Aggrappati alla croce

Il 6 novembre a Milano, Giacomo, di 12 anni, moriva in un tragico incidente mentre tornava a casa in bicicletta. Il nostro amico Giovanni ci ha fatto avere la lettera commovente, piena di dolore e di speranza  che Don Fausto, il parroco dell’oratorio dove Giacomo andava a giocare,  ha scritto ai suoi ragazzi.

Cari ragazzi,

scelgo, in questo momento della vita del nostro oratorio, di scrivervi questa lettera. I motivi sono diversi. Il primo è quello di dirvi l’affetto che nutro per ciascuno di voi: domenica sera, dopo la preghiera, vi guardavo mentre sostavate nel cortile, sotto il campanile. Mi sono accorto che vi voglio bene.

Il mio temperamento comasco non mi ha educato a esprimerlo in forma eclatante, sono abituato ad esprimere l’affetto con il gesto discreto degli occhi. Vorrei scrivervi anche per aiutarvi (aiutandomi) a decifrare tutte le onde che si muovono nel mare del cuore in questi giorni.

Nei minuti in cui guardavo il corpo senza vita di Giacomo, nel mio cuore ho avvertito l’onda forte dello smarrimento. In quel momento mi sentivo come uno che ha perso la via. Che non sapeva cosa pensare, dove guardare, a chi aggrapparsi. E’ come quando perdi la lucidità.

“Non è lui – Impossibile – Avranno sbagliato – Tra poco ci diranno che è un’altra persona che non conosciamo – Non è vero che è successo.” Questi sono i pensieri che lasciavano il mio cuore smarrito. Adesso che vi scrivo, capisco che era il bisogno di difendermi ma soprattutto il bisogno di prendere tempo e di pensare. In quel momento, nel mio cuore smarrito c’era l’esigenza di trovare qualcuno a cui aggrapparmi, di cui fidarmi, grazie al quale trovare la luce per vedere e non soccombere. Non smetterò mai di ricordare con gratitudine la mano forte di quel vigile del fuoco, che mi teneva la mano, mentre in ginocchio, davanti a Giacomo, vedevo il buio, il nero.

Il mattino della domenica, in cappellina, c’era freddo. I lumini che avevamo usato il sabato di preghiera erano lì per terra, spenti. La sera prima erano vivi, luminosi. Ora che scrivo, ricordo e rifletto: quel momento lo colorerei di rosso, cioè un colore forte per dire l’emozione dura della rabbia. E’ l’altra onda che si muove nel cuore. Mi domando ora, perché la rabbia dentro di me? Perché non sopporto che la vita sia fragile.

Fragile: ogni cosa termina, ogni vita termina, il dolore e la sofferenza, gli sbagli dicono che la vita è imperfetta

Esco dalla cappellina, vado in cortile dell’oratorio, piove forte, tutto è invaso dalle foglie cadute dagli alberi. In maniera chiara mi dico: “Giacomo non lo vedrò più. E’ proprio successo!”. Mi accorgo del bene che gli ho voluto e mi rattrista il fatto di non averglielo mai detto bene. E’ il momento dell’onda del dolore. Sento che il mio cuore è come l’oratorio in questo momento: freddo, vuoto.

Adesso che vi scrivo, scopro che il dolore è proprio questa sensazione di vuoto. Scopro che il dolore lo sentiamo perché dentro di noi c’è il bisogno di non stare da soli, di riempire la vita di relazioni belle, abitate dall’amore.

Il dolore è l’onda più dura, quella che ti trascina in profondità. C’è l’abisso senza fondo della rabbia, dove ti perdi.

C’e il tentativo di risalire a galla in maniera disordinata, tentando cioè di dimenticare, di stordirsi con la trasgressione. C’è il tentativo di salvarsi dimenticando il dolore, facendo tante cose con agitazione. C’è il tentativo del silenzio: “non ne parlo più Capitolo chiuso”.

Ora sto pensando, scopro che dipende da me scegliere di perdermi nell’abisso o di risalire. In altre parole, scopro che ci sono diverse possibilità per vivere il dolore. Nel cuore avverto l’onda della paura di perdere tutto e tutti. E‘ un’onda che ti toglie il respiro, ti blocca.

Lasciate che vi scriva qualche parola su questa paura. La notte del sabato mi sono svegliato improvvisamente e mi sono detto: “E se morissi adesso? E se morisse un’altra persona cui voglio bene?” Scopro che questa paura è radicata dentro noi uomini. Scrivervi questa lettera è una medicina, perché mi permette di scoprire che questa paura è dentro di noi, perché nel nostro animo c’è la voglia di vivere per sempre. Scopro che l’eternità non è una cosa che mi hanno piantato nella testa la mia catechista, la mia nonna, qualche libro di filosofia di cui ho capito ben poco. Scopro che l’eternità è come la fame o la sete: ce le ho dentro da quando sono nato!

Ritorno a ricordami quello che ho vissuto dentro di me domenica mattina in oratorio. E’ arrivata l’onda della nostalgia: “Io il Giacomo lo voglio rivedere”. La nostalgia è una ferita che rimane aperta. È il bene che voglio a questa persona.

Io non voglio dimenticare Giacomo e non voglio smettere di volergli bene: e allora ben venga la nostalgia. La voglio vivere. E’ la voglia di rivederlo. La nostalgia la dipingo con il colore giallo della luce, perché è l’anticamera della speranza.

Ritorno in cappellina, riaccendo tutti i lumini della sera prima. Scopro che il vuoto si riempie con la luce. La luce arriva dappertutto. Cosa fare adesso? L’onda dello smarrimento, della rabbia, del dolore, della nostalgia si agitano forte.  Vado dove c’è la croce. Mi aggrappo alla croce. In quel momento non ho pensato a niente, non ho detto nessuna preghiera, mi sono solo aggrappato a quella croce e sono stato lì a piangere forte.

Dopo un po’ mi sono seduto, ho guardato la croce e lì mi sono fidato di quello che tanti mi hanno detto:  Gesù è la buona notizia. E’ la buona notizia che Dio non è cattivo. E’ la buona notizia che Dio è stata la prima faccia che Giacomo ha visto quando ha chiuso i suoi occhi.

Gesù è la buona notizia che Dio ti prende per mano, ti aiuta a vivere bene ogni cosa fino a regalarti un posto in quel luogo che ci hanno insegnato a chiamare Paradiso. Un giorno ho scoperto che Paradiso è una parola che vuol dire Giardino.

Il giardino per un campagnolo come me, mi fa venire in mente una cosa bella, piena di luce, dove giochi, dove ti stendi su un prato, dove scopri sempre qualche cosa di nuovo, dove ti entusiasmi ad inventare giochi con cose semplici, dove sei libero di fare un po’ quello che ti viene in mente.

Gesù è la buona notizia che tutto questo esiste. Non so come sarà davvero il Paradiso. 

So solo che Gesù è morto e risorto

Ci sono stati uomini e donne che lo hanno visto risorto. Basta! In quel momento in cui guardavo la croce mi sono ancora fidato di Gesù. Le domande che prima gridavano dentro di me (dov’era Dio? perché non ha ritardato o anticipato la portiera aperta, il tram che passava?) scopro che non erano più importanti. Mi sono ricordato quello che ho sentito per radio il giorno del funerale di Marco Simoncelli. Il prete che predicava diceva: “dov’era Dio nel momento della caduta di Marco? Era lì ad accoglierlo”. Basta! Mi fido! Mi aggrappo!

Quando Giacomo ha chiuso gli occhi ha visto Dio che lo ha accolto, che gli vuole bene. Basta! Mi fido. Del resto in mezzo al mare in tempesta se vedi un pezzo di legno ti aggrappi per non annegare. E la croce è fatta di legno. Come vivere adesso? Cosa vuole dire “aggrapparsi alla croce?” Trovo la risposta in alcuni aspetti della vita di Giacomo. Giacomo sorrideva perché (come mi piace pensare) trovava il lato buono di ogni cosa.

Giacomo conosceva tanti, ma gli amici se li sceglieva bene. Non per diffidenza, ma probabilmente perché sapeva già nel suo cuore che l’amicizia è come il vino: bisogna sceglierlo bene e gustarlo con calma. L’amicizia è cosa preziosa. Giacomo pregava. Leggeva tutti giorni un pezzettino di Bibbia. Forse aveva scoperto che Dio è come il sale: tira fuori il sapore buono da ogni cosa. Giacomo era fedele alla sua famiglia, al suo oratorio (lo scrivo riempiendomi un po’ di orgoglio), al suo dovere. Dove trovava il buono, lui lì si aggrappava. Mentre scrivo mi viene un po’ la paura di iniziare a descrivere Giacomo come una sorta di santino… Giacomo non era così. Era disordinato (vedeste la sua camera. . .), non era Dante Alighieri, era timido, un po’ distratto. Insomma era normale.

Conclusione del discorso, dopo aver ascoltato tutto: fidati di Dio e osserva quello che ti indica, perché qui sta tutto ciò che è importante.

E’ la frase della Bibbia dove Giacomo ha lasciato un segnalibro. Giacomo ha vissuto così? Non posso esserne sicuro. Giacomo voleva vivere così? Mi pare di poter dire di sì. Io voglio vivere cosi? Sì, nonostante i miei difetti. A voi propongo di vivere così?  Sì. Dobbiamo sceglierlo ed aiutarci a vivere così.

Domenica sera, dopo la preghiera, mi avete fatto pensare tanto. Usciti dalla chiesa vi siete fermati tutti, nel cortile, tra il campanile e la ruspa. In quel momento come una pallina, saltavo da un gruppetto all’altro, volevo guardare tutti, uno dopo l’altro, in faccia, volevo dire a tutti, la mia vicinanza e il mio bene, volevo essere attento a tutti. Adesso, mentre ripenso a quei minuti, penso che non sono falso o esaltato dall’emozione del momento se vi scrivo: vi voglio proprio bene.

Ciao e grazie di cuore.

69 pensieri su “Aggrappati alla croce

  1. L’altro giorno sono passata di lì, sono passata davanti alla Chiesa Santa Maria del Rosario, dove mi sono sposata oramai 10 anni fa. Ho visto il punto dove fu travolto Giacomo pieno di fiori. Un brivido mi ha percorso la schiena. Adesso sento queste parole di Don Fausto molto vicine a me. Da stamattina che ho in mente una canzone che amo, in particolare il pezzo che dice:
    “Ringrazio il mio Signore per i fiumi ed i torrenti. Per cielo, mari e monti, per le nuvole ed i venti. Per la sofferenza che ci avvicina a Cristo. Per tutti i grandi doni che in vita abbiamo visto.”
    Mi è venuta in mente stamattina in ospedale, sono arrivata ed ho trovato due donne che piangevano. Una sconosciuta, l’altra che mi è cara ed è tutt’altro che una che si lamenta, anzi, è lei la roccia sulla quale tutta la famiglia si è poggiata da sempre, il cuore. Erano lì, piegate dal dolore e dall’umiliazione. Sono quattro le donne in quella camera e, a turni, ho visto piangere tutte ed ascoltato le loro storie, il loro dolore, il loro disaggio nel sentirsi trattate come oggetti dal personale con atteggiamento spesso solo tecnico/scientifico, per nulla umano. Mi sono fatta un sacco di domande e alla fine mi sono rifugiata nella Madonna: lei ha visto suo figlio venir umiliato e schiacciato dal dolore, ha visto tutto, ha sofferto si, ma si fidava. Sapeva che un senso tutto quello aveva, anche se in quel momento lei non lo vedeva. La Madonna Dolorata, lei che era li sotto la croce ci può aiutare ad essere sotto le nostre croci. Solo la croce può dare senso e valore al dolore. Questo mi ha sostenuto stamattina.
    A Don Fausto vorrei dire di stare tranquillo, anche se non sei di grandi dimostrazioni di affetto, i tuoi occhi parlano in un modo incredibile, mi ricordo dei tuoi occhi festosi quando celebrasti il mio matrimonio!
    Grazie Don Fausto per queste tue parole.

  2. La separazione porta con se tanta tristezza perchè ci si svuota, la morte porta con se un vuoto ancora manggiore perchè durerà per tutta la vita.

    L’unica soluzione è riempirsi di Cristo e di Maria.

    Mentre è un evento naturale che un figlio seppellisca un padre diventa strazziante il contrario.
    Purtroppo siamo in tempi di “guerra”… “guerra” è anche combattere contro l’indifferenza, la mala società.

    La pace è diversa dalla guerra perché in tempo di pace i figli seppelliscono i padri, mentre in tempo di guerra i padri seppelliscono i figli. – Erodoto

    aimè questi giorni funesti spettano a me… i giovani periscono e i vecchi resistono…
    – Theoden

  3. nonpuoiessereserio

    Il desiderio di amare, la nostalgia di quell’ Amore a cui apparteniamo, ora sono in aereoporto solo, circondato da persone che non conosco, leggo questo post triste e penso ai miei figli a casa e tre giorni mi paiono un’ eternità. Li affido a te Padre.

  4. “Non è lui – Impossibile – Avranno sbagliato – Tra poco ci diranno che è un’altra persona
    che non conosciamo – Non è vero che è successo.”
    Nella mia città, Firenze, è pieno lungo i viali ,o in altri posti, di fiori dove sono morti ragazzi coi motorini. Nelle altre città è uguale, e poi uguale e ancora.
    Quando però muore uno che conosciamo è più atroce. Se era un amico ancora più atroce.Se si vede un cane morto per strada si prova dolore. Se fosse il nostro cane un dolore molto più forte.. Così siamo fatti, è così che si funziona dentro di noi.
    Nulla a che vedere col senso profondo (anche religioso) delle cose (se avessero un senso). Siamo tutti confinati in quel paesaggio surreale-metafisico tra il campanile e la ruspa.

  5. Alessandro

    Gesù Cristo, NATO PER POTER MORIRE

    “Nonostante tutte le distrazioni, però, la perdita di una persona cara ci fa riscoprire il “problema”, facendoci sentire la morte come una presenza radicalmente ostile e contraria alla nostra naturale vocazione alla vita e alla felicità.

    Gesù ha rivoluzionato il senso della morte. Lo ha fatto con il suo insegnamento, ma soprattutto affrontando Lui stesso la morte. “Morendo ha distrutto la morte”, ripete la Liturgia nel tempo pasquale. “Con lo Spirito che non poteva morire – scrive un Padre della Chiesa – Cristo ha ucciso la morte che uccideva l’uomo” (Melitone di Sardi, Sulla Pasqua, 66). Il Figlio di Dio ha voluto in questo modo condividere sino in fondo la nostra condizione umana, per riaprirla alla speranza.

    In ultima analisi, Egli è NATO PER POTER MORIRE, e così liberare noi dalla schiavitù della morte. Dice la Lettera agli Ebrei: “Egli ha provato la morte a vantaggio di tutti” (Eb 2, 9). Da allora, la morte non è più la stessa: è stata privata, per così dire, del suo “veleno”. L’amore di Dio, operante in Gesù, ha dato infatti un senso nuovo all’intera esistenza dell’uomo, e così ne ha trasformato anche il morire. Se in Cristo la vita umana è “passaggio da questo mondo al Padre” (Gv 13, 1), l’ora della morte è il momento in cui questo si attua in modo concreto e definitivo.
    Chi si impegna a vivere come Lui, viene liberato dalla paura della morte, che non mostra più il ghigno beffardo di una nemica ma, come scrive san Francesco nel Cantico delle creature, il volto amico di una “sorella”, per la quale si può anche benedire il Signore: “Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale”. Della morte del corpo non c’è da aver paura, ci ricorda la fede, perché, sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.
    E con San Paolo sappiamo che, anche sciolti dal corpo, siamo con Cristo, il cui corpo risorto, che riceviamo nell’Eucaristia, è la nostra abitazione eterna e indistruttibile. La vera morte, che invece bisogna temere, è quella dell’anima, che l’Apocalisse chiama “seconda morte” (cfr Ap 20, 14-15; 21, 8). Infatti chi muore in peccato mortale, senza pentimento, chiuso nell’orgoglioso rifiuto dell’amore di Dio, si autoesclude dal regno della vita.”

    (Benedetto XVI, Angelus, 5 novembre 2006)

    1. Laura C.

      Ale, giuro, una volta vorrei dare una sbirciata nella tua testa (anzi meglio di no, mi ci perderei!)… ma come fai ad avere sempre la parola giusta al momento giusto???
      Ti ringrazio per il commento qui sopra; Benedetto XVI dice il vero! Anch’io ho il mio bimbo Raffaele in Cielo! Posso dire che le preghiere di tanta gente mi hanno donato tanta pace e mi hanno tenuta saldamente aggrappata alla Croce di Cristo. La fede non mi ha tolto la sofferenza (Dio solo sa quante lacrime ho versato in questi dodici anni…), ma ha dato un senso alla mia sofferenza. E mi aiuta tutti i giorni a guardare al Cielo come alla mia meta. E quanto la nostalgia è tanta e mi viene da piangere, rimane sempre salda la consapevolezza che il nostro è stato solo un arrivederci e non un addio, che la vita non dura per sempre, ma la Vita Eterna si…

      1. Alessandro

        Laura, non pensare alla mia testa, non ci perdi niente… 🙂

        Ti ringrazio di cuore per aver condiviso con noi questa esperienza così intimamente profonda, di una sofferenza che non se ne va ma non ti annichilisce perché è trasfigurata, dischiusa com’è alla salda speranza donata da Cristo.

        E un saluto a Raffaele che ci sorride dal Cielo…

  6. Alessandro

    “Saluto i membri dell’Associazione “Figli in paradiso: ali tra cielo e terra”, di Galatone, diffusa in alcune Regioni d’Italia.
    Voi, genitori, colpiti profondamente dalla morte, spesso tragica, dei vostri figli, non lasciatevi vincere dalla disperazione o dall’abbattimento, ma trasformate la vostra sofferenza in speranza, come Maria ai piedi della Croce.
    Desidero raccomandare soprattutto a voi, giovani: nell’esuberanza dei vostri anni giovanili, non mancate di calcolare i rischi e agite in ogni momento con prudenza e senso di responsabilità, specialmente quando siete alla guida di un autoveicolo, a tutela della vostra vita e di quella altrui.
    Desidero, inoltre, incoraggiare i sacerdoti, che accompagnano spiritualmente le famiglie colpite dal lutto per la perdita di uno o più figli, affinché proseguano generosamente in questo importante servizio. Infine, assicuro una speciale preghiera di suffragio per i vostri figli e per tutti i giovani che hanno perso la vita. Sentite accanto a voi la loro spirituale presenza: essi, come voi dite, sono “ali tra cielo e terra”.”

    (Benedetto XVI, Udienza generale, 19 gennaio 2011)

    1. Alessandro

      per conto mio mi fermo qui, questi due estratti volevo inserire e li ho inseriti. La parola agli altri followers der blogghe

  7. Grazie a Don Fausto per la sua testimonianza. E’ un prete che è ancora un uomo e si fa delle domande davanti alla morte di un giovane e non ha paura della sua umanità.

    1. E’ vero, è bello che un prete lasci vedere alla sua gente la propria fragilità e debolezza, purché -come in questo caso- non nasconda la verità cristiana dietro questa debolezza.

  8. SEVILLANAS DEL ADIOS

    Algo se muere en el alma,
    cuando una amigo se va…
    Cuando un amigo se va,
    algo se muere en el alma
    cuando un amigo se va;
    algo se muere en el alma,
    cuando un amigo se va.
    Cuando un amigo se va,
    y va dejando una huella,
    que no se puede borrar;
    y va dejando una huella
    que no se puede borrar.

    No te vayas todavìa,
    non te vayas, por favor,
    no te vayas todavìa
    que hasta la guitarra mia
    llora cuando dice adiòs.

    Un pañuelo de silencio
    a la hora de partir…
    A la hora de partir,
    un pañuelo de silencio
    a la hora de partir;
    un pañuelo de silencio
    a la hora de partir.
    A la hora de partir
    porque hay palabras que hierem,
    y no se pueden decir;
    porque hay palabras que hierem
    y no se pueden decir.

    No te vayas…

    El barco se hace pequeño
    cuando se aleja en el mar…
    cuando se aleja en el mar,
    El barco se hace pequeño
    cuando se aleja en el mar;
    El barco se hace pequeño
    cuando se aleja en el mar.
    Cuando se aleja en el mar
    y cuando se va perdiendo,
    que’ grande es la soledad;
    y cuando se va perdiendo
    que’ grande es la soledad.

    No te vayas …

    Ese vacío que deja
    el amigo que se va…
    El amigo que se va
    ese vacío que deja,
    el amigo que se va;
    ese vacío que deja,
    el amigo que se va.
    El amigo que se va,
    es como un pozo sin fondo
    que no se puede llenar;
    es como un pozo sin fondo
    que no se puede llenar.

    No te vayas…

    ——————————————————————————–
    Traduzione:
    ——————————————————————————–

    Qualcosa muore nell’anima quando l’amico se ne va. Quando l’amico se ne va e va lasciando una traccia che non si può cancellare. Non andartene ancora, non andartene, per favore, perché anche la mia chitarra piange quando dice addio. Un velo di silenzio al momento della partenza. Al momento della partenza perché hai parole che feriscono e non si possono dire. La barca diventa piccola quando si allontana sul mare. Quando si allontana sul mare e si va perdendo, com’è grande la solitudine! Questo vuoto che lascia l’amico che se ne va. L’amico che se va è come un pozzo senza fondo, che non si può riempire.

    1. vale

      confermo.Don Fausto assomiglia ancora ad un prete cattolico. anche se un po’ verbosetto durante le omelie.ogni tanto non lo reggo proprio….
      l’ultima domenica mi sembrava più una liturgia della chiacchera sociologica che della scrittura…

    2. ho messo questo canto che mi piace tanto perchè dice bene cosa succede dentro di noi quando muore un amico, qualcuno a cui volevamo bene.
      Anni fa morì un carissimo amico, che alcuni di voi pure hanno conosciuto, Enzo Piccinini. Il dolore per la sua morte non ha mai fine nel mio cuore, perchè mi ha insegnato tantissime cose, soprattutto la ragionevolezza e la convenienza di seguire Cristo per me, qui ed ora. Una notte, uno stupido incidente ce lo ha portato via, a noi amici, che sentivamo ancora bisogno di lui, e alla sua famiglia.
      Ricordo bene che noi ragazze di lettere ci siamo strette forte e abbiamo pianto e siamo rimaste in silenzio per giorni. E al funerale c’era così tanta gente che la cattedrale di Bologna la conteneva a stento. Quando scesi dal treno che mi aveva portato a Bologna feci il tratto di strada fino a San Petronio camminando in silenzio vicino a mons. Negri, e mi stupivo della sua serenità. Era come se fosse certo che quella non era l’ultima parola su Enbzo, nè su di noi, che pure eravamo tanto tristi.
      Come dice il canto, il pozzo senza fondo non si può riempire, ma rimane la certezza che c’è un senso a tutto il dolore e allo smarrimento. Io mi attacco alla croce, e mi ci attacco perchè ho una compagnia di amici che mi sostiene in quella certezza, quella della Resurrezione, e che mi propone di vivere così, perchè si può vivere così, aggrappati e fiduciosi.

  9. Sybille

    La morte di Giacomo (che non conoscevo e che viveva in una città diversa dalla mia) mi ha sconvolto. Il pensiero di questo bambino sulla sua biciclettina, bloccato verso il tepore della sua casa e dei suoi affetti in una sera d’autunno dall’incuria, dalla superficialità, dalla disattenzione è insopportabile, la mamma che non lo vede arrivare e gli va incontro e lo vede sotto al tram, il parroco che gli si inginocchia accanto tenedo la mano del vigile.
    La nostra fragilità, il nostro essere così impreparati di fronte alla morte. Giacomo certo non ci pensava, aveva tutta la vita davanti.
    Tutto questo è atroce ed io voglio solo piangere.

  10. Alessandro

    Dalle Confessioni di S. Agostino

    “Infatti [il mio amico] si riprese e sembrò fuori pericolo: e subito, appena potei parlargli – e fu molto presto, appena anche lui fu in grado di farlo, perché non mi allontanavo da lui, eravamo troppo legati – tentai, come se anche lui ne avesse voglia quanto me, di farlo ridere di quel battesimo che aveva ricevuto mentre era del tutto privo di sensi e di coscienza. Ma lui aveva già saputo di averlo ricevuto. E trasalendo inorridito come di fronte a un nemico, con una improvvisa libertà di giudizio in lui insospettabile mi avvertì che, se volevo rimanergli amico, dovevo smetterla di parlargli a quel modo. Da parte mia rimasi stupefatto e sconvolto, e trattenni per allora tutti i miei impulsi, per dargli il tempo di guarire e riacquistare le forze, e poi trattarlo come avessi voluto. Ma fu strappato alla mia demenza, per conservarsi in te a mia consolazione. Pochi giorni dopo, in mia assenza, è nuovamente assalito dalla febbre, e muore.

    La tristezza calò buia sul cuore, e dovunque guardavo era la morte. E il mio paese divenne un patibolo, e la casa paterna m’era penosa e strana, e tutto quello che avevo condiviso con lui, senza di lui si convertiva in uno strazio enorme. I miei occhi lo cercavano invano dappertutto, e odiavo tutte le cose perché non lo tenevano fra loro e non potevano più dirmi “eccolo, viene”, come quando era in vita e mi mancava. Ero divenuto un enigma angoscioso a me stesso e chiedevo a quest’anima perché fosse triste e mi opprimesse tanto e lei non sapeva rispondermi. E se dicevo: “Spera in Dio” lei non ubbidiva, giustamente, perché quella persona concreta che le era tanto cara e che aveva perduta era migliore e più vera del fantasma in cui le si ordinava di sperare. Solo il pianto mi era gradito e aveva preso il posto del mio amico fra i piaceri dell’anima […] Perché non eri tu, era un vuoto fantasma, era il mio errore il mio Dio. E se tentavo di appoggiarla lì, l’anima, per farla riposare, scivolava nel vuoto e di nuovo mi crollava addosso, e per me io restavo un luogo gramo, dove non potevo stare e da cui non potevo allontanarmi. Dove, via dal mio cuore, poteva fuggire il mio cuore? Dove fuggire io, via da me stesso? Dove non esser braccato da me stesso? Dal mio paese sì, però, riuscii a fuggire. I miei occhi l’avrebbero cercato meno, dove non eran soliti vederlo: e così dal borgo di Tagaste me ne venni a Cartagine.”

  11. Sò cos’è la perdita delle persone che amiamo, e quando ci tocca da vicino è un’altra cosa rispetto alla tv. Ormai i tg li evito per non sentire l’eco di quei giorni.

  12. E’ triste tutto ciò, eppure è bello.

    E’ bello vedere che anche nel mezzo di tanta indifferenza stiamo qui a piangere questo bambino, è bello vedere che il cuore (così piccolo e malato) dell’uomo è capace di amore, di compassione, di grandezza, di preghiera per altri che non conosciamo di persona, ma che capiamo in quanto possiamo immaginare il loro dolore.
    E’ confortante vedere le trame dell’amore umano, che si intrecciano sotto l’arazzo e creano la bellezza che non cogliamo al volo perché lo guardiamo da dietro!

    E’ triste tutto ciò eppure è bello. E’ bello perché l’Amore può rendere bella e far risorgere ogni cosa. E l’Amore ha un nome: Dio.

  13. …e meno male che qui parliamo di morte e risurrezione!
    non ne posso più di sentire, accendendo la tv, che 3 programmi su 4, o anche 4 su 4, telegiornali e tutto il resto, parlino per giorni di un povero cane seppellito vivo dal padrone che, dice lui, lo credeva morto. Tutti addosso a quel cristiano che non si sa ancora se ha fatto un gesto crudele o se fosse in buona fede, ma comunque già indicato come il sadico torturatore di povere bestie…..
    è proprio vero che abbiamo il cuore di pietra e le budella molli! e se accadono fatti come quello di Giacomo, al massimo si sprecano analisi sociologiche o sullo scarso senso civico….

  14. Io non voglio mancare di rispetto a nessuno, ma voglio chiedere:
    Qualcuno di noi lo conosceva quel povero ragazzino?
    C’è qualche motivo particlare per cui viene fatta menzione della sua morte in questo blog?
    Lo si è fatto per rendere nota la omelia del parroco?
    Lo si è fatto per ricordarci che la morte porta via anche i bambini?
    Allora facciamolo tutti i giorni. Tutti i giorni ognuno parlerà di un bambino e del dolore
    e di Gesù…
    Si procederà così?
    Che senso ha mettere in “onda” questo lutto invece di un altro o di un altro o un’altra omelia o un’altra o i milioni che vengono dette tutti i giorni su bambini che moiono e lo saranno dette ora e sempre.
    Per quale ragione?

    1. admin

      un blog è un posto dove si propongono temi si riflette e, se si vuole, si discute e si commenta. Ci è sembrato che questo fatto in particolare e le parole di don Fausto fossero molto significative e offrissero molti spunti.
      Le domande che poni potresti farle per qualsiasi argomento per qualsiasi fatto di cronaca tutti i giorni per ogni blog e per ogni giornale.

      1. vero, “giornali” si chiamano, che vuol dire mettere alla luce del giorno,tutti i giorni qualcosa, per fare pensare , discutere. Ma perché messa fuori alla vista di tutti una notizia che io credo sarebbe meglio tenere privata (genitori, parenti, amici)?
        Io, se morisse il mio figliolo (ipotesi)e sapessi che una lettera che il parroco avesse scritto ai suoi amici venisse messa in giro, quale che fosse la ragione, non sarei mica contento. Certo, il blog fa il suo lavoro giornalistico, io, da parte mia lo vorrei più sulle questioni, sui problemi, sulle contraddizioni (come del resto fino a qui è sempre stato mi sembra)

        1. paulbratter

          Questo tragico fatto e le parole di don Fausto ci parlano di vita, di morte, di disperazione, di speranza, di vita eterna, di croce, e di Gesù Risorto tutte cose che hanno grande importanza per chi ha Fede. Le tue contestazioni spesso sono oziose, oggi mi sembrano solo odiose.

            1. secondo me la cosa ti infastidisce perchè non ti capaciti del fatto che al mondo ci sono persone che chiamano per nome le cose, i fatti, anche quelli più drammatici, senza esserne schiacciati, con una umanità del tutto nuova, coi piedi per terra e lo sguardo alto.
              Solitamente davanti alla morte e al dolore gli atteggiamenti più immediati sono o quello passivo-incomprensibile, oppure quello cinico-anarchico.
              Il sacerdote che ha scritto questa lettera mostra invece una grandissima umanità. E’ sgomento davanti ad un evento assurdo, non può non dire il suo dolore, l’apparente non-senso che ci assale davanti all’incomprensibile. Ma è standoci di fronte con questa domanda che gli è possibile riconoscere una bontà ultima. Perchè ogni evento dell’esistenza, in quanto presente, richiama altro, oggettivamente.
              Se anche tu, ogni tanto, uscissi dal guscio di cinismo e sarcasmo che ti sei costruito addosso, forse riusciresti a vedere qualcos’altro che il solito uso strumentale della “credenza” che ci attribuisci.
              E te lo dico perchè ho stima di te, se non mi importasse un fico secco del tuo destino, me ne starei zitta alzando le spalle.

    2. Credo che qui non si tratti solo di Giacomo, si tratti del dolore.
      Parlare del dolore e dell’eternità.
      Si, ogni giorno lo dovremo fare, ma seriamente. Riflettendo.
      Invece il sovraccarico di dolori mondiali che ci arriva a casa dalla finestra della TV non ci permette più di riflettere davvero.
      L’altro giorno io e la mia famiglia rivedevamo Il Signore degli Anelli. Dopo mille cattivoni, orchi, stregoni passati al lato scuro, a fare commuovere il mio bambino è stata l’indifferenza di un padre verso un figlio (Denethor verso Faramir) e l’abbandono di un amico (quando Frodo, credendo alle menzogne di Gollum, manda via Sam).
      Lì ho pensato che più vicino a noi, più vicino alla normalità delle cose è il dolore (ed il male), più ci fa male. Più è tangibile e possibile, più ci fa paura. Molto più di mille mostri o catastrofi.

  15. mi riallaccio a Danicor, che dice “è triste, eppure è bello”.
    Perchè è bello?
    vi posto qui sotto un passo di don Carron, pronunciato il 17 novembre al Teatro Capranica di Roma durante l’incontro «La crisi sfida per un cambiamento».

    “Ma l’irriducibile positività di cui parliamo non si rivela meccanicamente, bensì solo a chi accetta la sfida della realtà, a chi prende sul serio le sue domande, a chi non retrocede davanti alle urgenze del vivere. Quante testimonianze ci sono di persone per le quali le difficoltà sono diventate occasioni di cambiamento! Ciò che è successo è stato misterioso tramite per una ripresa del proprio io e per una comprensione più profonda della natura della realtà, che si pensava già di conoscere. La realtà è positiva per il Mistero che la abita. Ma che cosa occorre per cogliere questa positività? Un uso della ragione secondo la sua vera natura di conoscenza del reale in tutti i suoi fattori. La ragione, infatti, può cogliere la realtà come “dato” vibrante di un’attività e di un’attrattiva, come provocazione, e quindi come invito.
    Eppure, se ci guardiamo intorno, vediamo che purtroppo questo uso della ragione è molto raro, quasi introvabile. Se la ragione non coglie questo mistero che costituisce il cuore della realtà, l’uomo cede alla tentazione di intendere in modo sentimentale o moralistico l’affermazione: «La realtà è positiva», come se significasse che essa è desiderabile e gradita, piacevole. Come mai accade questo?
    Per la nostra fragilità e per il condizionamento del contesto culturale e sociale, per il potere che ci circonda, quando s’imbatte in una realtà che mostra un volto negativo e contraddittorio, la ragione, che pure è originalmente aperta al reale, indietreggia, trema, si confonde. E la realtà, da segno che spalanca, diventa tomba in cui tutti, tante volte, soffochiamo.
    Esattamente a questa situazione drammatica il Mistero, entrando nella storia, è venuto a portare il Suo contributo decisivo. Cristo è venuto al culmine della storia del popolo d’Israele proprio per questo: ridestare il nostro io perché possiamo affrontare qualsiasi sfida. Cristo non si è incarnato per risparmiarci il lavoro della nostra ragione, della nostra libertà, del nostro impegno, ma per renderlo possibile, perché è questo che ci fa diventare uomini, che ci fa vivere la vita come un’avventura appassionante anche in mezzo a tutte le difficoltà, anche e soprattutto in tempi di crisi, quando tutto diventa questione di vita o morte, per non perdere la testa e l’anima. Cristo è diventato nostro compagno, mettendoci nelle condizioni ottimali per guardare la realtà secondo la sua vera natura, e non per fare di noi dei “visionari”. “

  16. sorellastragenoveffa

    Admin, potresti darci dettagli sulle presentazioni di Costanza a Roma nel weekend? Grazie! 🙂 🙂 🙂

        1. Non si tratta di provocazione, ma del semplice presentimento di come disinvoltamente si passerà dalla tragedia alla commedia.
          Come, d’altra parte, è sempre nella vita.

  17. A dire il vero, e per cambiare argomento, stavo ora leggendo un articolo di Adriano Petta
    sul “revisionismo” cattolico: Galileo’? Un povero imbecille! L’nquisizione? Mai esistita?
    I roghi? Tutto inventato etc. etc. Le stragi degli indios “caldeggiate” dai preti in Centro e Sud America? Propaganda anticattolica…I massacri a Goa (india) idem.

    1. Alessandro

      Adriano Petta. Perbacco, un noto esperto di cose cattoliche, una fonte autorevole, uno storico provveduto e preparato (o forse – ma forse – un mediocre quanto esagitato propagandista anticattolico?).

      Ecco una stroncatura di un articolo di Petta, ad opera di Messori:

      “il collaboratore del Manifesto [Petta] termina la sua arringa contro l’inquisizione che lo indigna, quella religiosa, con un vigoroso: “Smettiamola con vani tentativi di revisionismo!“. E’ singolare: uno studioso di storia che pretende di congelare uno schema previo di condanna, rifiutando di sottoporre alla verifica dei fatti la vulgata da pamphlet ottocentesco. In realtà, chi frequenta la bibliografia aggiornata sa che sulle Inquisizioni (perfino sulla più diffamata, quella spagnola) il giudizio è oggi assai più articolato. C’è addirittura chi, come Luigi Firpo, insospettabile maestro di laicismo e di anticlericalismo, già vent’anni fa auspicava l’apertura degli archivi, poi decisa dal cardinal Ratzinger: “L’esame dei dossier gioverebbe molto alla Chiesa. Cadrebbero molti pezzi della Leggenda Nera, scoprendo che i processi erano contrassegnati da una grande correttezza formale e da una rete di garanzie inimmaginabile per i tribunali laici dell’epoca”.”

      http://www.et-et.it/articoli/2005/2005_02_22.html

    2. paulbratter

      vedi sei tu che stai passando dalla tragedia alla sterile e strumentale polemica su Galileo vecchia di 300 anni.
      Hai fatto il tuo commento ad effetto per poter accusare gli autori di questo blog di propaganda e sciacallaggio e ora volti tranquillamente pagina con le tue cazzate.
      Io personalmente per non imbrattare i commenti di questo post le mie cazzate sono andato a scriverle sul post di ieri, tu fa come ti pare ma spero che nessuno ti segua.

  18. Alessandro

    “Avevo tante volte partecipato a dei funerali di giovani, mi commuovevo, piangevo, cercavo di farmi vicino alla famiglia del defunto, ma dopo pochi giorni, tutto era finito. Il dolore non era più mio. Avevo fatto il mio dovere di frate. Era come pioggia che cadeva su di un impermeabile…sentivo l’acqua cadere su di me, ma non penetrava dentro di me. Così era ogni qualvolta partecipavo ad un evento luttuoso. Pensavo che la morte toccava solo le famiglie degli altri, mai la mia. Il 10 agosto del 1998 mi trovavo nel dormitorio del Santuario di S. Damiano ad Assisi, nel giorno in cui si ricordavano gli 800 anni della morte di S. Chiara, dissi ad un gruppo di giovani : “Accettiamo la morte delle persone care che ci aiuta a crescere”, l’avevo buttato così, una frase fatta…ma dopo cinque minuti, il padre guardiano del Convento mi comunicò della morte per incidente stradale di mio fratello, avvenuta a 800 km di distanza. Allora compresi che la morte non era più una fantasia, che non era più qualcosa che riguardava altri, mi accorsi che avevo sempre pensato che la morte l’avevo tenuta lontana da me e dalla mia famiglia. Ed ora come si fa? Come si affronta questa tragedia? Da dove si inizia? Tante domande mi ponevo. La mia preoccupazione più grande era quella di pensare alla mia famiglia. Aiutarla a rialzarsi da questo colpo tremendo. Cercare di tenerla unita. Tutto iniziò da questa esperienza personale.

    Nel 2002, il Padre Provinciale dei Frati Minori di Lecce, mi inviò come cappellano presso l’Ospedale “S. Caterina Novella” in Galatina (Le). In questo luogo mi incontravo quotidianamente con la morte, ma orma mi era diventata sorella, non avevo più paura di lei, sapevo cosa era, come si affrontava e come ci si rialzava da un colpo così duro. Ma ogni volta che moriva un giovane, il mio ricordo era sempre per mio fratello; rivivevo tutto, dall’annuncio della tragedia, al funerale e al dopo, quando entrava la solitudine, quando tutti se ne andavano e si rimaneva soli con il proprio dolore.”

    http://www.figlinparadiso.it/testimonianze2.html

  19. sorellastragenoveffa

    Alvise, sei un rompiscatole, hai fatto arrabbiare tutti e io non ho avuto le informazioni richieste, strike!

  20. “Il passato, cioè, va valutato secondo le sue categorie, non secondo le nostre: l’attività di quei tribunali era ispirata dalla necessità di proteggere la vita sociale, la cui tranquillità si basava su una fede comune; ed era mossa dall’ansia sincera di praticare la più alta delle carità, quella spirituale. Così come le autorità odierne considerano loro dovere la tutela della salute dei cittadini, la Chiesa era convinta di dover rispondere a Dio della salvezza eterna dei suoi figli. Salvezza messa in pericolo dal più tossico dei veleni: l’eresia. ”

    MESSORI

    1. Alessandro

      Qualche problema a riguardo della citazione? O hai riportato un estratto che incontra una tua particolare approvazione?

        1. Alessandro

          ma Messori non dice questo. Dice che è dovere della Chiesa riguardare i suoi figli dall’eresia. Il senso stesso di che significhi salvaguardare dall’eresia muta coi tempi, e lo storico deve tenerne conto se non vuole incorrere nell’infortunio cui è più spesso esposto: quello del giudizio anacronistico.

  21. Qualche anno fa, su un’altra terra virtuale che fu per me fonte di cammino,di gioia e di grande dolore, mi incrociai con una mamma che aveva perso sua figlia dopo una lunga malattia. Mi imbattei nei suoi perchè, che mi infastidivano, che mi chiamavano in causa in prima persona. La mia prima figlia morì pochi istanti dopo essere nata. Si chiama Claudia mia figlia. La mamma di questa bambina chiedeva perchè Dio fa soffrire e fa morire i bambini.
    Scrissi qualche riga perchè, seppur in situazioni diverse per l’età della morte, penso che il significato della morte dei bambini sia sempre lo stesso… Ve le copio.

    “Per Francesca”,
    non so se ogni tanto passi ancora di qua….
    La prima volta che sono entrata dentro questo topic sono scappata.
    Il perchè che chiedi è serio, grave, importante.
    Ho avuto la tua stessa esperienza, ma io per tanto tempo non mi sono posta la tua domanda.. tutt’altro. Ho vissuto e basta, così, alla “come viene viene”.
    Sono stata un’irresponsabile. Una superficiale.
    Non mi facevo domande perchè non avevo, nè volevo risposte. Ma, per quanto si possa scappare, la vita le domande ce le fa!

    La vita ci ha preso per il petto, ci ha sbattuto al muro e ci ha detto “E adesso? Tua figlia è morta! Perchè?”
    Non la volevo questa domanda e mi dicevo “che me ne frega di farmi domande? che cambia sapere il perchè?” senza rendermi conto che da un evento così forte, da un fatto così importante, dipendeva il mio futuro.
    Perchè se non guardiamo le domande che la vita ci fa o se le affrontiamo male e ci diamo risposte sbagliate, possiamo compromettere il nostro futuro.
    Ed è esattamente quello che a me è accaduto per un bel po’ di tempo: covando in me una certa rabbia(raramente espressa) una solitudine, una malinconia fino ad arrivare al cinismo.. fino a non farmi più toccare da niente.E ho fatto un sacco di stronzate.

    Il Vangelo mi ha dato una risposta straordinaria : Mc 15,33-39

    Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò a gran voce: Eloì Eloì, lema sabactani? Che significa: Dio mio Dio mio, perchè mi hai abbandonato? (…) Ma Gesù dando un forte grido spirò. Il velo del tempio di squarciò in due, dall’alto in basso. Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”.

    Stai a sentire:

    Eloì eloi lemà sabactani? dice Gesù sulla croce

    Eloì significa : Dio mio

    Lemà significa: perchè…….. Perchè Gesù si fa delle domande sulla croce!

    Sabactani: mi hai abbandonato?

    Si fa questa domanda. Questa domanda se la pone di fronte a Dio, Lui davanti a Suo Padre, mentre sta sulla croce soffrendo, ma la risposta non arriva subito. Dio resta in silenzio.

    Ho provato a restare dentro questa domanda, ho iniziato a farla a Dio, dal profondo di un dolore nato dallo spavento di essere rimasta sola, di essere vulnerabile. Perchè la morte racconta la fragilità della vita.

    “Il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso”
    Quando il “Perchè?” esplode, dal profondo del cuore si strappa un velo e si apre il tempio. Che cosa è questo velo? E’ qualcosa che copre un tesoro che sta nel tempio .Dentro ciascuno di noi c’è un tesoro, c’è un tempio. E questo dolore, il dolore che c’è per la morte di qualcuno, viene vissuto da persone che ricevono il dono che si apra questo tempio
    Ci sono persone come Santo Stefano che muoiono e San Paolo si converte..
    Ci sono persone, come le nostre bambine, che muoiono piccole che concludono presto la loro missione, la loro breve missione. E’ importante. Perchè? Per noi! Per te! Per me! Perchè si apra questo tempio! Perchè noi possiamo diventare persone nuove ed entrare in una comunione più profonda con Dio.

    Perchè loro sono morte e noi no? Perchè?

    Lo sai perchè? Perchè a noi è data la possibilità di vivere una vita nuova, di diventare persone migliori, di iniziare a fare sul serio, di non cincischiare!

    Per me è stato importante rimanere nella domanda, è stata ed è tutt’ora una grossa opportunità per la mia interiorità!
    Quando’è che la mia vita è cambiata? Quando ho incontrato la morte! Quando l’ho guardata in faccia .. dopo parecchi anni l’ho guardata in faccia. San Francesco la chiamava Sorella. Sorella Morte! Perchè ci insegna un sacco di cose. Senza questa realtà io non avrei capito nulla! E Gesù mi ha voluto portare in questa realtà:”Guarda, svegliati, guarda me! Guardami seriamente! Ho sconfitto la morte!” Sotto la Croce siamo tutti travolti da qualcosa che ci spaventa. La morte ci travolge, ci annienta, ma è lì, sotto la croce, nella croce, nella morte, che inizia la vita nuova.
    Per me è stato così.
    Se la mia vita ora ha preso una certa direzione è perchè c’è stata la firma di un sacco di persona che hanno dato la vita.
    Le nostre figlie fanno parte del mistero delle nostre esistenze. E’ un mistero che passa attraverso queste domande, perchè sono domande che contengono Dio, aprono un velo dietro il cuore, ci allontanano dalla superficialità . ed eventi così grandi, umanamente devastanti, possono diventare una grazia.
    Bisogna prendere al volo tutto questo ragionarci, parlare con Dio: Signore, perchè questo?? Perchè? Perchè? Che significato ha nella mia vita? Lo voglio sapere! Te lo voglio domandare! Lo voglio affrontare! Voglio risolvere! Non voglio rispostine! Voglio risposte serie! E’ importante!”
    Questa è la domanda che scioglie il dolore, che fa trovare Dio. Che di fa diventare un uomo, una donna.
    Domande che mi faccio grazie a chi? Grazie a una figlia che ha dato il sangue per me. Quel sangue non è solo un incidente, una malattia o altro.. è uno strumento attraverso cui Gesù mi dice: Guardami, Guarda me. In tua figlia vedi me e guardando me vedi tua figlia. Io ho dato la vita per te, come questa tua figlia l’ha data per te,!”

    Perchè io prendessi vita, perchè io assumessi una statura nuova, per far si che la mia vita diventasse dono.

    1. angelina

      Perchè io prendessi vita, perchè io assumessi una statura nuova, per far si che la mia vita diventasse dono. Vero. Verissimo.
      Conosco madri che hanno perso un figlio. Sono forti e fragili, generose, appassionate, a volte vorresti proteggerle: hanno tutta la mia ammirazione.

  22. Ragazzi, scusate ma vado a ninna, la febbre mi ha tenuta a letto tutto il giorno ( o forse è meglio dire che è stata mia madre, perchè io a 39,5 mi sentivo alla grande !); non temete è stata soltanto la reazione al vaccino antinfluenzale, a domani!

  23. Francesca Miriano

    A 11 anni ho perso una compagna di scuola morta per un tumore cere brale e ho conosciuto per la prima volta la morte. A16 anni ho perso una mia cugina che mi era molto cara e a 16 annii ho pensato che a Dio non importava molto delle sofferenze del mondo e quindi perchè il mondo doveva occuparsi di Dio?Il mio distacco è iniziato con questo pensiero semplice. Poi il pensiero si è un po’ evoluto ma non più di tanto perchè Dio non è più stato un problema.La morte è parte della vita ma il distacco da chi amiamo è insopportabile per atei e credenti allo stesso modo. E questo lo capisco meno. Chi crede in una vita eterna oltre la morte dovrebbe pensare che sè stesso , i suoi cari, i suoi amici sono al cospetto di Dio , hanno capito quale è la Verità: e allora perchè si soffre tutti allo stesso modo?Perchè la morte mette a quasi tutti un brivido alla schiena?Non so perchè ma a me la frase di Gesù ( ammesso che sia vera):’Signore perchè mi hai abbandonato?”quando me la facevano studiare a scuola mi pareva la dimostrazione che lui stesso avesse dei dubbi .

    1. @Francesca,
      volevo dirti che ultimamente ho pensato molto a te, mi domando come fai a sopportare il dolore davanti ai tuoi occhi se non hai la fede.
      Quello che chiede è troppo grande, credo che non potremo mai capirlo del tutto prima di essere di fronte al Padre. La Verità è maggiore della nostra piccolezza, possiamo solamente fare spazio per farci inondare da questa Verità (vero Fefral?)
      Meno male che ci sono stati miliardi di uomini passati in questa terra prima di noi, che hanno posto queste domande e ci hanno lasciato frammenti di questa Verità. Poi c’è stato Dio stesso che si è rivelato nella storia, ma questa parte della verità lo so che a te non convince).
      Don Fausto da una spiegazione: “Scopro che questa paura è radicata dentro noi uomini (…) questa paura è dentro di noi, perché nel nostro animo c’è la voglia di vivere per sempre. Scopro che l’eternità non è una cosa che mi hanno piantato nella testa la mia catechista, la mia nonna, qualche libro di filosofia di cui ho capito ben poco. Scopro che l’eternità è come la fame o la sete: ce le ho dentro da quando sono nato!”.
      Ecco, noi cristiani crediamo che noi uomini siamo stati creati da Dio per l’eternità, ma abbiamo deliberatamente scelto la nostra rovina terrena.
      La FEDE, la SPERANZA e la CARITA’ sono le tre virtù teologali. L’unica che porteremo per l’eternità è la carità. Quando vedremo Dio, non ci sarà più Fede, ma certezza. Quando saremo arrivati, smetteremo di sperare. Resterà solo l’amore.
      Allo stesso modo, Francesca, non ha coraggio senza fragilità. Gli angeli non possono essere coraggiosi, perché non sono vulnerabili.
      Gesù non aveva dei dubbi, ma lui era uomo fino in fondo, al punto di aver avuto anche la desolazione spirituale, era solo nella sua umanità, ma la sua volontà non ha mai ceduto di un millimetro.
      Lo scandalo e la grandezza di questo Dio che si fa vulnerabile è incredibile!

      (ed io spero di non aver detto delle cose teologicamente sbagliate!)

  24. Alessandro

    Per portare a termine la traversata della vita non basta la nave della ragione filosofica (fin lì era arrivato Platone con la sua “seconda navigazione”), ma occorre intraprendere la “terza navigazione” quella che conduce all’approdo della Vita eterna. Ma – come comprese S. Agostino – l’unico veicolo sul quale si può compiere questa “terza navigazione” e portare a compimento la traversata è una zattera a prima vista malferma e precaria: il legno della Croce di Cristo.
    Così spiega Giovanni Reale:
    “I platonici sono riusciti a vedere l’al di là del mare. La filosofia, diceva Platone, è una zattera che permette di affrontare il rischio della traversata, a meno che non si possa fare il viaggio su una più solida nave. Questa è la Croce, tutt’altro che comoda, e i filosofi l’accettano poco perché richiede umiltà. Ma è la rivelazione: tu dovevi andare a Dio, invece Dio ha mandato suo figlio che con la Croce ti insegna a risanare i mali della vita”.

I commenti sono chiusi.