Beato chi non funziona

di Costanza Miriano

A casa mia, quella d’origine dico, il “tocco Costanza” è convenzionalmente, da decenni, ben noto come quella presenza invariabile di qualcosa che non arriva perfettamente all’obiettivo: una scarpa slacciata, un tacco dodici orlato di fango, un filo che pende sempre dal golfino, anche quando è di angora, una macchiolina (se vi prendete qualche minuto ne trovate una su qualsiasi mio capo di abbigliamento, nessuno escluso). Qualcosa di non abbinato o di mancante. Oppure qualcosa di eccessivo. Mi sento sempre la protagonista di una vignetta di indovina  l’errore, della Settimana enigmistica. Il fatto è che generalmente faccio qualcos’altro mentre faccio qualsiasi cosa, e, come si dice a Roma, mi manca sempre un pezzo.

Nonostante questo – o forse proprio questa ne è la causa – soffro della sindrome di cui sono afflitte moltissime femmine della specie: il perfezionismo.

Per questo, per molti anni, durante l’Avvento, quando leggevo Isaia parlare di colline e montagne abbassate, di valli innalzate per preparare la via al Signore, ho continuato a pensare che mi sarei dovuta preparare “alla perfezione” – e in quale altro modo sennò? – per la venuta di Cristo, e che il fatto che poi, a Natale, non mi sentissi mai davvero, profondamente, intimamente unita a Lui come desideravo dipendesse dal fatto che, in pratica, non avevo lavorato abbastanza. Non mi ero data da fare, insomma.

Non ci avevo capito niente, è chiaro. Come direbbe Quelo, la risposta che cercavo era dentro di me, ed era sbagliata. Non che ora abbia raggiunto chissà quali vette di intima unione con Gesù, ma d’altra parte la nostra ricerca è già un’unione, il desiderio è già in parte il suo compimento, e mai in questa vita il nostro desiderio sarà completamente saziato, la nostra nostalgia dimenticata.

Il fatto nuovo della maturità, oltre alle zampe di gallina e altre piaghe fisiche che non autodenuncerò per nessun motivo al mondo, almeno non finché non venga proclamato un condono che mi consenta di far rientrare dall’estero tutti i miei cedimenti strutturali mantenendone comodamente solo un cinque per cento, è che comincio a intuire che tutto quello che faccio io è nulla, è uno sforzo al quale Dio guarda con benevolenza infinita, ma nulla più.

A volte ho dei lampi di lucidità in cui mi sembra chiarissimo che tra chi ce la mette tutta, per vivere da cristiano, e chi ha tolto la fede dal suo orizzonte c’è più o meno qualche millimetro di differenza, rispetto alla meta, Dio. E questo può non esserci chiaro solo se misuriamo le cose con il metro degli uomini. D’altra parte, di quale grandezza stiamo parlando se il nostro re si è fatto prendere in giro, accusare, sputacchiare, flagellare e inchiodare a morte su un pezzaccio di legno senza difendersi?

Il vero passaggio verso la conversione si comincia a fare quando si ha la percezione della propria, reale, profonda, irrimediabile, inappellabile schiapperia. Complimenti per la perspicacia, ci ho messo solo una quarantina d’anni ad arrivarci. Bastava leggere le beatitudini, tanto per dirne una. Non sono i virtuosi, i vincenti, gli irreprensibili a essere beati, cioè santi (tanto meno gli ingessati o i musi lunghi). Sono quelli che non ce la fanno, quelli che arrancano, quelli a cui manca qualcosa, quelli che hanno fame e sete. Perché loro, in questa attesa di qualcosa che li colmi, hanno l’esatta percezione dell’essere bisognosi di Dio. Ho sentito tante interpretazioni bislacche del Vangelo, ma quella che più mi fa arrabbiare è quella paupero-vittimistica: i poveri e gli sfortunati alla fine poi avranno una compensazione, dopo la vita terrena. Quindi la ricchezza e la fortuna sono un male. Quando sento simili cretinate vorrei cominciare, evangelicamente, a mulinare nell’aria una scimitarra per mozzare le lingue, ma per fortuna non ne sono munita. Gesù non ha mai detto guai alla ricchezza, che è una benedizione, ha detto guai a voi ricchi, che è diverso. E la differenza è che mentre un certo benessere è sicuramente una cosa buona, il rischio che corrono i ricchi è che si dimentichino di Dio. Siccome tutti siamo ricchi di qualcosa, questo dimenticarci di Chi siamo è il vero rischio, è il vero peccato. E il peccato ci fa stare male qui sulla terra, crea l’inferno qui e ora, oltre ad assicurarcelo per l’eternità.

Beati dunque noi quando non funzioniamo, perché questo ci ricorda che il vuoto è il nostro marchio di fabbrica. Allora Isaia quando parla di colline da appianare non ci dice di essere bravi, per meritare qualcosa, ma di permettere a Dio di agire nella nostra vita.

Come si fa? Nessuno ha una ricetta. Noi non possiamo fare altro che collaborare alla grazia. Svegliarci presto per vedere il sole, Dio, che sorge. Non siamo noi a farlo levare, ma siamo lì quando arriva. Quando cominciamo a vedere, al sole di questa luce, di che pasta siamo fatti – scadente – cominciamo a entrare nella prova e nella purificazione, che poi porteranno all’unione, dicono i mistici, beati loro che ci sono arrivati.

Le valli colmate, allora, mi parlano di tutte le ferite che ognuno si porta dietro, dal grembo materno in poi (non tutte le intuizioni della psicanalisi sono da buttare), e forse anche da prima. La grazia di Dio insieme alla nostra collaborazione attiva, al nostro consenso, ci porteranno senza che ce ne accorgiamo, dove volevamo, asciugheranno ogni lacrima, renderanno piani i luoghi impervi, e alcuni di quelli che ci stanno intorno, nei loro piccoli inferni, verranno a riposarsi da noi. Non per noi, ma per quel sole di cui profumiamo.

Buon Natale!

95 pensieri su “Beato chi non funziona

  1. Anche a me non piace la vena vittimistica del Vangelo che a volte si fa spazio tra la gente, ancora meno adesso che seguendo i “10 Comandamenti”, o “10 Parole”, ho capito che non siamo vittime di niente.
    Mi piace però la spiegazione che mi è stata fatta ad una catechesi anni fa della parola Beato: colui che si mette in cammino. Se pensiamo alle Beatitudini, come dicevi tu, è meraviglioso: il Beato non si ferma a piangersi addosso, cammina verso di Lui!!!
    È meraviglioso sentire che il Signore non parla mai a vanvera e che ogni Sua parola porta alla Gioia e alla salvezza!
    Buon Natale a te e a tutti!

  2. Alberto Conti

    “Di che è mancanza questa mancanza,
    cuore,
    che a un tratto ne sei pieno?” (Mario Luzi)

    oppure

    “Vi auguro di non essere mai tranquilli” (don Luigi Giussani)

    Certo che poter lottare contro la tentazione della tranquillità a volte non mi dispiacerebbe 😉

    Buona notte

  3. Fefral

    Bel post!
    Sono sopravvissuta alla cena di natale aziendale, in questi giorni mi mancate un po’ ma riesco a malapena a dare una scorsa veloce ai commenti.
    Il tema di oggi mi piace.
    Ho abbandonato da tempo l’ansia del perfezionismo, non per virtù ma per evidente incapacità di essere perfetta. È così liberatorio scoprirsi “difettosi” e imparare a volersi bene così! Veritas liberabit vos: la verità su noi stessi, creature e su Dio, se da noi accettata e amata, ci renderà liberi e perfetti come il Padre nostro nei cieli. Il perfezionismo non è la nostra vocazione, ma essere perfetti sì. E per aspirare ad esserlo dobbiamo avere il coraggio di guardarci allo specchio. Magari negli occhi di qualcuno che ci vuol bene così come siamo, difetti compresi.
    Ho troppo sonno, vorrei avere la lucidità per scrivere di più. Ma grazie Costanza per questo bel tema su cui riflettere.
    Buonanotte

  4. Quanto è difficile rinunciare a noi stessi. Evitare di mettermi, quando penso, come soggetto del mio pensiero. Evitare di mettermi al centro. Stare in periferia, guardando Lui che irradia verso di me. Ed io devo cercare, provare a bruciarmi un po’ per Lui. Un miliardesimo, di miliardesimo tanto di più non posso. Ma nel pensiero della più piccola scottatura la mia natura caparbiamente, testardamente mi dice “evita !” (quasi fosse un primordiale istinto di sopravvivenza). Se riesco a star fermo, so dentro, mi ripeto nella preghiera, che diventa questo, il modo di sentirmi più libero da me stesso, dal mio limitato ed insignificante modo d’essere, ma il rumore di fondo della paura quotidiana, dell’angoscia di un ignoto sentire, mi agita . E’ come se mi preparassi a qualcosa senza sapere cosa.
    Quando qualcosa succede, vedo i miei passi di formica sulla strada fino al Sole. Sento per un istante quanto è grande la distanza che sempre mi sfugge, ma sopratutto smetto di preoccuparmi di me, non mi chiedo più nulla (e mi sento talmente pieno da scoppiare, ma di mio non c’è nulla, assolutamente nulla ).
    E chi se ne frega di cosa sono, di chi sono, di dove vado o potrei andare, ch’io viva ancora o che io muoia subito…in quella preghiera, in quei momenti in cui riesco a far passare un raggio di Luce si aprono scenari infiniti, la commozione mi piega…è un istante che mi vale come fosse una vita, dopo quando mi volto, cerco di riorganizzare le idee che sembra si siano spente o fuse sotto un unico Pensiero, mi sento tanto vuoto quanto pieno, come arrivassi da un deserto di paura o fossi diventato ceco……

    Solo un idea, o meglio una sensazione resta, che qualcosa che non mi appartiene, qualcosa non mio, mi ha spezzato qualcosa dentro e mi ha fatto sentire meglio, più forte e capace di dire e fare qualcosa, ma in questo una cosa è assolutamente certa: non ho alcun merito di ciò, anzi mi è più chiara la percezione del mio nulla .

    E trovo un po’ di pace.

  5. “Un certo benessere è sicuramente una cosa buona,
    il rischio che corrono i ricchi è che si dimentichino di Dio”.

    Coraggio Costanza,
    “duro è per te ricalcitrare contro il pungolo” della ricchezza!
    Torni spesso sul tema, tra libro e blog, che è effettivamente centrale e problematico.
    Ma nel giudizio finale, per quanto non mi consoli, su questo risponderanno prima le nostre guide, “quia tulistis clavem scientiae”.
    Tu non demordere, non sembri lontana dal ricomporre la questione.

    La perduta famigliarità con le Scritture e una sommaria formazione catechistica sono una miscela corrosiva per la religione di ogni credente moderno, perchè pregiudicano la comprensione del Cristianesimo e, dunque, la piena conversione a Gesù Cristo.

    E’ il Vangelo, infatti, a toglierci da ogni indugio: perchè “il giovane, che cercava la vita eterna, se ne andò triste”? “Poiché aveva molte ricchezze”. Cosa significa?
    Quello a cui non riusciamo a rinunciare o che abbiamo paura di perdere, per quanto buono, è fatalmente ciò che si frappone fra noi e Dio; è proprio ciò che drammaticamente si offre a noi come sostituto di Dio: se no, non ci sarebbe chiesto di liberarcene.

    Questa è una rivelazione luminosissima!
    Questo è il segreto che rende desiderabile la faticosa ascesi della povertà cristiana!
    Qui c’è la strada piccola che ci rende piccoli, per vivere, realizzare e gustare il frutto del Battesimo che abbiamo ricevuto, cioè “Cristo in noi”!

    D’altro canto, Dio educava e preparavail suo popolo a ciò fin dall’inizio, infatti:
    – non si entra nella “terra promessa” senza uscire dalla “casa paterna”, come Abramo, Mosè e Israele;
    – non si diventa “amici di Dio” senza accogliere tutte le sue esigenze, come i profeti e il Battista;
    – non si raccolgono i frutti dello Spirito senza smettere di seminare nella “carne”, come Maria e San Paolo.

    Insomma non c’è nessuna Risurrezione senza passare per la Crocifissione. E “rinnegarsi”, ossia prendere “la propria croce” sull’esempio, dietro e grazie al Maestro celeste, significa semplicemente imparare a preferire ogni giorno più facilmente il Dio invisibile al mondo che vedo, la Parola di Dio all’appagamento sensuale, la volontà di Dio all’approvazione degli uomini. Questo in fondo non è che puro e incandescente cristianesimo apostolico: dunque, direi che solo chi fuziona come Dio vuole è beato!

    Buone feste.

    1. «[…]

      ogni giorno s’avea vostro sermone
      ‘Francesco ricco’ in quel giardin suo gaio,
      alla Porta, fiorito dal denaio
      dei fondachi di Pisa e d’Avignone.

      Gli mutaste in bigello ed in albagio
      i drappi di Damasco e quei d’Aleppo;
      ond’ei fece del Ciel l’ultimo acquisto.

      Seguì nel Cielo Guido del Palagio;
      e l’unta quercia del suo banco in Ceppo
      ritornò, per i Poveri di Cristo.»

  6. “La grazia di Dio insieme alla nostra collaborazione attiva, al nostro consenso.”
    Il consenso a una cosa che uno si immagina? Certo, autosuggestionandosi si può vivere tutto in modo diverso, si può trovare più forza, coraggio, slancio, ma io credo che bisogna, queste cose, trovarle nella pura e semplice serietà personale, nell’impegno di tutti i giorni cercando sempre, ma è anche, purtroppo, questione di carattere, di stare felici e contenti.

    1. «Al di là del mondo che ci circonda e di cui facciamo parte, esiste un’altra realtà, infinitamente più concreta di quella a cui generalmente facciamo credito, e questa realtà è quella definitiva, dinanzi alla quale non ci sono più domande.»
      Per Natale le auguro quel che capitò all’autore di questa frase.

  7. Mariella dei Pillitu

    Grande Costanza! Ti voglio bene ..proprio come a tutti quelli che mi ridicono di chi sono!
    Ho usato il tuo post per i miei auguri di Natale.

    Buona natale a te e a tutta la tua tribù.

    Mariella

  8. Mi ero ripromesso di non intervenire su questo post, troppo da fare, ma il vangelo di oggi (il magnificat) mi ha irresistibilmente provocato a farlo, sì perché in quell’inno mirabile c’è la chiave della vera umiltà, che in fondo è ciò di cui parla Costanza nel suo post.
    Maria è umile? Se applicassimo a lei certe categorie bigotte dovremmo dir di no. Come può essere umile una persona che dice “tutte le genti mi chiameranno beata”? Eppure invece lei è umilissima perché totalmente consapevole della sua pochezza davanti a Dio (tapeinosis in greco, da cui l’italiano tapino) e così può dire “ha guardato alla pochezza della sua serva”.
    Hai ragione Costanza, l’uomo che si credesse più vicino a Dio in ragione dei suoi meriti è simile a chi pensa di essere più vicino alla vetta di una montagna perché è alto un metro e ottanta. Se perfino Maria si definisce tapina davanti a Lui…
    La vera umiltà consiste nel dimenticarsi di sè, perfino della propria imperfezione, perfino di cercare la propria imperfezione e si acquisisce senza alcuno sforzo apparente.
    Umiltà è dimenticarsi di ogni merito e peccato, di ogni fatica e gioia, di tutto ciò che ci rguarda, nel bene e nel male, ma non in uno sforzo di non essere, nel modo della spiritualità zen, ma piuttosto perché interamente assorbiti dall’immenso Tu che ci sta dinanzi.
    Non è umile colui che vorrebbe non essere, è umile colui che ama così tanto da non potersi pensare se non in relazione a colui che ama.
    Siamo umili quando il Magnificat, la lode, occupa tutto il nostro orizzonte, quando ci perdiamo negli “occhi” di Dio. Allora la sola cosa che interessa è che Lui è grande e neppure ci viene in mente di pensare a noi o di parlar di noi…
    E’ impossibile dimenticarsi di sè come esito di un proprio sforzo, è questo il limite di tutta l’ascesi giansenista, la dimenticanza di sè è Grazia, ed è la conseguenza della lode, il frutto del Magnificat in noi.

    1. Ma perché essere umili?
      I greci pensavano che l’uomo non deve insuperbirsi, divenire tracotante, peccare di ùbris, è questo lo capisco, mi torna. Ma perché umili? Perchè questa filosofia della miseria?

      1. Alessandro

        Ma no, l’umiltà cristiana è realismo. Non siamo dei, siamo mortali che falliscono senza l’indispensabile soccorso di Dio ma che Dio ha salvato e convocato alla vita eterna: quindi la schiappa non deve avvilirsi rimestandosi nella tetraggine della propria condizione finita e mortale, ma deve gioire, perché, sebbene sia dissimile da Dio, non lo è abbastanza da non essere reclamato a ereditare il Regno di Dio.

      2. Perché l’umiltà (da humus = terra) è la verità della nostra esistenza.
        In realtà la domanda dovrebbe essere a contrario: perché pensare a se stessi quando tutto in noi dice alterità (o tuità se posso usare una parola difficile)

      3. umiltà non è solo consapevolezza delle nostre miserie, Alvì, ma anche delle nostre bellezze, sapendo che non sono merito nostro. E’ essere coscienti della nostra identità di creature. L’umiltà è una virtù riposante e serena, non deprimente. Anzi, mette di buon umore.

      4. Miriam

        L’umiltà non è miseria, è fecondità: “humus” è la terra irrorata e per questo feconda.
        Quel che ci “irrora” è la Grazia; ma deve trovare non sassi e spine, ma terra buona dissodata e priva di “montagne”=la superbia e tutto quello che porta con sé e avvallamenti=le ferite, le mancanze, nostre ed ereditate (come ricorda Costanza), cioè tutto quel che pone ostacolo ad una buona irrigazione… Poi c’è la semina e ci sono i frutti…
        E’ tutto il nostro lavoro e la nostra fatica, non da soli.

    2. “La vera umiltà consiste nel dimenticarsi di sè, perfino della propria imperfezione, perfino di cercare la propria imperfezione e si acquisisce senza alcuno sforzo apparente.”

      “Non è umile colui che vorrebbe non essere, è umile colui che ama così tanto da non potersi pensare se non in relazione a colui che ama.”

      Profondamente vero e bellissimo.

      Dimenticarsi ogni merito e peccato perchè interamente assorbiti dall’immenso Tu che ci sta davanti.

      Grazie Don Fabio

      queste parole mi ricordano anche Don Gius

  9. Alessandro

    Autentiche schiappe, che non sanno darsi da sé la vita né prolungarsela da sé di un minuto secondo né evitare la morte (“Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?”): “non avete potere neanche per la più piccola cosa”.

    Schiappe impotenti ma inopinatamente, scandalosamente destinatarie di un’inaudita, sbalorditiva predilezione da parte dell’Onnipotente: schiappe (pecorelle sparute e tremanti) alle quali l’Onnipotente ha deciso di essere Padre e di dare il Suo Regno: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno”.

    (Lc 12, 25-32)

    1. Alessandro

      E quindi:

      BUON SANTO NATALE A TUTTI!

      (già, perché per darci il Suo regno Dio ha deciso – folle misericordia: il diavolo ne schiuma ancora di sdegno, di invidia, di sgomento – di incarnarsi nel grembo di una vergine, di farsi uomo, di essere concepito, di venire alla luce come ogni bambino della stirpe degli umani)

      1. Sybille

        Uh che grande questo padre spirituale! Sono PIENAMENTE d’accordo, infatti la mia scrivania in questo momento è messa così:
        1) regalo per la collega del piano di sopra,
        2) chiavi di casa
        3) balsamo laothiano
        4) svariati codici civili
        5) una bottiglia di olio di argan
        6) una Santa Rita brasiliana
        7) varie ed eventuali
        Buon Natale a tutti!
        Syb

  10. admin

    @Umberto:
    non so per quale motivo alcuni suoi commenti finiscono nella cartella SPAM e devo recuperarli manualmente, a volte con ritardo.
    Chiedo scusa

    1. Beh, potrebbe essere un Segno del Cielo su cui riflettere….

      Comunque avendo iniziato da poco a partecipare al blog ho completato il mio profilo ed inserito i dati su “Gravatar” solo ieri sera e forse era questo il motivo….

      Se si dovesse verificare ancora mi avvisi (oggi ho fatto vari post e sono apparsi subito sul blog)

      Grazie comunque

      Umberto

  11. Carissima Costanza,
    sono giorni un po’ strani questi,per me.

    …….Il vero passaggio verso la conversione si comincia a fare quando si ha la percezione della propria, reale, profonda, irrimediabile, inappellabile schiapperia…………..

    Quanto sono vere queste parole.
    Nella mia personale traversata nel deserto ho già avuto il passaggio sul mar Rosso e tanti altri miracoli quotidiani, ma in questo Avvento ho avuto la prova definitiva ( per ora……..domani dopo la manna mi alzerò e chiederò le quaglie, dopodomani chissà…………) che la Provvidenza esiste.
    Solo che è maledettamente avara, ti da il giusto per la giornata, domani è un altro giorno…… di fede o di speranza……la carità non è ancora roba per me.

    Ordunque……volevo ringraziare il Signore per averti messo sulla mia strada e una preghierina piccola piccola te la dedicherò……( 😛 ).
    Se non ci sentiamo più volevo augurare un BUON NATALE a tutta la famiglia Tombari.

    P.S.
    mi sono preso a “tastierate pubbliche” un paio di volte con “perfectio etc etc” ma mi sono resoconto di aver sbagliato, e pubblicamente faccio ammenda .
    “Daniela, ho sbagliato giudizio, ti pensavo una cattolica adult(er)a. Ho sbagliato sono stato un pirla.”

    1. perfectioconversationis

      Chissà perché faccio quest’effetto: se parlo con dei cattolici adulti, sembro tridentina, se parlo con degli anti-conciliaristi, mi scambiano per adult(erat)a. Sarà anche che sono una bella bastian contrario… 🙂
      Nulla di cui scusarsi comunque, ben venga anzi il fervore nella fede, se è per amore di Nostro Signore: buon Natale Maxwell, ti abbraccio in Cristo di tutto cuore.

      1. paulbratter

        se c’è una cosa che fa rabbia a molti e il non riuscire a inserire in uno schema predefinito una persona, un’idea, un modo di pensare, un stile di vita, un modo di vivere la fede; credo che a te succeda questo: ci sarà sempre qualcuno che, non trovandosi d’accordo con te, ti inserirà a forza nello schema opposto al proprio (succede secondo me anche a Costanza, vedi la lettera di ieri…)

      2. Alessandro

        c’è una litigiosità impressionante tra cattolici, un gareggiare nello squalificarsi a vicenda, una reciproca “mordacità”, per usare un termine impiegato da Benedetto XVI nella lettera del 10 marzo 2009 con cui fece alcune precisazioni sulla remissione della scomunica ai “lefebvriani”.

        “Cari Confratelli, nei giorni in cui mi è venuto in mente di scrivere questa lettera, è capitato per caso che nel Seminario Romano ho dovuto interpretare e commentare il brano di Gal 5, 13 – 15.
        Ho notato con sorpresa l’immediatezza con cui queste frasi ci parlano del momento attuale:

        “Che la libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!”

        Sono stato sempre incline a considerare questa frase come una delle esagerazioni retoriche che a volte si trovano in san Paolo. Sotto certi aspetti può essere anche così. Ma purtroppo questo “mordere e divorare” esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata.
        È forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l’uso giusto della libertà? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l’amore?”

        1. perfectioconversationis

          Cyrano, Paul, Alessandro, vi rispondo in gruppo:
          quella del fariseo è una figura biblica che ci porteremo probabilmente dietro fino alla fine dei giorni. La tendenza a compiacersi di sé stessi, dimenticando Dio, è purtroppo pericolosa per tutti, e in questo ben venga il monito sull’imperfezione del post di oggi.
          Il fariseo crede di avere le risposte a tutto, fosse anche il giusto taglio di capelli, dimenticando la sfida della libertà.
          Poi c’è il progressista, quello per cui ogni risposta va bene (magari aggiunge anche “se viene dal cuore…”).
          Non dubito, come persona, di cadere più di sette volte al giorno in entrambi gli errori.
          Ma, come orizzonte ideale, sarei quello che un tempo si definiva ultramontanista. Né tradizionalista né modernista: sto con il Papa.
          Chi si scosta, a destra o a sinistra che sia, corre il rischio di sentirsi un’istanza superiore, che può giudicare lo stesso Magistero. Ma se l’istanza superiore sono io, allora lo siamo tutti, ed entriamo nel regno del relativismo. Questa è la ferita inferta dalla modernità alla Chiesa e questa va sanata.

          Benedetto XVI, il 22 dicembre 2005, nel discorso di auguri alla curia romana: “due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura”; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c’è l’“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino”.

          Cioè, i due poli estremi di modernismo e tradizionalismo rispondono, di fatto, a una sola logica, quella della rottura.
          L’ermeneutica invece della riforma nella continuità è quella che vorrei fare mia. Perché il contrario di progressista non è conservatore, ma missionario (come disse il card. Ratzinger).

          1. Alessandro

            Sì, quel discorso di esattamente sei anni fa è un capolavoro del pontificato di Benedetto e rimarrà tra i suoi testi capitali e memorabili.
            Segnalo il link (la sezione riguardante il Concilio merita di essere letta per intero):
            http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2005/december/documents/hf_ben_xvi_spe_20051222_roman-curia_it.html

            Quanto a me, per caratterizzare la mia posizione posso dire che non ho difficoltà a passare dalla forma ordinaria a quella straordinaria del rito latino senza avvertire nell’una o nell’altra alcuna mutilazione della liturgia (sciatterie e veri e propri abusi possono accadere, ma non li considero ascrivibili alla – a mio avviso necessaria e supernamente ispirata – riforma liturgica, bensì a una sua distorta applicazione)

            1. Alessandro

              che dire? Speriamo che la docile obbedienza al successore di Pietro s’accresca e si diffonda vieppiù, e che lo Spirito assista il Papa (e i vertici della Congregazione per i Vescovi) perché possa nominare Vescovi saggi e sinceramente al servizio della Chiesa di Cristo.

          2. Quel discorso fu (ed è) strepitoso, ma non credo che il card. Ratzinger sia mai stato ultramontanista, né che ultramontanista possa definirsi Benedetto XVI. In realtà penso (ma ne abbiamo anche parlato in privato) che né per attuare quel programma né per “stare con il Papa” (anch’io ci sto, credo) sia necessario essere ultramontanisti. “Cattolici” basta e avanza: meglio approfondire, rinvigorire e così rinnovare le “vecchie” nomenclature, piuttosto che crearne di “nuove”, immancabilmente difettose.

              1. ci sono occasioni in cui Cyrano è mortalmente combattuto tra il dovere di affondare il brando e quello di trattenerlo… 🙂
                ogni stoccata, in realtà, può ritorcersi contro di me, ed è preludio di ineluttabili duelli tra la mia coscienza e me.
                Toccare la tua lama, poi, è un onore per la mia, D.

          3. Rispondo a Daniela.
            “Ma se l’istanza superiore sono io, allora lo siamo tutti, ed entriamo nel regno del relativismo. Questa è la ferita inferta dalla modernità alla Chiesa e questa va sanata.”

            Sono assolutamente d’accordo con te.
            Questo è il nocciolo fondamentale dell’errore di certo tradizionalismo che poi si comporta nel voler essere più realista del re, nello stesso modo dei regicidi.
            La tradizione può essere solo nella continuità ed in ogni epoca marcata dal cammino del popolo di Dio. Chi si oppose al Dogma dell’Immacolata Concezione di Pio IX lo fece nel nome della tradizione, ma si sbagliava. L’unica via è stare con Pietro ed i Suoi successori. Oggi in Benedetto XVI abbiamo un gigante, di bellezza e mitezza, un Papa che ad oggi, ancora stentiamo a coglierne la sottile grandezza.
            Ed il superamento degli scismi, la riunificazione dei cristiani, laddove non è sorta l’eresia, è per lui il compito fondamentale.
            Preghiamo perchè tra i lebfevriani in questi giorni così importanti, emerga il discernimento dello Spirito Santo e sia assai piccola (o meglio ancora, non ci sia proprio) la quota di coloro che rifiutano l’Amoroso Abbraccio offerto da Pietro.

            Daniela mi piace sempre leggere quanto scrivi,

            Umberto

        2. lidiafederica

          Io non so perché, e me lo chiedo da tipo un mese di frequente, ma a me a volte i commenti, e i post, in questo blog danno quest’impressione: di giudizio negativo continuo, di stare sempre in difesa, o, al contrario, in attacco estremo, di categorizzazioe, anche….
          Insomma, è un’impressione difficile da definire, ma a me pare come se il cristianesimo alla fine fosse un dover sempre stare a criticare qualcosa: se non i non cristiani, allora gli altri cristiani. O che sia un doversi giustificare di essere cristiani e perciò si passa all’attacco…
          Insomma, a volte ho la stessa impressione che ha dato la lettera di ieri su Costanza.
          Io questo atteggiamente nei miei amici cattolici non lo trovo (e sì che molti vanno a Messa tutti i giorni, come me, ci formiamo bene e intensamente in dottrina, davvero, seguiamo il Magistero, facciamo apostolato con altri amici,…)…
          Evidentemente mi sfugge qualcosa di importante se così tante buone persone come siete voi tutti vedono tante cose belle e io a volte no….
          Ma a voi non capita mai? Può essere che sia un po’ “colpa” di Internet, che alla fine estremizza tutto?
          O forse è anche che io, per fortuna, anche in ambienti non cristiani (tipo col mio fidanzato, che non è battezzato, o con altri amici non credenti) sono sempre stata ben accettata e perciò non ho sentito la “persecuzione” sulla mia pelle (ma sui giornali e in tivvù sì, ok), e non sento il particolare bisogno di giustificarmi o di difendermi da possibili attacchi…
          Chissà…adesso mi impegno a notare almeno tre cose buone ogni volta che leggo il blog 🙂

      3. nonpuoiessereserio

        Anch’io vivo la mia fede in una sorta di misticismo da monastero ereditato da mia madre. In sostanza sono attratto da Dio e dalla spiritualità. Non sopporto molto le persone acculturate, preferisco l’intelligenza di molte persone semplici. Sono “politically scorrect” e per questo credo di non rinnovare il mio impegno in Consiglio Pastorale almeno fino a quando non leveranno “Famiglia Cristiana” dalla Chiesa. Difendo la Chiesa dagli attacchi ma ne soffro il peccato che ne scorre internamente. Mi ricordo che una volta alle Ceneri si diceva “Ricordati che eri polvere e che polvere ritornerai”, poi qualche genio della correttezza ha modificato con “Convertitevi e credete al Vangelo”, da lì ho capito che eravamo sulla brutta strada.

        1. ………………Difendo la Chiesa dagli attacchi ma ne soffro il peccato che ne scorre internamente. Mi ricordo che una volta alle Ceneri si diceva “Ricordati che eri polvere e che polvere ritornerai”, poi qualche genio della correttezza ha modificato con “Convertitevi e credete al Vangelo”, da lì ho capito che eravamo sulla brutta strada……………………..

          SEI UN GRANDE ( Buon Natale a te ed Ercolino……. 🙂 )

          @Paul

          Per quanto mi riguarda il problema non lo schema predefinito, ma l’eresia spacciata per verità.
          Ogni stato mondiale perseguita i falsari della moneta nella maniera più dura, perchè, se trascurati, possono portare al collasso l’economia.
          La Chiesa è stata sempre durissima con gli eretici perchè traviavano le anime semplici e le strappavano al Paradiso. Per gli altri peccati…….nell’esercito papalino c’erano le meretrici……..

          Se riesco ci sentiamo stasera….. Ciao a tutti.

      4. Fefral

        A me non hai fatto quest’effetto, perfectecc… 🙂
        Bello però quello che ha scritto max! Un bel segno di autenticità anche da parte sua!
        (anche io mi sento sempre fuori posto in qualunque parte della chiesa mi colloco. Poi guardo il tabernacolo e mi ritrovo a casa)

  12. Buon giorno Ragazzi! Scusate il ritardo, ma qui oggi di perfetto c’è davvero poco, piuttosto direi di corsa. Se oggi su via Prenestina incrociavate una Paperella che sfrecciava a tutta la velocità consentitale dalle corte zampe dal carrello della spesa, dalle altre tre buste e con il naso cotto dal raffreddore, quella ero io!
    Corri corri, non sarà mai tutto perfetto, ci sto provando, ma sono umana, quindi imperfetta anch’io…..meno male! E se alla fine mi sfuggirà un dettaglio non mi farò prendere un colpo, io ce l’ho messa tutta! Scusatemi, ora riafferro il carrello della spesa e esco ancora per andare incontro a mia madre. Un bacio!

  13. Il post di oggi mi dà l’occasione di citare 2 grandi personaggi della storia: SAN AGOSTINO E BENEDETTO XVI.

    “C’è ancora una terza tappa decisiva nel cammino di conversione di SAN AGOSTINO. Dopo la sua Ordinazione sacerdotale (all’età di 37 anni), egli aveva chiesto un periodo di vacanza per poter studiare più a fondo le Sacre Scritture. Il suo primo ciclo di omelie, dopo questa pausa di riflessione, riguardò il Discorso della montagna; … In queste omelie si può percepire ancora tutto l’entusiasmo della fede appena trovata e vissuta: la ferma convinzione che il battezzato, vivendo totalmente secondo il messaggio di Cristo, può essere, appunto, “PERFETTO”.

    Circa vent’anni dopo (all’età di 60 anni), Agostino scrisse un libro intitolato Le Ritrattazioni, in cui passa in rassegna in modo critico le sue opere redatte fino a quel momento, apportando correzioni laddove, nel frattempo, aveva appreso cose nuove. Riguardo all’ideale della perfezione nelle sue omelie sul Discorso della montagna annota: “Nel frattempo ho compreso che UNO SOLO è veramente PERFETTO e che le parole del Discorso della montagna sono totalmente realizzate in UNO SOLO: in Gesù Cristo stesso.

    Tutta la Chiesa invece – tutti noi, inclusi gli Apostoli – dobbiamo pregare ogni giorno: rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (cfr Retract. I 19,1-3). Agostino aveva appreso un ultimo grado di UMILTA’ … l’umiltà di riconoscere che a lui stesso e all’intera Chiesa peregrinante era continuamente necessaria la bontà misericordiosa di un Dio che perdona; e noi – aggiungeva – ci rendiamo simili a Cristo, il PERFETTO, nella misura più grande possibile, quando diventiamo come Lui persone di misericordia.”
    (BENEDETTO XVI VISITA PASTORALE A PAVIA 22-04-2007)

    BUON NATALE !!!

    1. Alessandro

      oggi (22 dicembre 2011) il Papa ha detto alla Curia romana, nel tradizionale discorso per la presentazione degli auguri natalizi:

      “E allora per me è diventata evidente una cosa fondamentale: questi giovani [della GMG in Spagna] avevano offerto nella fede un pezzo di vita, non perché questo era stato comandato e non perché con questo ci si guadagna il cielo; neppure perché così si sfugge al pericolo dell’inferno. Non l’avevano fatto perché volevano essere PERFETTI.
      Non guardavano indietro, a se stessi. Mi è venuta in mente l’immagine della moglie di Lot che, guardando indietro, divenne una statua di sale.

      Quante volte la vita dei cristiani è caratterizzata dal fatto che guardano soprattutto a se stessi, fanno il bene, per così dire, per se stessi! E quanto è grande la tentazione per tutti gli uomini di essere preoccupati anzitutto di se stessi, di guardare indietro a se stessi, diventando così interiormente vuoti, “statue di sale”!

      Qui invece NON si trattava di PERFEZIONARE se stessi o di voler avere la propria vita per se stessi. Questi giovani hanno fatto del bene – anche se quel fare è stato pesante, anche se ha richiesto sacrifici –, semplicemente perché FARE IL BENE E’ BELLO, esserci per gli altri è BELLO.

      Occorre soltanto osare il salto. Tutto ciò è preceduto dall’incontro con Gesù Cristo, un incontro che accende in noi l’amore per Dio e per gli altri e ci libera dalla ricerca del nostro proprio “io”. Una preghiera attribuita a san Francesco Saverio dice: Faccio il bene non perché in cambio entrerò in cielo e neppure perché altrimenti mi potresti mandare all’inferno. Lo faccio, perché Tu sei Tu, il mio Re e mio Signore.
      Questo stesso atteggiamento l’ho incontrato anche in Africa, ad esempio nelle suore di Madre Teresa che si prodigano per i bambini abbandonati, malati, poveri e sofferenti, senza porsi domande su se stesse, e proprio così diventano interiormente ricche e libere.”

  14. giovanni

    >La sottomissione alla quale mi hanno invitato tante persone sagge che ho conosciuto, e che io a mia volta ho proposto nelle lettere alle amiche, è il desiderio leale e onesto di servire lo sposo. Un servizio che, lo dico per l’ultima volta (e se qualcuno me lo chiede ancora mi suicido ingerendo questo pacchetto di nachos direttamente con la busta) può non entrarci niente con chi carica la lavastoviglie. Può significare accogliere le inclinazioni dell’altro, per esempio non organizzare una cena che a lui non va, oppure organizzarne un’altra che lui vuole. Cercare di indovinarne i desideri, anche perché essendo tutte noidesperate fishwives, sappiamo che un uomo, muto come un pesce per quel che riguarda se stesso, difficilmente esprimerà i suoi desideri in modo aperto e lineare.

    Ma lo sai cosa vuol dire sottomissione?
    Usare un vocabolario?
    Hai equivocato volontariamente per attrarre i sadici e contemporaneamente arruffianarti la chiesa.

    Va beh sei roba da preti.

    1. perché, Giovanni, tu lo sai cosa vuol dire?
      Credi che quello che pensi di sapere sia più vero di quella mirabile storia degli effetti che parte da Paolo e arriva a noi?
      Con “roba da preti” e con “arruffianarti la chiesa” hai mostrato di aver volontariamente equivocato, TU, e ti sei abbondantemente mostrato per un uomo di pensiero cortissimo.
      «Va beh».

  15. Eleonora

    Ciao Cochi! Sono passati più di venti anni da quando ci allenavamo insieme ma devo dire che io del tocco Costanza non mi sono mai accorta, piuttosto ero io quella piena di patacche!

    Un bacione, Eleonora

  16. “– Sono cattolico, apostolico, romano… Dio esiste ed è tutto vero.
    Quella sera dell’8 luglio 1935 non andò più all’appuntamento con la biondina tedesca…”
    A parte che si rispettano gli appuntamenti, ma io di questi racconti, quando ho avuto la sfortuna
    di stare sotto le grinfie dei preti, che Iddio li perdoni, se può per la loro perseverante malvagità, di racconti come questo ne ho sentiti decine e decine, tutti strutturalmente
    uguali, il cuore duro dell’ateo, la folgorazione, la santità, allora cosa pensa uno, quello che ho già cercato di dire, non è che le cose esistono perchè uno crede che esistano, ma lui crede a una realtà che ha visto, dite voi, no, non l’ha vista, ci racconta a noi che l’ha vista, chi ci ha predisposizione a credere crederà che sia tutto vero, racconto ergo verum.

  17. Una osservazione a proposito della lettura di libri “cattivi”: allora io non dovrei leggere il Vangelo e La Bibbia e Baldassarre (tedesco) per paura di convertirmi al cattolicesimo?

    1. Alessandro

      E invece tu li leggi. E sarà questo che prima o poi ti avvincerà al cattolicesimo. La lettura del Catechismo sarà la goccia…

      1. paulbratter

        secondo me Alvise è così intelligente che non può non convertirsi….(a questo punto ci starebbe bene un grosso tuono per coprire l’inevitabile imprecazione)

        1. Se penso a cosa vuole dire essere intelligenti mi viene da dire che le persone più intelligenti siano quelle che hanno grande memoria, precisa visione di tutte le possibilità e combinazioni, mi viene sempre in mente un bravo giocatore di scacchi, o di tutti questi giochi (appunto) di intelligenza, dove non ci si può nascondere dietro sensibilità, intuizione e quisquilie del genere…
          Io a scacchi sono, come direbbe Alessandro, una schiappa!!!

  18. nonpuoiessereserio

    Maxwell grazie, tanti auguri anche a te, non mi ricordavo più di Ercolino, solo ora l’ ho capita. Quando ero adolescente lo chiamavo John… e infatti mio figlio si chiama Giovanni.

    @Giovanni, roba da preti, roba bona e sana.

  19. Buona notte Ragazzi! Questa sera gli anatroccoli sono tutti e due ad una festa diversa, mio padre torna tardi dal lavoro e io e mamma passiamo una serata tra ragazze! Un bacio!

  20. angelina

    Arrivo a leggere sempre tardissimo……..Quando in casa cominciò l’epoca della chat, trovavo spesso mia figlia maggiore al pc, mentre leggeva e digitava con un’espressione un po’ ebete un po’ compiaciuta, e la prendevo in giro chiedendole ‘ma scusa, perchè sorridi al computer?’ Beh, ultimamente le mi ha reso il favore “ti sei accorta che stai sorridendo al pc?”. Intendendo, dunque, che faccio cose da adolescente.
    Non so, sarà il Natale che incombe, una giornata trascorsa serena, il post nel perfetto stile Costanza, voi che avete scritto con autenticità: siete BELLISSIMI! Ognuno diverso. Tutti. Molto ma molto di più che una lettura (intelligente!) sullo schermo del pc. Mi sembra di volervi bene.
    Vi auguro di cuore Buon Natale, con alcune parole di don Andrea Santoro

    “Va’, Figlio mio,
    va’, mia Immagine,
    va’ a dire loro chi sono,
    e per che cosa li ho fatti.
    Di’ loro, di’ loro, a tutti,
    che li conosco
    ciascuno per nome
    e che contano infinitamente
    ai miei occhi….(…)
    perché sappiano tutti
    che sono chiamati alla felicità…”

  21. Genio cosmico colpisce ancora: in poche righe ha sintetizzato le 200 e passa pagine d’un interessantissimo libro di qualche anno fa, A. FUENTES, ‘La cruna e il cammello’, Milano, 1994
    😀

  22. Ho risolto anni fa la mia posizione rispetto alla religione. Sono profondamente credente e affronto la vita e le cose con questa certezza dentro.
    Ho avuto una vita altalenante. Con tante fortune, alcune sfortune, con tanto lavoro sempre, lavoro inteso come quella cosa che ti da’ di che vivere e lavoro per barcamenarsi nelle cose della vita, nella famiglia, nel matrimonio.
    Non sono e non sarò mai una perfetta cristiana, ho troppe debolezze che non mi faranno mai essere tale. Ma credo che il Signore veda che ho cercato di fare una vita corretta.
    Ho sempre “preso sulle spalle la mia croce” ma ho anche cercato di vivere dignitosamente con quello che ho. Il migliore augurio di un Buon Natale penso sia quello di essere corretti con se stessi e con gli altri e di cercare di essere nella nostra umanità i migliori possibili…

  23. Vogliamo chiederci, insieme a Palmaro, “qual è la molla che può spingere dei giovanotti che stanno bene, hanno già molti soldi e molti divertimenti, a infilarsi in un pasticcio più grande delle loro stesse intenzioni”?

    http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-calcioscommesse-il-tradimento-di-un-popolo-4006.htm

    La malattia non sono i beni, comunque e sempre doni del Creatore, ma il potere di sedurci, distrarci e addirittura sostituirsi al Creatore che dalla caduta hanno su di noi.

    E’ inevitabile: può presentarsi in gradi e stadi diversi, ma la malattia è la medesina.
    Nella Bibbia si chiama idolatria.
    E la medicina è la medesima: l’unico vero Dio e la sua incandescente “gelosia”.

    Solo la perduta famigliarità con le Scritture e una formazione sommariammente catechistica possono smettere di farci riconoscere dietro il cristianesmo e soprattutto nel mistero “fascinans e tremes” del Natale il dramma e il conflitto cosmico di cui l’umanità è come “il bottino” usurpato: in quel bambino, Dio stesso viene a cercare e trovare l’uomo per strapparlo da questo mondo che, credendo di sottomettere alla propria soddisfazione, lo tiene asservito nell’idolatria, e riametterlo nella comunione con sè nel “mondo che viene” inaugurato nella Chiesa!

    Dunque, “tra chi ce la mette tutta, per vivere da cristiano, e chi ha tolto la fede dal suo orizzonte…”, non c’è qualcosa di differente, ma Qualcuno.
    E le Sue esigenze, come le sue promesse, non sono nè umane nè disumane, ma sovrumane!

    “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
    Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
    Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.

    I doni, tutti i doni, sono così la prima e fondamentale distrazione dal Donatore. E non ci si illuda, preferire il Donatore significherà anzitutto imparare a spogliarsi e distaccarsi dai suoi doni e riscoprire, gradualmente ma quotidianamente, che “la vita vale più del cibo e il corpo più del vestito”.

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