc per una settimana, quindi vi devo salutare. Un grandissimo SMACK a tutti e buo fine settimana! 😀
    Mi mancherete! 😦

    1. 61Angeloextralarge

      N.B.: se per caso vi mancheranno gli SMACK… scambiatevene un po’ tra di voi! 😉

        1. 61Angeloextralarge

          Ci riuscirete beeeeeenissimo! 😀
          “Quanto poi al salutismo alimentare colpisce come ci sia una attenzione che può sconfinare nel maniacale”: ovviamente non stavi parlando di me o a me, vero? 😉

      1. Suggerisco: qualche buon testo americano di marketing e comunicazione, il libro di Costanza, i testi sacri
        e le schermate papali di Alessandro. Dovrebbe bastare.
        Quanto al mens sana in corpore sano, vorrei solo ricordare (pedantemente)che vuole dire semplicemente “stare in buona salute sia di mente che di corpo” e non che la mente è sana se il corpo è sano (tutt’altro!)

  4. Alessandro

    “Ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po’ della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo. Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una “terapia” per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio.”

    (Benedetto XVI, Messaggio per la Quaresima 2009)

    1. Fk

      Alessandro tu sai quanto apprezzo le tue schermate papali! Sono in debito con te, credimi… adesso non posso entrare nei dettagli ma i tuoi inserti su questo blog per me sono preziosissimi… Quindi non lasciarti intimorire da chi, da un po’ di giorni, batte sempre su questo punto! Credo che io non sia l’unico ad apprezzare… e mi sembra che anche la padrona di casa non disdegna!
      Buona giornata 🙂

      1. Alessandro

        Fk, ti ringrazio davvero per l’apprezzamento generoso! 🙂

        Non preoccuparti, non mi lascio intimorire, oltretutto so che Alvise è un burbero burlone, non ha nessuna intenzione di intimorirmi 😉

        Buona giornata anche a te! 🙂

  5. Erika

    Paolo, quello che dici e’ verissimo. Essendo, ahimè, una fumatrice, so bene quanto certi estremismi salutistici possano diventare molesti. Mi confronto ogni giorno con gente che ti guarda allibita se confessi di mangiare il tonno (ricettacolo di mercurio), di preferire investimenti diversi da prodotti a base di farina biodinamica (e non so davvero quante famiglie con figli potrebbero permettersi di sfamarsi comprando latte da 4 euro al litro…)
    Le pratiche ascetiche religiose, invece, hanno un fine molto alto . Il discrimine, per me, e’ la rinuncia. Rinunciare a qualcosa (digiuno, astinenza ecc. ) e’ , secondo me, molto diverso dalla mortificazione “attiva”, come ad esempio la fustigazione(ho letto che c’e chi la pratica). Accanirsi sul proprio corpo, quello si, lo vedo come una pratica medioevale ,a ben vedere dallo spirito neanche troppo cristiano.

    1. lidia

      non saprei le mortificazioni attive in certi casi (il cilicio, per esempio) non sono del tutto non cristiane, anz, sono state usate nella Chiesa. Dipende perché lo si fa e con che scopo, io non l’ho mai usato, ma mio nonno, una persona splendida magistrato integerrimo etc etc (e davvero gli elogi sarebbero pochi!) e terziario domenicano a volte lo ha usato (è una cordicella che stringe un po’, niente di che).
      Il senso è fare penitenza per i peccati nostri e altrui. Ma ti dirò, neanche io capisco bene il senso, e non ho mai fatto nulla del genere. però penso che anche se non capisco, se c’è gente che – senza essere masochista, anzi, essendo del tutto normale, allegra e simpatica – lo capisce, mi fido di loro.

  6. Alessandro

    “Manca il vino della festa anche a una cultura che tende a prescindere da chiari criteri morali: nel disorientamento, ciascuno è spinto a muoversi in maniera individuale e autonoma, spesso nel solo perimetro del presente.
    La frammentazione del tessuto comunitario si riflette in un relativismo che intacca i valori essenziali; la consonanza di sensazioni, di stati d’animo e di emozioni sembra più importante della condivisione di un progetto di vita.
    Anche le scelte di fondo allora diventano fragili, esposte ad una perenne revocabilità, che spesso viene ritenuta espressione di libertà, mentre ne segnala piuttosto la carenza.

    Appartiene a una cultura priva del vino della festa anche l’apparente esaltazione del corpo”

    (Benedetto XVI, Incontro con i giovani fidanzati, Ancona, 11 settembre 2011)

  7. Roberto

    Neanche io ho mai fatto mortificazioni fisiche (oltre il digiuno e il ginocchio della lavandaia, che vien da sé 🙂 )…
    Credo che la mortificazione del corpo vada vista nell’ottica in cui San Francesco chiamava il corpo “fratello asino”. Così, ritengo che ciò che ripugna istintivamente alla nostra sensibilità di moderni, tanto da essere tentati di volerla ascrivere a una religiosità eterodossa, per essere capito, debba come sempre essere inquadrato nell’ottica del peccato originale.
    Attingere al piacere creato, che di per sé non è un peccato ma una cosa buona, diventa però peccato quando tale piacere è attinto come fine, e non come mezzo-a-fine (e perciò per ricaduta egoistica). Poiché la nostra anima non è più capace di governare appieno il corpo, ma al contrario la carne ci induce di continuo a prenderci piaceri disordinatamente, dimenticandoci un’infinità di volte ogni giorno il nostro dovere di “trattare le cose temporali ordinandole secondo Dio” (Lumen Gentium 31), mortificare il corpo può permettere di ricordare quanto spesso questo disordine originario tra anima e corpo ci induca a cadere senza che neppure ce ne accorgiamo.

    Prima ancora di questo, c’è il ricordo della Passione di Gesù. Copincollo una breve riflessione pasquale di Robert Benson, figlio di Primate Anglicano e convertito alla Fede cattolica, di circa cent’anni fa, che mi pare sia “in tema”.

    1. lidiafederica

      io faccio piccole cose tipo ogni tanto non sedermi in metro o dormire senza cuscino, ma appunto, piccole. giusto per abituarmi, come dici, a saper rinunciare a qualcosa e non fare drammi se poi internet mi manca per mezz’ora.

  8. Roberto

    Di Robert Hugh Benson, da “Paradossi del cattolicesimo”:

    La Quinta Parola

    Ho sete (Giovanni 19, 28)

    Nostro Signore, nel quale l’intera Umanità raggiunge il suo pieno significato, continua a svelarci la Sua condizione sulla Croce. Se noi dunque riusciremo a comprendere qualcosa di Lui, capiremo molto meglio anche noi stessi.
    Egli ci ha mostrato di essere stato effettivamente privato di ogni consolazione spirituale, e ci ha rivelato il valore di questa privazione. Ora ci rivelerà anche il valore delle privazioni fisiche: qui il Paradosso che ci si presenta è che la Sorgente di tutte le cose può restare privo di tutto; il Creatore è reso bisognoso delle Sue creature; a Colui che ci offre l’acqua che zampilla per la Vita Eterna manca l’acqua necessaria alla vita terrena, il più semplice tra tutti gli elementi. Nella Sua Divina Desolazione Egli continua ancora ad essere Umano.

    1 – In genere nel meditare questa Parola la sete di Cristo viene vista come una sete spirituale, la sete per le anime: e questa, naturalmente, è un’interpretazione legittima, perché è vero che tutto il Suo Essere, e non soltanto una sua parte, palpitava e spasimava sulla Croce per ogni oggetto del Suo desiderio. Ed Egli certamente desiderava le anime!
    Però perderemmo una parte dell’intera verità se spiritualizzassimo ogni cosa, passando sopra alle sofferenze fisiche di Gesù Cristo come se non fossero meritevoli della nostra considerazione. La sete di Cristo fu la conseguenza di tutti i patimenti da Lui sofferti durante la crocifissione: l’agonia fisica, la febbre che ne era derivata, l’abbondante sudorazione, gl’infuocati raggi del sole, culminarono tutti insieme in un indicibile tormento che trovò sfogo in quel lamento.
    Questo ci fa capire che le sofferenze fisiche, considerando che Gesù Cristo non soltanto degnò di sottoporsi ad esse, ma anche di parlarne, costituiscono una parte importante di questo processo Divino al pari della profonda desolazione spirituale di cui abbiamo parlato: rappresentano cioè un’intensa e vitale realtà della vita. Oggi giorno è di moda ostentare una certa noncuranza riguardo ad esse, come se fossero troppo volgari per la nostra elevata natura o dannose in se stesse. La verità è che noi siamo terrorizzati dalla loro realtà e dal loro pungolo e cerchiamo quindi di sfuggir loro con ogni mezzo in nostro potere, arrivando perfino a sorridere di compatimento per le antiche forme di penitenza in uso presso i santi e gli asceti di un tempo, come se noi avessimo già raggiunto un grado più elevato di spiritualità e non avessimo quindi alcun bisogno, per giungervi, di questi elementari mezzi di stimolo alla pietà.
    Questa Parola, dunque, ci riconduce ai nostri sensi ed alle giuste proporzioni dei vari aspetti della verità.
    Noi uomini siamo costituiti oltre che di un’anima anche di un corpo. Saremmo incompleti senza il corpo, il quale nella Redenzione recita un ruolo altrettanto effettivo quanto quello dell’anima, che abita nel corpo e dovrebbe governarlo. Noi attendiamo la redenzione dei nostri corpi e la Resurrezione della carne; i nostri meriti o demeriti davanti a Dio sono acquistati dall’anima attraverso le opere che compie il nostro corpo.
    Così fu anche per Nostro Signore nella Sua infinita misericordia: il Verbo si fece Carne, abitò nella Carne, assunse questa Carne in cielo. E allora soffrì nella Carne, e volle farcelo sapere: volle farci sapere quanto intollerabile fosse la Sua sofferenza.

    2 – In un libro molto conosciuto, Salute e Santità, il poeta cattolico Francis Thompson descrive con grande efficacia lo sviluppo del sistema nervoso degli uomini moderni, e mette in guardia i suoi lettori, che non si flagellano più con le spine, dal concepire un terrore pieno di scrupoli che faccia loro trascurare il ricorso ad un mezzo di santificazione. Egli insiste giustamente sul fatto che gli uomini di oggi soffrono, anche fisicamente, in una maniera molto più sottile che non quelli del Medioevo e ci esorta a non torturarci troppo.
    Tuttavia, dobbiamo fare attenzione a non cadere nell’eccesso opposto; cioè a non considerare le pene corporali (come abbiamo già visto) come se fossero troppo rozzi per la nostra natura raffinata, e prive di alcun effetto sullo spirito. Questo sarebbe dannoso e falso, perché quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi. Considerando il corpo e l’anima come due coniugi di un matrimonio sbagliato e trattandoli separatamente uno dall’altra, spalancheremmo immediatamente la porta, da un lato agli antichi orrori gnostici del sensualismo, e dall’altro ad inumane mutilazioni e a detestabili forme di trascuratezza.
    La Chiesa, d’altra parte, è molto chiara ed insistente nell’affermare che corpo e anima formano l’uomo con la stessa pienezza con la quale Dio e Uomo formano Cristo; e illustra e indirizza queste strane co-relazioni e i reciproci condizionamenti di questi due congiunti con la sua ferma insistenza su prescrizioni come quelle sul Digiuno e l’Astinenza. Ed anche i santi su queste cose sono chiari ed insistenti. Non c’è anima che la Chiesa ha elevato agli onori degli altari che non abbia testimoniato in qualche particolare forma e in misura considerevole l’austerità corporale della sua vita. È vero che alcuni di essi ci ammoniscono contro gli eccessi: ma quali ammonizioni! E quali eccessi! “Siate moderati” – esorta Sant’Ignazio, il più ragionevole e moderato fra tutti i santi, – “abbiate cura di non spaccarvi le ossa con le verghe di ferro, Dio non vuole questo!”.
    La sofferenza, dunque, ha una posto concreto nel nostro progresso. Chi tra coloro che hanno qualche esperienza della sofferenza potrà mai dubitarne?
    Consideriamo allora, alla luce di questa Parola di Cristo, se la nostra attitudine ai patimenti del corpo è conforme a quella richiesta da Dio. Ci sono due errori che dobbiamo evitare: temerli troppo poco, cioè sopportarli con stoicismo pagano invece che cristianamente; o temerli eccessivamente. L’ammonimento da tenere presente è allora di non disprezzare la punizione, da un lato, e dall’altro di non perdersi d’animo. Ed è indubbiamente il secondo ad essere più necessario oggi giorno. La sofferenza ha avuto una posto reale nella vita di Gesù Cristo: Egli dette inizio al Suo Ministero con un digiuno di quaranta giorni e lo concluse sottoponendosi volontariamente ad ogni orribile crudeltà dal Pretorio al Calvario. Ci disse che lo spirito è pronto, significandoci così che vi acconsentiva liberamente, ma con parole che commuovono aggiunse tuttavia che la carne è debole, rivelandoci in questo modo le Sue reali sofferenze, che tuttavia volle…

    Ho sete.

  9. Erika

    Non voglio giudicare, se a me sfugge il senso profondo di una pratica religiosa, non significa che non ce l’abbia. Solo che a me sfugge. Nella predicazione di Cristo si fa accenno a tali pratiche?

    1. Andreas Hofer

      @ Erika

      Secondo me la prospettiva è un’altra. Ricordo bene come, tra le tante cose che mi ripugnavano del cristianesimo, mi atterrissero le mortificazioni, massimamente quelle spaventose dei santi. Non vi vedevo altro che atti di puro sadomasochismo. Solo molti anni dopo la mia “resa” alla fede cattolica ho cominciato vagamente ad intuire qualcosa. L’esperienza mi diceva che quei gesti insani si potevano spiegare in un unico modo: l’unico metro di paragone erano le follie d’amore, i gesti folli degli innamorati.
      “Ho trovato l’Amore, l’Amore si è lasciato vedere! Questa è la causa del mio patire! Ditelo a tutte, ditelo a tutte!”. Sono le ultime parole di una santa tanto straordinaria quanto poco nota: il suo nome è Veronica Giuliani. Le sue mortificazioni erano realmente qualcosa di spaventoso.
      Ma c’è una sola spiegazione: erano le follie di una donna follemente innamorata del suo uomo. Dio stesso fa delle follie (la “follia della croce”) per amore.
      Chi si abbevera a questa fonte infinita entra come in una fornace ardente, in un bruciante vortice d’amore di cui i nostri amori terreni costituiscono una pallida approssimazione (il calore in presenza della persona amata, quel calore è un “piccolo assaggio” di quella fiamma, un antipasto, un segno). Le bevande umane servono a prosciugare la sete, la bevanda divina la accresce… Chi entra in quel vortice comincia a sua volta a prodursi nei gesti d’insana follia degli innamorati. Le virtù hanno tutte una loro misura, vale a dire un limite: solo l’amore non ne ha alcuna (“mensura amoris, sine mensura amare”, se non ricordo male l’ha già ricordato una volta Cyrano).
      Siamo noi “cristiani della domenica” ad aver bisogno che qualcuno ci ricordi, quasi imponendocelo a forza, la necessità di “pratiche” e “devozioni”. Servono a farci mantenere quel minino legame sensibile con la fonte infinita nella speranza, spesso vana, che un giorno quell’amore ardente accenda in noi una scintilla d’eternità. Sono come delle pietre focaie e noi come una catasta di legna. Purtroppo spesso preferiamo marcire lentamente nell’umidità o, forse ancor peggio, scambiamo il mezzo (pratiche e devozioni) con la causa. Ecco perché Dio a volte ha bisogno di un fuoco così impetuoso: per far evaporare la patina d’acqua che ci imputridisce. Al netto di tutte le nostre chiacchiere resta il fatto che la religione cristiana è una storia d’amore. E può dirci d’averci capito qualcosa solo chi la vive. E questi sono i santi.

        1. Andreas Hofer

          Di follie amorose devi averne fatte poche, allora… 😉 Scherzi a parte, replica deboluccia, Alvise! Dai, non arrampichiamoci sugli specchi. Mai sentito che qualcuno per amore arrivi anche a morire? La letteratura mondiale e la nostra esperienza di vita hanno un campionario di follie amorose d’ogni genere, lo sai meglio di me.

  10. Roberto

    Ma noi siamo figli del nostro tempo: questa ‘cosa’ è fatta per sfuggirci e suscitarci fastidio e rivolta. In un’ottica di Fede si arriva con fatica a comprenderne il senso, cioè “ah, ho capito!” però… marameo che lo faccio. Doppia fregatura, a voler vedere…

    Però, come ci ricordava Cyrano ieri, noi non siamo protestanti, perciò l’esplicita predicazione (verbale) di Cristo in tal senso non è necessaria (dovremmo ‘cassare’ molte cose del cattolicesimo, se ci facessimo guidare esclusivamente da questa considerazione, come infatti hanno finito per fare loro).
    Diciamo che questa pratica, l’ha predicata su Se Stesso.

  11. Alessandro

    Per quanto riguarda astinenza e digiuno, occorre rifarsi Costituzioni Apostolica Paenitemini di Paolo VI (1966)

    “I. § 1. Per legge divina tutti i fedeli sono tenuti a far penitenza.
    § 2. Le prescrizioni della legge ecclesiastica, circa la penitenza, vengono totalmente riordinate secondo le seguenti norme.

    II. § 1. Il tempo di Quaresima conserva il suo carattere penitenziale.
    § 2. I giorni di penitenza, da osservarsi obbligatoriamente in tutta la Chiesa, sono tutti i venerdì dell’anno e il mercoledì delle Ceneri o il primo giorno della Grande Quaresima, secondo i riti; la loro sostanziale osservanza obbliga gravemente.
    § 3. Salve le facoltà di cui ai nn. VI e VIII, circa il modo di ottemperare al precetto della penitenza in detti giorni, l’astinenza si osserverà in tutti i venerdì che non cadono in feste di precetto, mentre l’astinenza e il digiuno si osserveranno nel mercoledì delle Ceneri, o – secondo la diversità dei riti – nel primo giorno della Grande Quaresima, e nel venerdì della Passione e Morte di Gesù Cristo.

    III. § 1. La legge dell’astinenza proibisce l’uso delle carni, non però l’uso delle uova, dei latticini e di qualsiasi condimento anche di grasso di animale.
    § 2. La legge del digiuno obbliga a fare un unico pasto durante la giornata, ma non proibisce di prendere un po’ di cibo al mattino e alla sera, attenendosi, per la quantità e la qualità, alle consuetudini locali approvate.”

  12. Erika

    @Andreas: ti ringrazio per la tua risposta, ma rimango lo stesso perplessa, perdonami. E’ vero, per amore si fanno follie, ma sempre per uno scopo. Posso sacrificare anche la mia vita, per qualcuno che amo, se questo serve a fare stare bene l’altro. Ma se, per esempio, decidessi di martoriarmi per amore del mio sposo, così , solo per potergli dire “l’ho fatto per dimostrarti quanto ti amo”, allora sarebbe un comportamento malato.
    Gesù Cristo stesso, ha lasciato che facessero al Suo corpo cose orribili, ma per un disegno più grande.
    Se, deliberatamente mi faccio del male, a chi giova questo? Dio ne sarebbe felice, davvero? I peccati di qualcuno, o i miei stessi, sarebbero perdonati dalla mia mortificazione?

    1. Andreas Hofer

      Certo: il senso delle mortificazioni dei santi è proprio questo: “Se tu potessi portare su di te il peso e la fatica della persona amata, lo faresti?”. Questo è il “portare la croce”. E più ami quella persona più sei disposta a prendere su di te i suoi pesi. Per quanto sia un’altra dimensione, non vincolata al tempo e allo spazio, sempre di una storia d’amore si tratta. Una storia d’amore personale, ogni anima fa storia a sè, Dio ha un rapporto unico con ognuno di noi, ognuno dà la sua risposta unica e particolare a quell’appello.

          1. Per amore, si sa, si patiscono le pene dell’INFERNO, io non l’ho mai provate, me l’hanno detto,
            amici miei de Ladispoli!!!Succede, certo, anche, che qualcuno si ammazzi, o ammazzi un altro/a, per amore.
            Ma il discorso sulle autofustigazioni è diverso (mi sembra) Non è anche quello per acquistare meriti? O è invece frutto di menti esaltate? O vogliamo davvero arrampicarci sugli specchi? (o la esaltazione per Dio non è insania, pazzia pura e semplice?)

            1. Andreas Hofer

              Ma chi siamo noi per dire a una persona innamorata quello che deve fare o non fare per l’amato del suo cuore? Abbi pazienza, Alvise… Non c’è alternativa, comunque: se Cristo non è risorto hai perfettamente ragione tu: tutto si riduce a nevrosi, follia e allucinazione (“scandalo per i Giudei, follia per i Pagani”).

              1. no, no, io non dico nulla a nessuno, hai ragione te, ognuno conosce di se stesso il bisogno, non si legge nei cuori
                o anime, uno vede solo di fuori, ma te l’hai mai provato questo amore celeste che dici può portare anche a queste perversioni? E se non l’hai mai provato a questa potenza come fai anche te a capire cos’è e come è?
                O te ti affidi alle parole dei Santi che sono parole di rappresentazioni o tentativi di rappresentazioni?
                Io credo che questa faccenda delle fustigazioni derivi dai secoli bui del cristianesimo e più in generale da rituali presenti in parecchie religioni riti espiatori per sè e per altri, riti di raggiungimento del Dio attraverso i patimenti, tutte cose, ovviamente, reali, partorite cioè dalla mente dell’uomo. Il che non vuol dire che uno approva se un altro si frusta,
                fatta salva la libertà di frustarsi. Assiste a un fatto.

                1. Andreas Hofer

                  Come diceva ieri Daniela, il cristiano è un “homo viator”. L’amore di Dio non si possiede come fosse una “cosa”. È un sentiero, e il sentiero tracciato dall’amore di Dio è lungo e tortuoso, occorre passare attraverso innumerevoli purificazioni (“pir” non a caso vuol dire fuoco), attraversare deserti, notte gelide o giornate di arsura. Di certo posso dire di aver provato questo. Un giorno mi son detto: “È ora di fare le cose sul serio, di finirla coi surrogati della religione. Che la vita abbia un senso è un’idea del cristianesimo, chi lo dice che ci sia un senso nelle cose? Tutto quel che mi circonda ha una data di scadenza, è destinato a perire: tutte le cose, tutti i miei affetti, ogni essere vivente. Tutto muore e finisce nel nulla”. In quell’istante la realtà intera intorno a me si è come spenta, ogni sussulto vitale si è come arrestato. E il gelo, quel gelo che non potrò mai dimenticare… Mi rimase dentro un’inquietudine che è impossibile trasmettere a parole, come è impossibiel trasmettere quell’esperienza. Mi bastò un filo sottilissimo ed esile di luce per cercare di uscire da quella foresta buia, fitta e impenetrabile. Da allora seguo quel filo esile: ho cercato spesso di spezzarlo, ma solo per accorgermi che non era possibile: quel filo è infrangibile perché non è stato lanciato da mano d’uomo.

                  1. Ma su, Viviana, se uno deve parlare degli ultimi tre secoli come deve chiamarli? Sì, lo so, “secoli bui” è riduttivo, ma tanto per capirci, no? 😉

      1. il commento inesatto e fuorviante sarebbe le parole “da leggere”?
        piuttosto non so cosa tu abbia letto ma melenso -stucchevole sono gli aggettivi meno adatti a commentare qualsiasi scritto di Gurrado e in particolare questo. mah….

        1. Filippo Maria

          La verità è che il post di Gurrado (tosto il tipo) è da paura!
          Non c’è niente da fare: questo è il tempo dell’apologetica!
          Se nell’anno sacerdotale indetto da Benedetto XVI sono venuti fuori gli scandali dei preti, non è detto che nel prossimo “anno della fede” non venga fuori l’apostasia! Ma che venga fuori allo scoperto, una buona volta, in modo che la si possa chiamare per nome!
          Scusate ma ho avuto una giornataccia e queste farneticazioni di martini sono il giusto coronamento della giornata… è meglio che mi vada a dire un rosario, va!

        2. La Madonna a Medjugorje spesso ci invita a non parlare male dei nostri pastori ma a pregare per loro, anche quando sbagliano, perché comunque Gesù Cristo stesso li ha scelti e loro stanno dando la vita per questo. Detto questo ho trovato delirante il dialogo del cardinale Martini con Marino, almeno nella sua anticipazione proposta dal Corsera. E ho pensato alle nozze di Cana, mirabile quadro di come ognuno debba fare la sua parte. La Madonna invita Gesù a procurare del vino anche se non sarebbe ora. Lui la rimprovera dolcemente (che ho da fare con te, donna) ma poi fa quello che lei gli ha chiesto. E’ un modo di agire santo, in cui ognuno fa la sua parte. La parte della Chiesa secondo me, in un mondo come questo in cui non c’è più maschio e femmina, nascono pochissimi bambini (il paese col più basso tasso al mondo), la famiglia è osteggiata e dipinta in ogni occasione possibile come luogo di sofferenza e costrizione, la parte della Chiesa, dicevo, è tenere ben saldi i principi, pubblicamente. Dire chiaramente i peccati. Perdonare sempre compassionevolmente tutti i peccatori, ma non aprire gli argini, sennò si arriva al lassisimo. Non permettere niente, ma perdonare tutto. Un principe della Chiesa pubblicamente secondo me dovrebbe parlare in un altro modo. E ho come l’idea che qualcuno si approfitti dell’anziano, stanco, forse non più lucidissimo cardinale per usarlo come ariete nella battaglia finale.

          1. Ma dove è “delirante” Martini, qulche esempio, vorrei, delirante, virgolettato delle parole del cardinale, e non
            estrapolazioni del corriere o di quell’altro babbeo (come altro definirlo?) di Guarrado.
            E io non sono certo un fan né di Martini (a parte qulli con tanto gin, o vodka)!!!

    1. Andreas Hofer

      @ Joe. Sono parole molto significative, quelle del cardinale. Ricordano “vagamente” la profezia contenuta nelle pagine finali di un famoso libro dello scrittore preferito di Alvise (per altro stimatissimo anche, tra gli altri, da Calvino e Borges, ma non diciamolo troppo in giro): “Tutto diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle”.

        1. Alessandro

          Sarebbe bene che il Cardinale esternatore, almeno per la Quaresima, osservasse un salubre digiuno dalle esternazioni. E invece parla (e continua a disorientare i fedeli che gli prestano credito…)

          1. Ma, considerato che vi proclamate Cattolici Romani, non c’è una gerarchia tra di VOI?
            Chi lo stabilisce se un cardinale dà di fuori?
            E poi, io, le parole del cardinale non le ho lette, ho solo guardato l’articolo messo da Joe Turner, nel quale non si leggono le parole stesse, ma una parodia d’invenzione del Credo.

          2. Andreas Hofer

            @ Alessaandro.
            Quello che mi colpisce in quell’anticipazione del Corriere è iil gesuitismo, nel suo senso deteriore. Ogni parola è cesellata con fine minuzia, è palese la preoccupazione del cardinale di mantenersi formalmente all’interno dell’ortodossia. Ma quel che di fatto concede è impressionante. Cede infatti la realtà, il buon senso. Non solo sembra suggerire che la famiglia naturale imperniata sulla differenza sessuale sia preferibile solo perché più “socialmente utile” ma perfino che sia una semplice credenza religiosa. E da qui la richiesta di “rispettare” le convinzioni dei cristiani non esibendo troppo certo “modelli di vita” che potrebbero loro arrecare disturbo. Insomma, la “punta avanzata” del dialogo invece di fornire le proprie ragioni si limita a chiedere “tolleranza”, si riduce a mendicare quel che Del Noce ha chiamato la “sezione di rito cattolico” dell’ecumenismo umanitario e politicamente corretto.
            Per non parlare di questo concedere che vi possa essere una «amicizia duratura e fedele tra due persone dello stesso sesso» però senza «donazione sessuale». Questo quando è manifesto che il suo interlocutore e la sua parte politica proprio lì vogliono giungere… Non voglio giudicare questa pruderie, che però mi sembra sottilmente ipocrita e moralistica, ma anche in questo caso è il principio di realtà a venire sacrificato in nome di un arido formalismo.
            Possibile che un cardinale di rara intelligenza come Martini non si accorga di come le sue esternazioni vengano regolarmente e metodicamente strumentalizzate da una parte politica per avanzare proposte di legge eticamente devastanti?
            http://archiviostorico.corriere.it/2012/marzo/24/apertura_Martini_sulle_coppie_gay_co_8_120324027.shtml
            Se fosse poco lucido le sue affermazioni non sarebbero pesate col bilancino. Ed è questo che onestamente mi inquieta. Non tanto perché accolga l’insinuazione secondo la quale il cardinale starebbe subdolamente agendo come “quinta colonna” del laicismo anticristiano. Non credo affatto sia così, in ogni caso non ci è concesso imbastire processi alle intenzioni altrui. Il punto è che quella di Martini ha tutta l’aria di essere la contrattazione di una resa col nuovo Cesare: cedimento soft e lento sui principi, come un granello d’incenso bruciato “a rate” e a “piccole dosi”, in cambio della tolleranza. Umanamente capisco questa strategia. Il punto è vedere se è questa la testimonianza cui siamo chiamati dal Vangelo.

            1. Alessandro

              “Possibile che un cardinale di rara intelligenza come Martini non si accorga di come le sue esternazioni vengano regolarmente e metodicamente strumentalizzate da una parte politica per avanzare proposte di legge eticamente devastanti?”

              Andreas, io ho smesso di pensare che Martini sia una persona di straordinaria intelligenza, con la testa tra le nuvole e per questo incline a sottovalutare quella malizia del mondo che non si perita di strumentalizzare le sue parole.

              Come evidenzi, le sue affermazioni sono soppesate con il bilancino, è “palese la preoccupazione del cardinale di mantenersi formalmente all’interno dell’ortodossia”, ed è altrettanto palese il suo insistito ammiccare a posizioni eterodosse, studiando accuratamente fino a quale segno spingere l’ammiccamento. Insomma: trattasi di vero e proprio gesuitismo, nella sua accezione più infausta.
              Sono espressioni calcolatissime, e da chi le pronuncia sono calcolate meticolosamente le conseguenze che mirano a generare. Così come sono meticolosamente calcolati i contesti, i tempi e i veicoli più idonei a trasmettere il messaggio.
              Si pensi al 2006, quando in modo per nulla casuale Martini concordò con l’Espresso di pubblicare sul settimanale di De Benedetti un dialogo con il solito Marino nel quale il porporato caldeggiava “aperture” della Chiesa sulla procreazione artificiale, subito dopo che il Papa neoeletto aveva ribadito con fermezza il “no” della Chiesa a ogni forma di procreazione artificiale, durante i mesi concitati in cui la Cei aveva capitanato la battaglia per l’astensione ai referendum sulla legge 40/2004, e per questo aveva dovuto sia riaffermare il no della Chiesa alle tecniche riproduttive artificiali sia difendere l’opportunità di evitare che il successo referendario peggiorasse la legge 40.
              Quelle parole pronunciate allora da Martini non potevano che suonare come una patente sconfessione dell’operato della Cei e delle affermazioni del Papa in materia di procreazione medicalmente assistita:

              http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/51790

              Nel 2007 Benedetto XVI promulgò il motu proprio Summorum Pontificum con il quale concede una ingente liberalizzazione del Vetus Ordo, e subito dopo sul domenicale del Sole 24ore Martini fece sapere che lui non avrebbe fruito della facoltà accordata dal motu proprio, pur essendo egli perfettamente in grado di celebrare in rito antico.

              Trascorsero alcuni mesi e scoccò l’anniversario dell’ Humanae Vitae (1968-2008). Benedetto XVI celebrò con gratitudine l’enciclica e il suo Autore (“La verità espressa nell’Humanae vitae non muta; anzi, proprio alla luce delle nuove scoperte scientifiche, il suo insegnamento si fa più attuale e provoca a riflettere sul valore intrinseco che possiede… a quarant’anni dalla sua pubblicazione quell’insegnamento non solo manifesta immutata la sua verità, ma rivela anche la lungimiranza con la quale il problema venne affrontato”: 10 maggio 2008), mentre Martini mandò alle stampe un libretto (“Conversazioni notturne a Gerusalemme”), nel quale imputa a Humanae Vitae di essere la ragione per cui “molte persone si sono allontanate dalla Chiesa e la Chiesa dalle persone”.

              Cito ancora: “Io Paolo VI l’ho conosciuto bene. Con l’enciclica voleva esprimere considerazione per la vita umana. Ad alcuni amici spiegò il suo intento servendosi di un paragone: anche se non si deve mentire, a volte non è possibile fare altrimenti; forse occorre nascondere la verità, oppure è inevitabile dire una bugia. Spetta ai moralisti spiegare dove comincia il peccato, soprattutto nei casi in cui esiste un dovere più grande della trasmissione della vita […] dopo l’enciclica Humanae Vitae i vescovi austriaci e tedeschi, e molti altri vescovi, seguirono, con le loro dichiarazioni di preoccupazione, un orientamento che oggi potremmo portare avanti […] [occorre] una nuova cultura della tenerezza e un approccio alla sessualità più libero da pregiudizi […] Giovanni Paolo II seguì la via di una rigorosa applicazione… Non voleva che su questo punto sorgessero dubbi. Pare che avesse perfino pensato a una dichiarazione che godesse il privilegio dell’infallibilità papale. Probabilmente il papa [Benedetto XVI] non ritirerà l’enciclica, ma può scriverne una nuova che ne sia la continuazione. Sono fermamente convinto che la direzione della Chiesa possa mostrare una via migliore di quanto non sia riuscito alla Humanae Vitae. Saper ammettere i propri errori e la limitatezza delle proprie vedute di ieri è segno di grandezza d’animo e di sicurezza. La Chiesa riacquisterà credibilità e competenza”.

              Ancora una volta è lampante come Martini scientemente e con studiata tempestività provvide a dire sul medesimo argomento l’opposto di quanto dichiarato da Benedetto XVI.

              Ora è sotto gli occhi di tutti quanto l’ “omofobia” stia assumendo molesto vigore tra le accuse rivolte alla Chiesa. Ed ecco che, con la consueta ineccepibile tempestività, con il fidato senatore Marino il cardinale pubblica un libretto a quattro mani per Einaudi, facendolo precedere da anticipazioni affidate al Corsera che, guarda caso, suggeriscono l’opportunità che lo Stato conferisca una sorta di riconoscimento giuridico alle coppie gay tramite la sottoscrizione di un non meglio precisato “patto”.

              No, niente improvvisazione, niente sprovvedutezza: a me pare che ci siano sufficienti prove per concludere che il cardinale stia scientemente e pervicacemente portando innanzi una strategia di contrapposizione ad intra al pontificato di Benedetto XVI.

              Ecco, io la vedo così (e mi rincresce dirlo; ma la parresia ha i suoi obblighi…)

                1. Roberto

                  Oh sì – mi hanno risparmiato un’ulcera perforante!

                  Ma poi.. la frase: “Se poi alcune persone, di sesso diverso oppure anche dello stesso sesso, ambiscono a firmare un patto per dare una certa stabilità alla loro coppia, perché vogliamo assolutamente che non sia?” non è un insinuare in modo sottile ma palese un principio di disubbidienza al Magistero della Chiesa – materia grave di peccato? Cosa manca? Ma certo, c’è già la mezza marcia indietro pronta…

                  In ogni caso, ho deciso che da oggi in poi soprannominerò il Cardinal Martin, Cardinal Sarumartin.

                  PS: Joe, il ‘Ritengo’ m’ha fatto morire! 😀

                2. Alessandro

                  Grazie Admin! 😀

                  Roberto:
                  “… non è un insinuare in modo sottile ma palese un principio di disubbidienza al Magistero della Chiesa – materia grave di peccato? Cosa manca? Ma certo, c’è già la mezza marcia indietro pronta…”

                  La disubbidienza c’è, ma ormai il cardinale beneficia di una sorta di franchigia, figlia del suo status di porporato e arcivescovo emerito di una diocesi prestigiosa, dell’ammirazione vibrante che riscuote in una porzione consistente del mondo cattolico, e rassodata dall’avanzare dell’età e dall’aggravarsi delle condizioni di salute…

                  1. Alessandro

                    Appendice-aggiornamento

                    Vengo a conoscenza di nuove anticipazioni del libro di Martini-Marino “Credere e conoscere”, riportate dall’Espresso:

                    http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-cardinale-martini-io-e-i-gay/2177168/8/0

                    E’ noto che nel 2010 alcune affermazioni di Benedetto XVI, contenuta nel libro “Luce del mondo”, suscitarono interpretazioni contrastanti. Questo il passaggio:

                    “Vi possono essere singoli casi motivati, ad esempio quando uno che si prostituisce utilizza un profilattico, e questo può essere un primo passo verso una moralizzazione, un primo elemento di responsabilità per sviluppare di nuovo una consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può far tutto ciò che si vuole. Tuttavia, questo non è il modo vero e proprio per affrontare il male dell’HIV. Esso in realtà deve consistere nell’umanizzazione della sessualità.

                    D. – Questo significa, dunque, che la Chiesa cattolica non è fondamentalmente contraria all’uso dei profilattici?

                    R. – La Chiesa, naturalmente, non considera i profilattici come la soluzione autentica e morale. In un caso o nell’altro, nell’intenzione di diminuire il pericolo di contagio, può rappresentare tuttavia un primo passo sulla strada che porta ad una sessualità diversamente vissuta, più umana.”

                    La Congregazione per la Dottrina della Fede (certamente d’intesa con il Papa stesso) ritenne di intervenire con una Nota (“Nota sulla banalizzazione della sessualità. A proposito di alcune letture di “Luce del Mondo” “, 22 dicembre 2010), dalla quale cito:

                    “Alcune interpretazioni hanno presentato le parole del Papa come affermazioni in contraddizione con la tradizione morale della Chiesa, ipotesi che taluni hanno salutato come una positiva svolta e altri hanno appreso con preoccupazione, come se si trattasse di una rottura con la dottrina sulla contraccezione e con l’atteggiamento ecclesiale nella lotta contro l’Aids. In realtà, le parole del Papa, che accennano in particolare ad un comportamento gravemente disordinato quale è la prostituzione (cfr. Luce del mondo, prima ristampa, novembre 2010, pp. 170-171), non sono una modifica della dottrina morale né della prassi pastorale della Chiesa […]

                    A questo riguardo occorre rilevare che la situazione creatasi a causa dell’attuale diffusione dell’Aids in molte aree del mondo ha reso il problema della prostituzione ancora più drammatico. Chi sa di essere infetto dall’Hiv e quindi di poter trasmettere l’infezione, oltre al peccato grave contro il sesto comandamento ne commette anche uno contro il quinto, perché consapevolmente mette a serio rischio la vita di un’altra persona, con ripercussioni anche sulla salute pubblica. In proposito il Santo Padre afferma chiaramente che i profilattici non costituiscono “la soluzione autentica e morale” del problema dell’Aids e anche che “concentrarsi solo sul profilattico vuol dire banalizzare la sessualità”, perché non si vuole affrontare lo smarrimento umano che sta alla base della trasmissione della pandemia. È innegabile peraltro che chi ricorre al profilattico per diminuire il rischio per la vita di un’altra persona intende ridurre il male connesso al suo agire sbagliato. In questo senso il Santo Padre rileva che il ricorso al profilattico “nell’intenzione di diminuire il pericolo di contagio, può rappresentare tuttavia un primo passo sulla strada che porta ad una sessualità diversamente vissuta, più umana”. Si tratta di un’osservazione del tutto compatibile con l’altra affermazione del Santo Padre: “questo non è il modo vero e proprio per affrontare il male dell’Hiv”.”

                    A questo punto la CDF precisa che “Il Santo Padre non ha detto che la prostituzione col ricorso al profilattico possa essere lecitamente scelta come male minore, come qualcuno ha sostenuto. La Chiesa insegna che la prostituzione è immorale e deve essere combattuta”

                    Allo stesso titolo, va dunque riconosciuto che la fornicazione (cioè il rapporto sessuale tra non coniugati) col ricorso al profilattico non può essere lecitamente scelta come male minore. La Chiesa insegna che la fornicazione è immorale e deve essere combattuta.

                    Eppure, contro questa precisazione sul “male minore” espressa dalla CDF, nel dialogo con Marino il card. Martini pare considerare proprio un “male minore” (quindi scelta moralmente lecita) il ricorso al profilattico nell’atto di fornicare se un fornicatore è malato di AIDS, o di prostituirsi se chi si prostituisce è malato di AIDS.

                    Scrive infatti:

                    “Certamente l’uso del profilattico può costituire in certe situazioni un male minore. C’è poi la situazione particolare di sposi uno dei quali è affetto da Aids. Costui è obbligato a proteggere l’altro partner e questi pure deve potersi proteggere”:

                    Il cardinale distingue chiaramente il caso del rapporto sessuale tra coniugi e gli altri casi di rapporti sessuali.

                    E quali sono gli altri casi, una volta escluso quello tra coniugi? Evidentemente, non possono che essere gli atti sessuali tra fornicatori, o gli atti sessuali mercenari. Affermando che “certamente l’uso del profilattico può costituire in certe situazioni un male minore”, il cardinale di fatto afferma che è un male minore il ricorrere al profilattico per fornicatori (uno dei quali malato di AIDS) e per chi si prostituisce (ed è malato di AIDS).

                    Ma la Congregazione della dottrina della Fede – come visto – NEGA che tale ricorso possa costituire “male minore”.

                3. Andreas Hofer

                  Grazie anche da parte mia all’Admin! 😉
                  In effetti comunque tutto lascia supporre che le cose stiano proprio come dice Alessandro, lo dico anche io a malincuore. C’è da sperare che il cardinale cambi rotta secondo le indicazioni di questo santo: “Accogli la parola del Papa, con un’adesione religiosa, umile, interna ed efficace: fagli eco!” (Cammino, n. 131). “Non può esservi altra disposizione in un cattolico: difendere “sempre” l’autorità del Papa; ed essere “sempre” docilmente deciso a rettificare la propria opinione, di fronte al Magistero della Chiesa”. (Cammino, n. 581)

                    1. Alessandro

                      Il cardinal MARTINI: “Se poi alcune persone, di sesso diverso oppure anche dello stesso sesso, ambiscono a firmare un patto per dare una certa stabilità alla loro coppia, perché vogliamo assolutamente che non sia? […] Anche per questo, se lo Stato concede qualche beneficio agli omosessuali, non me la prenderei troppo”

                      INVECE la Congregazione per la Dottrina della Fede afferma:

                      “A coloro che a partire da questa tolleranza vogliono procedere alla legittimazione di specifici diritti per le persone omosessuali conviventi, bisogna ricordare che la tolleranza del male è qualcosa di molto diverso dall’approvazione o dalla legalizzazione del male.

                      In presenza del RICONOSCIMENTO LEGALE delle unioni omosessuali, oppure dell’equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest’ultimo, è doveroso OPPORSI in forma chiara e incisiva. Ci si DEVE astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all’applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo.
                      In questa materia ognuno può rivendicare il diritto all’obiezione di coscienza…

                      Se tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, i politici cattolici lo sono in particolare”

                      (CDF, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003)

                      Niente da aggiungere

  13. Qual’è il senso del digiuno e per estensione di tutte le pratiche ascetiche?
    In realtà ne ha molti, a molti livelli.
    Il primo è quello che ci ricorda Lidia Federica, non per nulla la parola ascesi viene da askesis, che significa allenamento, esercizio. L’ascesi cioè serve a temprare il corpo e soprattutto la volontà, per rendersi più docili. Far capire ai nostri istinti “chi è che comanda” e non rilassarsi troppo. Tenersi sulla corda per rimanere vigli. Simile in questo alla necessaria sobrietà di un atleta o di un soldato (Paolo ricorre ad entrambi gli esempi).
    C’è poi un livello più profondo. E’ la mortificazione dell’egoismo. Imparando a fare a meno delle cose impariamo ad usarle “come se non le usassimo” per citare sempre Paolo e in questo modo a trarne tutta la positività e la bellezza. Assoldato che è il nostro egoismo a sporcare il piacere, che di per sé è uno straordinario dono di Dio, sia che si tratti del piacere di mangiare che di quello di far l’amore che di qualsiasi altro, rinunciare temporaneamente al piacere significa imparare a saperlo attendere, senza pretenderlo come bambini viziati, e ci ricorda che alla fine dei conti ogni piacere è dono. In questo modo ci rimanda alla sua ultima fonte, che è il Creatore, e ci predispone quindi a godere ancor di più proprio di quei beni terreni a cui abbiamo temporaneamente rinunciato.
    E’ un po’ diverso il discorso per quanto riguarda le pratiche di penitenza attiva, in quel caso, come ci ricordava Andreas, diventa un “prendere la croce”. Questo va fatto tuttavia con grande moderazione e soprattutto mai decidendo arbitrariamente, ma sempre con il consiglio di qualcuno che ci aiuti nel discernimento. Ricordo ad esempio il caso di una donna che per “abbracciare la croce” aveva scelto di non curare un tumore. Per fortuna in quel caso ho potuto intervenire in tempo, a volte sacrifici così estremi nascondono altri problemi.
    In linea di massima vale anche in questo caso il discorso per cui uno la croce non se la sceglie, ma accetta quella che gli viene data, per cui va bene il cilicio o la flagellazione, ma soltanto se posso dire che non vengono da una mia decisione, ma sono piuttosto l’adesione ad un dovere ricevuto (sia pure in maniera del tutto spirituale, in questo caso non potrebbe essere diverso, cioè attraverso una mozione interiore che scaturisce dalla preghiera. Ecco perché è necessario il confronto con un padre spirituale, perché solo così possiamo essere certi che quella mozione interiore viene effetivamente da Dio)

    1. Andreas Hofer

      Certoè, chiaro: le cose dello spirito, essendo invisibili, sono soggetto a un alto rischio di “adulterazione”. I falsi mistici che in realtà sono affetti da qualche nevrosi sono all’ordine del giorno. Per cui occorre un’accurata opera di discernimento degli spiriti. Quello che mi premeva rimarcare è il fondamento di questi gesti apparentemente “insani”, che non è certo qualche pulsione sadomasochista o l’amore della sofferenza in quanto tale.

  14. Erika

    Grazie don Fabio. Hai espresso esattamente ciò che mi fa guardare con sospetto alcune pratiche, cioè la facilita’ con cui possono venire adulterate. Mi fanno venire in mente gli adolescenti problematici che si tagliuzzano le braccia o si riempiono di piercing.
    Come dici, credo che certe pratiche vadano guidate da qualcuno molto, molto saggio.

  15. Interessante vedere che cosa deriva da quello che si scrive, e questo blog in questo senso è una scuola sublime.
    Le mie intenzioni, nello scrivere queste righe, erano di mettere in luce una certa ipocrisia farisaica, una tolleranza sporca che ammette anzi quasi impone certe pratiche quando sono adeguate al sentire comune, ai nuovi (falsi) miti e nella fattispecie a questo salutismo egologista che è la nuova religione; mentre invece li disprezza se lo scopo è diverso.
    Così facendo di fatto testimonia contro di sé che quello che dà senso alle cose non è la cosa in sé, ma il suo scopo, e che quindi esiste uno scopo che è superiore alla singola decisione, come invece di fatto nega affermando categoricamente il relativismo.
    Così appunto nel bio-salutismo certi alimenti o pratiche vanno bandite per definizione, perché male in sé, mentre se questo criterio lo si applica a cose dello spirito, con altro metro di giudizio, diventano bigottismo e mentalità retrograda e rachitica in nome del proviamo tutto teniamo ciò che ci va (sempre che sopravviviamo).
    ne è venuta fuori una discussione sull’ascesi, che peraltro tutti i sacerdoti di criterio consigliano di praticare, semmai, sotto la stretta guida di un direttore spirituale e mai senza, per evitare eccessi qui citati.
    Peraltro anche va notato che tutti i santi, specie quelli diretti da Dio medesimo (Margherita Alaquoque, Suor Faustina Kowalska, santa Teresina per citarne alcuni) sono stati guidati ad una rigorosa ascesi proprio in nome dell’Amore.
    Proprio per questo se anche non capisco, per ciò che va al di là di ciò che donFabio ha mirabilmente illustrato, mi fido.
    E basta. Mi fido.
    E probabilmente ringrazio perché certe scelte non mi sono state poste dinnanzi.
    Qui si entra nel mistero del senso del dolore.
    Tutto un altro post.

  16. Erika

    Vorrei comunque sottolineare che, per quanto possa faticare a comprenderle, rispetto le pratiche ascetiche, mentre trovo patetico chi fa un idolo del proprio corpo massacrandosi in palestra per finalità puramente estetiche o addirittura ricorre a pericolosi e costosissimi interventi chirurgici.

    1. Ecco Erika, questo è il trait-d’union che lega la piega che hanno preso i commenti al senso del post di Paolo.
      Mirabilmente detto comunque. Alla fine dei conti è l’ideale che perseguiamo ciò che ci definisce e se fare una cosa folle in nome di un ideale giusto è sì sbagliato, ma dovrebbe comunque suscitare la nostra ammirazione farla in nome di un ideale risibile è solamente patetico

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